La redazione

Inseguivo un amore, per questo ero andata a Roma. Era un inseguimento disperato. Lo sapevo. Ma l’inseguivo lo stesso. Per la testardaggine di me allora. Non ascoltavo mai il cuore ma solo il mio orgoglio ferito. Non volevo che tutto finisse così. Avrei fatto qualunque cosa perché la storia tra noi continuasse. Quindi chiesi un’aspettativa dal lavoro e andai a Roma. A lavorare presso quel giornale rivoluzionario. Domandai di andarci e mi presero.
La redazione era un luogo lugubre e inospitale. Buio, triste. Si lavorava lì. C’erano i capi, principi inavvicinabili, non osavo rivolgere loro la parola. Si andava in un bar vicino nella pausa pranzo, che ancora non si chiamava così. Loro in gruppo a parlare di grandi cose, io in un angolo a mangiare schifosi panini con la maionese che oggi non sfiorerei neanche con un dito. Si andava lì verso l’una. E loro, i panini, erano lì dalle sette del mattino, magari. Erano tempi oscuri e strani. Nessuna confidenza, nessuna intimità. Questo nelle grandi città. Nelle piccole, come quella da dove venivo io, era diverso. Il parlare, il raccontarsi, il confidarsi, facevano parte del luogo stesso dove la gente si radunava, cioè la piazza. Ma qualcosa stava cambiando anche lì, nelle città di provincia. Ovunque si stava realizzando la fine del sogno, dell’utopia. Avrebbe fatto macerie di se stessa. Stavano per arrivare i micidiali anni ’80.
Ma qualche anno prima io ero lì nella grande metropoli con l’unico scopo di recuperare, salvare un amore. Per farlo lavoravo in quella redazione. C’era sempre gente scura in volto. Si sbaglia a pensare agli anni ’70 come un tempo dell’allegria e dei grandi sorrisi. Si era molto seri, pesanti, aspettavamo una catastrofe e la chiamavamo utopia.

La cappella di Rothko

Cappella nera non c’è compiacimento non c’è vista udito odorato, non c’è bellezza consolazione buoni sentimenti c’è un’immagine nera o vuota che è la stessa cosa, nera o vuota nera e vuota. Trinità come una divinità davvero una divinità reale una divinità di natale da amare proprio ora proprio ora. Trinità finalmente rimasta sola invisibile come è sempre quando non è natale. Una panca per il viandante solo, sconsolato, disperato ma che ancora cerca spera anela vuole. Di fronte quello che vede sempre niente di ammirevole consolante niente di visibile reale immaginato. Niente sembianza che nasconda solo questo nero blu luminoso da guardare per vedere per vedersi non sono porte non danno accesso non portano da qualche parte non celano il divino non sono il tabernacolo ma sono tre. il pavimento rosa è una nuvola su cui galleggiamo tutti pericolosamente ma anche tranquillamente un’ombra sola il resto è luce

La mia newsletter letteraria di Luglio: un racconto; la recensione di Godbody di Sturgeon; alcune pagine del mio romanzo sulla poetessa hippy Lenore Kandel

Un mio racconto:

