Patti Smith, M Train: cosa penso di questo libro

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Molto diverso questo libro, il cui genere non si può facilmente definire, dalla precedente autobiografia di Patti Smith Just Kids. Quest’ ultima aveva un ordine sia mentale che cronologico, raccontava la vita epica e rocambolesca di una Patti giovane, coraggiosa fino all’incoscienza e bellissima. Che si scopre cantante senza sapere di esserlo, come per caso. E ha quella voce lì. M Train non ha un ordine, “memoir” lo definisce il sottotitolo in copertina, ma è più un diario intimo o un collage di momenti romanzati della propria vita. Mi ricorda l’André Breton di Nadja e di L’Amour fou dove tutto, incontri, parole, pensieri, avvengono sempre come per caso. Quello stesso andare avanti e indietro dentro se stessi.
Mi ci ritrovo in questo libro di Patti Smith, c’è quest’aria di solitudine, di dopo che tutto è già accaduto, di abitudini di cui non si può più fare a meno in uno spazio ridotto di una grande città come New York. Che si tende a circoscrivere in pochi luoghi vicini a casa, da raggiungere a piedi in pochi passi, dopo essersi alzata, buttata addosso il solito cappotto nero e il solito berretto di lana. E dove si fa colazione sempre alla stessa maniera: caffè, una fetta di pane integrale e un piattino di olio d’oliva. La casa è un rifugio, il piccolo Café Ino al Greenwich Village lo è anche di più. Una quotidianità interrotta dai viaggi, Berlino, Londra, Tokio, Tangeri, dove Patti sembra muoversi con grande disinvoltura, come se lontano da New York ritrovasse la natura nomade e curiosa della propria gioventù. Sono viaggi di lavoro, ma anche per incontrare amici o cimiteri. Sì, ci sono molti cimiteri in questo libro; dove sono sepolti amici o poeti e scrittori molto amati; perché ci va? Per ritrovare qualcosa, qualcosa di loro, di loro che ha a che vedere con lei stessa. E’ un andare a trovarli, come si fa con gli amici in carne ed ossa, e forse è un andare a trovarli più intenso, profondo , intimo, perché è un parlar loro silenzioso, assorto, vero.
E poi c’è lo scrivere, si parla molto anche di questo; “E’ così difficile scrivere sul nulla”, ripete spesso l’autrice. Perché è quello il compito che si è data, scrivere ovunque si trovi, oppure andare apposta in un luogo per scrivere, scrivere e basta, non scrivere una storia che si ha in mente o partendo da una suggestione. Mettersi a sedere ad un tavolino di un bar e scrivere per vedere se si è capaci di “scrivere su nulla”. Spesso Patti si sente inadeguata rispetto a questo. Ma sa che è il suo compito, il compito che si è data. Lo scrivere per lo scrivere. Lo scrivere come atto della mente e della mano. E’ una sfida quasi impossibile, che la porta a molti fallimenti, a sentirsi spesso insoddisfatta, ma se un risultato di questa sfida è questo libro, ne è valsa la pena, perché il libro è molto bello, commovente anche, c’è tanto alludere e non dire o dire poco per far capire molto.
Mi ci ritrovo nella storia di questa donna che sembra sempre sola anche quando non lo è, con un velo di noncuranza verso gli oggetti, i luoghi, anche le persone. A meno che non siano quelli del suo passato. M Train, che sta per Mind’s train, è il tempo della mente, ovvero della vita nel tempo, che non solo scorre, ma si ferma e poi riprende la sua corsa. In questo scorrere di tempo e mente le azioni, le scelte di Patti Smith sembrano più casuali che razionali. Come l’acquisto di una casa a Rochaway Beach, a sud di Long Island, mezza diroccata ma di cui lei si innamora e che pagherà lavorando tutta un’estate tra concerti, readings, conferenze. Un tifone che si abbatte su New York la renderà ancora più precaria, ma sarà ristrutturata e ora è diventata la sua casa. Far rivivere quella casa diventa uno dei suoi compiti. Come far rivivere dentro se stessa tutte le persone della sua vita che non ci sono più a partire da suo marito Fred morto vent’anni prima, per finire ai poeti e scrittori che hanno segnato il suo percorso di persona e artista. Ci sono antichi ricordi che le tornano in mente e che fanno parte integrante del suo presente. Certe mattine, certi cieli, certi autunni, certe strade. C’è tanto passato in questo libro. Con i ricordi l’autrice riempie la sua mente-tempo perché sono stati i migliori della propria vita, le tornano in mente in piccoli locali dove lei siede per ore, giorni, anni, e dove su tavoli d’angolo accanto a tazze di caffè c’è sempre il suo taccuino nero. Infatti alla fine del libro scrive: “ Quello che ho perso e non riesco a trovare lo ricordo. Quello che non riesco a vedere provo a richiamarlo” ( pag. 233).

