Urlo di Allen Ginsberg
da: Jukebox all’idrogeno
a cura di Fernanda Pivano


“ col cuore assoluto della poesia della vita macellato
dai loro corpi buono da mangiare per mille anni”
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A quelli che scrivono poesie chiedo: ma voi ce la mettete l’anima in quello che scrivete? E lo stomaco ce lo mettete? E il cuore? E le gambe per correre e scappare ce le mettete? E tutta la vostra energia mentale ce la mettete? E tutti i vostri difetti, vizi, porcherie, infedeltà, inettitudini, e paure, ce le mettete?
Se non ce li mettete, va bene lo stesso. Purché lo ammettiate. Ammetterlo è già farlo.
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Il poema Urlo di Allen Ginsberg è un viaggio dentro se stesso e dentro le coscienze dei propri amici e dentro la coscienza dell’essere umano in quanto tale. Ginsberg guarda nel profondo di questo essere umano che egli è e quello che trova lo tira fuori così com’è, e lo scrive nello stesso stato in cui lo trova.
Per leggere Urlo si deve  fare un po’ di fatica. Fatica fisica. Perché ti lascia senza respiro. Ma è una bella, stupenda fatica. La traduzione che ho scelto di proporvi è quella della Fernanda Pivano, contenuta nell’antologia di poesie di Ginsberg, Jukebox all’idrogeno. E’ piena di note esplicative e utilissime che ci aiutano a capire luoghi, persone, fatti significativi a cui Urlo si riferisce.

Per capire e apprezzare Urlo  bisogna dimenticarsi di quanti jeans Levis ha fatto vendere la cosiddetta  beat generation. Media, industriali e commercianti hanno trasformato fin dal suo inizio la beat generation in un marchio  per vendere   jeans appunto e camice, macchine e pulmini, cappelli e sciarpe, giornali, film e dischi. E anche un sacco di droga.  Anche libri di chi ne faceva parte, e quelli scritti su chi ne faceva parte.
Questo marchio fortunato ha fatto vendere i libri di Ginsberg e Kerouac, anche se pochi li hanno letti come opere letterarie. La maggior parte  ha voluti vedere questi e altri scrittori dell’epoca  in maniera miope e ristretta, come  rappresentanti di una generazione, come simboli di un malessere sociale, o  peggio ancora come una manica di degenerati drogati e beoni. Ma solo se li leggiamo unicamente come autori di opere letterarie saremo in grado di apprezzarli o respingerli. Se invece ci facciamo guidare dai nostri pregiudizi sui loro stili di vita non saremo mai in grado di farlo.
“ Le opere che vengono prodotte come opere letterarie andrebbero viste per quello che sono….Tutti i nostri lavori ( si riferisce a Kerouac e Burroughs) hanno decisamente una base di conoscenza della letteratura del ventesimo secolo, da Gertrude Stein ai surrealisti” (A. G.,Facile come respirare, pag. 66-67 ).

Urlo è la poesia in cui, per sua stessa ammissione, Ginsberg utilizza la tecnica di scrittura inventata dal Kerouac. “ Howl è decisamente influenzato dal metodo della scrittura spontanea di Jack ( Facile come respirare, pag. 56 ). Dopo aver scritto delle poesie molto formali, decisi di lasciare andare quello che avevo dentro, di dire tutto quello che mi passava per la testa” ( pag. 100 ).
In  Note scritte quando finalmente venne inciso Urlo Ginsberg dice: “ pensai che non avrei scritto una poesia, ma avrei semplicemente scritto ciò che volevo senza paura, avrei lasciato andare la mia immaginazione, aperto il sacrario, e buttato giù versi magici dalla mia mente reale, qualcosa che non avrei potuto mostrare a nessuno. Così il primo verso di Urlo; Ho visto le menti migliori ecc, l’intera prima sezione battuta a macchina all’impazzata in un pomeriggio… lunghi versi come ritornelli di sassofono di cui sapevo che Kerouac avrebbe udito il suono, traendo dalla sua prosa ispirata una poesia veramente nuova” (pag 453 di Jukebox all’idrogeno).
E continua dicendo di essere consapevole che sostenere il verso lungo presente in Urlo senza cadere nella prosa non sia facile. “ E’ l’ispirazione naturale del momento che lo tiene in movimento…la mente usata in spontaneità inventa forme a sua propria  immagine” ( pag. 454 ).
In pratica il verso lungo caratteristico di Urlo è la forma naturale che assume l’immaginazione di Ginsberg, un’immaginazione che parla il linguaggio della poesia.