Una volta ho lavorato in un’osteria per vedere com’è

Allora stavo con un uomo che aveva un’osteria. Ci lasciavamo spesso, litigavamo; ci lasciavamo, ci riprendevamo. Alla fine poi ci lasciammo davvero. Comunque una volta che eravamo lasciati perché lui si era messo con un’altra, gli dissi: almeno trovami un passatempo per la sera, mi sento sola. Allora lui disse ad una sua amica che aveva un’osteria di prendermi a darle una mano dalle nove della sera in poi. Durò solo una settimana, poi mi stufai e non ci andai più. Fu un’esperienza interessante. L’osteria per quella donna era “il suo posto”. Di comando. Di potere. Me lo sono sudato, ci sguazzo e ci guadagno tutti i soldi che riesco a guadagnarci, sembrava continuamente far capire con il suo modo di fare. Si chiamava Rita, era bassina di statura ma con un viso carino e un bel personale. Faceva la sua figura anche per il modo deciso, imperativo di parlare. Io non avevo mai lavorato in un locale ma ero molto curiosa di farlo. Me la cavai fin dalla prima sera. Bisognava apparecchiare e poi sparecchiare portando via tonnellate di gusci di arachidi e semi di zucca, montagne di piatti di salmone e burro con pane tostato, altre montagne di tagliatelle al ragù, oltre a bottiglie di birra e vino, bicchieri di tutti i tipi, per acqua, vino, liquori. Parte del tempo lo passavo accanto a Rita dietro il bancone dove lei mi istruiva sul da farsi e intanto si versava un po’ di vino per tirarsi su e portare avanti la serata. Comincia anche io a versarmene un goccio ogni tanto, magari mentre lavavo i bicchieri. Poi andavo avanti e indietro dalla cucina che era piccola e per niente di livello professionale. Tutto si faceva su una cucina economica normalissima e su un tavolo di formica. Poi c’era un tavolo più piccolo per l’affettatrice dei salumi. Per preparare le portate di salmone si sprecava un sacco di burro, anche per preparare i tagliolini al salmone, ma allora le osterie non erano ancora attrezzate come ristoranti e tutto era un po’ raffazzonato. Ma almeno nell’osteria di Rita di soldi se ne facevano, anzi ne faceva lei a palate. L’ultima sera stavo lavando dei bicchieri dietro il bancone. Uno che stava lì davanti e mi guardava disse: da come lavi i bicchieri si capisce che sei timida e insicura e che stai male per qualcosa. Io non risposi niente.

“Godbody” di Theodore Sturgeon, e il suo Dio hippy

In un piccolo villaggio americano una coppia di “haters”, in un’epoca imprecisata che sembra quella degli anni ’60, tiene in pugno il paese confezionando notizie false su chiunque non sia già sotto il suo controllo e di quello della parte più retrograda e sessuofobica della popolazione. Questo romanzo, pubblicato in America nel 1986 ad un anno dalla morte di Theodore Sturgeon e ora tradotto da poco in italiano per le edizioni Atlantide, contiene un’incredibile anticipazione dei nostri tempi alle prese con gli haters dei social network e i professionisti di fake news. Ma Sturgeon non è nuovo a simili capacità di di profetizzare il futuro dell’umanità. Considerato uno dei più grandi scrittori di fantascienza, in realtà in vari casi le sue storie se ne distaccano. Personalmente non lo leggo come scrittore di questo genere letterario, ma come uno scrittore di storie strane che mi fanno riflettere. Cominciò a scrivere negli anni ’60 prima pubblicando racconti per delle riviste, poi si dedicò alla scrittura di romanzi; i più famosi sono “Cristalli sognanti”, “Più che umano”, “I figli della medusa”. Negli ultimi mesi mi sto dedicando alla lettura delle opere di qusto scrittore. Al momento oltre a Godbody ho trovato straordinario “Più che umano“, in cui Sturgeon racconta la storia di un gruppo di bambini e ragazzi emarginati da tutti che armati di una grande empatia reciproca riescono ad ottenere poteri “più che umani”, ad esempio comunicano tra loro in maniera telepatica. Godbody si propone sulla scia di tematiche simili. Ma chi è Godbody?, ci si chiede spesso in questo romanzo. Lui compare nel piccolo villaggio una bella mattina di primavera. Si mostra per primo al giovane pastore della chiesa locale seduto su un muretto. Godbody è come il pane, nudo, fresco, bello. Capelli rosso rame, zigomi alti e piatti, un corpo forte, possente, occhi ricchi di sfumature tra il marrone e il color cannella. La descrizione del suo fisico e della sua postura nelle prime righe del romanzo ha un che di leggiadro e al tempo stesso misterioso. E subito abbiamo l’impressione anche noi lettori come il pastore di trovarci di fronte ad una entità soprannaturale. Vogliamo che sia così, ci speriamo davvero molto. Dan, il pastore, ci avverte subito che non si sa se la storia di Godbody che si appresta a raccontare è realmente accaduta così come lui ce la propone, potrebbe anche aver aggiunto qualcosa, ” ma in questo caso il ricordo è perfetto”. A questo proposito mi viene da pensare che questa frase Sturgeon non l’abbia buttata lì senza una qualche intenzione. Chi può davvero dire come siano andate le cose in un momento che è già passato? Quello che ognuno di noi ha vissuto potrebbe anche essere narrato come una favola insieme a tutte le altre che la gente nel mondo si racconta l’un l’altro continuamente.
Godbody appare nel villaggio quando la coppia di haters sta per compiere l’ennesima e distruttiva falsa notizia. Lo scopo è screditare Liza, la moglie del pastore, colpevole solo di essere troppo bella. Il marito è l’esempio della bontà, disponibilità e attenzione al prossimo, e questo agli occhi della coppia di haters è già una colpa, lei d’altro canto è troppo bella. Come a dire che bontà e bellezza sono un binomio che può scardinare il fondamento sui cui si regge questa microsocietà, cioè il controllo. Il controllo è l’ossessione dei due odiatori, qualunque crudeltà è giustificata per non perderlo. E’ un caso che una dei due sia la redattrice del periodico cittadino e l’altro un banchiere?

