Urlando delizia sull’intero universo
Siamo morbidi caldi e tremanti come una farfalla d’oro

PRIMA PARTE

1) Capitolo primo

La cooperativa degli scrittori

Quando Bill incontrò per la prima volta Lenore nella sede di una cooperativa di scrittori era il 15 Gennaio del 1966.Era la stanza di uno scrittore che abitava in una grande e malandata casa vittoriana di Hightsbury, dove vivevano un sacco di artisti, uno la prendeva in affitto e poi subaffittava le stanze che non gli servivano; così questo scrittore che viveva in una di queste case aveva trasformato la sua stanza nella sede della cooperativa di scrittori che aveva contribuito a fondare. Erano una decina gli scrittori che ne facevano parte, oltre a Lenore c’erano altre due donne in questo gruppo, ma poi a scrivere gli articoli che si mandavano alle riviste underground erano solo in tre. C’erano tre tavoli in quella stanza, uno diverso dall’altro, erano una specie di piccoli banchi di scuola, ma uno diverso dall’altro per altezza e per fattura. Sarebbero andati bene per dei bambini di dieci anni, invece li usavano per scrivere i loro articoli tre ragazzoni dai 20 ai 25 anni; non avevano delle vere sedie per scrivere a quei tavoli, ma due seggioline di legno tipo stanza dei bambini e una seggiolina addirittura di vimini. Una cosa tutta da ridere oggi, voglio dire che oggi sarebbe una cosa tutta da ridere, userebbero quei tavolini e quelle seggioline per fare la parodia della cooperativa di scrittori anni ’60; invece c’è una fotografia che li ritrae seduti in quelle seggioline serissimi e concentrati su quello che stanno scrivendo.
A Lenore piaceva far parte di quel gruppo, secondo lei erano tutti davvero molto bravi, avevano acume, intelligenza, sensibilità, secondo lei; c’erano quelli che scrivevano cose tipo: ragazze di Krishna, ragazze-loto/avvolte in bandiere di garza/collegio di stendardi di preghiere/nella neve brillante della California…Oppure: Io rido/ me ne vado/entro in una stanza con dei cerchi/ Oppure: Una ragazza fa volare il drago del suo/ aquilone attraverso le nuvole che non riesce a raggiungere…
Vita quotidiana, quindi, emozioni quotidiane, niente di speciale in molti casi, nessun valore “poetico”, vita che si butta su un foglio mentre si vive o subito prima o subito dopo. Questo è il valore delle migliaia di poesie che si sono scritte a Hightsbury in circa due anni e mezzo, finché è durata l’autentica summer of love. Poi tutto è finito, e le poesie non si sono più scritte tanto spesso per le strade, si è ritornato a comporle nelle università, a meno che uno non fosse Allen Ginsberg.
Comunque quella sera di Gennaio del 1966 Bill arrivò in questa stanza dove si riunivano i poeti, portato da un amico. Perché erano venuti lì? Per dare un’occhiata, per vedere cosa succedeva, se si parlava di qualcosa di interessante.
Le riunioni della cooperativa , che si chiamava “Here and Now group”erano aperte a chiunque volesse parteciparvi, sia per ascoltare che per partecipare con proprie poesie. Ma non c’ erano mai più di una quindicina tra poeti e “pubblico”.
Quando Bill e il suo amico entrarono nella stanza trovarono una dozzina tra ragazzi e ragazze seduti per terra; formavano un cerchio in mezzo al quale su un grande foglio bianco e tondo c’ erano una ventina di candele accese; illuminavano quasi tutta la stanza che era in quel momento nel più completo silenzio. Stavano tutti meditando. Con gli occhi chiusi sembravano concentratissimi e chiusi a quello che succedeva intorno a loro. Bill e il suo amico si pentirono subito di essere venuti lì quella sera; non era quello l’ambiente che cercavano; quando avevano deciso di andare a dare un’occhiata a questo nuovo gruppo