Emmanuel Carrère, L’avversario

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Intanto il titolo, L’avversario. Inizialmente mi sembrava non attinente alla storia di un uomo che nel 1993 uccise moglie, figli e genitori nello stesso giorno, tentando poi di suicidarsi senza riuscirci. Poi a pagina 17 parlando del momento della morte dei suoi genitori per mano del loro stesso figlio, Carrère scrive: ” Avrebbero dovuto vedere Dio e al suo posto avevano visto, sotto le sembianze dell’amato figlio, colui che la Bibbia chiama Satana, l’avversario”. Facendo una ricerca in internet ho saputo che la parola avversario è di origine ebraica e si trova in molte parti dell’Antico e Nuovo Testamento. Questo ha dato tutto un altro significato alla lettura che stavo facendo di questo testo. Come se “lui”, l’angelo disobbediente, fosse il vero protagonista della storia sotto le sembianze di Jean – Claude Romand. Forse perché sono suggestionata da un film Liberami presentato al Festival di Venezia che parla di esorcismi. Diciamo che se fosse vero che il male esiste sotto forma di uno spirito che si impossessa di uno di noi e ci fa soffrire o compiere delitti, guerre, violenze di ogni genere, sarebbe tutto più semplice, perlomeno nel dare un senso, una spiegazione certa a tutto quello che di “male” compiamo verso noi stessi e gli altri.Pur essendo il resoconto fedele di fatti realmente accaduti questo libro non è una biografia, ma una testo che si può definire fiction anche se Carrère in un’intervista afferma di non volerne dare una definizione precisa. Alla domanda come definirebbe i suoi libri? Reportage, biografie…, risponde: «Non lo so, preferisco non dargli un nome. Sono libri, è basta. Non li chiamerei romanzi, perché il romanzo prevede invenzione, ma neanche non-fiction, che mi sembra abbia una connotazione negativa. Adesso si usa dire auto-fiction, considerandolo un genere nuovo. Ma io penso che questa sia una delle più antiche modalità di scrittura, e anche uno dei motivi per cui si scrive. Raccontare la propria esperienza, cosa si è imparato dalla vita, la nostra e quella degli altri”. La storia infatti è raccontata in prima persona dallo stesso Carrère, tutto è vero, fatti, nomi, date, ma c’è sempre lui, Carrère e la sua impossibile domanda: perché una persona normale ad un certo punto diventa un “mostro”? Jean – Claude Romand è un uomo stimato da tutti, padre e marito amorevole ma per diciotto anni ha fatto finta di essere un medico, ha sperperato i soldi che amici e parenti gli avevano affidato affinché li utilizzasse in investimenti sicuri, e infine ha fatto una carneficina delle persone a lui più vicine e amate. E mentre leggiamo anche noi lo vogliamo capire perché lo ha fatto e ci identifichiamo totalmente nella voce narrante in prima persona. Anche noi ogni giorno ci domandiamo perché il male avviene, perché lo compiamo, perché ne siamo vittime e perché ne sono vittime milioni di persone. Se riuscissimo a capirlo capiremmo anche noi stessi. Carrère ne è addirittura ossessionato e per raccogliere materiale e scrivere il libro, un piccolo libro di 161 pagine, ci mette sette anni. Vuole entrare nella mente di Romand, e per farlo deve mettersi alla sua pari, non deve considerarlo come tutti un mostro. In questo libro trapela la posizione dello scrittore-narratore nei confronti di questo assassino, ovvero non lo considera nè diverso nè peggiore di lui. Afferma di vedere in Romand ” Non un uomo che ha fatto qualcosa di terribile, ma un uomo a cui è accaduto qualcosa di terribile, vittima sventurata di forze demoniache” ( pag. 28 ).
Carrère ha affermato di esserci ispirato a Truman Capote di A sangue freddo quando ha cominciato a pensare di scrivere questo libro. Ma poi se ne è distaccato proprio scegliendo di scrivere in prima persona; in un’altra intervista infatti afferma: “Tutte le teorie di Capote sul non fiction novel mi hanno aiutato a trovare questa forma che è molto libera e nella quale mi sento molto a mio agio. E adesso che mi ci fa pensare, se vogliamo penso di poter dire di essermi tirato fuori da quest’ombra così ingombrante. Perché a un certo punto ho dovuto – forse addirittura costretto – passare alla prima persona singolare, cosa che Capote non fa, anzi, al contrario: lui si tira fuori, pretende una grande obiettività – che naturalmente non ha: fa finta di non essere implicato, ma non è vero, è una gran balla.  Io ho scelto – o forse non si è trattato di una scelta, ripeto, quanto di un passaggio obbligato – di entrare in scena, di entrare anche io dentro”.
