Corso di Prosa spontanea  – Associazione Primo Levi di Bologna

Insegnante Dianella Bardelli

Prima lezione 7.10.2011

 Introduzione alla scrittura spontanea ( trascrizione da una registrazione)

Questo corso si differenzia dagli altri che ci sono alla Primo Levi perché se avete letto l’intestazione del corso ha questa metodologia : ci si ritrova il venerdì e si scrivono delle improvvisazioni di scrittura (scrivo anche io) su vari argomenti: titoli, oggetti…Le chiamo improvvisazioni perché si scrive quello che viene in quel momento. Non prima elaboro tutto un discorso poi lo metto giù. Questo può andare bene se si scrive un saggio, allora il testo deve avere un andamento logico, quindi ci vuole anche molto pensare; invece nel caso della improvvisazione di scrittura tutto questo non c’è, è proprio tutto il contrario, bisogna scrivere quello che la mente detta. E si scrive per 5, 10 o più minuti, poi chi vuole legge agli altri. Naturalmente non siamo abituati a farlo di leggere agli altri perché abbiamo paura dell’altrui giudizio. Questo può indurre a una cosa sbagliata, quella di dirsi: adesso devo scrivere “un bel testo” perché lo devo leggere agli altri. Questo noi non lo dobbiamo fare, perché se mi impegno a scrivere un bel testo vuol dire che mi metto nella condizione mentale un po’ conformista, tipo scrivo qualcosa che so già fare…

Primo studente: oppure copio da qualche libro…

Dianella: ecco, oppure copio da me stesso, cioè non scopro; lo scopo dell’improvvisazione è scoprire nuove strade della scrittura, della nostra scrittura. Quindi prima di tutto dobbiamo scoprire la voce mentale che ci detta le cose, perché questa voce esiste; noi non siamo abituati a riconoscerla, a vedere che esiste dentro di noi una voce che ci detta quando dobbiamo scrivere o dipingere; gli antichi la chiamavano Musa, loro addirittura l’avevano identificata in una divinità, quindi ci credevano fermamente. Pensavano che ci fosse qualcuno “fuori”, una divinità che dettava loro. Noi dobbiamo pensare che questa voce esiste ma dentro di noi. Uno potrebbe dire: ma che cos’è questa musa dentro di me? Io non ci credo. Ecco, se uno comincia così dal mio punto di vista, è un ostacolo a quella apertura grandissima che ci vuole per far sì che la scrittura diventi uno strumento di scoperta spirituale di sé, che non è il fatto psicologico, non è la scoperta psicologica, esiste la scrittura come terapia per scoprire qualcosa che poi il terapeuta interpreta. Non è il caso nostro, lo scopo dell’improvvisazione di scrittura è dare voce a questa interiorità in cui un po’ bisogna credere, perché se uno dice, no siamo solo un pezzo di carne e siamo pensiero che sta qui nel cervello e non credo che esista nessuna musa, nessuno spirito, è un po’ dura scrivere un’improvvisazione; bisogna un po’ crederci…ma anche se non ci crediamo il venerdì facciamo finta di crederci per vedere cosa succede. Facciamo il come se. Come titolo del corso ho indicato la scoperta spirituale come scopo del corso perché questa è la mia dimensione personale, in questa parte della mia vita, cioè svilupparmi, cercare di evolvermi come persona spirituale perché mi sono convinta che questo spirito dentro di noi esista. Io pratico il buddismo e quindi mi influenza molto questa filosofia perché praticando certe meditazioni si entra in contatto con se stessi, si cerca di eliminare quelli che sono i dati sensoriali per concentrasi su se stessi. Questa è la mia dimensione, quindi anche nei corsi mi è piaciuto cambiare rispetto a tanti anni fa, cambiare nel senso di aggiungere questo aspetto. Se voi siete d’accordo io farei precedere agli esercizi di scrittura un qualche minuto di una meditazione molto semplice che è l’attenzione al proprio respiro che ha lo scopo di riportarci a noi stessi eliminando le cure esterne: cosa devo fare dopo, cosa farò da mangiare, chissà se il moroso, il marito ecc..Si cerca di eliminare tutti questi aspetti non perché siano il male, il peccato, no, ma perché se vogliamo ricondurci a noi stessi dobbiamo fare questa pulizia. Adotto questa meditazione anche nei corsi perché credo che faccia un po’ di spazio, quello spazio che rende più facile udire la voce di cui vi parlavo prima, che ci detta le parole.

L’improvvisazione di scrittura può essere intesa come genere letterario oppure come prima stesura, possiamo scrivere qui un’improvvisazione e poi a casa cambiarla, oppure la possiamo usare come genere letterario, quel genere letterario inventato da Kerouac e utilizzato da Ginsberg nella poesia, per cui non si cambia niente. Per Kerouac il metodo dell’improvvisazione di scrittura non prevede che si possa migliorarla, bisogna lasciarla così com’è, perché se è un atto della vita, noi un atto della vita non lo possiamo cambiare. Io sono enormemente affascinata dalla tecnica dell’improvvisazione perché a me personalmente ha fatto scoprire delle cose , mi ha fatto scrivere delle cose che io non avevo la minima idea che avrei scritto. Qualche volta capita che si entri in contatto con questa vita interiore profonda che viene fuori. Scopri qualcosa di te ma che è letteratura, è un testo letterario, e quindi ti congratuli con te stesso. Nella poesia questo ormai è il mio metodo di scrittura. A volte la lascio così, a volte la butto, a volte la cambio. Non penso più le parole e poi le scrivo, aspetto che le parole arrivino. E’ una cosa molto diversa dal cercare le parole

invece che aspettare che arrivino, è come cercare o trovare senza cercare. Cercare le parole è andare nel proprio vocabolario che già si conosce e scegliere una bella parola che stia bene lì. Invece nell’improvvisazione letteraria si fa fluire la mente liberamente ed è la mente che detta le parole. Questo fa sì che capiti che si scrivano metafore che non si sapeva di saper scrivere. La scrittura è come un puzzle, nell’improvvisazione le parole sembra che vengano già a caso, perché si va con il flusso delle parole che arrivano, poi si scopre che quello che si pensava fosse uno scritto casuale ha una sua logica interna, è diventato un testo, non sono singole parole messe lì.