di poeti che si era creato da poco, avevano creduto di trovarsi di fronte al solito caos che c’era dappertutto in Hightsbury, spinelli, musica, gente che faceva l’amore ein mezzo a tutto questo poeti che si alzavano e alla maniera di Allen Ginsberg e cominciavano a declamare a gran voce le loro poesie. Invece si trovarono in mezzo a una seduta di meditazione. “Quanto dureranno questi a stare così?”, chiese Bill all’amico che l’aveva portato lì. “ E che ne so “, disse quest’ultimo, “ è la prima volta che vengo qui”. “ Ma se mi avevi detto che li conoscevi”. Qualcuno del cerchio fece loro cenno di stare zitti e così i due si misero in un angolo buio della stanza, si sedettero e aspettarono che quelle persone la smettessero di tenere gli occhi chiusi, accendessero la luce e facessero con loro un pò di baldoria. Avevano anche sete e si sarebbero fatti volentieri una bella birra gelata. Le due finestre della stanza erano chiuse, evidentemente per evitare di essere disturbati dal rumore della strada. Il tempo passava , il silenzio della stanza, le luci delle candele cominciarono ad avere su Bill e il suo amico, che si chiamava Ken, un effetto soporifero, tanto che in pochi minuti si addormentarono. La meditazione dei poeti durò una bella oretta a cui in fondo parteciparono a modo loro anche Bill e Ken. Fu Lenore ad andare a svegliarli; Bill aprì gli occhi trovandosi per la prima volta a pochi centimetri dal viso di Lenore. Gli sembrò un’apparizione soprannaturale. Lei lo aveva scosso delicatamente su una spalla e ora lo guardava con i suoi occhi neri e profondi e col suo sorriso appena accennato e spiritoso che nei mesi successivi a quel giorno Bill avrebbe studiato e contemplato con amore per ore e ore.
“Siete venuti a leggere le vostre poesie o ad ascoltare le nostre?”, chiese Lenore sottovoce.
“ Noi non sappiamo scrivere poesie, ma ascolteremo volentieri le vostre, rispose Bill.
“Va bene”, disse lei con un sorriso, “unitevi a noi nel cerchio”.
I due ragazzi si alzarono e le persone in cerchio fecero loro posto.
Poi cominciò il solito reading di poesie che tanto spesso avveniva in quei tempi ad Hightsbury. Tutti quelli intorno a cerchio lessero un loro poesia, ma a a dir la verità a Ken e Bill quell’atmosfera tra il magico e il mistico che si respirava in quella stanza non piacque per niente. Preferivano mille volte i readings rumorosi che avvenivano nei locali scalcinati o nelle comuni, dove si leggevano sì poesie ma anche si beveva , ci si faceva di qualcosa che qualcuno aveva portato, si chiacchierava, si faceva anche l’amore. Tutto in una baraonda di corpi, voci, risate a cui i poeti che leggevano le loro poesie non facevano caso, perché vicino a loro c’erano sempre quelli davvero appassionati di poesia. Ma gli altri, quelli che giravano i caffè e le case tutta la notte a far casino erano comunque i i benvenuti. E questo era il bello di quei tempi. Che si era sempre i benvenuti dappertutto.
“ Ci annoiamo un pò”, disse sottovoce Bill a Lenore, dopo che già cinque o sei tra ragazzi e ragazze avevano letto le loro poesie. “Allora andatevene”, rispose lei sottovoce. Ma non lo disse con rabbia, lo disse con un viso e un tono di voce neutro, come se fosse concentrata su qualcosa di molto importante e rispondesse a Bill senza interesse, in maniera automatica.
“ No, vogliamo rimanere, disse Bill, volevo solo comunicarti il mio stato d’animo. Non sono molto portato per la poesia. Ma rimaniamo, io almeno rimango, sì, sto qui finché ci stai tu”. “ Perché?, chiese lei incuriosita e sorpresa. “ Perché tu mi piaci e molto, disse Bill. Lenore gli sorrise, poi gli fece segno di stare zitto e riprese a partecipare a quella lettura di poesie.

