un bellissimo documentario su Ginsberg, Kerouac, Corso e gli altri della beat generation


 Contiene testimonianze dirette dei protagonisti della beat Generation; è presente anche Timothy Leary che dice cose stravaganti ma di grande interesse. Ci sono filmati dell’epoca davvero inediti sulla scuola di scrittura di Boulder dedicata a Jack Kerouac. Vi compaiono Ginsberg, naturalmente, ma anche Corso, Orlovsky, Waldman, Burroughs, gli studenti che la frequentano. Ci sono letture di poesie in mezzo alla strada, piccole manifestazioni contro la guerra interrotte da poliziotti che hanno la stessa età degli studenti e tutto sommato si comportano in modo gentile, li invitano a spostarsi dal centro della strada o li spostano di peso ma con maniere non violente.
Un mondo a parte quello beat-psichedelico-hippy nelle sue manifestazioni più spontanee, prima che il mercato se ne impossessasse.
Alla scuola di scrittura le lezioni avvengono in luoghi informali, tipo soggiorni con sedie e poltrone sparse qua e là. Gli insegnanti parlano come viene loro di fare lì per lì, in modo del tutto spontaneo, improvvisato, stanno in mezzo agli studenti, non c’è separazione tra gli uni e gli altri. Magnifico, teatrale, Ginsberg quando legge le sue poesie accompagnato dall’harmonium che suona anche bene. Burroughs, come dice Ginsberg nel commento al documentario sembra uno della CIA dai modi di fare calmi e prudenti. Adorante la sempre presente Fernanda Pivano che ascolta scegliendo un angolo della stanza in cui rifugiarsi dalla luce accecante di tanta genialità raccolta tutta insieme davanti a lei.

 

Dalai Lama, Conosci te stesso ( mia recensione )