Primo studente: ci vuole un allenamento lunghissimo, all’inizio ci sono delle resistenze

Dianella: sì, ci sono perché noi non pensiamo che a caso vengano delle belle cose, siamo abituati a che devono venire belle cose. In questa tecnica non devono venire belle cose devono venire cose vere, le cose di questo momento, quindi ha molto a che vedere con il “Qui e ora” delle filosofie orientali, cioè la vita è quello che sta avvenendo adesso; quindi anche nell’improvvisazione di scrittura si tiene presente che l’improvvisazione di scrittura è quella di questo momento, qualunque sia l’oggetto della mia improvvisazione se la faccio adesso o fra un’ora scriverò cose diverse. Questo è importante perché noi pensiamo che un testo sia per sempre, l’Infinito di Leopardi è quello per sempre, ma forse se Leopardi avesse saputo di questa tecnica forse su quel colle ci sarebbe tornato un giorno dopo l’altro e avrebbe improvvisato e improvvisato e avrebbe forse scoperto tanti altri infiniti. L’improvvisazione di scrittura è legata al fare fede al momento presente, quello che conta non è scrivere il bel testo ma il testo di questo momento. Poi può accadere che il testo sia bello. Ecco questo è quello che vorrei fare in questo corso, capisco che sia un po’ diverso da quello che comunemente intendiamo per letteratura. Molti non amano Kerouac perché è imperfetto, non correggeva, la sua prosa a volte è difficile da seguire. Da Kerouac ho imparato e anche io ho un po’ questa estetica dell’imperfezione, a me piace, mi dà il sapore della vita vera e mi dà anche il sapore dell’osare; proviamo ad osare quando scriviamo un’improvvisazione, osare nel senso di scrivere davvero quello che viene lì per lì. Uno può dire: e se non viene in mente niente? La mente lavora sempre, qualcosa viene sempre, è la nostra censura mentale che si preoccupa che quello che scrivo non sia bello

Primo studente: è un po’ come spogliarsi

Dianella, sì, a volte si fa fatica, però dà anche una gran soddisfazione; è un po’ come nei sogni, ci sono dei sogni che ci rivelano qualcosa. Poi c’è da tenete presente che i grandi scrittori non avevano modelli, erano modelli di se stessi, avevano dei maestri, anche noi possiamo avere dei maestri ma poi anche come scrittore io faccio la mia strada. Bisogna trovare il proprio modo. Bisogna essere letterati di se stessi.

Bene, ora possiamo cominciare a scrivere. Adesso facciamo cinque minuti di attenzione sul respiro. Subito dopo vi do un titolo su cui scrivere.

Fatta questa piccola meditazione sul respiro, il titolo dell’esercizio è: Ombre. Le prime parole o immagini che vengono poi per associazione le altre immagini e parole. Si scrive il testo e lo si legge agli altri.

Adesso cominciamo con gli esercizi sensoriali. Iniziamo dall’odorato. A ognuno viene dato un rametto di rosmarino. Se vi dico descrivi l’odore del rosmarino senza fare l’esperienza di odorarlo veramente si scrive un certo testo, se invece si odora il rosmarino mentre si scrive se ne scrive un altro. Si scrive mentre la cosa accade, invece nel primo caso si scrive con l’idea dell’odore non con l’odore reale. Quindi adesso odorando il rosmarino scriviamo un’improvvisazione sulle sensazioni che proviamo; dopo ci aggiungiamo, se vogliamo, cosa questo odore evoca, come ricordo, ad esempio. Si scrive il testo e dopo lo si legge agli altri.

Per casa se si vuole si può fare un esercizio simile con un altro odore.

 

Corso  di scrittura creativa: il Qui e Ora della scrittura, ovvero la scrittura come manifestazione della spiritualita' umana
Professore:Bardelli Dianella
inizio 07/10/2011
Venerdì 15.00 – 17.00
10 incontri
Contributo di €. 90,00
Sede Univ. Primo Levi
via Azzo Gardino, 20/B Bologna
Preiscrizioni al Corso :
http://www.universitaprimolevi.it/area.asp?area=A
 

Tel. 051 249868
E-Mail [email protected] 
 

L’attenzione al momento presente e al proprio respiro come premessa per la scrittura letteraria: l’atto di scrivere è unione di corpo e mente e uno degli strumenti principali per esplorare e dare voce alla nostra vita interiore, ai nostri pensieri, emozioni, sensazioni mentre accadono. L’attenzione al nostro respiro è un modo semplice e naturale di ricondurci a noi stessi, a questo preciso momento, unico e irripetibile. Dentro di noi avvengono continui cambiamenti di stati d’animo, la scrittura è in grado di farli emergere e di dare loro valore letterario e spirituale, con personali e irripetibili modi e stili. Si intende avviare i partecipanti alla scrittura di testi secondo il metodo della “Prosa Spontanea”: improvvisazioni in prosa a tempo e sui più vari temi, emozioni, fatti ed esperienze; si darà voce anche ad esercizi legati ai cinque sensi. I testi saranno scritti direttamente in classe e anche la docente si cimenterà negli stessi esercizi. Si potrà quindi, alla fine di ogni esercizio, leggere agli altri il proprio testo

Corso di Prosa Spontanea Associazione Primo Levi di Bologna
Insegnante Dianella Bardelli
Decima lezione 29.4.2011

Si parla di immaginazione e dello spazio di cui ha bisogno nella mente per potersi esprimere; anzi quando questo spazio viene fatto la mente “galoppa” più velocemente della mano che scrive.
Primo studente: tante volte quando scrivi di getto e vai a rileggere vedi che tante parole “te le sei mangiate”, il cervello le aveva prodotte ma non hai fatto in tempo a scriverle.
Dianella: la mano è più lenta del cervello.
Secondo studente: a proposito di quello che è stato fatto la scorsa volta, sarebbe stato bello fare tutto il corso sullo “ straniamento”.
Oggi scriviamo prendendo come titolo una frase che mi e piaciuta tanto ne I vagabondi del Dharma. E' nel momento in cui il protagonista va a fare la guardia anti incendio su una montagna remota; verso la fine della sua permanenza su questa montagna sperduta il protagonista un giorno si guarda intorno come ha fatto tante altre volte e Kerouac tra le altre cose scrive “ Un unico filo d'erba che ondeggiava nel vento dell'infinito, ancorato ad una roccia”. Lui vede questo paesaggio, vede il ghiaccio, i dirupi e un unico filo d'erba; sembra quasi una poesia questa frase sul filo d'erba. La teniamo come titolo per una improvvisazione di scrittura che facciamo adesso. Proviamo a mettere in pratica in questa improvvisazione la tecnica dello straniamento, cioè scrivendo quello che detta l'immaginazione, anche se è scombinato…se è poco chiaro
Si scrivono questi testi e ognuno legge il proprio agli altri.
Dopo si “scrive con la musica”.
Dianella: cerchiamo di capire ora cosa smuove dentro di noi il brano che ascolteremo, e proviamo a trasferirlo in parole così come viene, sempre tenendo conto della tecnica dello straniamento.
Si ascoltano due brani molto diversi tra loro( uno svelto e uno lento) e si scrive.
Poi si leggono i testi prodotti.
Infine si leggono alcuni testi scritti a casa sulla descrizione di oggetti o persone con la tecnica dello straniamento.