 

Chi era Tenzin Choedron?

L’11 Febbraio scorso una monaca tibetana di 18 anni di nome Tenzin Choedron si è uccisa bruciandosi viva. Il fatto è avvenuto vicino a Ngaba nella provincia sud occidentale del Sichuan, nei pressi del monastero in cui la la ragazza viveva, il Mamae Deechen Choekhorling Nunnery. Tenzin Choedron ha scelto per questo suo gesto estremo lo stesso luogo in cui nel novembre del 2011 si era uccisa nello stesso modo un’altra monaca proveniente dallo stesso monastero femminile, di soli 20 anni.
Il villaggio da cui proveniva Tenzin Choedron si chiama ”Ri-a-luo” (In tibetanoReruwa), nel distretto di Ngaba. Qui aveva frequentato la scuola primaria e dopo era diventata monaca. La sua famiglia è formata da 12 persone, e lei era la più grande di 4 tra fratelli e sorelle. Pare fosse una ragazza silenziosa, che seguiva le regole monastiche e studiava molto, chi l’ha conosciuta ora di lei dice che era intelligente quanto coraggiosa.
Per capire il gesto di Tenzin Choedron bisogna tenere presente le profonde differenze culturali tra noi occidentali e i tibetani. Dal punto di vista religioso la pratica dell’auto immolazione non è vietata ( anche se Il Dalai Lama la sconsiglia), purché la motivazione che spinge a praticarla sia altruistica e non egoistica. Nel primo caso, se il suicidio è stato fatto per per beneficiare con il proprio sacrificio il popolo tibetano, questo porterà chi lo ha compiuto ad una buona rinascita, che è ciò che ogni buddista davvero convinto desidera di più al mondo. Bisogna capire che quella nelle vite passate e future per un tibetano non è una convinzione, è una realtà incontrovertibile. Il karma positivo o negativo che porta ad una buona o cattiva rinascita non dipende dall’azione in sé, dipende dalla motivazione che l’ha causata, la motivazione con cui quell’azione è stata compiuta. Questa certezza nelle vite future è una componente senza la quale gesti estremi come quello compiuto da Tenzin Choedron non si possono comprendere. Il sacrificio di sé per il beneficio degli esseri viventi è considerato da tutti i buddisti il massimo dell’altruismo possibile, non solo un atto eroico. Da occidentale capisco la potenza di questa convinzione, anche se , purtroppo, non mi appartiene del tutto, nel senso che nel mio caso la convinzione nelle vite passate e future è una scelta, non una fede assoluta.
A questo proposito nel suo blog Le vie dell’Asia  Marco Del Corona (Corriere della sera del 14 Febbraio 2012) riporta un’intervista a Kalon Tripa, il primo ministro del governo tibetano in esilio. Egli definisce le auto immolazioni: “lo zenit della resistenza nonviolenta, perché darsi fuoco distrugge il proprio corpo ma non tocca l’avversario, cioè i cinesi”, e aggiunge: “chi si arde vuole attrarre l’attenzione del mondo sul Tibet. Atti di altruismo, il più alto sacrificio possibile”.
Tra gli esuli tibetani c’è chi è convinto queste auto immolazioni continueranno. Ne è convinto Lobsang Yeshe, un monaco del monastero di Kirti in esilio in India che in un’intervista rilasciata al sito tibetano Phayul ha parlato di “un punto di non ritorno”.“Sono molti i tibetani pronti a darsi fuoco nelle prossime settimane”,ha dichiarato, “Anche i genitori e i parenti di quanti si sono auto immolati non si dicono rattristati o dispiaciuti, al contrario affermano di essere fieri del coraggio che i loro congiunti hanno mostrato nello sfidare il governo cinese e le sue politiche repressive”.
Dal canto suo in più occasioni il Dalai Lama ha affermato che non intende incoraggiare questi tragici gesti, pur capendo il contesto di grandissima sofferenza e privazioni in cui avvengono.
E noi occidentali? Cosa facciamo? Cosa ne pensiamo? A parte casi sporadici, tragici fatti come quello che ha riguardato Tenzin Choedron sono completamente ignorati da stampa e televisione. Come se non avvenissero, o come fossero fatti di nessuna importanza.