Alcune pagine del mio romanzo inedito “Urlando delizia sul’intero universo” dedicato alla vita e alla poesia di Lenore Kandel; in queste pagine Lenore è protagonista degli avvenimenti più importanti della summer of love di San Francisco
L’human be -in di Lenore del  15 Gennaio 196
 Quel canto che veniva dal basso, quel canto in tuo onore, in onore della tua non giovane età rispetto ai diciottenni che ti ammiravano, quel canto d’augurio così americano “happy birthday to you, happy birthday to you…” che anche noi alla nostra italica maniera cantiamo ai nostri compleanni allegri o tristi banali sempre comunque; quel canto…risuonò in te profetico, perché quel giorno tu incarnavi la loro acuta giovinezza che non vuole durare ma esplodere accendersi, infiammarsi, vibrare di vita e successi e bellezza e amori, ma non chiede di durare, non pensa la propria durata. Proprio perché così bello quel giorno non solo non poteva ripetersi, ma sarebbe diventato qualcosa di diverso, di peggio, di commerciale, qualcosa che si vende.Leggesti sul palco due tue poesie, e intorno si fece silenzio. Bill da sotto il palco, vicino ai tuoi piedi, ti guardava fisso, mentre i suoi amici Angeli si complimentavano con lui, come fosse già qualcosa essere l’uomo di una donna che tutti amavano tanto da fare silenzio mentre leggeva due sue poesie, che erano dedicate a te, e di questo, sì potevi anche vantarti. Leggevi contenta parlando d’amore e di angeli a cui qualcuno aveva legato le ali perché non potessero più volare, e tutti erano l’amore e erano l’angelo e si commossero anche se ci fu chi preferì la poesia sugli angeli legati a quella che parlava d’ amore. Ma tu leggevi e ti vedo sai che leggi sì ma guardi anche lontano.E dopo, quando sei scesa dal palco sei andata da Bill e gli hai parlato.
“Tu pensi che tutto questo sia l’inizio di qualcosa?”
“Sì, certo”, disse Bill, “è il primo raduno di queste proporzioni, sta nascendo qualcosa di memorabile”.
“Non credo”, disse Lenore. “Sai”, aggiunse, “ho il presentimento che tutto è appena cominciato e nello stesso tempo è anche già finito”.
“Uno dei tuoi cattivi pensieri?”, disse Bill
“Forse”, disse Lenore, “ma purtroppo si avverano sempre”.
“Sei solo preoccupata per il processo”.
“Sì, anche, ma sono più preoccupata di che fine farà tutto questo. Finirà presto, ne sono sicura, ma che ci sarà dopo?”
“Eri felice su quel palco”, dice Bill, cingendo delicatamente con il suo braccio forte, consolante e protettivo le spalle di Lenore.
“Sì, è stato bello, è stato bellissimo, ma è già passato…E adesso…E adesso tutti i desideri di tutta questa folla…proprio perché sono tanti e diversi…sono confluiti tutti in questo prato. Ma provvisoriamente. Nulla si ferma. Proprio perché è stato bello…Comunque sia tutta questa gente, tutti noi adesso torneremo nelle nostre case e per giorni e giorni parleremo di questo raduno, ne scriveremo, faremo cene e riunioni per parlarne. Ma in fondo è stata solo una tregua dai problemi quotidiani. Dalle difficoltà quotidiane. Il free food quanto potrà ancora durare? Andremo avanti tutta la vita a dare da mangiare gratis a quelli che passeranno tutti i giorni dal Golden Gate Park?Dobbiamo pensare a qualcosa di nuovo, ad un nuovo piano”.
“Cosa vuoi dire?”, chiese Bill
“Possibile che anche tu non abbia come me questa sensazione di fine, di morte di qualcosa e di rinascita di qualcos’altro?”
“Non so di cosa parli”, disse Bill,”non potremmo goderci questa giornata e basta?“. Questa giornata è già finita”, disse Lenore
“Non è già finita, c’è ancora un sacco di gente in giro, ci sono i nostri amici Angeli, andiamo a parlare con loro”.
“Vai tu, io devo salutare un a persona che ho visto dal palco”
“Va bene, piccola ci vediamo dopo a casa allora”.