Corso di Prosa spontanea Associazione Primo Levi di Bologna
Insegnante Dianella Bardelli
Nona lezione 22.4.2011

Prima di tutto gli studenti leggono i testi scritti a casa che non erano stati letti la scorsa volta, il titolo è Facce. Il livello dei testi è molto buono; le descrizione ben fatta e accurata.
Parlo dell'ultima parte del libro di Kerouac I vagabondi del Dharma. Per natale il protagonista va a trovare la sua famiglia lontana 5000 chilometro da dove si trova lui ( California) e li raggiunge utilizzando autobus e autostop. Si legge il capitolo 19 a pagina 142. In questo romanzo Kerouac non parla diffusamente della madre, in altri romanzi lo fa, lui la amava in una maniera totale, ad ne I sotterranei parla molto di sua madre, che lui definisce l'unica donna della sua vita.
In questo capitolo ci racconta la sua impossibilità di fare una vita normale, durante queste vacanze, come avrebbero voluto i suoi parenti. Lui dormiva nella veranda e di notte andava a passeggiare e a”meditare” nei boschi.
Primo studente: li ho visti i luoghi in internet di questo libro, anche quello dove va a fare la guardia forestale
Dianella: c'è un altro libro in cui ne parla molto. Kerouac ogni tanto si isolava e si imponeva di non bere. L'unica volta che ci riuscì per un certo tempo fu quando andò a fare la guardia contro gli incendi su una montagna.
A pagina 200 si vede come Japhy tenti di convincerlo a smettere di bere, ma Kerouac lo manda al quel paese. Nel romanzo tra l'altro si vede come Japhy partirà per il Giappone con una borsa di studio per andare a studiare i riti zen.
Poi si cambia discorso e viene proposto agli studenti il concetto di Straniamento.
Il termine fu coniato da Viktor Šklovskij vissuto durante la Russia Sovietica, e che faceva parte del gruppo letterario dei Formalisti russi. Loro cominciarono ad analizzare la letteratura russa dal punto di vista del procedimento utilizzato dallo scrittore per scrivre le loro opere. Šklovskij pensava che quello che conta nel romanzo è il modo in cui è scritto, non tanto la storia, la trama; quello che conta è il procedimento. Aggiungo che a volte si pensa che per scrivere un bel romanzo basti avere una bella storia in testa, in realtà non è così; avere una bella storia ti dà l'entusiasmo, l'energia, ma poi incontri tutta una serie di difficoltà sul procedimento, cioè su come si fa a scriverla questa storia. Devi metterti a lavorare sul procedimento. All'interno di questo discorso Šklovskij usò il termine straniamento. Notò che le migliori descrizioni erano quelle in cui lo scrittore invece di nominare qualcosa, non so, invece di nominare la penna, la descriveva come se la vedesse per la rima volta, come se lui fosse un marziano che vede una penna per la prima volta e la vuole descrivere. Tutte le descrizioni che hanno questa originalità sono più belle delle descrizioni in cui questa capacità di vedere un oggetto come per la prima volta non è presente. Allora la descrizione è straniante, “strana”, diversa dal consueto. Se lo scrittore riesce a fare questo il romanzo è più interessante. Esce dalla consuetudine; come quando uno ha un quadro di valore in casa, all'inizio ti inorgoglisci, poi non lo vedi più. Quel quadro diventa una parte dell'arredamento. E' poi il concetto di arte in quanto tale, perché Picasso fa le donne come le fa?, perchè ha un punto di vista straniante; è più semplice l'esempio di Morandi, è il suo sguardo quello che conta non la bottiglia e come la luce va sulla bottiglia. Nella misura in cui il suo sguardo “è come la prima volta”, anche se fa la stessa bottiglia mille volte, quelle bottiglie sono diverse, perché è il suo sguardo ad essere diverso. Cos'è che toglie anche alla casa più bella la sua bellezza? Che dopo un po' tu non vedi più le cose con lo stesso entusiasmo che avevi quando ci sei entrato. Se la scrittura perde questo senso di novità diventa brutta perché perde il senso della freschezza.

A questo proposito viene dato loro questo testo:
Straniamento
Termine introdotto nella teoria e nella critica letteraria dai formalisti russi (Circolo linguistico di Mosca, 1915) per indicare i procedimenti formali attraverso i quali l'artista produce nel lettore una percezione "strana", cioè inusuale, della realtà, creando un effetto di sorpresa e di spaesamento. Con lo straniamento si cerca di togliere la percezione automatica degli oggetti artistici, per cui tali oggetti, percepiti diverse volte, generano una sorta di abitudine, per cui vengono riconosciuti, ma non "visti": l'arte allora li sottrae all'automatismo della percezione attraverso infrazioni anche leggere della norma. Un'infrazione tipica è quella di rendere "strano" il punto di vista.
Quindi indica anche l'effetto dell'alterazione della percezione abituale delle cose, con la conseguente rilevazione di aspetti e funzioni nuove del reale. Lo straniamento (in russo, ostranenje) è dunque il procedimento-effetto per cui il linguaggio poetico (come pure, ad esempio, quello della pubblicità) libera l'immagine dalla percezione consueta, rompendo gli automatismi del linguaggio e alterando la presentazione dei materiali compositivi. PerViktor Šklovskij lo straniamento è la procedura artistica più importante, perché produce una nuova visione dell'oggetto attraverso lo "slittamento semantico". I tropi, cioè le figure retoriche di carattere semantico proprie del linguaggio artistico (come ad esempio la metafora e la metonimia), sono casi particolari di questo slittamento semantico. In generale, tutte le scelte retoriche e stilistiche che travalicano il normale orizzonte espressivo, e tutte le complicazioni linguistiche che prolungano la durata della percezione, concorrono all'effetto di straniamento. L'ingegneria linguistica propria del gusto barocco e la sua pervicace ricerca della "meraviglia" non sono che procedimenti volti a produrre l'effetto di straniamento.