 

 

Burned

Sarà un segreto
vuol essere un segreto
silenzioso ma con parole –
non scriverò tutto
quello che il cuore tiene
contiene, trattiene prima del pianto –
perché, pare,
non c’è niente di cui piangere –
che dire di un volto di bambina?
riuscirò oltre che pensarla
scriverla la parola burned
bruciata
avvolta da fiamme? –
ritta, è così piccola, minuta –
ma avvolta dalle fiamme
sta in piedi –
tutte le monache,
non tutte, alcune monache
che ho visto, conosciuto
sono così piccole, minute
addosso un semplice telo cucito
hanno quell’aria infantile, innocua –
loro credono così tanto
che il corpo è solo carne
involucro
che si può buttare –
loro credono così tanto
che rinasceranno
loro credono così tanto
che il sacrificio di sé
per altruismo è karma buono –
loro credono così tanto
che rinasceranno
in una condizione umana migliore
magari rinasceranno liberi
rinasceranno ancora più altruisti –
bisogna capirli –
c’è gente al mondo
che ancora crede
in qualcosa di grande

Emerson Ralph Waldo, Thoreau Henry David, La semplice verità – I diari inediti

 “Non mi stupisco che ci sia stato un Cristo: mi stupisco che non ce ne siano stai mille ( R.W.E.); “ E’ inutile che ti dica la verità, tanto non la vuoi ascoltare. Che ti devo dire, allora” / H.D.T.)

I diari degli scrittori mi sono sempre piaciuti molto. Quelli degli autori prediletti li cerco, li frugo, li amo. In loro cerco l’origine di quello che hanno scritto, il perché lo hanno fatto. Lì trovo l’evoluzione della loro mente, la sua continuità evolutiva oppure le sue rotture, cambiamenti, rivoluzioni. E’ stato così per i meravigliosi diari di Tolstoj o per quelli di Kerouac raccolti in Un mondo battuto dal vento. Anche questi diari inediti di Emerson e Thoreau hanno le stesse caratteristiche. Perché sono il resoconto di due menti che ogni giorno si interrogano su se stesse e il mondo, e cercano e trovano le parole dei loro pensieri, delle loro intuizioni, delle loro verità. Ecco c’è in questi Diari soprattutto la ricerca della verità, che, come dice il titolo, è una cosa semplice. Parola scomoda al giorno d’oggi. Parola fuori moda oltre misura. Imbarazzante perfino. Parola negata abitualmente. Anche io tutto sommato la nego, la relativizzo, la ignoro. E’ mia opinione che quasi nessuno sia capace della pratica morale della verità. Per questo l’invito ad assumerla come condotta di vita, così presente costantemente in questi Diari, fino a farmi dire che non parlano d’altro, colpisce così tanto. Uno dei motivi, a mio parere il principale, per leggere questi diari è proprio questo: riscoprire cosa potrebbe significare per ognuno di noi dire sempre la verità, assumendola come stile e comportamento di vita. Vorrebbe dire, nel significato che della parola verità danno sia Emerson che Thoreau, essere sempre se stessi, ritrovarsi quindi, incarnare con l’anima e il corpo, con tutto il nostro essere, quello che davvero siamo. Significherebbe realizzare il nostro potenziale, dare un senso pieno e completo alla nostra esistenza qui e ora e anche nelle vite future. Sì perché sia Emerson che Thoreau credono alle vite future e passate, al viaggio dell’anima di esistenza in esistenza, anche se nei Diari questo argomento è solo accennato. Thoreau lo sintetizza come meglio non si potrebbe: “ l’idea della trasmigrazione: inevitabile. Non mera fantasia di poeti, ma istinto della razza umana” (pag. 232).