Dopo questa strana chiacchierata con Bill Lenore tornò sul palco. Si era quasi del tutto svuotato, c’erano solo alcuni ragazzi che stavano smontando le casse acustiche dell’impianto di amplificazione. ”Ehi, Lenore”, disse uno di loro con un buffo colbacco nero in testa, “che giornata!” E l’abbracciò. “Ed è magnifico che oggi sia anche il tuo compleanno”. Lei gli sorrise con il suo sorriso luminoso e bambino che incantava tutti e li avrebbe incantati per il resto della sua vita. Perché Lenore non ha mai abbandonato il suo sorriso anche dopo, anche quando arriverà la vecchiaia e la sofferenza fisica. Ma di questo si saprà dopo.” E’ stato bello, sì”, disse. Il ragazzo riprese il suo lavoro e Lenore guardò verso il centro del prato. E lì che prima, mentre aspettava che arrivasse il suo turno per leggere le sue poesie aveva notato qualcosa, qualcuno. Un donna, forse una ragazza giovane, non riusciva a vedere bene quale età potesse avere; era l’unica in quella parte del prato ad avere una bandiera; era fissata su una lunga canna di bambù piegata leggermente di lato per via che era troppo leggera e troppo lunga; la bandiera consisteva in un pezzo di stoffa chiara su cui era scritto e disegnato qualcosa. Era una stoffa leggera quasi trasparente, forse un pezzo di stoffa indiana come ne usavano a quel tempo tra gli hippies; non c’erano molte bandiere a quell’ human be in, c’erano tamburi, c’era gente vestita in tutti i più vari modi, ma bandiere poche. Per questo spiccava quel pezzo di stoffa in mezzo alle teste delle persone sedute. Quella donna era l’unica in piedi in quella parte di prato. Lenore scese dal palco e si diresse verso di lei tenendo d’occhio la bandiera come riferimento in quella folla di gente. La raggiunse e la salutò. “Ciao”, rispose la donna. “Mi piacerebbe vedere la tua bandiera”, disse Lenore. “Perché?” chiese l’altra. Era una ragazza molto giovane, forse non aveva neanche vent’anni. “Mi è sembrata carina, vista da lontano”. “Oh…, non è niente di speciale, ho preso un pezzo di stoffa indiana trasparente e poi c’ho disegnato e scritto sopra”. “Me la fai vedere?, aprila che vorrei vederla”, disse Lenore. “Me la vuoi copiare?”. “Ma no, voglio solo vederla”. “Voi poeti…”. “Cosa voi poeti?”, chiese Lenore. “Siete sempre alla ricerca di qualcosa”. “Perché tu no?, io sì. Insomma apri quella bandiera?, la tieni lì tutta arrotolata…”. “Ma prima era aperta ora stiamo per andarcene”, disse la ragazza. “Come ti chiami”, chiese Lenore. “Cindy. Sei brava con le poesie”, aggiunse. “Grazie”, disse Lenore. “Anche se per essere una hippy non sei tanto giovane, ho saputo che hai 35 anni”. “E tu ne hai tanti di meno, vero, si vede. Insomma questa bandiera?”. “Eccola”. “Che bella”, disse Lenore, “l’hai fatto tu il Buddha verde?”. “Sì, e chi sennò?”. “Poteva anche essere stato qualcun altro”, disse Lenore ammirando il velo col Buddha verde. “E’ bella anche la stoffa”, disse Cindy, “per questo mi è venuto bene il Buddha”. “Anche la scritta “from me to you” è bella”, disse Lenore. Lenore lasciò cadere la bandiera come se all’improvviso avesse perso per lei ogni interesse. Guardò in viso Cindy con il suo morbido bizzarro sorriso, come a interrogarlo ma senza violenza senza insistenza. Semplicemente il sorriso enigmatico e strano di Lenore stava chiedendo al viso di Cindy chi sei? E dalla vita che vuoi? “Sai”, disse, prendendo in mano di nuovo un lembo della bandiera, “sono di quelli che pensano che nella vita dobbiamo assumerci la responsabilità di noi stessi senza delegarla a qualcun altro, anche fosse il Buddha in persona. Questo nostro raduno ti è piaciuto?”