Un mio racconto:Tashi

All’uscita, sul marciapiede, alcune persone si attardavano a chiacchierare, ma Valeria non conosceva nessuno di loro e non aveva voglia di inserirsi nel gruppetto, come magari avrebbe fatto in Thailandia, quando dopo gli insegnamenti al tempio tutti gli occidentali presenti si radunavano e schiamazzavano fino al ristorantino dover avrebbero passato la serata.
Qui a Milano i rapporti erano più formali, se ne era accorta Valeria da quando aveva cominciato a viverci; non ci voleva niente alla gente a farti sentire esclusa, e lei, Valeria, quella sera non aveva nessuna voglia di sentirsi esclusa da qualcosa di cui tra l’altro non le importava nulla; così cominciò ad avviarsi verso casa. Avrebbe fatto la strada a piedi invece di prendere l’autobus. Ma quando, dopo un ciao a fior di labbra a cui nessuno del gruppo sul marciapiede aveva risposto, aveva già fatto alcuni passi, sentì una mano posarsi sulla sua spalla. A quel tocco si voltò e vide un ragazzo alto e magro a cui a colpo d’occhio Valeria non seppe dare l’età. Dai lineamenti poteva essere tibetano o indiano, indiano d’America intendo. Ciao, gli disse lei improvvisamente rianimata e diventata perfino allegra, e tutto questo nell’attimo stesso in cui l’aveva guardato dopo che si era voltata al tocco della sua mano sulla sua spalla. Ciao, rispose lui con il sorriso più largo e bello che Valeria avesse visto in vita sua. E allora?, disse lei, e allora rispose lui? E scoppiò in una risata. La prese sotto braccio e si avviarono lungo il marciapiede, un marciapiede qualunque di Milano diventato all’improvviso l’unico marciapiede del mondo. Ti porto al ristorante, disse lui, al ristorante cinese, e scoppiò di nuovo a ridere. Perché ridi?, chiese Valeria, perché i tibetani e i cinesi non è che si amino molto. E allora perché ci andiamo?, chiese lei, dovremo pur mangiare, disse lui. E ancora rise. Lei lo seguiva come se fosse un vecchio amico incontrato al momento giusto, nella situazione giusta, quando ti trovi con persone che non ti piacciono o nella folla, o nell’osteria, o come prima davanti ad un centro buddista dove cerchi disperatamente con gli occhi un viso amico, il viso di un vecchio amico, giusto per sentirti meno solo o se va proprio benissimo giusto per sentirti a casa. Se sentiva a casa camminando accanto a quel ragazzo. Così diverso da tutti gli altri che aveva incontrato negli ultimi tempi nelle osterie o al centro buddista; questo non solo per l’aspetto del viso così diverso per la forma e il colore della pelle, ma anche per una strana e affascinate luce che si irradiava dal colore e dalla forma del suo viso. Un tibetano!, le era capitato un tibetano come viso amico di quel giorno, di quell’ora, di quel momento della sua vita così penoso, doloroso e che sembrava non finire mai. I tibetani sono buoni, devono essere buoni, questo qui che mi porta sotto braccio al ristorante è buono per forza, perché fra tanta gente che c’era lì su quel marciapiede ha scelto di andarsene sotto braccio proprio con la più infelice, la più addolorata, quella che si sente più sola. Così pensava confusamente Valeria, mentre quel tibetano alto e sorridente la faceva volare verso chissà quale magico ristorante dove lei avrebbe ritrovato un po’ di gusto nella vita e forse sarebbe stata anche felice; felice, non sapeva neanche più cosa volesse dire questa parola, almeno nel suo significato ordinario, che diciamocela tutta non è neanche così male, voglio dire il significato ordinario della frase e della realtà “sono felice”; Valeria era già un bel po’ che associava a quella piccola frasetta solo insegnamenti dati dai suoi maestri spirituali o discorsi fatti con Charlotte. Ma il significato comune della frasetta “sono felice” lei non se lo ricordava neanche più. Però adesso a braccetto con quel tibetano tutta luce e sorrisi sì che cominciava a ricordarselo, se lo ricordava benissimo, era quella sensazione magnifica e magica che i maestri catalogano come illusione e che a Valeria però piaceva così tanto ma così tanto che non poteva proprio farne a meno. Soprattutto adesso che ci si era trovata in mezzo senza neanche cercarla quella sensazione magica dell’essere felice nel senso ordinario del termine.
Il ristorante dove entrarono era squallido, niente di attraente lo caratterizzava, né luci soffuse né cineserie di qualche tipo; era uno stanzone semi vuoto, a parte i tavoli, le sedie e alle pareti due mobili per piatti, posate, bottiglie d’acqua e vino. Una cameriera piccola, vestita di nero, a parte un collettino minuscolo e bianco che sbucava dal collo corto e sottile, venne a prendere l’ordinazione al tavolo d’angolo dove avevano preso posto Valeria e il suo nuovo amico tibetano. “Come ti chiami?”, gli chiese Valeria. “Tashi Tsering”, rispose il ragazzo consultando il menu, un foglietto di carta scritto a mano, diviso in due colonne, una scritta in italiano e una in cinese. “Lo capisci il cinese?”, chiese Valeria. “No”, rispose Tashi, sempre consultando con un interesse che a Valeria sembrava eccessivo il fogliettino con in nomi delle vivande. “Posso scegliere per tutti e due, così facciamo prima?”, aggiunse di nuovo allegro e sorridente. “Va bene”, disse Valeria, “ma in che senso facciamo prima?, hai fretta, devi andare in qualche posto?”. “No”, disse lui, allargando gli occhi e avvicinandosi al viso di Valeria, “No”, aggiunse, “ma ho fame”, e lo disse scandendo la parola fa – me. “Anch’io ho fame”, disse Valeria, “ma non devo fare prima, cos’è ‘sta storia del fare prima, cazzo!”, aggiunse. “Sei mica matta?”, chiese Tashi diventato del tutto serio, con un’espressione nuova su viso che risultò antipaticissima a Valeria. “Oppure sei mica una di quelle femministe spaccapalle? Dimmelo subito che è meglio”. “Non so neanche cosa sono le femministe”, disse Valeria, “dove vivo io non ce ne sono”. “Perché dove vivi?”, chiese il ragazzo tibetano. “In Thailandia”, rispose Valeria. “Allora sei una vera buddista! Un po’ troppo precisina magari e che fa un sacco di domande, perché non ti rilassi, che ci godiamo la cena?”. “Sai com’è”, disse Valeria, “chissà cosa mi aspettavo da questo nostro incontro, magari qualcosa di veramente speciale, magari mi sono detta i tibetani sono un po’ meglio degli occidentali, magari ne esce anche un rapporto, pensa un po’, vero, umano, tenero. E invece siamo già qui a discutere, a non capirci”. “Che vuoi fare, andartene?”, disse lui guardandola fissa negli occhi. Valeria ne rimase abbagliata, aveva occhi talmente profondi, vellutati, belli, che rimase, sperando in cuor suo che almeno non finisse come con Andrea. Almeno questo, pensò, che non finisca come con Andrea, che finisca pure ma non in quel modo maledetto.