Personalmente penso che sia vero che praticare la verità sia la forma sublime dell’essere pienamente se stessi. Ma è una pratica eroica, da pacifico guerriero della vita. Da santo. E così molti di noi propendono per la mediocrità, la mediazione, l’opportunismo. Il nostro stesso desiderio di verità è spesso inquinato dalla menzogna, dal non volersi inimicare nessuno, dall’essere educati. E tutto questo lo mascheriamo definendolo essere gentili con tutti. Parlo per me. Ma forse questo riguarda anche un bel po’ di persone. Ecco perché dobbiamo leggere questi Diari. Per darci una bella ripulita interiore. Per farci attraversare dalle fresche acque della verità. Leggerli è come guardare negli occhi chi li ha scritti. Scrive Emerson: “Lo scrittore deve avere l’abandon, deve accontentarsi di mettersi in disparte e lasciare che la verità e la bellezza parlino per lui” (pag.97). E scrive Thoureau sullo stesso tema : “ Gli eroi e gli scopritori hanno trovato il vero solo quando si aspettavano e sognavano qualcosa di più di quanto sognato dai loro contemporanei – quando erano in uno stato d’animo preparato, in certa misura, alla verità” (pag. 235). E ancora “ obbedisci alla legge che rivela, non alla legge rivelata” (pag. 230).

Quanto sia difficile praticare questo imperativo morale sono pienamente consapevoli sia Emerson che Thoreau. Significò per entrambi avere pochi o nessun amico, significò essere completamente soli.

Questo libro è un libro poderoso, contiene una nutrita selezione dei diari di una vita intera. Si può leggere in tanti modi. Il curatore e traduttore Stefano Paolucci, uno dei più grandi conoscitori di questi due autori, suggerisce di usarlo alla maniera degli I Ching, come una specie di talismano, di oracolo. Non che ne dia lui questa definizione, sia chiaro, è a me che è venuto in mente questo paragone. Dice infatti Paolucci di aver concepito questo libro “ in modo tale che chiunque aprendolo ad una pagina a caso, possa trovarvi una frase, un pensiero, o una riflessione che lo tocchi sul vivo, nel centro più vero del suo essere. Con alcuni amici ho provato varie volte a farlo, e ha sempre funzionato. Provateci anche voi, e fatemi sapere” (pag. 16). Perché Paolucci ci dà questo suggerimento? A mio parere perché questi Diari sono soprattutto testi di meditazione filosofica, esistenziale, profondamente umana.

Il libro è strutturato in modo da alternare i diari di Emerson a quelli di Thoreau, legandoli a certe date della vita di entrambi. Io non li ho letti secondo questa organizzazione. Ho letto prima i Diari di Emerson e dopo quelli di Thoreau. Non dico che il mio sia il modo migliore per leggere questo libro, è quello che istintivamente ho preferito e scelto subito.

Dal mio punto di vista nei Diari di entrambi ci sono molte idee condivisibili, altre meno, altre ancora per niente. Comincerò da queste ultime. Sia Emerson che Thoreau “soffrono” di un pregiudizio formidabile e inossidabile rispetto alle capacità intellettuali delle donne. Ha solo 38 anni Emerson quando scrive nel suo Diario: “ Non dovremmo pretendere che la donna scriva o combatta o costruisca, o componga musica: ella compie ogni cosa con l’ispirare l’uomo a compiere ogni cosa” (pag. 183). E Thoreau parlando di una signora da cui aveva ascoltato una conferenza dice : “ Tutto sommato era una donna, nell’accezione più comune…Per sostenere una conversazione con una signora non si richiede altro che un po’ di cavalleria” (pag. 239).