In senso tecnico Urlo si regge sull’uso anaforico di alcune parole come “ che” e “ Moloch”, in versi lunghi alla maniera di Whitman che risultano in tal modo legati e connessi tra loro. L’uso dell’anafora serve inoltre a tenere il ritmo e come base a cui ritornare.
Urlo nasce quindi come una lunga improvvisazione di scrittura in cui Ginsberg, come ha imparato a fare da Kerouac, insegue, rincorre i propri pensieri ed emozioni con il loro originale ritmo. Ginsberg era infatti convinto che questo fosse possibile, che cioè la poesia fosse la lingua con cui la mente esprime se stessa.

Urlo è poesia epica e  intimista,  universale e autobiografica, legata in gran parte a fatti e situazioni vissuti da una  rete di amici scrittori, come Kerouc, Burroughs, Cassady. Ogni strofa è un episodio della loro quotidianità:  viaggi, interminabili discorsi, camminate per le strade che duravano tutta la notte, bevute, sesso e droga.  Ma il linguaggio è poetico. In un continuo sfuggirsi e rincorrersi come in queste strofe:
 ”schiera perduta di conversatori platonici precipiti dai gradini d’ingresso  dalle scale di sicurezza dai davanzali dell’Empire State giù dalla luna”
“ farfugliando strillando vomitando sussurrando fatti e ricordi e aneddoti e sensazioni ottiche e shocks di ospedali carceri e guerre”
 “che guidavano est-ovest settantadue ore per sapere se io avevo una visione o tu avevi una visione o lui aveva una visione per scoprire l’eternità”.
O in quest’altra in cui droga, sesso, buddismo, lavoro e studio vengono tenuti insieme, senza paura di autocontraddirsi: “che si ritiravano in Messico  per conservarsi alla droga, o a Rocky Mount per il tenero Buddha o a Tangeri a ragazzini o alla Southern Pacific per la locomotiva nera o a Harvard o a Narciso o a Woodlawn alle orge o alla fossa”.

Protagonista di una parte di Urlo è Neal Cassady, il grande amore giovanile di Ginsberg.  A lui si riferiscono queste strofe:
“ che andavano a puttane in Colorado in miriadi di macchine notturne rubate, N.C., eroe segreto di queste poesie, mandrillo e Adone di Denver-gioia alla memoria delle sue innumerevoli scopate di ragazze in terreni abbandonati & retrocortili di ristoranti per camionisti…”
“ che andavano a Denver, che morivano a Denver, che ritornavano a Denver & e aspettavano invano, che vegliavano a Denver…”

Urlo è diviso in quattro parti. La prima tratta della disperazione della vita e delle  coscienze, e nello stesso tempo della gioia furibonda dell’essere vivi. E’ totalmente autobiografica, c’è lui, Allen, i suoi amici, le loro strade, città, parchi; e c’è Neal Cassady, il grande non contraccambiato amore della sua vita.
La seconda parte è dedicata a quello che Ginsberg chiama Moloch ( divinità antica  resuscitata dal mostro-città ). E’ scritta sotto l’effetto del peyote. “ Mi ubriacavo di Peyote. Vidi sugli ultimi piani di un grande albergo un’immagine del teschio robot di Moloch che fissava nella mia finestra. Qualche settimana dopo mi ubriacai di nuovo, il viso era ancora lì nella metropoli rossa fumosa del centro, scesi giù per Powell Street mormorando Moloch, Moloch tutta la notte e scrissi la seconda parte di Urlo quasi senza correzioni nella cafeteria ai piedi del Drake Hotel” ( Note scritte quando finalmente venne inciso Urlo, pag. 455 ). Eccone alcune strofe:
“ Moloch il cui amore è petrolio e pietra senza fine! Moloch la cui anima è elettricità e banche! Moloch la cui povertà è spettro del genio! Moloch la cui sorte è una nube di idrogeno asessuale! Moloch il cui nome e la Mente”;
Moloch che mi è entrato presto nell’anima! Moloch in cui sono una coscienza senza corpo! Moloch che mi ha fatto uscire spaventato dalla mia estasi naturale! Moloch che io abbandono! Svegliatevi in Moloch! Luce che cade dal cielo!