Quando uscirono dal ristorante cinese si mise a piovere e lui disse “ho la macchina qui vicino”. Era una vecchia cinquecento color azzurro chiaro, lucida e pulitissima, e quando la vide Valeria pensò che quel lucido con la pioggia sarebbe andato via e la macchina sarebbe diventata opaca; dentro sembrava un salottino anni ’50; i sedili erano ricoperti di un tessuto tigrato morbido e al tatto decisamente sintetico; tutto il resto era ricoperto da una specie di moquette color viola scuro; sembrava una piccola caverna calda e accogliente dove si potevano anche passare interi pomeriggi a sentirsi al sicuro dal mondo di fuori. Strano questo posto, pensò Valeria, non disse strana questa automobile, disse strano questo posto, perché quello era un posto, era il posto di Tashi Tsering, gli assomigliava talmente tanto, era quasi lui, almeno agli occhi già innamorati di Valeria. Dalla piccola caverna dove si erano rifugiati si sentiva l’acqua scorrere all’esterno su tutti i lati e i finestrini della cinquecento. Era uno scroscio continuo e forte ma per niente fastidioso, che faceva risplendere gli occhi dei due ragazzi e li faceva sentire vivi, eccitati, liquidi come in una foresta tropicale; se avessero voluto parlare le parole sarebbero scivolate tra loro fluenti e semplici come quella pioggia battente, lo sapevano, ne erano sicuri ed è per questo che non ne pronunciavano nessuna di quelle parole, come se le avessero già dette, come se stessero zitti a guardarsi negli occhi dopo aver pronunciato milioni di parole e fiumi di frasi. Si abbracciarono come in un saluto infinito dopo secoli di solitudine, come fratelli separati alla nascita che si ritrovano senza averlo neanche sperato, come discepoli di un maestro che è morto da poco e li ha lasciati soli. Durò a lungo quel loro primo indimenticabile abbraccio ma quando Valeria tornò a guardare davanti a sé la pioggia che ancora cadeva sulla cinquecento, si sentì di nuovo sola.
Lui la portò nel suo appartamento; era spoglio, anonimo ma pulito; si sarebbe detto che Tashi tenesse di più alla sua cinquecento che la sua casa; appena entrati si abbracciarono di nuovo e dopo andarono nella camera da letto. L’amore avvenne senza parole e fu lungo e dolce, affettuoso e intenso, caldo. Rimasero a letto tutto il pomeriggio e verso sera Tashi preparò una semplice cena a base di spaghetti, formaggio e insalata.
A tavola Valeria , così tanto per intavolare una conversazione, disse : “ Sai io credo nella rinascita, nella reincarnazione, in tutte quelle cose lì”. “Ah sì?”, disse lui, “e come mai?” Perché in effetti o si è completamente materialisti oppure se si crede allo spirito”, disse Valeria, “lo spirito è eterno”, aggiunse, “non è materiale. Io non riesco ad essere completamente materialista, non riesco a pensare che la nostra vita sia come quella di una foglia che quando appassisce si disfa, si trasforma in qualcosa d’altro ma di materiale; io penso che dentro di noi ci sia qualcosa di spirituale, che quando moriamo torna nell’universo e poi viene attratto da un altro corpo. Tu cosa ne pensi?” Tashi rimase come stupito e confuso dalla domanda. “Non mi dire che non ne pensi niente”, disse già con tono deluso Valeria. “Ma veramente”, disse lui , “non ci ho mai veramente pensato”. “Ma come sarebbe a dire, un tibetano che non ha mai pensato alla rinascita?”. “No, non ci ho mai pensato, perché ti sembra così strano?, ti fai un viaggio sbagliato su noi tibetani, siamo proprio come voi, materialisti, egoisti, menefreghisti, ecc”. “ E allora che ci facevi al Centro buddista”, chiese Valeria, turbata e delusa. “ Cercavo te”, disse lui sorridendo. Valeria riconobbe il sorriso che tanto l’aveva già affascinata, ma la delusione rimaneva forte e dentro di lei sentì che la storia difficilmente ora sarebbe potuta andare avanti; guardava Taschi, lo trovava affascinante, anzi bellissimo, ma se non c’erano affinità spirituali per cosa si sarebbero dovuti frequentare? Il fascino per l’esotico sarebbe finito presto da parte di entrambi. “ Ma anche se non ci hai mai veramente pensato, potresti pensarci ora, e dirmi cosa ne pensi di quello che ti ho detto”, insistette Valeria. “ Non so che dirti”, disse Tashi imbarazzato, “ Non ho niente da dire su questo argomento, te l’ho detto non ci ho mai pensato”. E la guardò con il suo solito sorriso. Valeria ricambiò lo sguardo, ma i suoi occhi si erano come spenti e li sentiva rigidi e troppo spalancati, come fissi. Sentiva rigida anche la gola e non aveva più voglia di parlare, ma neanche di andarsene. Sparecchiarono la tavola e poi Tashi accese il televisore; tutta la sera guardarono vari programmi, di musica, di politica, di sport. Verso l’una Tashi riaccompagnò Valeria a casa.
Cominciarono a frequentarsi.
Lui lavorava in un negozio di prodotti orientali: vestiti indiani e tibetani; gioielli di poco valore; magliette; pantaloni di cotone e tessuti a mano; talismani; rosari di preghiere. La casa la divideva con un amico italiano, un giramondo che non c’era quasi mai. Però l’affitto lo pagavano in due e così Tashi viveva benino, anche perché non aveva molte esigenze. Non aspirava a possedere oggetti costosi, non frequentava discoteche o pub, andava qualche volta al ristorante, ma sempre in locali molto economici, come quello in cui aveva portato Valeria appena si erano conosciuti. Era iscritto all’Università, alla facoltà di Lettere Moderne che riusciva a pagarsi con una borsa di studio e studiava assiduamente l’inglese. Frequentava il Centro del Buddismo Tibetano perché aveva un’aria familiare, e ci si sentiva un po’ a casa sua; la sua “casa” originaria, quella vera, non l’ aveva mai vista di persona essendo nato in India poco dopo l’occupazione del Tibet da parte della Cina. Al Centro c’erano monaci e laici tibetani che vivevano a Milano e con cui poteva parlare la sua lingua, che non aveva mai smesso di leggere e parlare da quando era venuto da piccolo in Italia con i suoi genitori. Ora loro si erano trasferiti in India, a casa di una sua sorella; preferivano