Inverno

Rami neri:
geroglifici sul foglio grigio del cielo-
nella  terra macchie di finto sole –
la vita gracchia lontano
nella valle-
gira la nebbia
padrona del mestiere-
l’argine evapora gentile,
astratta fotografia
già vista molte volte
amata sempre-
un miraggio,una corona bianca senza spine:
son gli ultimi rami
che l’inverno avido inghiotte-
fiori di nebbia immobili
sul leggero pendio-
marca  il sentiero
un palo di cemento di vecchio muschio
in mezzo a un cespuglio secco
che  il vento leggermente muove
passeri si appoggiano sui rami più alti,
riprendono neri il volo-
la gazza che si strugge e  strepita
 cercando invano il vecchio nido
ferisce il cuore

Improvvisazione di prosa spontanea:
Ascoltando Packt like sardines in a crushd tin box
dei Radiohead

Un trillo in testa un trillo in testa come da copione come ogni volta altre volte quante volte non so
quante volte non so quante volte- ora loro sono  fuori a folleggiare a folleggiare come due bimbi si divertono senza di me senza di me si divertono di più- io sono qui aspetto il mio amore ingratoanzi i miei due amori ingrati- trance di dolore di dispiacere di delusione- beve come faceva prima quando di amore ingrato  ne aveva solo uno solo uno adesso ha due amori  ma sono tutti e due ingrati che sia l’amore ad essere ingrato in quanto tale? Batto sui tasti  alla musica  con la musica dentro la musica sono io la musica  la voce e gli strumenti amori ingrati ne avete mai avuti? al telefono ad esempio quando uno non è mica tanto gentile  mica tanto gentile, ti saluta appena dice che ha da fare dice che ha da fare da fare dice che ha-oppure non risponde al cellulare  non risponde oppure per non doverti rispondere più perché l’ha fatto controvoglia un sacco di volte, ha cambiato numero…succede succede-oppure gli scrivi una lettera una lettera gli scrivi e lui mica ti risponde è successo che ha mandato 8 lettere è un romanzo un romanzo che sto scrivendo gli manda 8 lettere e mai lui risponde, sono una donna scrivo cose così… dopo quando lei sta per scrivergli la 9° lettera  perché ha deciso di scrivergli diciamo per i prossimi 10 anni perché no, perché no chi  può impedirglielo a lei, insomma quando lei sta per scrivere la 9° lettera  lui le risponde e le telefona pure fa tutto il carino e la invita fuori  allora a lei non piace più

Noi qui abbiamo la Coop

C’è un rullo
che dà il ritmo
alla tua mano
al tuo cuore
alla tua mente-
la mia vorrebbe lasciare tutto lì,
mentre lo penso guardo la cassiera
“qui se uno non fa in fretta…”-
“come?”, dice lei
muovendo le mani veloci
con un piccolo compassionevole
pallido sorriso di Madonna –
“ come?”, dice-
e accettare il dialogo è già segno
di gentilezza e bontà d’animo-
“ qui se non si fa in fretta,
se uno è un po’ lento…”
e vorrei aggiungere:
fa meglio ad andare al negozietto-
ma mi trattengo,
siamo alla Coop,
noi qui abbiamo la Coop-
mi viene in mente Terzani:
quando tornò dall’Himalaya alla sua Toscana
lasciò il carrello in mezzo al supermercato-
non ce la fece a riadattarsi-
anche io farei questo happening
con tutto il cuore
ma non lo faccio
seguo il ritmo
chiudo la mente
assecondo il movimento veloce del rullo
e guardo come fosse una cosa normale e non da pazzi
 il pane, la verdura, il latte, il formaggio…
che passano veloci-
guardo tutta questa buona roba
piegata, contorta, accartocciata
accumulata come fosse spazzatura-
fuori un’aiuola orrenda-
senza amore e senza grazia di mani
di mini piante di melograno
ancora in frutto-
saranno geneticamente plastificate
non è nel loro tempo
quel guscio rosso-vermiglio-
saranno modificate, nebulizzate, liofilizzate
come tutto, come tutti  qui-

fuori l’amica nebbia

37 minuti
( la poesia è frutto di una registrazione durante una passeggiata, trascritta successivamente; per tutta la poesia rumore di passi su una strada di sassolini )