. “Sì”, rispose Cindy, “è stato divertente”. “Più che divertente, alcune persone con cui ho parlato là sul palco credono che sia l’inizio di grandi cose. Forse no, è la mia idea; sai io mi domando: questo raduno a cosa ci porterà ? Abbiamo la forza di portare avanti una cosa colossale come questa? Io ho paura di no. Quindi dovremo cominciare a pensare a qualcosa di nuovo, di diverso, forse di più piccolo rispetto a quello che abbiamo fatto oggi”. “Non sono convinta di quello che stai dicendo”, disse Cindy; “secondo me … sì insomma io credo che qui abbiamo vissuto e realizzato una grande Illuminazione collettiva, capisci? Quello che è accaduto oggi non è mica solo un raduno di giovani spensierati e felici, capisci, è stato un grande evento d’ Amore e quindi porterà a qualcosa di bellissimo. Siamo tutti diventati dei Buddha!”. E cominciò a danzare intorno all’asta con la bandiera. “Siamo tutti Buddha! Siamo tutti Buddha”, cantava come se recitasse una filastrocca per bambini. “Siamo tutti Buddha!”, cantava girando intorno alla sua bandiera. Poi staccò la bandiera dall’asta di bambù e tenendola in mano continuò la sua danza improvvisata. Qualcuno si avvicinò con un piccolo tamburo e cominciò a ritmare sul Siamo tutti Buddha! cantato da Cindy. Si fece intorno a lei un cerchio di persone che la guardavano e battevano le mani al ritmo del tamburo. Lei girava intorno al cerchio scalza tenendo in alto il tessuto trasparente con il suo Buddha verde dipinto sopra. Lo teneva in alto per farlo muovere nell’aria come fosse un aquilone che stesse per spiccare il suo volo nel cielo. Andò avanti a cantare e ballare muovendo in alto e in basso il velo e infine stanca ricadde a sedere sul prato fuori dal cerchio che si era formato intorno alla sua danza. Una ragazza prese il suo posto e cominciò a danzare ancora più freneticamente di Cindy, al solo ritmo del tamburo che si fece sempre più veloce. Lenore si avvicinò a Cindy. Da in piedi la guardava scarmigliata e affannata con le mani appoggiate al prato e la testa leggermente all’indietro e lo sguardo a fissare il cielo. Poi anche Cindy guardò Lenore. “Siamo tutti Buddha” sussurrò un’altra volta, “siediti vicino a me che ne parliamo”, aggiunse. Aveva capelli biondi scarmigliati, occhi grandi d’un azzurro chiaro ma non slavato, la bocca grande un po’ all’ingiù, le mani bianche e piccole. Portava un lungo vestito marrone che da lontano Lenore aveva scambiato per nero, attillato e chiuso fino al collo. La fasciava mostrando il suo flessuoso corpo giovane e magro, ma nello stesso tempo pieno, vitale, energico e sicuro di sé senza esibizionismo. Nella danza si era fatta ardita, si muoveva senza un programma, una decisione, si muoveva totalmente immersa nel ritmo del tamburo e nel suono della sua voce. Le braccia sempre in alto a far volteggiare il velo col Buddha verde dipinto sopra. Lenore non conosceva nessuno che si muovesse con così tanta grazia e nello stesso con tanta spontaneità, senza usare nessun passo di danza ma danzando. E lei di danza se ne intendeva. Aveva un gruppo tutto suo di danzatrici del ventre; erano state tutte allieve di una celebre danzatrice tunisina che viveva e insegnava a San Francisco a tutte quelle belle hippies che non vedevano l’ora di scandalizzare il mondo e i bempensanti mostrando il loro ventre mentre si muoveva in maniera flessuosa e seducente. Ma Cindy non aveva bisogno di un tecnica di danza, lei ballava in base al suo istinto, al suo stato d’animo. Era il prototipo della ragazza hippy Cindy, molto più di quanto lo fosse Lenore, così scura d’occhi, carnagione e capelli come un’indiana skaw. Con il suo corpo pieno e sodo, all’apparenza era più adatta al lavoro di raccogliere radici commestibili per un un campo indiano piuttosto che passare il tempo a scrivere e al leggere agli altri le proprie poesie. “Sdraiati vicino a me che guardiamo il cielo insieme”, disse Cindy, allungandosi completamente nel prato con le braccia aperte. Non capitava tanto spesso che non fosse Lenore a guidare il gioco in una relazione, anche in un semplice dialogo con qualcuno incontrato per caso come stava succedendo adesso. Quella ragazzina la incuriosiva, la interessava, c’era qualcosa da imparare da lei, lo sentiva. “Tu