vivere in quella piccola cittadina abitata da tanti profughi tibetani piuttosto che in un paese così totalmente straniero come l’Italia. Così adesso non aveva nessun parente con cui passare il tempo libero e le festività della tradizione tibetana. Aveva vent’anni Tashi, ed era bello, con i capelli lunghi e lisci come quelli di un indiano americano e l’orecchino pendente d’argento; aveva avuto già molte relazioni con ragazze italiane che però, finito il primo momento di fascinazione per l’esotico, lo piantavano senza tanti complimenti, oppure la storia finiva da sola perché comunque Tashi non aveva intenzione di sposarsi. Non che avesse delle riserve a sposare una ragazza italiana, ma non voleva nessun legame troppo stretto. Un giorno avrebbe potuto anche andarsene dall’Italia, andare a vivere a New York, oppure tornate dai suoi e accasarsi con una giovane ragazza tibetana, come sicuramente sperava sua madre. Non aveva nessuna idea precisa rispetto al suo futuro, ci pensava a volte, ma era soprattutto un gioco di sogni ad occhi aperti. Gli piaceva giocare mentalmente con l’una o l’altra possibilità. O buttarsi nel più occidentale dei mondi, oppure rientrare nell’alveo della tradizione.
Valeria voleva sempre parlare con Tashi di buddismo e pretendeva che lui rispondesse a tutti i suoi dubbi e travisamenti riguardo alla filosofia e alla pratica buddista. Ma lui si annoiava a quei discorsi. “ Sarebbe come se io ti interrogassi continuamente sul cristianesimo. Noi tibetani abbiamo le nostre credenze, cerimonie e tradizioni religiose ma non ne siamo ossessionati come voi occidentali. Siete talmente ridicoli, sei talmente ridicola a pensare che io possa rispondere ai tuoi dubbi in fatto di pratica e teoria buddista. Devi andare da un qualche maestro; io non ne so niente di cose religiose, le accetto e basta, fanno parte della mia vita, del mio patrimonio e non ci rinuncerei per nulla al mondo. Ma ho altri interessi, noi tibetani siamo proprio come voi cristiani, abbiamo la nostra religione ma non stiamo a pensarci tutto il giorno. Facciamo la nostra vita, abbiamo i vostri stessi interessi. Io ad esempio, adoro la letteratura americana, se vuoi possiamo discutere di quella. Lì sì che ho un sacco di cose da dire”. Allora che ci sto a fare con un tibetano, pensava Valeria, se con lui mi devo mettere a parlare di Hemingway o Faulkner come con un qualsiasi altro studentello italiano. Non ha senso, si ripeteva continuamente. “ Io pensavo che con te avrei avuto delle belle discussioni sul buddismo”, gli diceva, “ i maestri sono così distanti e si porta loro un così gran rispetto che non mi riesce con loro di parlare un linguaggio diretto. Ma con te sì che potrei”. “ Solo che io non sono interessato all’argomento. E con questo basta”, gli rispondeva Tashi, “ facciamola finita con questi discorsi, mi stufano. Non sei la prima a prendermi per una specie di guru solo perché sono tibetano. Ti prendo mica io per una specie di santa solo perché sei nata cristiana? Possibile che anche il tuo cervello sia così pieno di luoghi comuni su di noi orientali? Tutti gli orientali ai vostri occhi di occidentali devono essere per forza il colmo, il massimo della spiritualità. Te lo dico chiaro e tondo, a me la spiritualità non interessa. Capito?”. “ Ma allora tu non mediti neppure?”, gli chiese una sera Valeria. “ No, ma una qualche volta prego e partecipo ai riti tradizionali”, gli aveva risposto Tashi.
Una sera avevano appena cenato e la tavola era ancora apparecchiata. Lui le chiese: “ Ma non senti il bisogno di trovarti un lavoro, un’occupazione?”. “no”, rispose lei, “ perché dovrei?, ho la mia rendita”. “ Ma non hai ambizioni?”. “ No”, rispose Valeria più stupita che infastidita dalla domanda. “ Si lavora per i soldi, no?”, aveva aggiunto, “ e io di soldi ne ho abbastanza per vivere. Anzi, se vuoi, puoi pure smettere di andare a lavorare al negozio orientale, i soldi che mi arrivano ogni mese possono bastare per tutti e due, e così potresti studiare di più e più tranquillamente, non ti pare?”. Tashi l’aveva ascoltata fissandola con le ciglia aggrottate. Era bellissimo in quel momento, con quella luce orgogliosa negli occhi e i capelli lunghi, neri e lisci che splendevano sotto la luce del piccolo paralume di carta che dal soffitto pendeva sulla tavola della cucina. Valeria lo stava ammirando e ancora una volta si domandava da dove gli venisse tutta quella orgogliosa bellezza. “Non ci penso neanche”, le disse scuotendo la testa e con una smorfia di diniego sulle labbra. “ Non ci facciamo mantenere da nessuno noi tibetani. Lavoro e studio e non starò qui a casa ad aspettare i tuoi soldi per comprarmi un libro o le sigarette. E non mangerò il tuo cibo e non andrò ad una mostra o al cinema aspettando che tu prenda i soldi dal tuo portafoglio”. “ Scusami”, disse Valeria, “ non volevo certo umiliarti. Io me ne frego dei soldi e me ne frego da dove vengono. La gente lavora per i soldi, se i soldi ci sono già perché lavorare?”. “ Non ti capisco”, disse Tashi, “che cazzo te ne fai del buddismo se non sai cosa significhi la dignità e l’indipendenza mentale? Vai a lavorare e guadagnati il pane e devolvi la tua rendita per la causa tibetana. Ci sono tanti profughi in India e in Nepal, anche in altre parti del mondo. Sei giovane, lavora! E dai la tua rendita ai tibetani poveri, visto che li ammiri tanto”. “ Che c’entra…., questo non c’entra”, balbettò Valeria. Ma era imbarazzata. Il suo egoismo, l’eccessiva considerazione che aveva per se stessa non le permetteva assolutamente di agire come le stava suggerendo Tashi. Sì, forse sarebbe anche stato giusto, ma lei quel passo non l’avrebbe compiuto. “ Non sono pronta per una scelta del genere, una scelta così radicale. Nessuno dovrebbe fare azioni per cui non si sente pronto. Se non sbaglio lo dicono anche i maestri”, disse senza guardarlo in faccia. “ Ah sì?, lo dicono anche i maestri?”, e se lo dicono i maestri e ti fa comodo tu obbedisci eh?”, disse con tono sarcastico Tashi. Si accese una sigaretta e buttò in faccia a Valeria il fumo dopo averlo aspirato. Poi rise, allungò il braccio verso di lei e le accarezzò i capelli. “ Altro che buddista”, le disse, “tu sei una bella bimba bionda e viziata. Ma mi piaci e quindi ti prendo come sei”. Si alzò, le si avvicinò e tenendole la testa tra le dita piene di anelli d’argento, la baciò sulla bocca.