La terza parte di Urlo è dedicata a Carl Salomon che Ginsberg incontrò in manicomio, dove rimase rinchiuso per quasi un anno. Tratta della pazzia, uno degli incubi della vita di Ginsberg, segnato dalla  schizofrenia della madre, cui dedicò il poema Kaddish.
Cito solo una strofa a titolo esplicativo: “ Sono con te a Rockland  dove in camicia di forza gridi che stai perdendo la partita al vero ping pong dell’abisso”.

La quarta parte è una specie di litania. “ Ricordai il ritmo archetipo di Santo Santo Santo mentre piangevo in un autobus a Karney Street e lo scrissi quasi tutto in un taccuino lì sul posto (  Note scritte quando finalmente venne inciso Urlo, pag.456 ).
“ Santo Peter, santo Allen santo Solomon santo Lucien santo Kerouac santo Huncke santo Burroughs santo Cassady santi gli sconosciuti mendicanti sodomiti e sofferenti santi gli orrendi angeli umani!

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http://www.lankelot.eu/letteratura/allen-ginsberg-urlo.html

LA POESIA NON È MAI COMPROMESSO

di Lenore Kandel

La poesia non è mai compromesso. È la manifestazione – traduzione di una visione, un’illuminazione, un’esperienza. Se scendi a compromessi diventi un profeta cieco.
Non c’è alcun senso oggi in quella poesia che esiste soltanto come esercizio di destrezza. La tecnica è necessaria finché serve da abile levatrice a chiarezza, bellezza, visione; quando si innamora di se stessa produce masturbazione verbale.
Le poesie che scrivo si occupano di tutti gli aspetti della creatura e di quell’universo totale attraverso il quale essa si muove. Lo scopo è quello di accrescere la consapevolezza. Che può essere consapevolezza del modo in cui un uccello manda in frantumi il cielo col suo volo o consapevolezza della difficoltà e necessità della fiducia o consapevolezza del desiderio di consapevolezza e anche paura di consapevolezza. E ciò si può ottenere tramite la bellezza o lo shock o il riso ma la direzione è sempre verso una chiara vista, sia interiore sia esteriore.
Ciò richiede onestà nell’intimo del poeta e della poesia. Un’onestà a volte gioiosa a volte dolorosa, diretta sia al poeta stesso o al lettore o a entrambi. Due mie poesie, pubblicate in un piccolo libro, trattano d’amore fisico e dell’invocazione, riconoscimento e accettazione della divinità nell’uomo attraverso il medium dell’amore fisico. In altre parole, è un piacere. Un piacere così grande che ti rende capace di uscire dal tuo io privato e di partecipare della grazia dell’universo. Questa semplice e piuttosto ovvia formulazione, espansa ed esemplificata poeticamente, ha sollevato un furore difficile a credersi. Gran parte di tale furore era dovuto all’uso poetico di certe parole di quattro lettere d’origine anglosassone non sostituite cioè da più tenui eufemismi.
Da qui si arriva alla questione del linguaggio poetico. Tutto ciò che è lingua è linguaggio poetico e se la parola richiesta dal poeta non esiste nella lingua a lui nota sta allora a lui scoprirla. La sola condizione limitativa può essere che la parola sia la parola corretta richiesta dalla poesia e soltanto il poeta può essere ultimo giudice di ciò. Gli eufemismi scelti per paura sono un patto con l’ipocrisia e nell’immediato distruggeranno la poesia e alla fine distruggeranno il poeta.
Qualsiasi forma di censura, mentale, morale, emotiva o fisica che sia, proveniente sia dall’interno che dall’esterno, è una barriera contro l’autoconsapevolezza. La poesia è viva perché è un medium di visione ed esperienza. Non è necessariamente gradevole. Non è necessariamente innocua.