sei la più Buddha di tutti noi, qui, e lo eri anche prima di oggi”, le disse Cindy, quando anche Lenore si fu sdraiata sul prato accanto a lei. “Tu usi l’amore, l’amore fisico con il tuo uomo per raggiungere l’estasi spirituale. Sempre che sia vero tutto quello che hai scritto nel tuo The love book”. “Anche oggi è stato un grande fare l’amore tra 20000 persone”, disse Lenore sospirando e rilassando tutto il corpo fino a toccare l’erba con ogni muscolo. “E’ per questo che sono anche un po’ triste…sono così felice ma anche un po’ triste…sento la tristezza delle cose che passano”, aggiunse. “Bisogna che ci scriva qualcosa con questo strano sentimento di essere così felice e nello stesso tempo sentire avvicinarsi uno stato di tristezza per via che tutto questo sta finendo”, e da sdraiata allungò il braccio a circondare lo spazio intorno a loro due. Si levò a sedere e dalla borsa di tela che aveva con sé tirò fuori il suo quaderno. Rimase assorta qualche minuto a scrivere in fretta un paio di pagine di quaderno per poi tornare a sdraiarsi accanto alla sua nuova amica. Ma dopo poco si alzò a sedere di nuovo per guardare Cindy. Aveva gli occhi chiusi e non si accorse che Lenore si era messa seduta allo scopo specifico di guardarla. Dopo un minuto Cindy aprì gli occhi e si fece schermo con una mano per poter guardare in faccia Lenore. “Che fai”, disse, “mi studi? Mi spii? Vuoi farmi diventare un personaggio di una tua storia?”. “Non scrivo storie”, rispose Lenore, “ma solo poesie”. “Bè, sì è la stessa cosa, volevo dire che mi stai scrutando e visto che scrivi vorrà dire che lo fai per usarmi in qualche modo”. “Va bene, smetto di guardarti, disse Lenore, e con un sonoro sospiro si sdraiò di nuovo. “Anche se non mi guardi più”, disse sorridendo Cindy, mi hai già ugualmente rubato l’anima…”. Spostarono la testa l’una verso l’altra nello stesso tempo e in silenzio si guardarono con complicità, affetto e comprensione. Lenore capiva quella giovane sbandata catapultata a San Francisco da chissà quale angolo remoto e bastardamente conservatore d’America, mentre dal canto suo Cindy vedeva in Lenore quello che vedevano tutti perché di Lenore era immediatamente visibile il suo carisma: vide la sua superiorità morale, psichica e umana sui tre quarti se non di più di tutti quelli che erano stati lì quel giorno. “Da dove vieni piccola?”, chiese sottovoce Lenore. Dalla Pensylvania, rispose Cindy, i miei sono dei fottuti contadini, anzi no mia madre oltre che contadina è pure maestra. Ci puoi credere? Avrebbero voluto fare di me quella stessa identica cosa che sono loro. Ci puoi credere? E così me ne sono andata, e adesso sono qui e me la spasso”, aggiunse stiracchiandosi e guardando di nuovo il cielo. “E dove vivi”, chiese Lenore. “In una comune, naturalmente. Siamo tutte donne, ci puoi credere? C’è un tale casino…Ma a me piace il casino…Lo adoro. Ma adoro anche la solitudine e in questo momento adoro stare qui con la famosa Lenore, donna del famoso, strafamoso Sweet William!”. “Sai proprio tutto di me, eh?”. “ Dei Famosi si sa sempre tutto…”Sei bellissima lo sai, vero Cindy, hai certi occhi, come fai ad averli così grandi?”. “ “Perché i tuoi sono piccoli? Sono grandissimi!, molto più dei miei…”. ”Siamo quelle dagli occhi grandi”, osservò seria Lenore. “Perché dobbiamo vedere molto”, aggiunse Cindy. “Dobbiamo vedere molto, amare molto, sentire molto”, disse di rimando Lenore. E alzandosi ritta a sedere e squadrando Cindy, aggiunse, “mi sei simpatica. Diventeremo amiche, ti va? Diventeremo amiche per sempre ti va?”. Cindy non si scompose, rimase anzi tranquillamente sdraiata sul quel mitico ( lo sarebbe diventato nei decenni successivi) prato, ma disse, “Se lo dici, poi lo fai?”. “ A cosa ti riferisci?”. “ Al fatto del per sempre”, disse Cindy. “Tutto è per sempre da parte mia”, disse Lenore. Baby, per sempre è ora”.