Fare l’amore mi fa venire fame, disse

Fare l’amore mi fa venire fame, disse dopo essere uscita dalla nostra camera da letto. La casa non era bella, era una casa da studenti, anche se ormai lavoravamo tutti. Lì avevamo vissuto insieme per tutta l’università, e così noi quattro eravamo rimasti in quell’appartamento anche dopo gli studi. Due coppie, neanche tanto affiatate tra loro, ma era troppo comodo economicamente per separarsi e trovare ognuno il proprio appartamento. Una mattina avevo incontrato Franca, una mia ex compagna di studi, c’eravamo abbracciate e poi lei mi aveva chiesto: mi presti la tua camera un pomeriggio? Abito ancora con i miei e lui è sposato. Non sappiamo mai dove andare a fare l’amore. Le avevo detto subito di sì, pur sapendo che Claudio, il mio compagno, poteva anche non essere d’accordo. Stavamo insieme da tanto, e a trent’anni forse ci saremmo dovuti sposare, mettere su una casa normale, smettere di vivere come studenti. Anche Marina e Giulio, l’altra coppia che viveva con noi, avevano la nostra stessa età. Lei faceva l’insegnante precaria, lui lavorava con me in una casa editrice, mentre Claudio era impiegato in comune.
Così la mia amica Franca uscita dalla nostra camera da letto insieme ad un uomo alto e bello disse: dopo fatto l’amore mi viene sempre fame. Lo disse a tutti e quattro noi di casa riuniti in quella domenica pomeriggio nel nostro soggiorno su cui si affacciavano le nostre rispettive camere. Avevamo un solo bagno e la mia amica e il suo bello vi si diressero dopo che lei mi aveva chiesto sotto voce dove fosse. Claudio, Marina e Giulio continuarono a leggere i loro libri, neanche alzarono gli occhi verso i due usciti dalla mia camera da letto. Non era una situazione imbarazzante, nessuno di noi la viveva in quel modo, però non volevamo neanche dare troppo peso alla cosa, cioè al fatto di prestare una nostra camera da letto a due per fare l’amore. Nessuno di noi proferì nè in quel momento né in seguito: però che gente strana, potevano anche andare in un albergo. Invece non abbiamo detto né pensato niente di offensivo o moralistico verso la mia amica e il suo uomo sposato. Quando sono tornati dal bagno ho preparato per tutti thé e biscotti. Lei, la mia amica, ha ripetuto: quando faccio l’amore mi viene sempre fame. Dopo aver consumato la merenda se ne andarono. Più tardi lei mi telefonò, lui guida gli autobus, mi disse, come se questo fosse in qualche modo rilevante, ma non capii per cosa.

Raccontino sulla magia

Una volta uno mi mollò dicendomi: è finita la magia. Per anni ho pensato che era stato un vero stronzo. Prima mi corteggi come piace a me, complimenti, regalini, estasi di fronte alla mia blusa di velluto bordeaux col cappuccio e la guarnizione nera e poi dopo sei mesi ti presenti e mi dici la magia è finita. Invece aveva ragione. E’ così che succede, non solo nell’amore, ma nelle cose di cui vai pazzo e poi all’improvviso ti stufano. Tutto anche a me cambia all’improvviso. Cioè si accumulano tanti piccoli fastidi, difetti, a cui prima non davi peso e poi ecco, all’improvviso quella persona, quello scrittore, quel quadro all’improvviso non ti piacciono più. E’ finita la magia.

 

 

La mia newsletter letteraria di Dicembre 2017

Buongiorno, ecco la mia newsletter letteraria di Dicembre.
Siccome ho una passione viscerale e assoluta per Jack Kerouac qui alcune cose che ho scritto su di lui nel corso del tempo.

https://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/?s=kerouac&submit=Cerca

Poi una poesia intitolata: Prima della rivoluzione si ballava l’hully gully

https://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/2017/11/23/prima-della-rivoluzione/

 

e una racconto cortissimo intitolato La redazione
http://lascrittura.altervista.org/la-redazione/

Buona lettura

Dianella Bardelli
https://it.linkedin.com/in/dianella-bardelli-58471b45
http://lascrittura.altervista.org/
https://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/
http://solohaiku.altervista.org/

La redazione

Inseguivo un amore, per questo ero andata a Roma. Era un inseguimento disperato. Lo sapevo. Ma l’inseguivo lo stesso. Per la testardaggine di me allora. Non ascoltavo mai il cuore ma solo il mio orgoglio ferito. Non volevo che tutto finisse così. Avrei fatto qualunque cosa perché la storia tra noi continuasse. Quindi chiesi un’aspettativa dal lavoro e andai a Roma. A lavorare presso quel giornale rivoluzionario. Domandai di andarci e mi presero.
La redazione era un luogo lugubre e inospitale. Buio, triste. Si lavorava lì. C’erano i capi, principi inavvicinabili, non osavo rivolgere loro la parola. Si andava in un bar vicino nella pausa pranzo, che ancora non si chiamava così. Loro in gruppo a parlare di grandi cose, io in un angolo a mangiare schifosi panini con la maionese che oggi non sfiorerei neanche con un dito. Si andava lì verso l’una. E loro, i panini, erano lì dalle sette del mattino, magari. Erano tempi oscuri e strani. Nessuna confidenza, nessuna intimità. Questo nelle grandi città. Nelle piccole, come quella da dove venivo io, era diverso. Il parlare, il raccontarsi, il confidarsi, facevano parte del luogo stesso dove la gente si radunava, cioè la piazza. Ma qualcosa stava cambiando anche lì, nelle città di provincia. Ovunque si stava realizzando la fine del sogno, dell’utopia. Avrebbe fatto macerie di se stessa. Stavano per arrivare i micidiali anni ’80.
Ma qualche anno prima io ero lì nella grande metropoli con l’unico scopo di recuperare, salvare un amore. Per farlo lavoravo in quella redazione. C’era sempre gente scura in volto. Si sbaglia a pensare agli anni ’70 come un tempo dell’allegria e dei grandi sorrisi. Si era molto seri, pesanti, aspettavamo una catastrofe e la chiamavamo utopia.