La poesia è uscita dall’aula scolastica ed è andata per strada e ha così prodotto un flusso di impollinazioni incrociate, che hanno dato molti frutti vitali sia per la poesia sia per la scuola. Il mondo accademico tendeva a generare la paura d’infrazione al codice, recando offesa a qualcuno. Visioni e linguaggio ne venivano spesso rimpiccioliti, attutiti da una sordina. Una poesia diventava quindi troppo spesso un veicolo per ginnastiche letterarie.
La poesia di strada evita la paura–trappola, ma troppo spesso perde le proprie visioni per mancanza di chiarezza, per sciatteria, per una mancanza d’arte del mestiere. La poesia che è poesia non ha bisogno di essere classificata secondo le due caselle sopra descritte né in nessun altro modo. Esiste. Non può esistere in compagnia della censura. Se un poeta censura a propria visione non dice più la verità così come lui la vede. Se censura il linguaggio in una poesia non usa quelle parole che, per lui, sono le parole più perfette che dovrebbe usare. Quest’auto–nanificazione dà luogo a una limitazione artificiale imposta a un’arte la cui direzione è oltre i limiti del concepibile. Non ci sono barriere alla poesia o alla profezia; per propria natura esse sfondano ogni barriera, sono scoppi di percezione, linee verso l’infinito. Se un poeta mente sulla propria visione mente su se stesso e in se stesso; e questo produce una vera barriera. Quando un poeta, per opportunismo dettato da paura usa un linguaggio diverso da quello che è perfetto per una poesia, diventa una persona di pauroso opportunismo. Quando un agente esterno si assume il compito di censurare la poesia, ciò vuol dire censurare l’accettazione della verità e il salto verso la rivelazione.
Quando una società comincia ad aver paura dei propri poeti, vuol dire che ha paura di se stessa. Una società che ha paura di se stessa è un altro modo di definire l’inferno. Una poesia una volta scritta e pubblicata è a disposizione di coloro che scelgono di leggerla. Ciò a mio parere implica una responsabilità fondamentale da parte del poeta – che dica la verità così come la vede. Che la dica con tutta la bellezza, la capacità di sorprendere, di cui è capace; che inneschi il suo senso di meraviglia; che operi alchimia entro il linguaggio – sono queste la forma e l’esistenza stesse della poesia.
l pubblico della poesia moderna è in buona parte giovane. Ci muoviamo in un mondo in cui le polarità e possibilità di vita e morte esistono come costante presenza della coscienza. Una volta che il concetto e la praticabilità di overkill, di un potenziale distruttivo persino ridondante, sono divenuti cosa nota a tutti, l’aura della possibilità di una morte cosmica è diventata visibile. Ci sono state epoche in cui i giovani potevano scivolare morbidamente nelle loro vite da anziani, e se volevano ignorare i problemi più profondi dell’umanità, del rapporto dell’uomo con l’uomo, ciò era reso loro facile. La nostra epoca non è certo una di quelle, e le scelte dei giovani sono profonde e dure. A diciott’anni i ragazzi maschi devono decidere se dedicarsi al passatempo nazionale della morte. Moltissimi, invece di accettare il mondo di guerra e disperazione personale che è loro proposto dalla maggioranza degli adulti, stanno scegliendo di manifestare un modo di vita diverso, motivato verso il piacere, verso l’illuminazione, e verso l’attenzione reciproca.
Sono scelte dure da fare, che non concedono scappatoie.
Quelli che leggono poesia moderna lo fanno per piacere, per conoscere più a fondo, talvolta per trovar consiglio. Il minimo che possono aspettarsi è che il poeta che condivide con loro le proprie visioni ed esperienze lo faccia senza ipocrisia. Scendere a compromessi in poesia per paura significa atrofizzare la psiche. Il compromesso per opportunismo in poesia è il molle piccolo assassinio dell’anima.
(1967)

I Sotterranei di Jack Kerouac

I Sotterranei di Jack Kerouac

“Il dolore non sarà alleviato dallo scrivere, ma sarà redento”

