Il dipinto di Buddha Sakiamuni

Nuvole come fiori, petali come frutti, pietre preziose
nell’arco dietro l’effigie del Buddha Sakiamuni –
vesti leggere, sciolte, regali
mani morbide dalle unghie pallide –
braccia e busto forti
come di chi cammina e lavora
eppure sta seduto, gli occhi socchiusi
che a guardarli solo un pò ipnotizzano
e ti portano in un luogo bianco
profondo, dove due pupille blu come la chioma
ti guardano e a sè ti portano

In Visione di Cody di Jack Kerouac Neal Cassady (Cody) si chiede che ne sarà di loro

Cody:  Proprio poco fa Jack e io tiravamo a prevedere quello che succederà
a ciascuno di noi…..
Jack: Appunto sto giochetto facevamo!
Evelyn: Morte improvvisa?
Cody:….Ma comunque si tentava di prevedere – metti – quello ch ne sarà di me – di te –
una roba del genere insomma

E da sola mi faccio il battesimo

E da sola
mi faccio il battesimo
d’acqua marina di Maremma –
la raccolgo tra le mani
ne riempio la testa
che si bagnino la cute e i capelli
che si rinfreschi la faccia –
è bello fare questo gesto
una purificazione
è un gesto d’antica bellezza
stare lì con l’acqua fino alla cintola
e senza officiante
maestro di riti
farsi da sola questo rito d’acqua marina
così ovvio
che deve essere un’eredità di antiche tribù
che nomadi o guerriere
come gli Achei invincibili
passavano da queste spiagge
prima di salire ad assediare castelli
o depredare villaggi
oppure più pacificamente
prima di una grande festa

dopo poco ho rifatto il gesto
che credevo d’antico genetico rituale
ma questa volta è stato solo bagnarsi la testa
in un pomeriggio di luglio
di mare azzurro e calmo

E Kerouac cercava Dio ovunque

E Kerouac cercava Dio ovunque
nell’alcol che beveva
e nella figlia identica a lui
che si era rifiutato di riconoscere –
lo cercava nella strada
nelle facce, nei corpi, negli autobus
nelle case, nei campi, nelle industrie
e lungo le ferrovie –
la strada fu il suo sentiero
il suo pellegrinaggio senza santuario
la strada era il suo Mandala
c’era lui, c’era Neal che era la vita in sè
e c’era Dio
che Jack non riuscì mai a vedere

Recensione di “Il mare è mio fratello” di Jack Kerouac

“ E con ciò!”, ribattè Wesley. “ Essere felici va bene; ma ci sono cose che contano di più”. (Jack Kerouac)

Rimasto finora inedito “Il mare è mio fratello” è il primo romanzo scritto da Jack Kerouac nel 1943 a soli vent’anni. La cosa che mi ha fatto più impressione leggendolo è che contiene già tutti i temi dei romanzi che Jack scrisse dopo la “conversione alla religione della prosa spontanea”: l’amicizia tra due uomini, la strada, il viaggio e l’autostop, l’impossibilità di un rapporto stabile con una donna, l’ubriacarsi fino a perdere i sensi, lo spendere velocemente i soldi e rimanere senza un centesimo per poter ogni volta ricominciare tutto d’accapo. Ma dei grandi romanzi successivi manca la cosa principale, manca Neal Cassady, musa, maestro di vita e di scrittura, anche se l’unica cosa eccezionale che ha scritto è una lettera inviata a Kerouac di 40 pagine, prestata ad Allen Ginsberg, che a sua volta la prestò a Gerd Stern che viveva su una barca e che la perse facendola cadere in mare. Fu questa lettera – fiume, scritta da Neal di getto, in un fluire ininterrotto di parole, immagini, pensieri, senza soluzione di continuità, che diede l’ispirazione a Jack per scrivere “in un altro modo” non solo rispetto a questo primo romanzo ma anche a quello successivo “La città e la metropoli”, che rappresentò l’inizio della sua carriera di scrittore. Ecco cosa manca ne “Il mare è mio fratello” ( titolo tra l’altro meraviglioso), quell’incontro che apre le tue personali porte della percezione. Neal Cassady è colui che ha reso possibile la scrittura di Jack Kerouac come la conosciamo. Prima di tutto a causa di quella lettera, in secondo luogo per Neal Cassady così come lui era; per Kerouac innamorato dell’America oltre misura ( si potrebbe dire che nei suoi romanzi non parla d’altro) Neal era il prototipo del ragazzo americano di quella classe lavoratrice a cui Kerouac apparteneva, anche se in un gradino più in su rispetto a Neal: vero ragazzo di strada e di vita.

