Pomeriggio

C’è un’ora –
che non è il tramonto –
in cui l’erba del prato si illumina,
e la tortora viene a bere –
ma un sorso solo –
nella ciotola dell’acqua di Kia
che indifferente la guarda –
e lei, la tortora,
con il suo cigolio d’ali
dopo un sorso, ma un sorso solo,
s’alza in volo
e se ne va su un albero
alto ma qui vicino –
c’è un’ora –
e non dico quale –
che è prima, molto prima del tramonto
in cui -ripeto –
l’erba si illumina
e dal canneto
non giungono più
voci di passerotti –
l’erba si illumina –
ho detto –
e ci puoi vedere tranquillamente
e chiaramente in mezzo –
è come se la gramigna,
ul trifoglio e l’altre erbe
s’aprissero
per prendere l’ultime (poche)
ore di luce –
e così, ripeto,
si illuminano –
e io a vedere tutta questa bellezza
mi rattristo un pò –
vorrei essere forse
il canneto immortale?
o l’erba,
quella che non muore mai?
forse la margherita
che la tagli, la tagli
e lei ricresce sempre?
o la violetta
ogni anno più bella?
forse vorrei anch’io
avere forti, salde radici
per ricrescere
rinascere
ogni anno
e non vedere mai
la mia
e l’altrui fine

 

 Primavera

La prima lucertola
la prima mosca
non i fiori
che me li aspetto
li aspetto
tutto l’inverno,
li penso, li sogno
li annuso con la mente –
ma la prima lucertola
e il rumore lieve e amoroso
che fa quando
scappa, sguscia via
se mi vede passare –
e la prima mosca
immobile sul vetro
presaga, avanguardia
delle prossime centinaia
fino all’inverno
sono per me la primavera

Il vento

Come al mar di Maremma
squarcia l’aria il vento –
fa sembrare la prateria di Selva
come un tempo selvaggia –
l’attraversano piccoli aironi bianchi
le anatre selvatiche
gracchiano in lontananza

La piccola lepre

Il rumore
della ghiaia pestata
copre la vista
di quel che accade intorno-

il mio sguardo distratto vaga
sui bordi sgargianti e verdi
della strada sterrata-

su un  lato, in mezzo all’erba-
come buttata lì
come un rifiuto
un cartone
una bottiglia vuota-
sta il ventre
squarciato e vuoto
di una piccola lepre-

le zampe sono
di un bel colore
chiaro, solare,
il muso
se lo sono portati via
o mangiato-
il mio cane l’ annusa appena,
poi riprende il cammino-
troppo tardi è arrivato

Fiori di campo

Fiori di campo
bianchi
matrimoniali
fini-
mossi sa un’aria leggera
che intorno a loro gira-
come davanti
all’assoluto vivo
all’assoluto bello
all’assoluto immutabile-

ma
due fili gialli
denotano il passaggio
il cambiamento-
e un fiore
è a testa in giù
senza più polline-
giace abbandonato
e sfiora il calice trasparente
che lo contiene-
s’è arreso, “ muore”
sarà buttato al vento
se gli va bene-

ora
gli altri steli e fiori
s’allungan disperati
verso la luce
per vivere, vivere
vivere ancora

Banco di nubi

Banco di nubi-
la sua riva frastagliata e fragile
taglia a metà
il mare calmo del cielo-

è una linea bianca
misteriosa e chiusa,
un alto scrigno vaporoso-

di sicuro  nasconde misteri
visioni
miracoli
angeli
madonne bianche e azzurre
divinità solleciti
custodi tutti degli umani destini
e portatori
di messaggi preziosi

ma forse
è solo la sera primaverile
di un giorno strano
in coda
tra macchine e persone
troppo stanche e annoiate
per alzare lo sguardo
alla bellezza
 fragile e assoluta
del cielo
immaginando e sperando
semplice un segno

 dentro/ fuori di me

cielo plumbeo, aria primaverile
il poco verde borda i fossi-
la giacca gialla splende
tra il grigio e la terra nuda-

un airone-
ombra nera
silenziosa e lenta-
porta in alto lo sguardo

mentre di lato
 il sole imita la luna
e dietro le nubi
 passeggia veloce-

ai lati della strada sterrata
 ciuffi d’ erba cipollina
profumano  la mia carezza

ma sull’argine ventoso
 affiora un che di amaro,
 un vago sentire
d’ altro tempo e d’ altro spazio –

lo sguardo cerca intorno
il ricordo
esitante  sembra trovarlo
dettato dalla vista dell’erba
 che porta allo stretto torrente

non lo caccio,
è un ricordo vuoto
e non lo temo-

scrivo
e sul quaderno
un minuscolo ragno
corre, scappa-

 ai miei piedi
una tana di talpe
squarcia in un punto il mio passo

lontano in  cielo
 un fringuello canta