Tutta la vicenda di Romand comincia con una prima bugia detta in famiglia quando era studente del secondo anno della facoltà di Medicina. Non ha sostenuto un esame e lo ha tenuto nascosto. Da lì, da una prima piccola bugia facilmente rimediabile nascono tutte le altre. Fece finta di sostenere tutti gli esami fino a laurearsi, infine disse di essere stato assunto in un istituto di ricerca a Ginevra. Intanto si sposa, ha due figli. Ogni giorno parte da Ferney-Voltaire e fa finta di recarsi a Ginevra. Invece passa il tempo nei bar di Lione, o nei boschi a passeggiare o in macchina a leggere riviste. Nessuno ha mai dubitato di niente. Neanche del fatto che non avesse dato a sua moglie il numero di telefono del suo ufficio. A casa portava un buon stipendio, per farlo per anni ha attinto al conto in banca dei genitori, del quale aveva una delega. E loro non si meravigliavano vedendo assottigliarsi il loro conto, pensavano che il figlio li avesse investiti altrove. Lo stesso fecero altri parenti.
Dopo qualche anno si innamorò e cominciò a spendere somme ingenti per andare ad incontrare la sua amante in hotels di lusso a Parigi. Poi tra i due la storia d’amore finisce ma lei ha talmente fiducia in lui da affidargli i suoi 900000 franchi affinchè li investisse per farli fruttare. Romand se ne servirà per tirare avanti con l’alto tenore di vita della famiglia. Alla quale, come a tutti gli amici e parenti e alla stessa amante, aveva raccontato di essere malato di cancro. Questo per potersene stare a casa senza dover andare ogni giorno a passare la giornata da qualche parte.
Passano i mesi e verso la fine dell’anno del 1993 Romand capisce che si è alla resa dei conti. I soldi in banca stanno finendo e lui non ha nessuna possibilità di rimpinguarli. Va a Parigi per incontrare un’ultima volta la sua amante; in quella occasione le dà appuntamento per il 9 Gennaio per restituirle tutti i suoi soldi. Al ritorno a casa decide che si ucciderà entro il 9 Gennaio. Ma la sera dell’ultimo dell’anno al ritorno da una cena a casa di amici con moglie e figli Jean – Claude pensa che non può fare loro questo. Lasciarli con il suo suicidio nudi di fronte al mondo con quella orrenda verità sulla sua doppia vita che li avrebbe marchiati per sempre. Da qui in poi l’andamento del racconto di Carrère è quello di un destino che si compie. Romand si comporta come un automa, compra una carabina con relative pallottole e un dissuasore elettrico, ma ancora non dice a se stesso ” per ucciderli”. Li compra come se servissero a qualcos’altro. E poi ci sono le terribili pagine in cui durante il processo a suo carico Romand racconta come ha ucciso la moglie e i figli e subito dopo i suoi genitori. E come dopo aver ingerito del barbiturici abbia dato fuoco alla casa dopo essersi sdraiato sul letto accanto alla moglie morta da parecchie ore. Ma mancandogli il respiro corre alla finestra e la apre. Lo salvano. E’ costretto a confessare tutto.
Nell’ultima parte del libro c’è la descrizione della sua vita in carcere, la perplessità degli psichiatri rispetto al suo comportamento sempre calmo e misurato come se recitasse ancora la parte del Romand medico buon padre di famiglia. E infine c’è il resoconto di alcune parti del processo. E qui la situazione diventa davvero spiazzante per il lettore; si viene a sapere in tribunale che la maestra di uno dei figli di Romand ha intrapreso una relazione con l’assassino, con lettere d’amore e poesie da parte di lui. Ci sono persone dunque che continuano ad avere fiducia in lui anche dopo quello che ha commesso…E anche una volontaria del carcere interrogata dal pubblico ministero dimostra comprensione per l’assassino. Come pure un altro volontario che diventa suo amico e lo va a trovare in carcere ogni settimana. Le ultime pagine del libro a questo proposito sono terribili come i delitti terribili compiuto da Ramond. I due volontari, cattolici ferventi del movimento degli Intercessori, hanno così tanta fede nel ravvedimento di Romand da includerlo tra coloro che si danno il cambio in una catena ininterrotta di preghiere. Carrère ne è scandalizzato, e nelle ultime righe del libro dice: ” Sono sicuro che non stia recitando per ingannare gli altri, mi chiedo se il bugiardo che c’è in lui non lo stia ingannando…non sarà caduto ancora una volta nelle rete dell’avversario?”.
Mi domando allora Satana è dunque non solo Il disobbediente a Dio ma anche Il bugiardo? Disobbedisce mentendo? La bugia è la disobbedienza a Dio per antonomasia?
Romand è ancora una volta la dimostrazione della banalità del male. Lontano eoni dalla grandezza del rimorso di personaggi non reali ma emblematici come un Raskol’nikov di Delitto e castigo o di un Ivan de I fratelli Karamazov. E di un Padre Cristoforo de I Promessi Sposi che si porta dietro per tutta la vita il pane del perdono per non dimenticare il male che ha compiuto.
Carrère afferma in una delle sue varie interviste che se avesse inventato una storia del genere e poi l’avesse proposta al suo editore gliela avrebbe rifiutata in quanto non verosimile. Scrivere questa storia dice a se stesso nell’ultima riga del libro ” non poteva essere che un crimine o una preghiera”.

Alcune interviste dell’autore qui: http://www.minimaetmoralia.it/wp/?s=carrere

Nel 2002 ne è stato tratto un film http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=982