La cappella di Rothko

Cappella nera non c’è compiacimento non c’è vista udito odorato, non c’è bellezza consolazione buoni sentimenti c’è un’immagine nera o vuota che è la stessa cosa, nera o vuota nera e vuota. Trinità come una divinità davvero una divinità reale una divinità di natale da amare proprio ora proprio ora. Trinità finalmente rimasta sola invisibile come è sempre quando non è natale. Una panca per il viandante solo, sconsolato, disperato ma che ancora cerca spera anela vuole. Di fronte quello che vede sempre niente di ammirevole consolante niente di visibile reale immaginato. Niente sembianza che nasconda solo questo nero blu luminoso da guardare per vedere per vedersi non sono porte non danno accesso non portano da qualche parte non celano il divino non sono il tabernacolo ma sono tre. il pavimento rosa è una nuvola su cui galleggiamo tutti pericolosamente ma anche tranquillamente un’ombra sola il resto è luce

La mia newsletter letteraria di Luglio: un racconto; la recensione di Godbody di Sturgeon; alcune pagine del mio romanzo sulla poetessa hippy Lenore Kandel

Un mio racconto:

Una volta ho lavorato in un’osteria per vedere com’è

Allora stavo con un uomo che aveva un’osteria. Ci lasciavamo spesso, litigavamo; ci lasciavamo, ci riprendevamo. Alla fine poi ci lasciammo davvero. Comunque una volta che eravamo lasciati perché lui si era messo con un’altra, gli dissi: almeno trovami un passatempo per la sera, mi sento sola. Allora lui disse ad una sua amica che aveva un’osteria di prendermi a darle una mano dalle nove della sera in poi. Durò solo una settimana, poi mi stufai e non ci andai più. Fu un’esperienza interessante. L’osteria per quella donna era “il suo posto”. Di comando. Di potere. Me lo sono sudato, ci sguazzo e ci guadagno tutti i soldi che riesco a guadagnarci, sembrava continuamente far capire con il suo modo di fare. Si chiamava Rita, era bassina di statura ma con un viso carino e un bel personale. Faceva la sua figura anche per il modo deciso, imperativo di parlare. Io non avevo mai lavorato in un locale ma ero molto curiosa di farlo. Me la cavai fin dalla prima sera. Bisognava apparecchiare e poi sparecchiare portando via tonnellate di gusci di arachidi e semi di zucca, montagne di piatti di salmone e burro con pane tostato, altre montagne di tagliatelle al ragù, oltre a bottiglie di birra e vino, bicchieri di tutti i tipi, per acqua, vino, liquori. Parte del tempo lo passavo accanto a Rita dietro il bancone dove lei mi istruiva sul da farsi e intanto si versava un po’ di vino per tirarsi su e portare avanti la serata. Comincia anche io a versarmene un goccio ogni tanto, magari mentre lavavo i bicchieri. Poi andavo avanti e indietro dalla cucina che era piccola e per niente di livello professionale. Tutto si faceva su una cucina economica normalissima e su un tavolo di formica. Poi c’era un tavolo più piccolo per l’affettatrice dei salumi. Per preparare le portate di salmone si sprecava un sacco di burro, anche per preparare i tagliolini al salmone, ma allora le osterie non erano ancora attrezzate come ristoranti e tutto era un po’ raffazzonato. Ma almeno nell’osteria di Rita di soldi se ne facevano, anzi ne faceva lei a palate. L’ultima sera stavo lavando dei bicchieri dietro il bancone. Uno che stava lì davanti e mi guardava disse: da come lavi i bicchieri si capisce che sei timida e insicura e che stai male per qualcosa. Io non risposi niente.

“Godbody” di Theodore Sturgeon, e il suo Dio hippy

In un piccolo villaggio americano una coppia di “haters”, in un’epoca imprecisata che sembra quella degli anni ’60, tiene in pugno il paese confezionando notizie false su chiunque non sia già sotto il suo controllo e di quello della parte più retrograda e sessuofobica della popolazione. Questo romanzo, pubblicato in America nel 1986 ad un anno dalla morte di Theodore Sturgeon e ora tradotto da poco in italiano per le edizioni Atlantide, contiene un’incredibile anticipazione dei nostri tempi alle prese con gli haters dei social network e i professionisti di fake news. Ma Sturgeon non è nuovo a simili capacità di di profetizzare il futuro dell’umanità. Considerato uno dei più grandi scrittori di fantascienza, in realtà in vari casi le sue storie se ne distaccano. Personalmente non lo leggo come scrittore di questo genere letterario, ma come uno scrittore di storie strane che mi fanno riflettere. Cominciò a scrivere negli anni ’60 prima pubblicando racconti per delle riviste, poi si dedicò alla scrittura di romanzi; i più famosi sono “Cristalli sognanti”, “Più che umano”, “I figli della medusa”. Negli ultimi mesi mi sto dedicando alla lettura delle opere di qusto scrittore. Al momento oltre a Godbody ho trovato straordinario “Più che umano“, in cui Sturgeon racconta la storia di un gruppo di bambini e ragazzi emarginati da tutti che armati di una grande empatia reciproca riescono ad ottenere poteri “più che umani”, ad esempio comunicano tra loro in maniera telepatica. Godbody si propone sulla scia di tematiche simili. Ma chi è Godbody?, ci si chiede spesso in questo romanzo. Lui compare nel piccolo villaggio una bella mattina di primavera. Si mostra per primo al giovane pastore della chiesa locale seduto su un muretto. Godbody è come il pane, nudo, fresco, bello. Capelli rosso rame, zigomi alti e piatti, un corpo forte, possente, occhi ricchi di sfumature tra il marrone e il color cannella. La descrizione del suo fisico e della sua postura nelle prime righe del romanzo ha un che di leggiadro e al tempo stesso misterioso. E subito abbiamo l’impressione anche noi lettori come il pastore di trovarci di fronte ad una entità soprannaturale. Vogliamo che sia così, ci speriamo davvero molto. Dan, il pastore, ci avverte subito che non si sa se la storia di Godbody che si appresta a raccontare è realmente accaduta così come lui ce la propone, potrebbe anche aver aggiunto qualcosa, ” ma in questo caso il ricordo è perfetto”. A questo proposito mi viene da pensare che questa frase Sturgeon non l’abbia buttata lì senza una qualche intenzione. Chi può davvero dire come siano andate le cose in un momento che è già passato? Quello che ognuno di noi ha vissuto potrebbe anche essere narrato come una favola insieme a tutte le altre che la gente nel mondo si racconta l’un l’altro continuamente.
Godbody appare nel villaggio quando la coppia di haters sta per compiere l’ennesima e distruttiva falsa notizia. Lo scopo è screditare Liza, la moglie del pastore, colpevole solo di essere troppo bella. Il marito è l’esempio della bontà, disponibilità e attenzione al prossimo, e questo agli occhi della coppia di haters è già una colpa, lei d’altro canto è troppo bella. Come a dire che bontà e bellezza sono un binomio che può scardinare il fondamento sui cui si regge questa microsocietà, cioè il controllo. Il controllo è l’ossessione dei due odiatori, qualunque crudeltà è giustificata per non perderlo. E’ un caso che una dei due sia la redattrice del periodico cittadino e l’altro un banchiere?