Ci vorrà quasi un secolo negli Stati Uniti per fare piazza pulita di questo pregiudizio che doveva essere senz’altro molto diffuso nel 19° secolo. Ci vorrà una rivoluzione. Che a mio parere non è quella femminista che rivendica l’uguaglianza con gli uomini, ma quella della San Francisco hippy che rivendicò la differenza. Basta guardare le immagini delle ragazze hippies che nel 1966 si

davano alla danza del ventre per capirlo. O ascoltare Janis Joplin, o leggere Lenore Kandel e il suo “to fuck with love”. Dalle ceneri del pregiudizio in America nacque esplosiva la rivoluzione sessuale degli anni ’60. Che riguardò le ragazze, naturalmente. Gli uomini l’avevano sempre praticata.

E con questo ho detto la mia su qualcosa che non condivido sia con Emerson che con Thoreau, ma che contestualizzo e capisco rispetto ai loro tempi.

Parlavo anche di idee molto condivisibili e poco condivisibili. Queste ultime riguardano Emerson. Nella prima parte dei suoi Diari lo trovo abbastanza bigotto, moralistico e fin troppo impegnato a distinguere continuamente il bene dal male, il giusto dall’ingiusto.

Ma nei suoi Diari troviamo continuamente anche delle autentiche perle. Prima di tutto la sua grande intuizione, la teoria della Compensazione. “ Tutto il nostro sapere è un sistema di compensazioni. Ogni difetto in un senso è risolto nell’altro. Ogni sofferenza viene ricompensata, ogni sacrificio viene premiato, ogni debito viene pagato” (pag. 37). In altri termini si tratta di quel legame di causa ed effetto tra tutto ciò che vive che il buddismo aveva secoli prima chiamato la legge del karma. A soli 27 anni Emerson scrive una pagina in cui egli comincia a porre le basi della sua concezione della fiducia in se stessi che coincide con l’esprimere sempre la verità. “ Ogni uomo ha la propria voce, le proprie maniere,…il proprio genere d’amore e di dolore…Disdegni di imitare alcun essere. Un uomo è invincibile tutte le volte che esprime la semplice verità ( pagg. 52-53). A volte la perla che troviamo nei Diari di Emerson è un solo pensiero staccato da ogni precedente discorso, sintetizzato in una sola riga, come se un’intuizione sublime fosse arrivata alla sua mente improvvisa alla maniera di un’illuminazione. Ad esempio il 3 Aprile 1831 scrive: “ L’acqua agitata non riflette immagine alcuna. Quando è calma riflette in sé l’intero volto del cielo” (pag. 56). In me risuona potente e familiare, nel buddismo infatti si afferma lo stesso concetto: quando la mente è calma può fare da specchio a ciò che esiste, quindi conoscerlo. A 29 anni di età vi è l’abbandono di Emerson da qualunque credo religioso definito, quindi anche l’abbandono del sacerdozio. Arriva perfino a scrivere “Un paganesimo socratico non sarebbe migliore di un logoro, sorpassato cristianesimo?” (pag. 63). Più o meno alla stessa età rispetto all’argomento religioso Thoreau scrive: “ Io non preferisco una religione o una filosofia rispetto ad un’altra. Non ho alcuna comprensione per la bigotteria o l’ignoranza che fanno effimere e puerili distinzioni tra la fede o forma di fede di un uomo e quella di un altro” (pag. 225).

Infine vorrei sottolineare un tema che mi sta molto a cuore: la scrittura. Entrambi ne parlano in maniera estremamente significativa. In Emerson assume, come spesso in lui, un aspetto religioso che apprezzo e condivido. Facendo un paragone tra tutto quello che in natura vive si nutre e si trasforma, afferma che “ il poeta ascolta tutte le conversazioni e accoglie tutti gli oggetti della Natura per ridarci non quelle cose, ma un nuovo, perfetto e raggiante tutto” (pag. 182). Ma è Thoureau che rispetto alla scrittura e alla poesia dice le cose più interessanti. Per lui la scrittura più bella è quella che nasce da una forma di entusiasmo di tipo amoroso. E’ come se lo scrittore facesse l’amore con ciò che scrive: “ E’ il tema a cercare me, non io esso. La relazione tra il poeta e il suo tema è una relazione tra amanti. Non occorre più corteggiarlo. Obbedire – riferire” (pag. 242). Mi piace questo aspetto corporeo e sensuale con cui viene definito l’atto dello scrivere; viene ribadito in più punti dei Diari di Thoreau, ad esempio qui: “ Che il nostro discorso sia vascolare. L’intelletto è impotente ad esprimere il pensiero senza l’aiuto del cuore, del fegato e di ogni organo. E’ sempre essenziale amare ciò che stiamo facendo – -farlo col cuore” (pag. 234). 

