Dostoevskij Fedor Michajlov Delitto e Castigo

Questa non è una recensione completa di Delitto e Castigo di Dostoevskij. Quello che prendo qui in esame è il nocciolo della storia, l’intreccio principale, quello tra Raskòl’nikov e la sua coscienza. Quindi ho tralasciato di prendere in considerazioni tutte le storie laterali che si intrecciano a quella del protagonista e che ne fanno il grande romanzo storico della Pietroburgo della seconda metà del 1800. Ho scelto di sintetizzare e commentare solo il centro della storia perché la trovo molto attuale per la mia vita personale e probabilmente per la vita di molte altre persone. E cioè qual è il rapporto tra me e la mia coscienza?
Raskòl’nikov è un ragazzo povero, studia ma ha pochi soldi per mantenersi. Fa, come tanti ancora oggi dei lavoretti. Arriva ad un punto tale di rabbia e ribellione ( mi incattivii, dice il personaggio nel testo) nei confronti della sua povertà, da volerla portare all’estremo. Non va più all’Università, non fa più lavoretti, si macera, si isola da tutti, fa montare in sé la rabbia tanto da trasformarla in furore. Fino a quando capisce che auto emarginarsi da tutto e tutti non gli basta più. Ha bisogno di mettersi alla prova, con qualcosa di più forte, pericoloso, rischioso. Ma il suo desiderio di un rito di iniziazione è volto al negativo, al diabolico. “ Fu il diavolo a trascinarmi”, dice Raskòl’nikov nel romanzo ( pag. 498); vuole perdersi e portare con sé qualcuno. Avere presente quelli che si suicidano e portano con sé qualcuno “ non consenziente? Una cosa del genere. Il suo è anche il delirio della coscienza rarefatta ma appesantita dalla fame, dall’insonnia, dall’isolamento. La sua è diventata una coscienza sottile ma anche densa, fastidiosa. Comincia a farsi domande del tipo: ma perché se ammazzo qualcuno sono un assassino, e se invece Napoleone ammazza migliaia di persone in guerra è un eroe? Non vi pare una domanda quanto mai attuale? Del resto si sa Dostoevskij non è solo un grande scrittore, è un grande scrittore profetico. Lui vedeva “oltre”.
Così Raskòl’nikov decide di compiere un’azione che sia una risposta alla domanda che si è fatto e che lo renda simile a “ chi è capace di disprezzare più cose e chi più di tutti è capace di osare”. ( pag. 496).
Così decide. Ucciderà una vecchia usurai odiata da tutti, proverà a se stesso di riuscire a farlo ( “ avevo bisogni di sapere al più presto se io fossi un pidocchio, come tutti, o un uomo” pag 498).
Le cose vanno come previsto, Raskòl’nikov è capace di compiere il delitto. Sa affrontare le insidie e i rischi dell’impresa e sa affrontare la sua paura. Ma come spesso accade ci rimette un innocente; la sorella buona, quella che tutti amano, quella maltrattata della vecchia usuraia si trova anche lei in casa in quel momento. Muore guardando il suo aggressore non impaurita, non terrorizzata, ma sorpresa.
Raskòl’nikov viene sospettato di essere l’autore dei due delitti, ma la fa franca, non ci sono prove contro di lui. Ma nella sua coscienza avviene l’unica cosa che lui non aveva previsto e che lui non riesce a perdonarsi: il rimorso.
E così l’ultima parte del romanzo affronta questo tema: come si fa a far fronte alla sofferenza interiore?
Raskòl’nikov, come spesso avviene, per essere aiutato va a cercare un maestro. Il suo “guru” è Sonja, adolescente immacolata e pura, che si prostituisce per dare da mangiare ai suoi fratellini nudi e affamati.
La ragazza lo redime. Cioè lo convince a costituirsi. Raskòl’nikov, dopo molte reticenze, segue il suo consiglio nella speranza che questo gesto pareggerà i conti con la sua coscienza. Ma non è così. La giustizia degli uomini non ha niente a che vedere con quella interiore. E così le privazioni, le sofferenze fisiche che il protagonista deve sopportare ai lavori forzati in Siberia, non lo scalfiscono affatto. Neanche le sente. Perché il dolore vero, che non si acquieta mai e mai si sfama è il suo orgoglio ferito dalla scoperta di provare rimorso, di non essere un uomo di potere ma un “pidocchio” come tutti gli altri.
Poi ecco improvviso, non cercato, non desiderato in Raskòl’nikov si fa strada un sentimento nuovo , portato, provocato da uno sguardo al grande fiume che separa il popolo civilizzato da quello selvatico dei popoli nomadi della Russia Asiatica . “ Laggiù nella steppa immensa, inondata dal sole, nereggiavano, come punti appena visibili, le tende dei nomadi. Là era la libertà, e vivevano altri uomini per nulla simili a quelli di qui, là il tempo stesso si era come fermato, come se non fossero ancora passati i secoli di Abramo e delle sue greggi” (pag. 652). E’ come se quella vita nomade, libera e selvatica fosse per Raskòl’nikov portatrice di una qualità umana nuova, la riscoperta della propria natura originaria. Alla dialettica subentrava la vita” (pag.653)
Grazie a questa sua scoperta, a questa sua nuova apertura alla vita in quanto tale, e altrettanto improvviso nasce un nuovo sentimento finora sconosciuto, l’amore. “Come ciò fosse accaduto neppure lui lo sapeva”(pag. 652).
Dostoevskij chiama questo processo “resurrezione”, resurrezione per una nuova vita”. A me piace chiamarla la scoperta dell’amore come unica forza che tiene unito il mondo.
Fedor Michajlov Dostoevskij, Delitto e Castigo, Einaudi, 1993)