Alcune pagine del mio romanzo inedito “Urlando delizia sul’intero universo” dedicato alla vita e alla poesia di Lenore Kandel; in queste pagine Lenore è protagonista degli avvenimenti più importanti della summer of love di San Francisco
L’human be -in di Lenore del  15 Gennaio 196
 Quel canto che veniva dal basso, quel canto in tuo onore, in onore della tua non giovane età rispetto ai diciottenni che ti ammiravano, quel canto d’augurio così americano “happy birthday to you, happy birthday to you…” che anche noi alla nostra italica maniera cantiamo ai nostri compleanni allegri o tristi banali sempre comunque; quel canto…risuonò in te profetico, perché quel giorno tu incarnavi la loro acuta giovinezza che non vuole durare ma esplodere accendersi, infiammarsi, vibrare di vita e successi e bellezza e amori, ma non chiede di durare, non pensa la propria durata. Proprio perché così bello quel giorno non solo non poteva ripetersi, ma sarebbe diventato qualcosa di diverso, di peggio, di commerciale, qualcosa che si vende.Leggesti sul palco due tue poesie, e intorno si fece silenzio. Bill da sotto il palco, vicino ai tuoi piedi, ti guardava fisso, mentre i suoi amici Angeli si complimentavano con lui, come fosse già qualcosa essere l’uomo di una donna che tutti amavano tanto da fare silenzio mentre leggeva due sue poesie, che erano dedicate a te, e di questo, sì potevi anche vantarti. Leggevi contenta parlando d’amore e di angeli a cui qualcuno aveva legato le ali perché non potessero più volare, e tutti erano l’amore e erano l’angelo e si commossero anche se ci fu chi preferì la poesia sugli angeli legati a quella che parlava d’ amore. Ma tu leggevi e ti vedo sai che leggi sì ma guardi anche lontano.E dopo, quando sei scesa dal palco sei andata da Bill e gli hai parlato.
“Tu pensi che tutto questo sia l’inizio di qualcosa?”
“Sì, certo”, disse Bill, “è il primo raduno di queste proporzioni, sta nascendo qualcosa di memorabile”.
“Non credo”, disse Lenore. “Sai”, aggiunse, “ho il presentimento che tutto è appena cominciato e nello stesso tempo è anche già finito”.
“Uno dei tuoi cattivi pensieri?”, disse Bill
“Forse”, disse Lenore, “ma purtroppo si avverano sempre”.
“Sei solo preoccupata per il processo”.
“Sì, anche, ma sono più preoccupata di che fine farà tutto questo. Finirà presto, ne sono sicura, ma che ci sarà dopo?”
“Eri felice su quel palco”, dice Bill, cingendo delicatamente con il suo braccio forte, consolante e protettivo le spalle di Lenore.
“Sì, è stato bello, è stato bellissimo, ma è già passato…E adesso…E adesso tutti i desideri di tutta questa folla…proprio perché sono tanti e diversi…sono confluiti tutti in questo prato. Ma provvisoriamente. Nulla si ferma. Proprio perché è stato bello…Comunque sia tutta questa gente, tutti noi adesso torneremo nelle nostre case e per giorni e giorni parleremo di questo raduno, ne scriveremo, faremo cene e riunioni per parlarne. Ma in fondo è stata solo una tregua dai problemi quotidiani. Dalle difficoltà quotidiane. Il free food quanto potrà ancora durare? Andremo avanti tutta la vita a dare da mangiare gratis a quelli che passeranno tutti i giorni dal Golden Gate Park?Dobbiamo pensare a qualcosa di nuovo, ad un nuovo piano”.
“Cosa vuoi dire?”, chiese Bill
“Possibile che anche tu non abbia come me questa sensazione di fine, di morte di qualcosa e di rinascita di qualcos’altro?”
“Non so di cosa parli”, disse Bill,”non potremmo goderci questa giornata e basta?“. Questa giornata è già finita”, disse Lenore
“Non è già finita, c’è ancora un sacco di gente in giro, ci sono i nostri amici Angeli, andiamo a parlare con loro”.
“Vai tu, io devo salutare un a persona che ho visto dal palco”
“Va bene, piccola ci vediamo dopo a casa allora”.
Dopo questa strana chiacchierata con Bill Lenore tornò sul palco. Si era quasi del tutto svuotato, c’erano solo alcuni ragazzi che stavano smontando le casse acustiche dell’impianto di amplificazione. ”Ehi, Lenore”, disse uno di loro con un buffo colbacco nero in testa, “che giornata!” E l’abbracciò. “Ed è magnifico che oggi sia anche il tuo compleanno”. Lei gli sorrise con il suo sorriso luminoso e bambino che incantava tutti e li avrebbe incantati per il resto della sua vita. Perché Lenore non ha mai abbandonato il suo sorriso anche dopo, anche quando arriverà la vecchiaia e la sofferenza fisica. Ma di questo si saprà dopo.” E’ stato bello, sì”, disse. Il ragazzo riprese il suo lavoro e Lenore guardò verso il centro del prato. E lì che prima, mentre aspettava che arrivasse il suo turno per leggere le sue poesie aveva notato qualcosa, qualcuno. Un donna, forse una ragazza giovane, non riusciva a vedere bene quale età potesse avere; era l’unica in quella parte del prato ad avere una bandiera; era fissata su una lunga canna di bambù piegata leggermente di lato per via che era troppo leggera e troppo lunga; la bandiera consisteva in un pezzo di stoffa chiara su cui era scritto e disegnato qualcosa. Era una stoffa leggera quasi trasparente, forse un pezzo di stoffa indiana come ne usavano a quel tempo tra gli hippies; non c’erano molte bandiere a quell’ human be in, c’erano tamburi, c’era gente vestita in tutti i più vari modi, ma bandiere poche. Per questo spiccava quel pezzo di stoffa in mezzo alle teste delle persone sedute. Quella donna era l’unica in piedi in quella parte di prato. Lenore scese dal palco e si diresse verso di lei tenendo d’occhio la bandiera come riferimento in quella folla di gente. La raggiunse e la salutò. “Ciao”, rispose la donna. “Mi piacerebbe vedere la tua bandiera”, disse Lenore. “Perché?” chiese l’altra. Era una ragazza molto giovane, forse non aveva neanche vent’anni. “Mi è sembrata carina, vista da lontano”. “Oh…, non è niente di speciale, ho preso un pezzo di stoffa indiana trasparente e poi c’ho disegnato e scritto sopra”. “Me la fai vedere?, aprila che vorrei vederla”, disse Lenore. “Me la vuoi copiare?”. “Ma no, voglio solo vederla”. “Voi poeti…”. “Cosa voi poeti?”, chiese Lenore. “Siete sempre alla ricerca di qualcosa”. “Perché tu no?, io sì. Insomma apri quella bandiera?, la tieni lì tutta arrotolata…”. “Ma prima era aperta ora stiamo per andarcene”, disse la ragazza. “Come ti chiami”, chiese Lenore. “Cindy. Sei brava con le poesie”, aggiunse. “Grazie”, disse Lenore. “Anche se per essere una hippy non sei tanto giovane, ho saputo che hai 35 anni”. “E tu ne hai tanti di meno, vero, si vede. Insomma questa bandiera?”. “Eccola”. “Che bella”, disse Lenore, “l’hai fatto tu il Buddha verde?”. “Sì, e chi sennò?”. “Poteva anche essere stato qualcun altro”, disse Lenore ammirando il velo col Buddha verde. “E’ bella anche la stoffa”, disse Cindy, “per questo mi è venuto bene il Buddha”. “Anche la scritta “from me to you” è bella”, disse Lenore. Lenore lasciò cadere la bandiera come se all’improvviso avesse perso per lei ogni interesse. Guardò in viso Cindy con il suo morbido bizzarro sorriso, come a interrogarlo ma senza violenza senza insistenza. Semplicemente il sorriso enigmatico e strano di Lenore stava chiedendo al viso di Cindy chi sei? E dalla vita che vuoi? “Sai”, disse, prendendo in mano di nuovo un lembo della bandiera, “sono di quelli che pensano che nella vita dobbiamo assumerci la responsabilità di noi stessi senza delegarla a qualcun altro, anche fosse il Buddha in persona. Questo nostro raduno ti è piaciuto?”