Ralph Waldo Emerson, Henry David Thoreau, “La semplice verità. I diari inediti”, Piano B Edizioni, Prato, 2012. A cura di Stefano Paolucci.

Prima edizione: “Journals of Ralph Waldo Emerson”, a cura di E.W. Emerson e W.E. Forbes, 10 voll., Boston, 1909-1914; “Journals of Henry D. Thoreau”, a cura di B. Torrey e F.H. Allen, 2 voll. New York, 1962. 

 

Improvvisazione su passato presente

Cos’è essere presente?
cos’è essere vivo? –
se ascolto la voce
se ascolto i suoni di un registratore
appartenuti a “quel giorno”
a “quelle” persone?
Perfino il ticchettio di un orologio a muro
mi fa essere lì
e quindi se sono lì
quei suoni passati
quelle voci passate
sono anche qui
e il “suo” slowly
è qui
è qui con me –
per questo si dice che la morte non esiste?
lo so non è per questo
lo so non è per questo –
ma questo ticchettio di quel rumoroso  orologio a muro
è così vivo
è così qui –
non vedo la differenza
tra passato e presente –
“lui” parla
lì noi ci muoviamo
sospiriamo
ci soffiamo il naso –
lui dice slowly
e lo dice anche ORA qui
come là ALLORA –
lui dice change the mind
slowly, slowly –
lo vedo nella registrazione –
qualcosa è successo
qualcosa succede –
fuori la neve si scioglie

Recensione di: OlgaCampofreda , Caffè Trieste – Colazione con Lawrence Ferlinghetti