E' una tecnica quindi che può essere utile quando dobbiamo descrivere o qualcuno o qualcosa. In questo testo è molto importante la differenza che viene fatto tra vedere e riconoscere, quello che fa l'artista è di vedere. Se facciamo l'esempio dei testi che avete letto all'inizio, quello che avete fatto è artistico perché è stato il vostro punto di vista sulle persone che avete descritto. Il vostro punto di vista era nuovo perché le vedevate per la prima volta e poi l'avete anche enfatizzato il vostro punto di vista perché sapevate di dover fare dei testi letterari. Certamente se quelle persone voi le vedeste tutti i giorni tutti i particolari che avete messo nei testi non li vedreste più.
Quando noi scriviamo dobbiamo avere uno sguardo fresco, cioè uno sguardo come se fosse sempre la prima volta. Se devo descrivere una cosa fatta per la prima volta sarò per forza originale perché non l'ho mai descritta prima quella cosa. Chi scrive deve avere sempre questo sguardo. Morandi ricreava ogni volta uno sguardo nuovo sulle sue bottiglie. Se non si fa così si imita qualcun altro; oppure si è banali. Se metto questa stanza in un racconto deve prima di tutto stupire me per poterla descrivere.
Secondo studente: ma con una cosa che conosco molto fare questo è difficile…
terzo studente: devi usare l'immaginazione
Dianella: bisogna mettersi in una situazione di attenzione, di presenza mentale, se lo faccio con un oggetto lo sguardo di straniamento viene automaticamente perché vedo dei dettagli che con uno sguardo veloce non  vedo. E' solo nell'attenzione che mi posso immaginare una stanza. Però me la devo immaginare con una attenzione tale che è la mente stessa che se la immagina in un modo “come per la prima volta”. L'immaginazione è sempre fresca. L'immaginazione non immagina mai due cose uguali perché noi vivendo mutiamo continuamente.
Questo è indispensabile se vogliamo farci leggere; affinché chi ci legge entri nel nostro punto di vista, questo deve essere chiaro, ma nello stesso momento fresco. Se si fa un'improvvisazione di poesie o prosa spontanea questo avviene automaticamente. Basta mettersi qui, guardare questo filo e l'immaginazione comincia a lavorare da sola, ma la devo lasciare fare, mi crea qualcosa, quello che l'immaginazione e mi detta, quello che i Greci chiamavano le Muse. Il meccanismo è lo stesso, bisogna avere fiducia che questo sia possibile…La mente per immaginare ha bisogno di essere lasciata libera ma se io non ci credo che questo sia possibile non accade. E' come un ostacolo mentale che io pongo. Osservando le cose esse assumono delle caratteristiche che al primo sguardo o ad uno sguardo consuetudinario non dicono niente. Bisogna guardare non riconoscere. L'immaginazione per attivarsi ha bisogno dell'attenzione. L'arte è questo. Kerouac faceva questo cioè osservava, e in lui diventava come un magazzino di idee, percezioni.
Adesso facciamo un esercizio su questo: ognuno di noi sceglie un particolare della stanza e poi proviamo a mettere in pratica lo sguardo attento; l'oggetto non deve essere per forza interessante, può essere anche una cosa banale “ per vedere se ci riesco”; una volta scelto l'oggetto bisogna guardarlo per un po', solo così l'immaginazione mi detta. Guardarlo con attenzione. Quando comincia a venir qualcosa cominciamo a vedere dettagli che prima non avevamo notato. Poi cominciamo a scrivere, guardiamo e scriviamo e così di seguito. Se possibile non nominiamo mai l'oggetto, vediamo cosa succede.
Scritto il testo ognuno lo legge agli altri.
Sulla gelosia vi piace scrivere? Ad un certo punto ne I vagabondi del Dharma c'è una scena di gelosia da parte di Japhy nei confronti di sua sorella. Leggiamo il testo: pagina 195.
Esercizio: c'è una scena di gelosia inventata o vera che possiamo raccontare? Uno o due tettagli descrittivi che possiamo utilizzare? Facciamo ora questo esercizio. Raccontiamolo con dei fatti. Si leggono i testi scritti.

 

 Corso di Prosa spontanea Associazione Primo Levi di Bologna
Insegnante Dianella Bardelli
Settima lezione 8..4.2011

 Prima di tutto si leggono i testi scritti a casa.
Poi si legge l'ultimo capitolo di Crazy heart di Thomas Cobb.
Dianella: è bello questo capitolo perché è tutto giocato non sul dichiarare i sentimenti di Bad, ma nel fare una cosa molto importante per chi scrive, cioè mostrare sentimenti e emozioni nelle azioni. Lo scrittore ha voluto mostrare la sua brutta fine, il fatto che non si rialza più; non solo dal fango…
primo studente: è una metafora
Dianella: esatto, lui non si rialza più da questa vita, quindi non può che sprofondare sempre più
primo studente: poi il fatto che abbia perso la torcia ma non la bottiglia, è una metafora grande
Dianella: non c'è luce ma la bottiglia sì…molto metaforico questo ultimo capitolo, secondo me uno dei più belli…il fatto che la storia finisca male è una scelta che lo scrittore ha fatto, del resto come poteva finire se lei lo lascia…come abbiamo visto nei capitoli precedenti. Lo scrittore avrebbe potuto fare la scelta di far finire bene il romanzo, cioè che Bad andando all'associazione degli alcolisti riesce a disintossicarsi.
Primo studente: l'avrebbe dovuto fare per se stesso
secondo studente: l'impressione che ho avuto io è che Bad in tutto il libro è in una fase discendente del suo percorso…la fine è una giusta conclusione del romanzo
primo studente: nell'episodio del bambino Bad ha captato di essere un verme perché stava rovinando non solo se stesso e ha preso l'occasione di andare dagli alcolisti. Poi il no di lei lo fa piombare nella vita di prima. Ormai la sua vita è andata. Ma se lei non gli avesse detto “ti saluto” lui si sarebbe salvato, anche perché stava riprendendo quota anche nella carriera. Aveva ripreso vigore. Alla fine era già in una fase di recupero.
Dianella: è giusto quello che dici, lui ha avuto l'opportunità di rialzarsi, però lo scrittore vuole insegnarci che se l'opportunità la vedi come esterna a te stesso, appena l'opportunità non c'è più tu ricadi…Difficile è risalire da soli, ma è l'unico modo per risalire davvero. E' realistico questo finale. E' il romanzo di una decadenza. Adesso vediamo come fanno finire diversamente il film tratto da questo romanzo. Poi guardiamo la scena che è stata tagliata in cui il finale è lo stesso del romanzo. Il finale lasciato è che Bad si disintossica, incontra di nuovo la ragazza che nel frattempo si è fidanzata…e tutti sono felici e contenti. Tutto il contrario del romanzo.
Si guardano i due spezzoni di film.
Si riprende in mano l'ultimo capitolo; si rileggono le righe in cui lo scrittore descrive la donna ubriaca che Bad incontra nel bar. Si discute sui dettagli di di questa descrizione. Si fa questo esercizio: come ci immaginiamo una donna ubriaca?Possiamo prendere ispirazione da questo brano, oppure da persone che abbiamo visto.
Dopo si leggono i testi scritti su questo tema.
Per casa questo esercizio: facce viste per strada

 

 

 

 

 Corso di Prosa spontanea Associazione Primo Levi di Bologna
Insegnante Dianella Bardelli
Sesta lezione 1.4.2011