Una volta ho lavorato in un’osteria per vedere com’è

Allora stavo con un uomo che aveva un’osteria. Ci lasciavamo spesso, litigavamo; ci lasciavamo, ci riprendevamo. Alla fine poi ci lasciammo davvero. Comunque una volta che eravamo lasciati perché lui si era messo con un’altra, gli dissi: almeno trovami un passatempo per la sera, mi sento sola. Allora lui disse ad una sua amica che aveva un’osteria di prendermi a darle una mano dalle nove della sera in poi. Durò solo una settimana, poi mi stufai e non ci andai più. Fu un’esperienza interessante. L’osteria per quella donna era “il suo posto”. Di comando. Di potere. Me lo sono sudato, ci sguazzo e ci guadagno tutti i soldi che riesco a guadagnarci, sembrava continuamente far capire con il suo modo di fare. Si chiamava Rita, era bassina di statura ma con un viso carino e un bel personale. Faceva la sua figura anche per il modo deciso, imperativo di parlare. Io non avevo mai lavorato in un locale ma ero molto curiosa di farlo. Me la cavai fin dalla prima sera. Bisognava apparecchiare e poi sparecchiare portando via tonnellate di gusci di arachidi e semi di zucca, montagne di piatti di salmone e burro con pane tostato, altre montagne di tagliatelle al ragù, oltre a bottiglie di birra e vino, bicchieri di tutti i tipi, per acqua, vino, liquori. Parte del tempo lo passavo accanto a Rita dietro il bancone dove lei mi istruiva sul da farsi e intanto si versava un po’ di vino per tirarsi su e portare avanti la serata. Comincia anche io a versarmene un goccio ogni tanto, magari mentre lavavo i bicchieri. Poi andavo avanti e indietro dalla cucina che era piccola e per niente di livello professionale. Tutto si faceva su una cucina economica normalissima e su un tavolo di formica. Poi c’era un tavolo più piccolo per l’affettatrice dei salumi. Per preparare le portate di salmone si sprecava un sacco di burro, anche per preparare i tagliolini al salmone, ma allora le osterie non erano ancora attrezzate come ristoranti e tutto era un po’ raffazzonato. Ma almeno nell’osteria di Rita di soldi se ne facevano, anzi ne faceva lei a palate. L’ultima sera stavo lavando dei bicchieri dietro il bancone. Uno che stava lì davanti e mi guardava disse: da come lavi i bicchieri si capisce che sei timida e insicura e che stai male per qualcosa. Io non risposi niente.

Disappointed by society young people are fleeing to the wilderness

Quello che mi piace di questo breve filmato è che si ripete e si ripete e non ti fa vedere dove arriva questo ragazzo e da dove scappa e perché. E’ questo il suo fascino, che lo guardi, lo guardi questo ragazzo che ripete all’infinito il suo correre fuggitivo e anche se sai che la storia non prosegue ma solo si ripete, perché questo deve essere stato il volere di chi ha creato il filmato, ti aspetti lo stesso che continui perché ti piacciono gli inizi e le fini e le storie lasciate a metà come questa non ti piacciono. Ma che vuoi vedere dunque la casetta nel bosco dove lui arriva dopo aver tanto corso? O la donna da cui scappa perché lo vuole imbrigliare, legare, magari sposare? O vuoi vedere che arriva al dirupo e ci si butta dentro? Finiscila tu la storia…ma la storia vera è questa. E’ tutta lì. E’ l’uomo che corre. La storia è questa.