. “Sì”, rispose Cindy, “è stato divertente”. “Più che divertente, alcune persone con cui ho parlato là sul palco credono che sia l’inizio di grandi cose. Forse no, è la mia idea; sai io mi domando: questo raduno a cosa ci porterà ? Abbiamo la forza di portare avanti una cosa colossale come questa? Io ho paura di no. Quindi dovremo cominciare a pensare a qualcosa di nuovo, di diverso, forse di più piccolo rispetto a quello che abbiamo fatto oggi”. “Non sono convinta di quello che stai dicendo”, disse Cindy; “secondo me … sì insomma io credo che qui abbiamo vissuto e realizzato una grande Illuminazione collettiva, capisci? Quello che è accaduto oggi non è mica solo un raduno di giovani spensierati e felici, capisci, è stato un grande evento d’ Amore e quindi porterà a qualcosa di bellissimo. Siamo tutti diventati dei Buddha!”. E cominciò a danzare intorno all’asta con la bandiera. “Siamo tutti Buddha! Siamo tutti Buddha”, cantava come se recitasse una filastrocca per bambini. “Siamo tutti Buddha!”, cantava girando intorno alla sua bandiera. Poi staccò la bandiera dall’asta di bambù e tenendola in mano continuò la sua danza improvvisata. Qualcuno si avvicinò con un piccolo tamburo e cominciò a ritmare sul Siamo tutti Buddha! cantato da Cindy. Si fece intorno a lei un cerchio di persone che la guardavano e battevano le mani al ritmo del tamburo. Lei girava intorno al cerchio scalza tenendo in alto il tessuto trasparente con il suo Buddha verde dipinto sopra. Lo teneva in alto per farlo muovere nell’aria come fosse un aquilone che stesse per spiccare il suo volo nel cielo. Andò avanti a cantare e ballare muovendo in alto e in basso il velo e infine stanca ricadde a sedere sul prato fuori dal cerchio che si era formato intorno alla sua danza. Una ragazza prese il suo posto e cominciò a danzare ancora più freneticamente di Cindy, al solo ritmo del tamburo che si fece sempre più veloce. Lenore si avvicinò a Cindy. Da in piedi la guardava scarmigliata e affannata con le mani appoggiate al prato e la testa leggermente all’indietro e lo sguardo a fissare il cielo. Poi anche Cindy guardò Lenore. “Siamo tutti Buddha” sussurrò un’altra volta, “siediti vicino a me che ne parliamo”, aggiunse. Aveva capelli biondi scarmigliati, occhi grandi d’un azzurro chiaro ma non slavato, la bocca grande un po’ all’ingiù, le mani bianche e piccole. Portava un lungo vestito marrone che da lontano Lenore aveva scambiato per nero, attillato e chiuso fino al collo. La fasciava mostrando il suo flessuoso corpo giovane e magro, ma nello stesso tempo pieno, vitale, energico e sicuro di sé senza esibizionismo. Nella danza si era fatta ardita, si muoveva senza un programma, una decisione, si muoveva totalmente immersa nel ritmo del tamburo e nel suono della sua voce. Le braccia sempre in alto a far volteggiare il velo col Buddha verde dipinto sopra. Lenore non conosceva nessuno che si muovesse con così tanta grazia e nello stesso con tanta spontaneità, senza usare nessun passo di danza ma danzando. E lei di danza se ne intendeva. Aveva un gruppo tutto suo di danzatrici del ventre; erano state tutte allieve di una celebre danzatrice tunisina che viveva e insegnava a San Francisco a tutte quelle belle hippies che non vedevano l’ora di scandalizzare il mondo e i bempensanti mostrando il loro ventre mentre si muoveva in maniera flessuosa e seducente. Ma Cindy non aveva bisogno di un tecnica di danza, lei ballava in base al suo istinto, al suo stato d’animo. Era il prototipo della ragazza hippy Cindy, molto più di quanto lo fosse Lenore, così scura d’occhi, carnagione e capelli come un’indiana skaw. Con il suo corpo pieno e sodo, all’apparenza era più adatta al lavoro di raccogliere radici commestibili per un un campo indiano piuttosto che passare il tempo a scrivere e al leggere agli altri le proprie poesie. “Sdraiati vicino a me che guardiamo il cielo insieme”, disse Cindy, allungandosi completamente nel prato con le braccia aperte. Non capitava tanto spesso che non fosse Lenore a guidare il gioco in una relazione, anche in un semplice dialogo con qualcuno incontrato per caso come stava succedendo adesso. Quella ragazzina la incuriosiva, la interessava, c’era qualcosa da imparare da lei, lo sentiva. “Tu sei la più Buddha di tutti noi, qui, e lo eri anche prima di oggi”, le disse Cindy, quando anche Lenore si fu sdraiata sul prato accanto a lei. “Tu usi l’amore, l’amore fisico con il tuo uomo per raggiungere l’estasi spirituale. Sempre che sia vero tutto quello che hai scritto nel tuo The love book”. “Anche oggi è stato un grande fare l’amore tra 20000 persone”, disse Lenore sospirando e rilassando tutto il corpo fino a toccare l’erba con ogni muscolo. “E’ per questo che sono anche un po’ triste…sono così felice ma anche un po’ triste…sento la tristezza delle cose che passano”, aggiunse. “Bisogna che ci scriva qualcosa con questo strano sentimento di essere così felice e nello stesso tempo sentire avvicinarsi uno stato di tristezza per via che tutto questo sta finendo”, e da sdraiata allungò il braccio a circondare lo spazio intorno a loro due. Si levò a sedere e dalla borsa di tela che aveva con sé tirò fuori il suo quaderno. Rimase assorta qualche minuto a scrivere in fretta un paio di pagine di quaderno per poi tornare a sdraiarsi accanto alla sua nuova amica. Ma dopo poco si alzò a sedere di nuovo per guardare Cindy. Aveva gli occhi chiusi e non si accorse che Lenore si era messa seduta allo scopo specifico di guardarla. Dopo un minuto Cindy aprì gli occhi e si fece schermo con una mano per poter guardare in faccia Lenore. “Che fai”, disse, “mi studi? Mi spii? Vuoi farmi diventare un personaggio di una tua storia?”. “Non scrivo storie”, rispose Lenore, “ma solo poesie”. “Bè, sì è la stessa cosa, volevo dire che mi stai scrutando e visto che scrivi vorrà dire che lo fai per usarmi in qualche modo”. “Va bene, smetto di guardarti, disse Lenore, e con un sonoro sospiro si sdraiò di nuovo. “Anche se non mi guardi più”, disse sorridendo Cindy, mi hai già ugualmente rubato l’anima…”. Spostarono la testa l’una verso l’altra nello stesso tempo e in silenzio si guardarono con complicità, affetto e comprensione. Lenore capiva quella giovane sbandata catapultata a San Francisco da chissà quale angolo remoto e bastardamente conservatore d’America, mentre dal canto suo Cindy vedeva in Lenore quello che vedevano tutti perché di Lenore era immediatamente visibile il suo carisma: vide la sua superiorità morale, psichica e umana sui tre quarti se non di più di tutti quelli che erano stati lì quel giorno. “Da dove vieni piccola?”, chiese sottovoce Lenore. Dalla Pensylvania, rispose Cindy, i miei sono dei fottuti contadini, anzi no mia madre oltre che contadina è pure maestra. Ci puoi credere? Avrebbero voluto fare di me quella stessa identica cosa che sono loro. Ci puoi credere? E così me ne sono andata, e adesso sono qui e me la spasso”, aggiunse stiracchiandosi e guardando di nuovo il cielo. “E dove vivi”, chiese Lenore. “In una comune, naturalmente. Siamo tutte donne, ci puoi credere? C’è un tale casino…Ma a me piace il casino…Lo adoro. Ma adoro anche la solitudine e in questo momento adoro stare qui con la famosa Lenore, donna del famoso, strafamoso Sweet William!”. “Sai proprio tutto di me, eh?”. “ Dei Famosi si sa sempre tutto…”Sei bellissima lo sai, vero Cindy, hai certi occhi, come fai ad averli così grandi?”. “ “Perché i tuoi sono piccoli? Sono grandissimi!, molto più dei miei…”. ”Siamo quelle dagli occhi grandi”, osservò seria Lenore. “Perché dobbiamo vedere molto”, aggiunse Cindy. “Dobbiamo vedere molto, amare molto, sentire molto”, disse di rimando Lenore. E alzandosi ritta a sedere e squadrando Cindy, aggiunse, “mi sei simpatica. Diventeremo amiche, ti va? Diventeremo amiche per sempre ti va?”. Cindy non si scompose, rimase anzi tranquillamente sdraiata sul quel mitico ( lo sarebbe diventato nei decenni successivi) prato, ma disse, “Se lo dici, poi lo fai?”. “ A cosa ti riferisci?”. “ Al fatto del per sempre”, disse Cindy. “Tutto è per sempre da parte mia”, disse Lenore. Baby, per sempre è ora”.