Questa recensione nasce da un’improvvisazione di scrittura al registratore durante una passeggiata col mio cane nella campagna del paese dove vivo.
Manca il suono dei mie passi sulla ghiaia della strada di campagna, manca il paesaggio d’erba medica tagliata e della terra arata e piena di strisce chiare. Manca il nero del mio cane Kia, che non mi ascoltava mentre parlavo al registratore perché aveva altro da fare ( soprattutto annusare brandelli di uccellini rinsecchiti ).
Questo che ho detto forse è una stupidaggine, forse non andrebbe messo in una recensione. Ma è molto “kerouachiano”.
I Sotterranei , a detta dei suoi estimatori, è il capolavoro di Kerouac. A detta dei suoi detrattori è la sua solita  accozzaglia di parole. Come disse di lui Truman Capote  “ più che uno scrittore un dattilografo”
Per me che apprezzo quasi tutto quello che Kerouac ha scritto è davvero il suo capolavoro, nel senso che è la miglior applicazione del metodo della prosa spontanea, di cui Jack parla per la prima volta nei suoi taccuini raccolti ora nel volume Un mondo battuto dal vento.
Questo suo metodo sarà poi chiarito e reso sistematico  in alcuni suoi testi raccolti nel volume Scrivere Bop, soprattutto Dottrina e Tecnica della prosa spontanea e Fondamenti della prosa spontanea.
Per apprezzare I sotterranei di Kerouac bisogna comprendere cosa egli intende per prosa spontanea. Non è il flusso di coscienza. Non è la scrittura automatica dei surrealisti. Non si tratta di vuotare l’inconscio o di svuotare la mente o di andare a ruota libera.  E non si tratta nemmeno di libere associazioni.
La prosa spontanea è lo strumento con cui lo scrittore analizza la propria coscienza. Ma è uno strumento letterario, non psicologico, perché serve al racconto: come si scrive è tutt’uno con quello che si scrive, i due aspetti non appaiono più scindibili.
Quindi la Prosa Spontanea è uno strumento di autoconsapevolezza. Infatti se noi leggiamo I sotterranei ci rendiamo conto che ha una trama ben precisa che viene seguita per tutto il corso delle pagine. La trama viene raccontata dal punto di vista del protagonista maschile visto non dall’esterno ma dall’interno della sua coscienza.
I sotterranei, scritto nel 1953  e pubblicato nel 1958,  fa parte del gruppo di  romanzi che Kerouac scrisse e che rimasero inediti fino a quando riuscì a farsi pubblicare Sulla strada ( nel 1957 ):  Visioni di Cody, Il dottor Sax, Maggy Cassady, Tristessa,  I vagabondi del Dharma, Visioni di Gerard.