Adoro i libri piccoli. Intendo quelli che insegnano qualcosa. Anche per i romanzi faccio sempre più fatica ad affrontare un autore di 500 pagine.Non amo ed evito i testi accademici, quelli che prima di arrivare al nocciolo delle questioni devono scrivere pagine e pagine di introduzione all’argomento; come se non fosse possibile parlare di una cosa senza prima parlare di tutte quelle che l’hanno preceduta. “Conosci te stesso” è un piccolo libro che insegna qualcosa e per insegnarci questo qualcosa non fa tutta la storia del buddismo. Parla di quel determinato qualcosa e basta. In genere i maestri di buddismo tibetano fanno così. Stabilito un argomento trattano quello. Senza dover risalire ogni volta alle origini del buddismo.
“Conosci te stesso” tratta il tema della vacuità dei fenomeni, in base alla quale tutto ciò che vive non esiste in virtù di una vita propria intrinsecamente stabilita una volta per tutte. E’ per questo che soffriamo. Perché non accettiamo l’impermanenza di ciò che fa parte della nostra vita. Non accettiamo il mutamento. Una delle cose che mi ha avvicinato al buddismo è l’idea che si possa cambiare, e soprattutto che l’io muore ad ogni istante per rinascere nel momento successivo. Che nulla è dato una volta per tutte e che l’ignoranza si può superare. In una delle prime pagine di questo piccolo volume si dice che “ comprendere il modo in cui esisti realmente e chi sei effettivamente, senza la cappa della falsa immaginazione è lo scopo di questo libro (pag. 35). E’ il tema cruciale del buddismo: l’ignoranza, causa a sua volta di sofferenza e karma negativo. Nel buddismo il termine ignoranza non ha lo stesso significato che ha in Occidente. Non significa infatti non conoscere certe nozioni o conoscenze. Significa non conoscere la realtà in quanto tale, pensare cioè che essa sia qualcosa di esistente di per sé “in virtù della propria natura” (pag. 34). Se riferiamo a noi stessi il concetto buddista di ignoranza possiamo dire che abbiamo di noi stessi un’idea che è frutto della nostra immaginazione. Quale? Che esista un io uguale a se stesso, immutabile e immodificabile. Questo tipo di ignoranza è la causa delle emozioni negative ( rabbia e bramosia ad esempio) che a loro volta sono causa di azioni negative, cioè del nostro karma, che a sua volta causa il ciclo di morte e rinascita. Al concetto buddista di ignoranza il Dalai Lama dedica in questo libro molte pagine. Per poterla eliminare essa infatti va indagata e capita. L’ignoranza si nutre del modo erroneo in cui percepiamo con i nostri sensi il mondo che ci circonda, “ Alle nostre facoltà di vedere, odorare, gustare e toccare, gli oggetti sembrano esistere di per sé…La mente ignorante non interroga le apparenze per decidere se sono corrette; essa accetta semplicemente il fatto che le cose sono come sembrano” (pag. 37). Gli oggetti ci sembrano concreti perché li possiamo vedere, toccare, annusare. La concretezza degli oggetti di per sé va bene, il fatto che li possiamo percepire, si dice nel testo, è un fatto neutro. Ma è quando incominciamo a dividerli in belli e brutti, buoni e cattivi che nasce il problema, quello dell’attaccamento. Dell’esagerare cioè le qualità eccessivamente positive o negative delle cose e delle persone. L’ignoranza in questo caso consiste nel credere che un dato oggetto o persona siano intrinsecamente buoni o cattivi, belli o brutti. La conseguenza di ciò sarà bramosia ( per il bello e buono) e odio ( per il brutto e il cattivo). Questo porterà ad azioni negative, cioè all’accumulo di karma negativo. Come fare allora per superare l’ignoranza? Come possiamo rimuovere gli ostacoli “che si frappongono alla liberazione dall’esistenza ciclica”? Osservando la nostra mente, suggerisce il Dalai Lama, al fine di scoprire come questo errore è stato concepito e come, col sostegno di una simile ignoranza, sorgono altre emozioni distruttive” (pag. 43). Ciò ci condurrà a capire il nostro errore nell’avere esageratamente sopravvalutato le caratteristiche positive o negative di oggetti e persone. Questa riflessione ci porta direttamente ad affrontare la vacuità di tutti i fenomeni. Tutto ciò che esiste esiste in quanto determinato da cause e condizioni. Non esiste quindi “per forza propria”. Questo processo è definito “il sorgere dipendente”. Ogni fenomeno inoltre è composto da parti. Questi due aspetti, sorgere dipendente e parti costituenti i fenomeni, fanno sì che si possa dire che ogni fenomeno è vuoto di esistenza per facoltà propria. E’ questo il concetto di vacuità. Anche l’io è sottoposto a questa legge. Esiste ma se lo cerchiamo nel nostro corpo non lo troviamo come esistente per sostanza propria. Nulla infatti esiste “nel modo in cui appare ai nostri sensi e ai nostri pensieri, fondato concretamente in sé… I fenomeni “sono vuoti di esistenza intrinseca in virtù del fatto che sono sorgere-dipendenti” (pgg. 65-66). Che i fenomeni siano vuoti di esistenza intrinseca non significa che nulla esiste. Cose e persone esistono, la gioia e il dolore esistono, ma non hanno sostanza propria. Essi sorgono dipendenti da cause e condizioni. Quando si intende la vacuità dei fenomeni in questi termini, sostiene nel libro il Dalai Lama, non si cade nel nichilismo. Questo viene colto nella meditazione profonda sulla vacuità; in essa vacuità e coscienza che la percepisce “sono indifferenziabili come acqua messa nell’acqua” (pag. 70). E così si conclude la prima parte del libro. La seconda parte è dedicata alla spiegazione delle varie meditazioni pratiche. Qual è il loro scopo? Metterci nelle condizioni mentali di cogliere fattibilmente quello che è stato spiegato sulla vacuità dei fenomeni. Senza le distrazioni della mente ordinaria infatti è possibile, secondo il Dalai Lama, cogliere la realtà così com’è. Questo stato si raggiunge nel “calmo dimorare”. A questo proposito vengono proposte vari tipi di oggetti di meditazione, può essere il respiro o un’immagine religiosa come quella di Buddha. La realtà è dunque un’illusione? La risposta del Dalai Lama è che tutti i fenomeni sono simili ad un’illusione. Infatti siamo noi l’origine di un autoinganno dovuto al credere all’esistenza intrinseca dei fenomeni.