Una volta ho lavorato in un’osteria per vedere com’è

Allora stavo con un uomo che aveva un’osteria. Ci lasciavamo spesso, litigavamo; ci lasciavamo, ci riprendevamo. Alla fine poi ci lasciammo davvero. Comunque una volta che eravamo lasciati perché lui si era messo con un’altra, gli dissi: almeno trovami un passatempo per la sera, mi sento sola. Allora lui disse ad una sua amica che aveva un’osteria di prendermi a darle una mano dalle nove della sera in poi. Durò solo una settimana, poi mi stufai e non ci andai più. Fu un’esperienza interessante. L’osteria per quella donna era “il suo posto”. Di comando. Di potere. Me lo sono sudato, ci sguazzo e ci guadagno tutti i soldi che riesco a guadagnarci, sembrava continuamente far capire con il suo modo di fare. Si chiamava Rita, era bassina di statura ma con un viso carino e un bel personale. Faceva la sua figura anche per il modo deciso, imperativo di parlare. Io non avevo mai lavorato in un locale ma ero molto curiosa di farlo. Me la cavai fin dalla prima sera. Bisognava apparecchiare e poi sparecchiare portando via tonnellate di gusci di arachidi e semi di zucca, montagne di piatti di salmone e burro con pane tostato, altre montagne di tagliatelle al ragù, oltre a bottiglie di birra e vino, bicchieri di tutti i tipi, per acqua, vino, liquori. Parte del tempo lo passavo accanto a Rita dietro il bancone dove lei mi istruiva sul da farsi e intanto si versava un po’ di vino per tirarsi su e portare avanti la serata. Comincia anche io a versarmene un goccio ogni tanto, magari mentre lavavo i bicchieri. Poi andavo avanti e indietro dalla cucina che era piccola e per niente di livello professionale. Tutto si faceva su una cucina economica normalissima e su un tavolo di formica. Poi c’era un tavolo più piccolo per l’affettatrice dei salumi. Per preparare le portate di salmone si sprecava un sacco di burro, anche per preparare i tagliolini al salmone, ma allora le osterie non erano ancora attrezzate come ristoranti e tutto era un po’ raffazzonato. Ma almeno nell’osteria di Rita di soldi se ne facevano, anzi ne faceva lei a palate. L’ultima sera stavo lavando dei bicchieri dietro il bancone. Uno che stava lì davanti e mi guardava disse: da come lavi i bicchieri si capisce che sei timida e insicura e che stai male per qualcosa. Io non risposi niente.

Disappointed by society young people are fleeing to the wilderness

Quello che mi piace di questo breve filmato è che si ripete e si ripete e non ti fa vedere dove arriva questo ragazzo e da dove scappa e perché. E’ questo il suo fascino, che lo guardi, lo guardi questo ragazzo che ripete all’infinito il suo correre fuggitivo e anche se sai che la storia non prosegue ma solo si ripete, perché questo deve essere stato il volere di chi ha creato il filmato, ti aspetti lo stesso che continui perché ti piacciono gli inizi e le fini e le storie lasciate a metà come questa non ti piacciono. Ma che vuoi vedere dunque la casetta nel bosco dove lui arriva dopo aver tanto corso? O la donna da cui scappa perché lo vuole imbrigliare, legare, magari sposare? O vuoi vedere che arriva al dirupo e ci si butta dentro? Finiscila tu la storia…ma la storia vera è questa. E’ tutta lì. E’ l’uomo che corre. La storia è questa.