 Questo non è un libro sui poeti della beat generation, e neanche su Lawrence Ferlinghetti, e neanche su San Francisco, ma sulla passione di una scrittrice per tutte queste cose e alcune altre. Siccome condivido questa passione, anche se distribuita diversamente su autori e situazioni simili ma anche diversi, sono entrata con facilità nello spirito del libro. E ringrazio Andrea per avermi detto che sarebbe stato così.La passione per qualcosa non è quel qualcosa. La passione per qualcosa sei tu, quindi protagonista di questo libro è Olga stessa, il suo sguardo su San Francisco, sul Caffè Trieste, sui vecchi ( rispetto a lei che è giovanissima) poeti che incontra, verso i quali non nutre rispetto ma condivisione. Loro sono lei ( credo sia questo il suo pensiero, ma potrei anche sbagliarmi) quando sarà diventata brava come loro. Lo sguardo appassionato di Olga su tutto ciò che vede nella “sua” San Francisco, i bar, la spiaggia, il mare, la pioggia, il freddo, è lo sguardo di chi finalmente si sente abbracciato e corrisposto da ciò che ama. Questo libro è un grande caldo compassionevole abbraccio che racchiude e stringe tutto ciò che uno ha sempre amato e ama. Tutto ciò su cui ha sempre fantasticato. Tutto ciò su cui ha grandi aspettative. Che sono “meno”, per una volta finalmente, della realtà cui corrispondono. E’ difficile che ciò accada. Bisogna molto amare più che idealizzare. E’ capitato così a Fernanda Pivano, che i Kerouac, i Ginsberg, i Corso li ha frequentati per una vita intera. Pur mitizzandoli alla massima potenza Fernanda più che altro li amava. Ed è per questo che il mito non l’ha mai delusa, perché era alimentato da un grande, immenso amore, che a sua volta era alimentato dalla consapevolezza di trovarsi di fronte a dei geni. Per loro Fernanda si è sacrificata e non si è data anima e corpo alla poesia, come era in grado di fare, ma si è sempre prodigata per tradurre magnificamente e far conoscere qui da noi in Italia la loro epopea e la loro arte. Per capire quanto era brava Fernanda nella poesia basta ascoltarla nel cd Ecco del cantautore Mirko Menna; all’inizio la voce stupenda di Fernanda recita un suo brano poetico che Mirko, che vive quando non è in giro a suonare e cantare nel mio stesso piccolo paese, mi ha detto aver scritto in pochi minuti una sera che si trovavano insieme in un locale di Milano ( “ Il mattino conosceva lacrime e sole/ la notte conosceva lacrime e luna….).Tornando al Caffè Trieste vorrei parlare anche dello stile con cui il libro è scritto. E’ uno stile poetico e narrativo insieme, semplice, perché animato com’è dall’amore per ciò di cui si scrive non ha bisogno di artifici letterari. Quindi è uno stile personale. Individuale. Che assomiglia solo a se stesso e allo spirito che lo guida.
Nel libro si fa una grande attenzione alle coincidenze: coincidenze di incontri e situazioni. Mi hanno molto interessato e commosso. Olga le ha accolte come qualcosa di magico e protettivo. Se ne è stupita, ne è rimasta affascinata, come sempre quando con le persone ci accade qualcosa di bello. Sta diventando una mia convinzione il fatto che quello che la modernità chiama inconscio sia qualcosa che non sta
dietro di noi e le nostre azioni. Sta invece davanti a noi, ci precede, ci profetizza, ci indica la via da seguire, gli incontri giusti da fare.Sono pensieri strani, dirà qualcuno. Il fatto è che aver sostituito la spiritualità con la psicologia è il peggior danno che noi umani potessimo fare a noi stessi.Infine una riflessione sull’incontro di Olga Campofredda e Lawrence Ferlinghetti. Dice la scrittrice: “ E io che sono qui adesso, finalmente qui, ho aspettato per sentirmi parlare di com’era quando c’erano loro. Io che sono venuta ad esplorare i loro luoghi, voglio sapere da Lawrence com’era prima, com’era quando c’era Jack, e Allen e Neal, e Gregory e tutti i gli altri santi della vita” (pag.113).Ferlinghetti deve essere davvero stufo di quella domanda, gliela devono aver fatta troppe volte. Ma è una domanda che non si può non fare, l’adepto vuole sapere com’era quando c’erano i suoi maestri. Invece Ferlinghetti risponde: “Davvero ti interessa parlare ancora di tutta questa gente morta? Ad un certo punto del secolo scorso ci sono stati i beat. E sono stati grandi. Adesso è finito tutto, non ha più senso parlarne”. ( pag.113). Strana risposta per uno che della beat generation è stato un protagonista e ha progettato una piazza da dedicare a loro oltre che ad altri autori della letteratura mondiale. Forse anche Olga si è stupita di questa risposta? A lei che come dice, “quello che cerco è una strada. La strada: tutto quello che cerco” (pag. 114)? Dai Maestri a volte, spesso o sempre si accetta tutto, perché se su qualcosa non la pensano come noi avranno le loro buone ragioni, forse sì forse no anche migliori delle nostre.

 Olga Campofreda, scrittrice italiana, classe 1987, nata a Caserta, vive a RomaOlga Campofreda, Caffè Trieste – Colazione con Lawrence Ferlinghetti, Giulio Perrone editore, 2011

 blog dell’autrice: www.lagallinabianca.it

in lankelot: http://www.lankelot.eu/letteratura/campofreda-olga-caff%C3%A8-trieste-colazione-con-lawrence-ferlinghetti.htmlhttp://www.lankelot.eu/letteratura/campofreda-olga-intervisa-olga-campofreda.html