Improvvisazione ascoltando Horses di Patti Smith dal vivo nel 1976

C’è forza
non è rabbia –
c’è esserci
starci
per sè
per gli altri
è dire
non recitare
e non è cantare –
c’è bellezza
semplicità
ma anche complessità –
c’è studio
anni di studio
e poi ecco
ecco qua
che succede –
accade
ecco che si naviga
in queste onde
e maree –
esserci
e maree e scogli
aguzzi –
onde
e tu lì
davanti all’onda –
l’onda è la voce
la voce + il microfono
come fosse fatta
ma non non lo è
è così
è così lei –
non finge
non gioca
è vera dai è vera
come Vasco
e nessun altro –
di lei dico
quel che disse lei
di Bob Dylan:
non ascolto le parole
non so cosa dica
io ascolto lei –
ecco quello che
ascolto
vedo –
horses
horses
come lo diced lei
nessuno
lo saprebbe/ potrebbe
dire
non è urlo
è la voce del lupo
ragazza/ ragazzo –
essere bella
era così semplice
bisogna sentirselo dentro
dentro/ fuori

Qualche riflessione sul libro di Patti Smith, Just Kids

E’ un’autobiografia e un atto d’amore. Inteso come amicizia. Non si fanno troppe distinzioni tra amore e amicizia in questo libro. Forse perché sono trattati entrambi come una cosa grande, una cosa per sempre, come solo alcune persone ricche di saggezza possono riuscire a vivere. Patti Smith è una di queste persone. L’atto d’amore è verso Robert Mapplethorpe, l’amico conosciuto una notte in un parco di New York, mentre una giovanissima Patti, vagava per la città senza casa, senza soldi, senza cibo, ma con in testa l’idea e la vocazione di una vita da artista. Insieme la costruirono. Insieme sperimentarono il loro irrefrenabile ma ancor vago talento artistico, nuotando nel grande mare della poesia, della pittura, e infine l’uno della fotografia, l’altra della musica. Ma fu un lungo viaggio d’esplorazione, con passaggi e tappe e molta lentezza. Ci sono molti incontri durante questa esplorazione, ognuno di essi rappresenta un tassello importante, una svolta, un superare l’ostacolo, la difficoltà. C’è molta povertà economica, ma anche molta ricchezza, topaie e grandi lofts vuoti con qua e là oggetti rari e bellissimi. Ci sono molti fogli su cui scrivere e dipingere che si lasciano per terra e si dimenticano. Sopravvivere è difficile, avere i soldi per un panino all’inizio della loro convivenza è un’impresa. Ma il bello è che ci sono i locali dove tutti si ritrovano, gli artisti conosciuti e sconosciuti. Poi dopo anni di vita all’insegna della precarietà ( cercata, voluta, vissuta con allegria) ecco che spunta una polaroid e di malavoglia Robert Mapplethorpe comincia a fotografare, ma poco, non ha soldi per fare troppe foto, deve limitarsi; così continua con i suoi collages; e poi anche Patti per caso incontra dei musicisti e le viene un’idea: perché non trasformare le poesie in canzoni? E così ecco nascere la Patti Smith che conosciamo, quella che diventa famosa con Horses; e contemporaneamente anche il Mapplethorpe diventa un famoso fotografo. Tutto però sembra accadere con calma e per caso, incontri nei locali, alle feste, e soprattutto al famoso Chelsea Hotel. “ Dove ci avrebbe condotto tutto questo?”, si chiede ad un certo punto Patti. “ Giovani risposte si lasciarono trovare”. Ecco, questa è la filosofia del libro, che le risposte si lasciano trovare, quando le domande sono giuste, aggiungo io. “ Tutto questo conduceva a noi. Diventammo noi stessi”. La scrittura di Patti Smith è semplice, elementare quasi, eppure non sembra di leggere ma di vedere un film.

Patti Smith è l’improvvisazione di scrittura

” Non ce la faccio”, dissi. “Non so che dire”. ” Dì qualunque cosa, disse Sam. Non si possono commettere errori quando si improvvisa. ” E se rovino tutto? Che succede se incasino il ritmo?”. ” Non puoi”, disse,  è come suonare la batteria. Sbagli un tempo e ne inventi uno nuovo”.
In questo semplice scambio di battute Sam mi insegnò il segreto dell’improvvisazione, lo stesso che ho perseguito per tutta la vita.
( dialogo tra Patti Smith e Sam Shepard in Patti Smith Just Kids, pagg 199-200)