Questa lezione è stata una lezione prevalentemente teorica
L' argomento trattato è stato il dialogo.
Dianella: il dialogo nella scrittura è difficile, ma abbiamo dei maestri del dialogo, come punto di riferimento. Questo non vuole dire che dobbiamo scrivere dialoghi come loro, però ci possono servire intanto per capire come non farli, ci servono i modelli per capire a cosa serve il dialogo in un racconto o in un romanzo. E' come nella vita, ma nello stesso tempo no, perché il dialogo ha come le altre parti del racconto, e cioè descrizione e narrazione, la funzione di fare andare avanti la trama. Nel racconto ci sono tre parti: narrazione, descrizione, dialogo. La narrazione avviene quando il narratore che può essere lo scrittore o un personaggio del racconto stesso, racconta qualcosa : “andarono…fecero…ecc..; le descrizioni sono le descrizioni di luoghi e persone e i dialoghi sono le parole che si dicono i personaggi. Ma tutti e tre questi elementi non sono separabili tra di loro, tutte e tre queste parti hanno una funzione narrativa, cioè di raccontare la storia. Poi ogni scrittore ha la sua maniera.
La funzione del dialogo si potrebbe pensare che sia solo quella di far parlare tra loro i personaggi. Ma non è così. Intanto bisogna distinguere tra dialogo e conversazione. Nel dialogo sono due i personaggi che parlano, invece nella conversazione abbiamo un gruppo. Un esempio può essere l'inizio di Guerra e pace. Se noi vogliamo raccontare quello che accade ad un gruppo e facciamo parlare i componenti di questo gruppo, quella è una conversazione. Scrivere una conversazione è una difficoltà diversa dallo scrivere un dialogo. In tutti i casi, sia il dialogo che la conversazione hanno una funzione narrativa, cioè fare andare avanti la storia.
Si parla poi della differenza tra romanzo e racconto. E tra romanzo breve e romanzo verro e proprio. Nel romanzo si ha uno spaccato di mondo, anche in quello breve, nel racconto invece si ha una o più scene di una storia che nel suo complesso non viene raccontata per esteso. In tutti questi casi comunque il dialogo ha la funzione di fare andare avanti la storia. Il dialogo poi alleggerisce la pagina, alleggerisce la lettura, perché il problema del lettore è che non si deve annoiare, anche se quando scriviamo non dovremmo pensare al lettore, perché quando ci pensiamo diventiamo un po' ossequiosi nei suoi confronti, ma il lettore non vuole essere lisciato, vuole essere sorpreso. Gli può andare bene uno stile come quello di Kerouac o di Joyce, quello che non gli può andare bene è annoiarsi.
Comunque quando si scrive un dialogo ci deve essere uno scopo narrativo per farlo, inoltre quando il personaggio parla deve rimanere fedele a come l'ho raccontato e costruito fino a quel momento. Se ha determinate caratteristiche non è che quando si mette a parlare diventa altro, in qualche modo ci deve essere la fedeltà a come precedentemente l'ho costruito. Questo nel romanzo, nel racconto è più semplice, perché non è uno spaccato di vita di tante persone, ma una scena che più è bravo lo scrittore più il lettore si immagina che appartenga ad un intero mondo; però può essere anche semplicemente il racconto di un pomeriggio di scrittura, sarà compito mio non rendere il racconto noioso: la stanza, le sensazioni, le caratteristiche delle persone…Ma il problema non è avere una bella storia in testa, il problema è riuscire a raccontarla. Tu puoi avere una gran bella storia in testa e poi non riuscire a scriverla.
Un romanzo ben fatto deve avere dietro di sé, o sotto di sé una sostanza che vada al di là della trama, e cioè deve raccontare l'umanità, cosa significa essere umani; che è ciò che ritroviamo in qualunque romanzo che noi possiamo definire un capolavoro. Un capolavoro è un romanzo dietro la cui storia, come quella che stiamo leggendo, c'è qualcosa d'altro; vi ho proposto questo romanzo che è così popolare nella scrittura perché dietro il personaggio di Bad ci siamo noi; il discorso filosofico dello scrittore è che l'essere umano in quanto tale è sconfitto. Non c'è vittoria nell'essere un essere umano; io la faccio mia questa affermazione perché nella visione buddista, come in quella cristiana, la vita è sofferenza finché non trovi un sentiero spirituale che ti porta fuori dalla sofferenza. Nella mia visione che non è materialista penso che gli esseri umani possano trovare un sentiero che ci porti fuori dalla sofferenza. In questo romanzo di Cobb tutti sono degli sconfitti, Bad, la ragazza, il bambino, Tommy stesso. Nessuno lì è completamente felice. Allora il grande romanzo è quello che ti fa intravedere qualcosa dietro la storia di un cantante country. Cioè un punto di vista sulla condizione umana.
Primo studente: sì ma questo è il pessimismo puro…
Dianella: questa è la vita…
Primo studente: ma dal lato pessimista…
Secondo studente: non è necessario che ci sia la felicità assoluta…
Terzo studente: se uno vive tranquillamente non ha bisogno di chiedere la felicità, io non me lo chiedo mai…Si soffre comunque per un amico…
Dianella: devo intravedere in un romanzo una visione della vita. La scrittura si nutre di una certa visione della vita, racconta meglio forse la condizione umana un grande romanzo che un libro di storia. Questo capita ad esempio ne I promessi Sposi.
Tornando al dialogo, devono essere persone che parlano, fedeli al loro personaggio per età, condizione sociale, psicologica, devono essere quelli delle pagine precedenti; fare questo non è così semplice come sembra perché se ho già 50 pagine scritte e due personaggi cominciano a parlare tra loro, potrei sbagliarmi e accorgermi che non sono più loro. Sono altri. Ecco perché non è facile scrivere i dialoghi, perché dietro i dialoghi ci devono essere dei personaggi. Inoltre di cosa parlano? Possono parlare di qualunque cosa, ma questa deve avere a che fare con il rapporto che c'è tra di loro.
Il maestro del dialogo nella letteratura moderna è Hemingway. E' un maestro del dialogo perché si è inventato un modo di scriverli che prima non c'era. Ci sono interi racconti, come “Colline come elefanti bianchi”, in cui la predominanza è nei dialoghi. Capiamo le problematiche dei due personaggi che parlano unicamente attraverso il dialogo. La straordinarietà è che noi lo capiamo quello che loro sono, la bravura di Hemingway è tale che noi capiamo oltre le parole. C'è un intuito dentro di noi che si attiva dove c'è una grandezza creativa. Riesco a vedere questi personaggi anche se l'autore non li descrive, riesco ad andare oltre le parole.
Si legge “ Colline come elefanti bianchi”.
Dianella: Non c'è nessun bisogno di descrivere come è lei, come è lui, perché lo scopo dello scrittore è raccontare il loro dramma interiore. La grandezza di Hemingway come di tutti i più grandi, è che lui “ha osato” una cosa che nessuno aveva fatto prima; lui non ha voluto raccontare questa storia con gli schemi precedenti, ma con suoi. La stessa storia si poteva raccontare in modo più tradizionale, facendo ad esempio presa sull'aspetto fisico dei personaggi. Per dire cosa avevano fatto prima di trovarsi in quella stazione sono bastate quelle etichette sulle valigie. Si riferisce ad un saputo di chi legge però osando. In tutti i racconti di H. c'è sempre questo dramma dietro, in quelli sull'Africa, su quelli della corrida, c'è sempre questo fare intravedere il dramma, anche senza dirlo esplicitamente. Il suo è uno stile, quello dei dialoghi e della frase breve. Viene detto stile paratattico, quello con periodi lunghi viene detto ipotattico ( ad esempio lo stile dei Manzoni).
Si accenna allo stile di altri scrittori, come Kafka, Poe, Collodi.
Per la prossima volta gli studenti scriveranno a casa un dialogo qualunque che però racconti qualcosa.
Dianella: dovete fare una scaletta:

  1. chi sono i due che parlano, due ragazzi, due uomini, un uomo e una donna…

  1. sono italiani o no

  1. dove è ambientato

  1. quanti anni hanno, ecc…

Il prossimo romanzo che leggeremo sarà I vagabondi del Dharna di Jack Kerouac.
La prossima volta finiamo di analizzare il romanzo di Cobb, leggeremo insieme l'ultimo capitolo.

