L’uomo anziano

Sulla spiaggia c’è un uomo anziano
un po’ zoppicante, è solo
con la sua seggiolina pieghevole.
Si è posizionato vicino a un bastone che gli fa da attaccapanni. Fa piccole passeggiatine appoggiandosi ad un tronco adatto allo scopo. L’uomo è grosso e serio. Forse abita da solo vicino a questa spiaggia.
È fortunato allora, si passa buona parte della giornata in mezzo alla gente in questa bella spiaggia invece che davanti alla televisione come altri anziani soli.
Mi sembra un ottimo esempio sul cavarsela da soli anche se acciaccati

Lei non si stanca mai

Lei non si stanca mai. Dalle 5 alle 8 nell’orto. Poi pulizia della casa. E poi ” ho tanta roba da stirare”. Lei ha 80 anni e un po’ di fatica a camminare c’è. Eppure fa tante cose faticose e sembra non sentire neanche il caldo. Ah dimenticavo, di notte dorme pochissimo. Cura così la sua mente? Con il lavoro manuale? O forse non ha una mente che deve essere curata.

Sedurre

In un film che ho visto in Tv c’era un’attrice di una bellezza disarmante, conscia e nello stesso tempo incurante del fascino che da lei si emanava. Mi ha ricordato una ragazza, doveva essere un sabato pomeriggio a scuola, doveva essere il periodo in cui frequentavo il serale e si andava a scuola anche il sabato pomeriggio. C’è la luce che entra dalle vetrate, non il buio e il neon che mi metteva tanta tristezza. C’era questa ragazza, era nuova, era la prima volta che entrava in classe, la prima e l’ultima perché poi non è più tornata. Anche lei aveva quella bellezza luminosa, quel fascino di capelli un po’ scomposti, lunghi, appena ondulati e gli occhi, pelle del viso, delle braccia così seducenti. In me fecero questo effetto appena la vidi seduta a uno dei banchi quando entrai in classe. Provai un’immediata attrazione verso di lei, un desiderio dolce di conoscerla, parlarle, sapere di lei, farmi raccontare la sua storia. Durante l’intervallo lei venne da me per farmi vedere il testo che aveva scritto, era impacciata come una che sa di non saper fare una cosa. Mi piacque quella sua fragilità, mi affascinava, era un tutt’uno con il suo aspetto fisico. Chissà se era un’arma, una strategia che lei metteva in atto per sedurre. A me sedusse, ma dopo quel sabato pomeriggio non la vidi più. Mi pentii di non aver fatto in modo di conoscerla, le avrei potuto parlare, invece non le diedi neanche retta quando mi fece vedere il il suo testo. Avrei potuto chiederle da dove veniva, dove abitava, perché aveva scelto quel tipo di scuola. Ma non lo feci.

Un pranzo in settembre, racconto di Irène Némirovsky

Rivedere un vecchio amante di quando eri giovane tu e giovane lui. Ti pervade l’antico amore  dietro il suo viso gonfio, imbruttito, vecchio.
Qualcosa di selvaggio e malinconico ti assale mentre una sera di settembre te ne ricorda un’altra antica di maggio.
Vi siete ora ritrovati per caso e state assaporando squisiti cibi in un elegante ristorante alle porte di Parigi. Ma la serata procede inesorabilmente, vi dovrete poi salutare e non rivedervi mai più forse. Piatti elaborati si susseguono ma tu non riesci a gustarli come vorresti. Ti assilla l’idea di quell’uomo che in un certo senso ami ancora e ne soffri. Proprio ora, proprio lì davanti a lui. Lui allunga una mano verso la tua, ma è solo per sfiorare l’anello che porti al dito. E tu ci rimani male. Avresti voluto la carezza che spetta all’anello.
Comincia a fare freddo e fra un po’ dovrete andare via. Lui ti riaccompagnerà a casa e poi se ne andrà.
Tutto in questa storia è raccontato dal punto di vista di quello che è lei sia fisicamente che dal punto di vista dei suoi pensieri, sensazioni e sentimenti davanti a quell’uomo un tempo amato e da cui le antiche emozioni sono ritornate tutte in una volta proprio ora, proprio lì, eppure fra poco si dovranno salutare. A casa l’aspetta la cameriera per ordinare gli armadi. La scrittrice non poteva trovare contrasto più efficace per rendere lo smarrimento della protagonista. Lei diventi tu che leggi il racconto della raffinata cena dei due ex amanti. E come a lei ti viene una gran tristezza.

 

Cavalli nella nebbia

Avanzano a passo lento, avvolti completamente nella nebbia, i cavalli li hanno coperti con teli di lana; camminano quasi alla cieca su un terreno fangoso, a volte su tratti erbosi o sterrati. Vanno al passo lentamente, come di malavoglia; i cavalieri non li pungolano, non li fanno andare più velocemente; camminano al loro fianco tenendo le briglia lente; non c’è fretta di arrivare, non c’è meta urgente da raggiungere; si va nella nebbia fitta d’autunno; il fiato compatto e grigio ad ogni respiro esce dalle bocche degli uomini e dei cavalli e si confonde subito con la nebbia, bagnata che li circonda. Ogni tanto la guida urla “ Si passa di qua, seguitemi”; al che tutta la lunga fila d’animali e uomini lo segue, fa una curva o scansa un improvviso cedere del terreno.
Passano le ore e si continua ad andare al passo e lentamente.
Infine lo strapiombo, netto e inesorabile, infinito. La loro meta.