Ne I Sotterranei viene raccontata una storia d’amore molto triste, che pagina dopo pagina precipita verso la sua disfatta. In tutto il romanzo è come se il protagonista aspettasse la fine di questo amore invece di viverlo. Poi quando la fine arriva il fatto di averla aspettata per tutto il tempo non lo fa soffrire meno, lo fa soffrire comunque moltissimo.
La vicenda narrata è autobiografica; realmente Kerouac, che nel romanzo assume il nome di Leo Percepied visse una breve storia d’amore con Alene Lee,  una ragazza di colore che frequentava i sotterranei, cioè i frequentatori dei locali Jazz, che nel romanzo si chiama Mardou Fox.
L’incipit è folgorante ed è la premessa esistenziale di  tutto il seguito del romanzo:
“ Ero una volta giovane ( quando scrive I sotterranei Jack ha 36 anni… ) e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza e senza fare tanti retorici preamboli come faccio ora; in altre parole questa è la storia di uno sfiduciato e insieme la storia di un egomaniaco, per costituzione e non per facezia” ( pag. 5 ).
A questo punto della sua vita Kerouac si trova di fronte al suo fallimento sia come persona che come scrittore, due aspetti questi che in lui coincidono. Siamo nel ’53 e Jack non vede di fronte a sé nessuna speranza di essere pubblicato ( cosa a cui lui aspirava enormemente, come si legge nei taccuini ), né di liberarsi dalla dipendenza dall’alcool e ( come si leggerà nel romanzo ) dalla dipendenza da sua madre.
“Confessare tutto a tutti”, scrive nei taccuini. Ecco allora che ne I sotterranei, che è forse più di ogni altro il suo romanzo – confessione, la scrittura non è filtrata dal bisogno di approvazione da parte del lettore. Semmai immola se stessa e il suo autore al suo contrario: il biasimo. Sembra invitarlo continuamente ad indignarsi di fronte a questo alcolizzato che fa franare il suo rapporto d’amore con la ragazza “ negra” sull’altare della disapprovazione familiare: “ Dubbi dunque su Mardou perché è negra li ha non soltanto mia madre, ma mia sorella con cui un giorno dovrò vivere e suo marito…Cosa direbbero se la signora moglie della casa mia fosse una negra cherokee?” ( pag. 55 ).
Non ci induce alla compassione Leo- Jack neanche quando apre il suo cuore doloroso mostrandosi aspirante ad un auto condannante suicidio. “ …un’altra strappata ancora e mi tirano la terra azzurra addosso, amico, mi fan la cassa – perché ora la morte ripiega le grandi ali sulla mia finestra, lo vedo, lo sento, lo annuso” ( pag. 15 ).
Oppure quando parla, in questo libro destinato fin dal suo inizio ad una sperata pubblicazione, del rapporto intimo e fisico con Mardou e scrive: “ Me la portavo in grembo e la tenevo sospesa  sul letto e lentamente la spinsi giù, feci un po’ di fatica a entrarci, ma lei ci provò gusto…Oh il dolore di dover dire queste cose segrete eppure bisogna dirle, o se no perché scrivi e vivi?” ( pag. 23 ).
Non ci piace il Leo- Jack quando ci butta in faccia il suo conformismo- razzismo, o il suo dare in pasto al lettore la povera triste vita di Mardou: padre vagabondo, problemi psichiatrici, sempre in prestito da qualcuno perché senza una vera casa, insomma una vera sotterranea.
Ma ci piace la sua sofferta scrittura, in quel suo continuo outing – confessione, in cui  Leo – Jack non si assolve, ma anzi si condanna violentemente e definitivamente.
L’inizio della fine della storia con Mardou si consuma sulla gelosia di Leo. Una gelosia che prende le sembianze psicologiche dell’invidia. A un certo punto infatti compare il personaggio di Yuri ( nella realtà è Gregory Corso ). Tra lui e Mardou inizia un gioco infantile da cui Leo è escluso e che culminerà nel tradimento di Mardou.