Ai normodotati della scrittura forse piacerò di più questo “Il mare è mio fratello” piuttosto che il non bello ma geniale I sotterranei. Perché ha la punteggiatura al posto giusto. Ha i dialoghi così come devono essere scritti. E’ normale insomma. Ma non è geniale. Perché quel fa di uno scrittore un genio è la voce di dentro così come risuona in lui e che egli sa tradurre in una scrittura che prima non c’era.

Eppure questa prima prova narrativa di Jack contiene perle notevoli soprattutto nelle descrizioni di persone e luoghi, capacità questa che egli ebbe sempre in somma misura e che qui, da ventenne senza esperienza, impressiona per la profondità, la disinvoltura e e il mestiere. Un esempio fra tanti: “ Bill sedette sulla valigia e sorrise. Più avanti lungo la strada si scorgeva una pallida luce dentro la finestra di una fattoria. L’aria, satura del calore accumulato durante il giorno, dell’intenso profumo di fogliame riscaldato, dei miasmi di una palude vicina, dell’odore della fattoria e del macadam che si raffreddava sulla strada, li avvolgeva, un drappo caldo, dolce e voluttuoso nel crepuscolo estivo” ( pag. 52)

Nell’introduzione di Dawn M. Ward che precede il romanzo, veniamo a sapere che il personaggio di Bill Everhart è ispirato al grande amico della prima gioventù di Kerouac nella città natale di Lowell, Sebastian Sampas ( morto a seguito delle ferite riportate nella battaglia di Anzio del 1944). Ma in realtà sia questo personaggio che quello di Wesley Martin contengono caratteristiche anche dello stesso Kerouac sia al tempo dei suoi vent’anni che anche in seguito. Il Jack Kerouac diviso tra la propensione allo studio, alla vita intellettuale, a quella casalinga e familiare che ne “Il mare è mio fratello” caratterizzano il personaggio di Bill Everhart, è l’altra che vive di avventure, giorno per giorno, senza programmi, senza famiglia, senza donna, senza casa, rappresentata nel romanzo da Wesley Martin. Una doppia personalità che Jack si porterò dietro per anni, soprattutto dopo gli incontri fatali con Neal Cassady, Allen Ginsberg, Bill Burroughs. Loro furono l’avventura, il nuovo, lo sperimentarsi continuo.

Ma Jack era anche profondamente ancorato a sua madre e alla sua casa ordinata e pulita. Alla fine della sua breve vita, stremato dall’improvviso successo di Sulla strada, Jack scelse la “normalità” del rapporto esclusivo con sua madre. Morirà in casa sua a soli 46 anni senza aver più scritto nulla da tempo, ormai per lui c’era solo la bottiglia e guardare la TV tutta la notte.

Ma torniamo a questo primo romanzo. La vicenda ruota intorno al rapporto tra

Wesley e Everhart; si incontrano per caso in un bar di New York e decidono di imbarcarsi insieme su un mercantile. A questo scopo raggiungono in autostop Boston, dove in compagnia di altri futuri marinai attendono la partenza del “Westminster”. Alla navigazione su questa nave è dedicata l’ultima parte del romanzo, sicuramente il cuore pulsante della storia, che dà il senso e la ragione d’essere al titolo. La fuga dalle convenzioni si sposta dalla strada al mare. “quanto a Wesley andare per mare gli bastava, era tutto, al diavolo le sollevazioni, l’alcol, il matrimonio e il mondo da un capo all’altro. Non gliene importava un fico secco – il mare gli bastava, era tutto” pag 82). Ma anche per il personaggio di Everhart, che non era mai neanche salito su una nave, il mare diventa la soluzione da una vita di convenienze e finzioni. “ Si sentì invadere da un’onda di pace…il primo giorno in mare si era rivelato tranquillo e rilassante. Era questa la vita che Wesley si era scelto?…questa routine di lavoro, pasti, tempo libero e sonno, questo soave dramma della semplicità?” ( pag. 128)