La conchiglia nera

Con una mia amica una volta abbiamo preso un traghetto per la Grecia e poi un autobus e un altro traghetto che ci ha portato ad un’isola. Eravamo ospiti di uno che aveva una casa lì. C’era troppa gente in quella casa, così mi trasferii vicino ad un ristorantino sul mare che affittava tre o quattro tende ai turisti. Stavo lì la notte, poi di giorno andavo con gli altri sulla barchetta del proprietario della casa in qualche spiaggia isolata. Faceva un gran caldo su quelle spiagge rocciose senza un filo d’ombra, così non andavo ogni giorno con loro. A volte rimanevo vicino al ristorantino e alla tenda, oppure stavo sulla spiaggia lì vicino. Conobbi dei milanesi. Un paio di famiglie con figli.
Avevo trovato una conchiglia piccola, nera, a forma di spirale allungata con la quale volevo farmi un orecchino una volta tornata a casa. Un pomeriggio dopo pranzo stavo chiacchierando con uno di questi milanesi e gli feci vedere la conchiglia. Lui la prese in mano, la guardò attentamente e mi disse: questa conchiglia è molto rara, me la tengo io. Ricordo ancora la fitta al cuore che mi prese sentendo queste sue parole e guardandolo in faccia. Lui era grande e grosso e io non avrei potuto impedire quel sopruso, solo apparentemente piccolo. Lui poi me la ridiede la conchiglia, ma il mio amor proprio ne soffrì tanto che me la ricordo ancora quella fitta al cuore. Poi l’ho fatto l’orecchino, mi piaceva, lo portavo sempre. Non ce l’ho più, non ricordo perché.

“Sensazione di riconoscimento” ( Peter Schneider)

Sensazione di riconoscimento. Ho trovato questa espressione nel racconto di Peter Schneider “Lenz”( 1973). In questo periodo rileggo anche libri della mia gioventù. Lenz è uno di questi. Adesso lo capisco, capisco i nessi, la sofferenza del protagonista, i suoi dubbi. Capisco la sua nostalgia per la “sensazione di riconoscimento”, come con un’espressione fantastica la chiama lui. La prova verso i suoi ex compagni di manifestazioni e lotte che ormai per lui non hanno più senso. L’unica sensazione di riconoscimento che lui ancora sente in maniera autentica è verso la donna di cui è innamorato. Non ne è ricambiato, ma questo sembra non avere importanza. Anzi.

Due film indimenticabili

Un giorno nell’aula insegnanti una collega rabbiosa con un libro ammazzò una vespa che stava vicino alla finestra. Come fosse stata quella povera bestia un suo ostacolo o un suo nemico.Un’altra volta in una classe un ragazzo vide che stavo guardando con timore una farfalla che stava  posata su una finestra in un punto simile a quello della vespa che mesi prima era stata rabbiosamente uccisa. Il ragazzo fece l’atto di schiacciare la farfalla. Ma poi non lo fece.
Questi due episodi mi stanno in mente a distanza di anni come due film indimenticabili. 

In giro nessuno

Cammina persa per una Bologna senza nessuno. Ha il cellulare scarico e non connesso. Arriva sotto il portico del palazzo della sua infanzia. Sotto quel portico attraversa un corto corridoio e entra in un piccolo appartamento. Qualcuno le carica il cellulare e può vedere in una tv una partita di tennis in terra rossa. Ha paura di uscire da quel piccolo appartamento. Fuori cosa mi aspetta? Non c’è nessuno ed è di questo che ha paura. Fuori c’è il sole, via Murri e i Giardino Margherita. Non c’è nessuno ed è di questo che ha paura. L’autobus che vede lungo i viale alla fermata di Porta Santo Stefano è elettrico come decine di anni fa. Eppure è tutto deserto intorno a lei. Io chi sono?, si chiede. Sono corpo, spirito o tutti e due? Pensa di essere immateriale. Come spesso ha pensato. 

Come lui la guarda

La guarda poco limpido, lo sguardo è poco limpido, opaco con gli occhi marroni che non luccicano, non che siano occhi da miope, no la guarda e si copre la bocca la protegge, si protegge, la scherma, che non parli, meglio guardarla con quello sguardo marrone opaco. Occhi che non guardano neanche davanti a sé, ma un po’ più in basso, leggermente più in basso, all’altezza della sua bocca, della bocca di “lei”, la ragazza matta che ha incontrato al centro commerciala quando c’è andato per comprare la bicicletta nuova; benedetta quella giornata, la bicicletta, il centro commerciala e quel bar tutto rosso, che se non fosse stato per tutte queste ragione lui non l’avrebbe mai incontrata la ragazza matta di cui lui ora e pazzamente innamorato. Di te mi piacciono le braccia, dice lei, ma lui la sta guardando negli occhi e che lei dica ora di te mi piacciono le braccia è quasi offensivo, lui almeno potrebbe intenderlo come offensivo, ma come?, avrebbe tutto il diritto di pensare, io ti guardo così fisso, così tanto negli occhi per farti capire, per farti innamorare almeno un po’, e tu mi dici che ti piacciono le mie braccia? Perché devi farmi fare un lavoro pesante, mi devi far scaricare qualcosa? Devi fare trasloco e ti servo per questo? Ma no, dai, dice lei, mi piacciono le tue braccia per quello che c’è tatuato sopra. Perché sul tuo braccio destro c’è tatuato: old man river? E perché sul polso dell’altro braccio c’è tatuato quella specie di sottile braccialetto? Sembra un braccialetto rituale e che vuol dire quel cerchietto tatuato al centro del polso?
Lui non si fa illusioni su di lei; il fatto che voglia sapere delle cose su di lui è solo un passatempo, fra un po’ se ne andrà e vuole semplicemente far passare un po’ di tempo, non vuole essere sgarbata, vuole essere gentile, ma di me non le importa niente, questo lo so e niente potrà cambiare questo fatto, mai.