 L’improvvisazione di poesia e prosa spontanea: la scrittura spirituale di Jack Kerouac e Allen Ginsberg

Tra gli anni ’40 e ’50 nasce in America una nuova scrittura, un nuovo rivoluzionario modo di scrivere romanzi e poesie.
Il grande innovatore fu Jack Kerouac. Quando iniziò a pensare al suo romanzo “ On the road”, decise che quella storia per essere scritta aveva bisogno di un nuovo modo di raccontare. Doveva essere la scrittura dei tempi moderni, così come il jazz di Dizzy Gillespie e Charlie Parkerera la musica dei tempi moderni e l’espressionismo astratto di Jackson Pollockla pittura dei tempi moderni.
Quello che stava accadendo tra i giovani artisti in quegli anni in America, era che protagonista dell’arte diventava la coscienza umana. Attraverso i fatti, i luoghi, i personaggi si raccontava direttamente la condizione della mente umana, la vita interiore dell’anima. Dall’esterno di sé si andava a raccontare l’interno di sé, senza mediazioni, tentennamenti, censure.
Già Hemingwayaveva fatto la stessa cosa con l’invenzione strepitosa del dialogo come strumento narrativo, come componente della trama interiore dei personaggi.
Ma gli scrittori beatvolevano raccontare un’altra America, l’America dei “battuti e beati”, l’America dei giovani emarginati del secondo dopoguerra.
Come dicevo fu Kerouac a trovare, scrivendo e lavorando indefessamente, la nuova scrittura. Inventò la Prosa Spontaneache teorizzò nei saggi contenuti in “ Scrivere Bop”, e in una miriade di articoli pubblicati sulle riviste dell’epoca. La prosa Spontanea non è il flusso di coscienza di Joyce, o la scrittura automatica dei Surrealisti. La Prosa spontanea è il raccontare la vita mentre accade. E’ l’unità di mente e corpo mentre agiscono.
Fu una grande scoperta. Geniale. L’essere umano tornava a quell’unità originaria e innata di corpo e spirito che la società tiene tuttora separati. Kerouac amava citare a questo proposito un passo del Vangelo: “ Non preoccupatevi di ciò che direte, ma ciò che a voi sarà ispirato in quel momento, quello direte, poiché non siete voi a parlare ma lo Spirito Santo” ( Marco, 13.11).
Allen Ginsberg imparò da Kerouac, suo amico, questa nuova modalità di scrittura e la trasferì nella poesia. Nacque così il suo capolavoro “Urlo”, e le altre centinaia di sue poesie.
 Sì, perché l’improvvisazione di Poesia e Prosa spontanea è un fiume inesaurible, è il fluire della mente, fonte inesauribile di ispirazione che sempre si rinnova e si ricrea.Così la prosa e la poesia diventano il linguaggio dello spirito umano. La spiritualità infatti è una componente fondamentale della scrittura di Kerouac e Ginsberg. Spiritualità che proviene dalla educazione religiosa di entrambi, cristiana quella dei Kerouac, ebraica quella di Ginsberg. Entrambi poi saranno fortemente influenzati nel loro lavoro letterario dal buddismo zen che si andava diffondendo in quegli anni in America. Per Kerouac ( che lo studiò a fondo, da poco è uscita una riedizione a cura di Tommaso Pincio, di una sua vita di Buddha) questa filosofia fusolo un passaggio. Ritornò infatti al cristianesimo. Per Ginsberg il buddismorappresentò invece il sentiero spituale di una intera vita.

 

 Corso di Prosa spontanea Associazione Primo Levi di Bologna
Insegnante Dianella Bardelli
Quinta lezione 25.3.2011

All'inizio si leggono i testi che gli studenti hanno scritto a casa sui titoli: “quando”, “dove”, “arrivo”.
Oggi ascoltiamo il tema musicale del film Crazy heart, dal titolo Weary Kind, scritta ed eseguita da Bryan Bingham.
Prima però spiego cosa significa scrivere con la musica.
Dianella: adesso vi dico cosa significa scrivere con la musica, poi facciamo i cinque minuti di attenzione al respiro e poi ci mettiamo subito a scrivere ascoltando la canzone Weary Kind ( Un tipo sciupato, logorato).
Scrivere con la musica è un esercizio che si può fare sempre, diciamo che è una forma immediata di ispirazione per la scrittura, per il semplice motivo che la musica veicola le emozioni, è un immediato veicolo delle emozioni. Porta immediatamente un'emozione. Coglie immediatamente la sfera emotiva la musica, così facendo accende le emozioni che sono la materia con cui uno scrive; questa emozione è l'energia che ti fa scrivere.
Scrivere con la musica non significa scrivere “della” musica; non stiamo facendo un recensione di un brano musicale, non dobbiamo descriverla, dire se è bella o brutta, quali emozioni veicola. Questo è fare un saggio; scrivere con la musica dal punto di vista della scrittura creativa significa fare un'improvvisazione su quello che succede in questo momento dentro di me ascoltando quel brano. Quindi lo scopo è sempre letterario, non saggistico. Quindi usiamo la musica come abbiamo già usato la vista e il tatto; la volta scorso abbiamo usato l'udito dal punto di vista di quello che sentivamo provenire da fuori.
Si ascolta il brano e contemporaneamente si scrive un testo improvvisato senza vedere il cantante, dopo ne scriviamo un altro con davanti il video della persona mentre canta, noterete che scriveremo cose diverse.