Prendere cappello

Da giovane prendevo subito cappello. Quante fregature per questo, gente che mi piaceva che non mi cercava più, amori finiti perché dopo un po’ di questo modo di fare mi mollavano. A volte rimpiango questo modo di fare. Ero sincera, immediata, ma impulsiva, mi guidava la rabbia o il fastidio. Bastava una parola fuori posto, un tono ironico o peggio sarcastico che prendevo e me ne andavo.
Mi ricordo una di queste volte. Ero una ragazzina, 14,15 anni. Un viaggio di ragazzi e ragazze in pullman con un professore che li organizzava d’estate. Eravamo in Corsica, ad Ajaccio in un campeggio. Dormivamo in alcuni bungalows, la sera stavamo fuori sul prato in gruppi a chiacchierare. Io lì avevo un’amica del cuore, rimasta tale per alcuni anni, poi le nostre strade si sono spontaneamente divise. Qualcuno quella sera mi criticò, non ricordo a che proposito, non eravamo d’accordo su qualcosa. Mi alzai e me ne andai. “A culo ritto”, come si usa dire. Mi ricordo proprio che eravamo in circolo e io mi alzai e me ne andai dicendo vaffanculo. Mi avviai a passo svelto verso il mio bungalow dicendo dentro me stessa: fa che mi richiamino, fa che mi richiamino…Ma sentii la mia amica dire: quando fa così è meglio lasciarla stare. Non era vero! Sempre quando ho fatto così nella vita, sempre quando ho preso cappello ho desiderato che mi richiamassero, mi inseguissero, mi venissero a cercare di nuovo. Non è mai accaduto. Dovevo essere sempre io quella che cercava di riaggiustare le cose, recuperare il rapporto. Assumermi tutte le responsabilità. Poi ho capito che così si perdono le persone, le opportunità, tutti i rapporto utili e inutili. Ho capito che è meglio soprassedere, essere diplomatici, ingoiare anche i rospi.

Sui romanzi e racconti ispirati a persone reali

In una didascalia sotto il titolo di un romanzo che sto leggendo c’è scritta una frase di Stendhal che mi ha fatto riflettere per la sua veridicità: ” Non posso restituire la realtà dei fatti, posso solo presentarne l’ombra”. E’ proprio così, ho pensato; quando ho voluto scrivere romanzi e racconti ispirati a persone realmente esistite mi sono affannata ossessivamente a cercare ogni dettaglio della loro vita, azioni, parole, scelte. Perché le hanno fatte e dette e in quali circostanze. Dov’era quella data persona che stava diventando personaggio?; con chi era? Soffriva? Gioiva? E per cosa?
Volevo restituire la realtà dei fatti, anche se stavo scrivendo un romanzo e non una biografia. Ma ugualmente pensavo di aver bisogno di esperienze reali da cui partire, su cui appoggiarmi.
Invece bisogna andare oltre i fatti, restituire l’immagine che abbiamo di una data persona a cui ci ispiriamo. L’ombra che quei fatti hanno prodotto, il loro fantasma.

Nel sito de La poesia e lo Spirito gli altri due miei racconti che fanno parte del romanzo che sto scrivendo inspirato alla vita e alla poesia di Lenore Kandel: " Credimi quando ti dico che tu sei bellissimo" e " L' amore è una forza che scioglie la pelle così che i nostri corpi si congiungono in un’unica cellula ":
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/10/16/credimi-quando-ti-dico-che-tu-sei-bellissimo-lamore-e-una-forza-che-scioglie-la-pelle-22-racconti-di-dianella-bardelli/

Nel sito de La Poesia e lo Spirito potete trovare quattro racconti ( due oggi e due domani a partire dalle ore 12) che sono altrettanti capitoli di un romanzo che sto scrivendo ispirato alla vita e alla poesia della poetessa americana Lenore Kandel, di cui il 18 Ottobre ricorre il secondo anniversario della scomparsa:

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/10/15/bill-e-lenore-bill-se-ne-va-racconti-di-dianella-bardelli/