Il triangolo di foglie invecchia-
non sono più gialle
si estinguono
dentro la terra nera-
piccoli trattori intorno
prato verde di grano in fondo-
gli alberi sono spogli
è cambiato il colore
non è più vecchio rame,
flaccide le canne sventolano-
io vibro ancora di Allen e Jack
ieri sera nominati, resuscitati, rinvigoriti-
l’amore è vero va oltre la morte-

dalla terra spunta erba alta già sui bordi,
fiorellini viola splendono nella nebbia, senza sole-
splendono ugualmente-
l’argine è spoglio, rasato, nudo
ci si può camminare
ma ha perso il suo splendore
la sua bellezza-
la mia on the road è bianca
piena di sassolini,
il mio grattacielo RCA
è un argine basso
ma di lì domino il mio mondo
come dice Allen i miei possedimenti-
l’argine ora è come un vecchio
a cui per qualche ragione
hanno tolto un po’ di vita,
forse gli hanno tolto la barba
o le gambe-
l’argine è come un vecchio
senza sesso, senza più amore-
ci si può camminare adesso sull’argine
 prima non ci si poteva camminare
ma a vederlo era bello:
spighe, canne, ciuffi
splendevano anche nella nebbia-
oscillavano, oscillavano sempre
ma non ci si poteva camminare-
ma qualche triangolo di ciuffi e spighe
è rimasto-
triangoli sull’argine
lasciati lì per pietà, misericordia
per bellezza, chissà…
li hanno lasciati a memoria
di chi, di cosa…

salgo il sentiero di canne macerate, inumidite
tutta la terra domino,
salgo a dominare i campi-
come Allen sul grattacielo dell’RCA,
ma non ho gli occhi rossi
che aveva quel giorno Allen,
ma domino lo stesso all’intorno,
all’intorno domino-
c’è vento sull’argine
un vento freddo,
nebbia-
la terra è diseguale, arata poco
sbriciolata in certi punti-

la poesia è un bisturi
ci si apre il petto, si tira fuori il cuore
e lo si dà a qualcuno,
anche solo a se stessi-
mi volto, un piccolo falco
sta sopra l’argine
muove agitato le ali
in cerca di topolini, talpe-
il falco sta fermo lì sull’argine
fermo, a bassa quota-
agita forsennatamente le piccole ali
ma non trova cibo-
la nebbia sta calando,
il vento aumenta
un topolino corre sull’erba fresca dei bordi,
sparisce sotto terra-

oggi sarà un giorno
di nebbia e vento-
guardo intorno, cerco nella nebbia
castelli lontani di alberi diseguali-
immagino un folletto
che sulle cime passa da un albero ad un altro-
l’albero spoglio è bello
piccole foglioline nere, grigie
ancora attaccate, frutti vuoti-
io cammino
mi avvio verso casa a scrivere,
perché non so…
comunque scrivere,
scrivere per nessuno
neanche per me,
solo l’atto
non per lasciare traccia o per dire
ma per vibrare un pochino
almeno per non essere quell’argine
che è stato rasato
sul quale adesso è facile camminare-
vado a casa
e scrivo, non so perché…
ci sono giorni in cui dico
scrivo per questa persona…
altri giorni in cui dico…
il falco non lo vedo più,
liquida un po’ di angoscia,
passeggera,
liquida un po’ d’angoscia-
forse perché sono alla fine
della passeggiata,
è pur sempre la fine di qualcosa-
per terra un sasso a forma di cuore

Oggi l’autunno

Oggi l’autunno
sono le foglie che crollano
come strappate-
strattonate calano
come aquiloni senza più vento-
stramazzano
come piatti paracadute
nell’ultimo veloce
giallo volo-
oggi l’autunno
è la nebbia
che inumidisce il viso
e delinea i tre capanni in  fila
e li rende perfetti e metafisici-
oggi l’autunno
è il fosso nero
infiammato d’erba nata all’alba
e le torri d’alberi
diventati castelli
sul cerchio flessibile della nebbia
mentre da fondo
lo splendore  bianco avanza
come un’ombra reale
e immaginaria
come una mente
diventata calma

Campagna

Cumuli di nubi
come i versi a elenco e tristi
di  Kerouac-

basso cielo di quasi inverno-
la terra sonnecchia
la sterpaglia sull’argine ingiallisce-

l’arco di guerce scurisce
 in un sol punto la strada bianca-
la pozzanghera riflette
il palo della luce-

un pigolio si spegne
e poi riprende-
è un lamento, un singulto
chi mangia e chi è mangiato?-

lungo il fosso erba nuova
fosforescente, psichedelica-

lo sguardo vaga
tra la terra e il cielo-

tremulo colpo d’ali-

cade una foglia

Il capanno

Un capanno in mezzo al campo-
aggrappati a una vecchia finestra
squarci d’edera secca
battuti dal vento-
sventolano con un suono gradevole, variabile:
uno scampanellio di carta-
come  coriandoli
buttati e persi
dopo il carnevale
o come ricordi
che nessuno cerca
che nessuno vuole
ma che resistono
attaccati alla mente

Alice nel paese delle meraviglie ( perché lo sto leggendo)

Il pozzo di Alice
è dentro di me-
sta sempre lì,
ha la forma perfetta
di un enorme cerchio nero e vuoto-
è l’assenza-
questo non mi impedisce
di gioire
per questa giornata di sole
o per questa giornata di nebbia-
o per questa buona colazione del mattino
o per uno sguardo
d’intesa col nemico-
o per la guarigione di qualcuno
o per l’albero grande
sempre di fronte a me
che diventa giallo
o per il maestro
che mi insegna a meditare
o per quello che mi dice
che il senso di vivere è una buona cosa
e non va confuso con l’egocentrismo