“ Yury Grigorc: giovane poeta, 22 anni, era appena giunto dall’Oregon paese delle mele, ma prima cameriere in un grosso ristorante alla moda tipo rustico sottile alto biondo jugoslavo, di bell’aspetto, assai borioso, ma soprattutto con la voglia di staccare Adam  ( nella realtà Allen Ginsberg ) e me e Carmony ( William Burroughs ) , sapendoci da sempre vecchia riverita trinità, desideroso, naturale, perché giovane e sconosciuto e inedito ma molto geniale come poeta, di distruggere i grossi dei della tradizione e di farsi strada – e perciò desideroso anche delle loro donne, che sono disinibite, o almeno disintristite” ( pag. 78 ).
Inframezzata a questa, come ad altre parti del romanzo,  la descrizione dell’ambiente dei sotterranei: “ Notti che cominciano così chiare e lucide di speranza, andiamo a trovare i nostri amici, cose, telefonate, gente che va e viene, cappotti, cappelli, affermazioni, lucidi racconti, eccitazioni metropolitane, un giro di birre, un altro giro di birre, il discorso diventa più bello, più eccitato, accaldato, un altro giro, l’ora di mezzanotte, più tardi, i lieti volti accaldati ora si scatenano e poi c’è il tipo che attacca badì dedé uu baba fumo sbornia nottalta cucco e alla fine il barista, come un personaggio di Eliot ORA DI CHIUDERE – così più o meno si arriva alla Maschera…” ( pagine 95-96 ).
E poi ci sono le discussioni letterarie: “ Con Yuri c’era stato un lungo discorso letterario in un bar davanti a due bicchieri di porto, lui sosteneva che tutto è poesia, io tentavo di porre la vecchia consueta distinzione tra prosa e verso, lui disse: ascolta Percepied tu credi nella libertà? Allora dì quel che vuoi, è poesia, poesia, tutto è poesia, i grandi versi sono poesia…E lui mi lesse il suo “miglior pezzo” che era a proposito del “ raro notturno” e io dissi che pareva poesia da rivistina e non era la sua cosa migliore…” ( pagine 96 – 97 ).
Infine arriva la rottura con Mardou. La scena è da film: in un taxi. Litigano, urlano, alla fine Leo salta fuori dall’auto e corre a prende un altro taxi. “ Mardou abbandonata nella notte, malata e stanca…povera Mardou che va a casa sola, un’altra volta ( il maniaco ubriaco è scomparso )” ( pag. 116 ).
“ Piansi al deposito ferroviario seduto su un vecchio pezzo di ferro sotto la luna nuova e di fianco ai vecchi binari della South Pacific…- ma vidi all’improvviso, non in faccia alla luna ma da qualche parte in cielo…vidi chino su di me il volto di mia madre, con gli occhi impenetrabili e le labbra immobili e gli zigomi tondi e gli occhiali che luccicano…- come se soffrisse e come per dirmi: povero piccolo Leo, tu soffri, gli uomini soffrono tanto…” ( pagina 118 ).
Pochi anni dopo, a 46 anni Kerouac, già dimenticato dal pubblico, si esilia per sua stessa volontà a casa di sua madre. Senza più ispirazione, senza più storie da raccontare, solo bere e guardare la televisione. Dice la moglie Stella in Jack’s Book di Barry Gifford e Lawrence Lee: “ Eravamo stati alzati tutta la notte prima del giorno in cui è morto. Guardavamo la televisione…stavo per preparare qualcosa da mangiare a Jack, ma lui non me lo lasciò fare. Mi fece mettere seduta mentre andava ad aprire una scatoletta di tonno. Poi è andato in bagno. Ho sentito dei rumori e sono entrata a vedere. …il gabinetto era pieno di sangue. Ho un’emorragia disse. Ho un’emorragia” ( pag. 310 ).
Gli ultimi giorni della vita di Kerouac sono, come quelli di molti altri scrittori, un romanzo che varrebbe la pena che qualcuno scrivesse.