E’ un mondo chiuso, un mondo di soli uomini quello che caratterizza questo romanzo. Uomini legati da una reciproca ammirazione, non semplicemente da stima o simpatia; sono uomini che si piacciono. Il cui aspetto fisico ha un ruolo importante nella scelta di frequentarsi. Ma non è assolutamente una storia omosessuale né esplicita né latente. Semplicemente le donne ne sono escluse: sono un impedimento alla propria libertà di movimento. E’ un po’ come accadrà di lì a pochi anni tra le figure diventate mitiche del mondo letterario della beat generation. Non ci sono donne. Le donne fanno da contorno. Eppure c’erano fior di scrittrici. Ma i “giganti” fecero loro ombra.

La nave mercantile su cui i protagonisti de “Il mare è mio fratello”viaggiano ha lo scopo di portare rifornimenti all’esercito americano ed è scortata da un cacciatorpediniere; è una vita che Kerouac conosceva di persona, infatti nel 1942 lavorò per un periodo su una nave come quella descritta in questo romanzo, e diretta come quest’ultima in Groenlandia. Ma la sua esperienza reale non fu così idilliaca come quella dei suoi personaggi ne “Il mare è mio fratello”. Nella sua biografia di Kerouac Tom Clark si sofferma sul modo in cui lo scrittore parlava e scriveva a proposito di questa esperienza. Da una parte la raccontava come l’esperienza eroica della sua vita, ma poi nel suo romanzo Vanità di Dulouz “ammette che si sentì infelice per la maggior parte del viaggio – uno schiavo su una nave prigione”. (pag 49).

Questa edizione degli Oscar Mondadori non contiene solo questo romanzo giovanile di Kerouac, ma altre sue prove di scrittura precedenti al 1943; inoltre è presente un nutrito epistolario tra Kerouac e l’amico Sebastian Sampas.

Jack Kerouac, scrittore americano ( Lowell 1922- S. Petersburg 1969 )

Jack Kerouac, Il mare è mio fratello, Oscar Mondadori, Giugno 2012

traduzione di Michele Piumini, Introduzione di Sawn M. Ward

Approfondimenti in Rete:

http://it.wikipedia.org/wiki/Jack_Kerouac

Un articolo di Vittorio Zucconi:

http://download.repubblica.it/pdf/domenica/2012/17062012.pdf

Un articolo di Giuseppe Conte: http://www.ilgiornale.it/cultura/quando_jack_kerouac_credeva_che_mare_fosse_sua_strada/29-06-2012/articolo-id=594636-page=0-comments=1

 

A Milano nel 2012 agli insegnamenti del Dalai Lama

Caldo, fastidio
file, scomodità –
l’emozione al suo apparire –
donne di mezza età
fila ai gabinetti
al panino
2 euro la mezza minerale –
shopping dell’etnico
facce giovani poche
non ci sono i sedicenni
i massimo diciottenni di Kopan 1970 –
donne anziane tante
tutte a comprarsi la maglietta –
se non ci sono i davvero giovani
è destinato a finire –
 ho due due vicini che mi piacciono
perché stanno sempre zitti
come me si sforzano
di capire il non capibile –
” Se non bevo questo caffè”,
dice quello di sinistra,
” non ce la faccio a seguire” –
ed è l’unica cosa
che dice in quattro ore.

 

 

A Milano nel 2007 per gli insegnamenti del Dalai Lama

Mi è rimasta questa immagine –
l’albergo, io sola al ristorante
a mangiare qualcosa
quel qualcosa che si mangia in un albergo.
accanto o di fronte a me due monaci tibetani
anziani, lenti, calmi
con loro una ragazza occidentale
magra, capelli lunghi, aria un pò stanca –
loro mangiano carne e riso
lei una minestra di verdura
in una gran scodellona –
c’ha messo un’infinità di tempo a finirla
cucchiaio dopo cucchiaio
lentamente
come se mangiare
non fosse la cosa importante che è –
i monaci tibetani, dei maestri?
la scura bistecca d’animale
la buddista occidentale
il triste minestrone d’albergo –
chi è saggio?
chi non lo è?
e che fare alla fine
di tutto quello che c’è qui in occidente
e lì in oriente?