Nell'improvvisazione mentre una cosa accade c'è questo rincorrere la vita, ma c'è uno scarto perché la scrittura va più lenta del tempo che si vive. La vita è più veloce della scrittura. I suoi allievi di scrittura creativa dicevano a Ginsberg: io scrivo in fretta ma non riesco a cogliere tutto quello che la mente mi detta, e Ginsberg rispondeva tu cerca di cogliere quello che riesci a scrivere, ma senza attardarti a voler ricordare quello che la mente ti ha suscitato un secondo prima. In qualche modo c'è una rincorsa a cogliere le emozioni mentre avvengono, ma poi quello che non riesco a cogliere lo lascio perdere, vado a quello successivo. Comunque lo si capisce meglio facendolo.
Dianella: prima facciamo i cinque minuti di attenzione al respiro. Come vi ho già detto è un metodo che serve quando uno vuole rilassarsi e, se riesce, eliminare i pensieri, fare il vuoto nella mente, vuoto non nel senso filosofico, ma vuoto nel senso di spazio. Facendo spazio l'immaginazione ha più possibilità di fluire.
Ci mettiamo con la schiena non del tutto appoggiata allo schienale della sedia e chiudiamo gli occhi. La cosa che c'è sempre finché c'è la vita è il respiro. Questo metodo si chiama appunto attenzione al respiro, cioè si pone attenzione all'inspirazione e all'espirazione, a come entra e esce l'aria dalle narici; tenendo il respiro naturale ma accorgendosene. Se noi poniamo attenzione al respiro non la possiamo porre ai pensieri, o c'è l'attenzione al respiro o ci sono i pensieri.
Può essere utile se non riuscite a sentire il respiro porre attenzione a come l'aria entra e esce e passa sopra il labbro superiore.
Dopo i cinque minuti si ascolta la canzone Weary Kind. In seguito si leggono i testi improvvisati.
Alcune mie osservazioni in proposito
Dianella. Noi possiamo fare o un'improvvisazione pura, quindi un accumulo di parole veicolate da un'emozione, oppure può venire anche spontaneamente una storia. Teniamo presente che se mi viene di improvvisare una storia non dobbiamo fare il riassunto di una trama ma raccontare una scena. Una scena visiva oppure solo emozioni. La natura, l'essenza di questo metodo dell'improvvisazione spontanea è quella di non avere nessun punto di partenza…
primo studente: neanche di arrivo, non c'è una costruzione…è come una fotografia, all'improvviso mi si svela un quadro, mi si squarcia un sipario del teatro e vedo una scena…
Dianella: questa è una modalità, oppure l'emozione ti suscita parole. C'è un musicista jazz che ha fatto dell'improvvisazione uno degli scopi della sua vita, è Keith Jarrett. Ci serve parlarne perché lui ha scritto delle cose sull'improvvisazione, delle interviste ad esempio. Secondo lui l'improvvisazione musicale, ma noi possiamo trasferire il suo discorso anche alla scrittura, non deve partire da qualcosa. Ha fatto dei concerti di piano solo, in cui lui non sapeva cosa sarebbe successo; questa è la vera improvvisazione. Cioè tu metti in discussione…nel caso suo la tua carriera. Quindi la vera improvvisazione è: il corrispettivo della vita, quello che accade nella vita. Il nostro agire nella vita, quelle improvvisazioni che facciamo agendo, non le stabiliamo prima. E' il trasferimento del meccanismo della vita nel campo artistico. E' l'improvvisazione pura: quello che accade lo scrivo. Soprattutto quello che accade dentro di me. Ascolto la musica che è fuori di me, ma ascolto come risuona dentro di me. Dentro ognuno di noi provoca cose diverse.
Si leggono i testi scritti durante l'ascolto della canzone “Weary Kind”.
Dianella: la nostra vita interiore può essere trasformata in parole, e può darsi che mi dicano qualcosa di me stesso. Però il presupposto è la fedeltà assoluta a quello che accade dentro di me. L'autenticità per un artista è l'unica condizione per avere successo. Jarrett è uno dei pochi che improvvisa dal niente.
Si discute di Jazz e Keith Jarrett.
Nel romanzo Crazy heart si leggono alcune pagine sul concerto che Bad fa con Tommy. Ci si sofferma su un dialogo tra i due.
Dianella: come comincia questa loro conversazione dopo tanti anni?
Secondo studente: come se si fossero visti il giorno prima
Terzo studente: io invece lo vivo come un cercare di fare finta di niente. Invece il rapporto è cambiato un bel po'.
Secondo studente: loro riprendono il loro rapporto di una volta, però sono più stringati, più intervallati, si capisce anche dalla scrittura…
Dianella: sono più imbarazzati?
Secondo studente: no, le loro parole sono intervallate, come se ci fossero dei silenzi.
Dianella: quindi c'è chi ci legge che è come se non si fossero mai persi di vista, e c'è chi dice che c'è molta distanza tra loro.
Terzo studente: Tommy fa lo sbruffone
Dianella: fa il fenomeno con Bad, il padre putativo, quello che gli ha insegnato tutto. Continuano a parlare ma fanno discorsi diversi
Terzo studente: ognuno ha il suo argomento
Dianella: per casa: scrivete un dialogo simile, cioè con queste caratteristiche, non con personaggi simili. Qua abbiamo un esempio di scrittore, Cobb, che fa parlare i personaggi con lo scopo di non capirsi. Ha scritto un dialogo in cui lo scopo dello scrittore è che i due personaggi parlano ma non si capiscono. Perché parlano di due cose diverse; ci sono dei dialoghi in cui io dico una cosa, tu non rispondi a quella cosa, dici la tua e ti aspetti che io risponda alla tua, ma io ridico la mia. E' quello che capita continuamente tra le persone. Non è che non si capiscano davvero. Uno vuole dall'altro una cosa, l'altro vuole dal primo un'altra cosa.
Per casa provate a scrivere un dialogo tra due persone con queste caratteristiche. Dentro ognuna di loro c'è una richiesta che viene fuori continuamente nel loro dialogo, per cui sono come due parallele che non si incontrano.

 

 

 

 

 

 

 Corso di Prosa spontanea Associazione Primo Levi di Bologna
Insegnante Dianella Bardelli
Terza lezione Primo Levi 11.3.2011

 Quasi tutta la lezione è stata occupata dalla lettura di alcuni esercizi già scritti ( uno la scorsa volta e un altro fatto a casa) e da altri scritti in classe.I due esercizi già svolti sono: quello relativo alle rose secche fatte cadere su una sciarpa verde e “ Cosa c'è di me in quella rosa” ( dopo averne scelta una).Commento con miei impressioni i vari testi. Ad esempio ho suggerito di rimanere di più sul titolo senza divagare troppo; Se mi domando cosa c'è di me in un oggetto è chiaro che a seconda della forma dell'oggetto ci sarà di me una cosa invece di un'altra. In una penna c'è qualcosa di me di diverso che se guardo la rosa. Ma sono tutti strumenti che hanno lo scopo di guardarci dentro, cioè andare alla fonte della mente che è quella che detta. L'improvvisazione nasce dal fatto che la mente mi detta delle parole; è questo il metodo del corso; poi ognuno se ne farà quel che vuole, lo userà o no nelle cose che scrive. Il bello stile nasce da dentro di noi, così come la “bella immagine”; il testo autentico è pieno di energia e quindi interessante, invece il testo nato dal bisogno di fare il bel testo non ha molta energia, è debole. Noi abbiamo una fonte inesauribile di energia dentro di noi che è come la fonte della vita. Dobbiamo riconoscerla e ci detterà delle immagini molto originali.
Oggi vorrei cominciare gli esercizi sui cinque sensi, che abbiamo fatto anche nel primo corso. Noi usiamo sempre la vista e ci dimentichiamo degli altri. Gli esercizi sensoriale in cui si usa solo un senso per scrivere hanno proprio lo scopo di ricordarci che può essere utile nelle descrizioni affidarsi ad altri sensi invece che sempre alla vista. Come abbiamo visto anche nel romanzo di Cobb.
Oggi facciamo un esercizio sul tatto, vi do questo pezzo di stoffa. Per cogliere meglio il senso del tatto conviene toccare la stoffa a occhi chiusi.
Possiamo cominciare però con i cinque minuti di attenzione sul respiro; può essere utile fare un piccolo esercizio di meditazione, che si fa in tante tradizioni orientali, che è porre l'attenzione escludendo tutto il resto, se si riesce, tutti i pensieri per porre l'attenzione su una cosa sola; si usa il respiro perché c'è sempre. Nel caso nostro, che ci accingiamo a fare un esercizio di scrittura, lo scopo è quello di fare spazio dentro di noi eliminando i pensieri, perché o ci sono i pensieri o c'è la creatività. Per pensieri si intende il pensiero discorsivo, quando noi giriamo intorno ai quei quattro o cinque pensieri, che pensiamo siano i nostri problemi. Per essere ricettivi, aperti alla scrittura dobbiamo fare spazio dentro di noi; quindi l'attenzione sul respiro ha lo scopo di calmare la mente e quindi focalizzandoci sul respiro non ci focalizziamo sui pensieri. O c'è il respiro o ci sono i pensieri. I pensieri vanno e vengono e io ritorno al respiro.
Si fanno i cinque minuti di attenzione sul respiro.
Dianella: per altri due minuti l'attenzione la poniamo ai suoni che provengono dall'esterno.
Come avere percepito i suoni diversamente dal solito?
Primo studente: molto diversamente. Ne ho sentiti di più, quando cammini li senti tutti insieme, li ho sentiti differenziati.
Dianella: la differenza l'ha fatta che non ci sono i nostri pensieri. L'atteggiamento dello scrittore è quello di quando abbiamo posto l'attenzione ai rumori. Cioè è un testimone attivo ma non giudicante. Sia che racconti una storia che nasce dal di dentro o una storia realistica, quello che deve fare è porsi in un atteggiamento di ricezione. E' quello che abbiamo fatto ascoltando, eravamo vicino ma lontano nello stesso tempo; ho percepito una certa distanza, come se io non c'entrassi. Non partecipe. L'esercizio di ascoltare i suoni lo abbiamo fatto per capire qual è l'atteggiamento dello scrittore, almeno secondo me. Si pone in maniera ricettiva rispetto al fuori o al dentro. Oppure possono accadere entrambe le cose. Un qualcosa suscita in me un'emozione, una sensazione, posso alternare la scrittura del fuori e del dentro. E' quello che fa il romanziere; c'è una certa identificazione tra chi narra e il personaggio, è guardato da fuori ma anche da dentro. Anche lo scrittore di gialli, o noir o horror deve entrare nella mente degli assassini. Ti puoi documentare, ma poi è dentro di te che devi trovare quella cattiveria. Io non scrivo cose di violenza, ma so che se lo facessi la barbarie la dovrei trovare dentro di me.
Adesso facciamo l'esercizio sul tatto. Distribuisco dei pezzi di stoffa. Bisogna toccarlo ad occhi chiusi per qualche secondo. Poi si aprono gli occhi e scriviamo la descrizione del toccare la stoffa con una mano; con l'altra scriviamo. Isoliamo questo senso da tutti gli altri sensi.
Dopo aver scritto ognuno legge il suo testo.
Adesso facciamo un altro esercizio: prima vi chiedo qual è la differenza tra indovinare e immaginare.
Secondo studente: indovinare significa avere già una meta, immaginare no…
Primo studente: se indovino una cosa ci prendo
Dianella: indovinare è un'attività razionale, immaginate non ha nulla a che vedere con questo. Quando indovino cerco di avvicinarmi alla realtà, rispetto alla borsa che ho qui, cerco di sapere cosa c'è dentro; se invece immagino ci può essere qualunque cosa, ci può essere un dromedario o il deserto. Naturalmente dal punto di vista letterario noi dobbiamo immaginare. Devo lasciare che l'immaginazione mi porto dove vuole lei.
Terzo studente: immaginare è creare
Dianella: è proprio così, lo scrittore crea dal nulla.
Esercizio: dobbiamo immaginare cosa c'è dentro questo sacchetto.
Si fa l'esercizio e poi ognuno legge il proprio testo.
Esercizio da fare a casa. A ognuno ho dato un rametto con delle gemme: improvvisazione libera a partire dal rametto. Ma poi nella conversazione con gli studenti, di fronte alle loro perplessità cambio obiettivo.
Alcune indicazioni:

  • se fosse un uomo come si chiamerebbe?

  • Quanti anni ha?

  • I capelli di colore sono?

  • Dove si trova?

  • È solo o in compagnia?

  • Cosa sta pensando?

  • Si è ferito, in quale parte del corpo?

  • Il suo sangue non è rosso, di che colore è?

  • Insieme al sangue cosa esce dalla ferita? ( immaginare non indovinare)

  • di invisibile cosa esce?

In base alle risposte date dagli studenti, a casa l'esercizio da fare è su uno di questi titoli: “anima nera”, “mi hai fatto male”, “sulla collina luci”. Se volete fare poesia invece di prosa va bene.
Dopo si passa al romanzo di Thomas Cobb, Crazy heart.
Per casa leggete le prime 70 pagine.
Contengono sia le serate musicali di Bad Blake che un suo incontro con una donna. E' una giornalista che lo va ad intervistare. Viene fuori anche il personaggio di Tommy Sweet, che è molto più giovane di lui e molto famoso. E' stato un suo allievo. Le parti si sono invertite ed è Bad che deve stare al suo volere. Infatti andrà ad aprire un concerto di Tommy in un grande palazzo dello sport.
Leggo qualche riga: quelle in cui Bad parla con una cameriera che poi passerà la notte con lui ( pagine 13 e 23).

 

 

 

 

 

VENERDI’ PROSSIMO 22 OTTOBRE ALLE ORE 15
A BOLOGNA IN VIA AZZOGARDINO 20/B
PRESSO L’ASSOCIAZIONE PRIMO LEVI
inizierò a condurre un corso di Scrittura Creativa
dal titolo:
il Qui e Ora della scrittura, ovvero la scrittura come
manifestazione della spiritualità umana

per informazioni sulle modalità e i contenuti del corso:
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per iscrizioni:
presso la Primo Levi di Bologna
051 240644
ci si può iscrivere anche sul sito :
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