La mancanza *

Guardando i vestiti la sua mancanza si fa cotone, organza dai mille colori sgargianti, si fa pizzo da pochi soldi. Nella mancanza tutto splende, seduce, diventa bello e irraggiungibile. Lei passa tra le file di appendiabiti, tra camice tutte uguali ma di differente colore e pantaloni estivi di fogge diverse, strettissimi, larghissimi, a vita bassa, all’orientale, di cotone grosso o trasparente. Roba da poco, pensa, ma come è bella! Bella della “sua” assenza.
La sua mancanza, la nostalgia di “lui” la sente sulle labbra, sulle guance o nel suo sguardo, che a vederlo da fuori sarà triste e sognante. Ma trovandosi all’improvviso davanti ad uno specchio che la ritrae a figura intera, si trova mal vestita, spettinata, il suo sguardo le rimanda occhi torvi, per nulla sognanti. Occhi impauriti. Mi vedo sempre gli occhi impauriti, si dice. Impauriti di niente. Impauriti e basta.
Si allontana dallo specchio, continua a girare per il negozio con l’aria di chi cerca inutilmente qualcosa. La fa quasi sentire bene quella mancanza così feroce di “lui”, lì dentro, in quel negozio scalcinato, da quattro soldi. Questo negozio è come me, pensa, avvilito, triste, abbandonato.
Così rimane a lungo a gironzolare fra tutta quella merce perché lì sente più forte la sua mancanza.
Sono mesi che aspetta un suo cenno, un suo richiamo; aspetta soprattutto qualcosa di scritto, qualunque cosa scritta dalla mano di lui. Si accontenterebbe di un semplice ciao, le riempirebbe per mesi tutte le giornate a venire. Non lo odia ma da lui non arrivano cenni, non arrivano risposte alle sue dimostrazioni di disponibilità. Non lo odia, ma culla la sua mancanza con un sentimento di mesta pazienza che qualche volta si muta in un debole risentimento senza astio.
Immagina future o immediate lettere che potrebbe scrivergli. Lettere di rimprovero o di richiesta d’attenzione, lettere in cui dichiararsi ancor più disponibile. Ma così sarebbe come mettersi completamente nelle sue mani. Questa eventualità la distoglie dal farsi ancora viva con lui. E’ un amore senza speranza, il mio, pensa, eppure non lo scaccia, non fa nulla per dimenticarlo, non vuole dimenticarlo, lo nutre anzi, se ne prende cura come di un amore reale. Il fatto di non essere contraccambiata non le dispiace abbastanza da volersi disfare del pensiero di lui. In qualche modo le riempie una vita senza scosse, senza un vero dolore.
Mentre gira ancora per il negozio di vestiti pensa: sono troppo alta, forse è questo che non va ai suoi occhi, e ho i capelli lunghi e volutamente spettinati.
Culla i pochi ricordi che ha di lui. Il  modo in cui si è allacciato la sciarpa lo scorso inverno quando si sono incontrati e hanno parlato qualche minuto, il modo come ha mosso la testa e il corpo mentre parlava della malattia da cui era da poco guarito.
Così naturale quel suo muoversi, così seducente quel suo allacciarsi le sciarpa. E’ da quel momento che ha cominciato a pensare a lui. A pensare a lui sempre. Adesso è  la mancanza, quel sottile piacevole rodimento che nasce dall’assenza, dal fatto che lui non c’è, non c’è per lei e non ci sarà mai. Di questo lei è sicura. E’ una relazione senza speranza, che non comincerà mai. Non lo interesso abbastanza, pensa. Tutto qui. Non ci sono spiegazioni complicate, motivi nascosti. Del resto è sempre così. Si pensa solo alle persone che ci interessano  molto, che per un motivo o per l’altro ci intrigano, dalle quali ci aspettiamo qualcosa, qualcosa di sconosciuto, attraente, qualcosa che ci piacerà, ci cambierà, che ci farà migliori, o superiori, e farà scomparire tutti i nostri difetti, angosce, disperazioni. Per lei è proprio così. Questo è quello che si aspetterebbe da lui. Che lui le portasse e le regalasse tutte queste cose e che le desse la sua disponibilità totale. Che diventasse suo, una sua proprietà. Ecco perché, pur sapendo che è una storia senza speranza lei se la culla e la nutre   e la coltiva. Perché solo lui ha quel potere, ha quei regali, felicità, sicurezza e soprattutto la magia, la fiaba. Solo lui ha quelle cose antiche dell’adolescenza. E solo lui può essere veramente amico e fratello. Ecco perché non lo vuole dimenticare. Anche se sa che questo accadrà inevitabilmente.
Così ha deciso. Ogni tanto si farà viva con lui. Per non dimenticarlo. Per alimentare il suo amore. Il suo non ricambiato amore.

* fa parte di un mio romanzo inedito: L’amore ingrato

lo trovi anche qui: http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/

                                                          

 Questa è la trama del mio romanzo Vicini ma da lontano, Giraldi editore, Bologna      

copertina vicini ma da lontanoAndrea è un  ragazzo di vent’anni che si definisce buddista e lavora qualche ora al giorno nell’azienda del padre. La sua vera vita però è quella che passa con tre suoi amici, due ragazzi e una ragazza, con i quali ha un rapporto chiuso ed esclusivo, e nella meditazione e studio del buddismo. In realtà ha un’idea confusa di questa religione, come si vedrà nel romanzo quando Andrea deciderà di andare a vivere da solo in una casetta abbandonata sulle montagne che circondano la città in cui ha sempre vissuto. Qui Andrea è felice, ma di una felicità autoreferenziale e narcisista, tanto è vero che l’incontro con Beppe, un uomo di quarant’anni che vive nei paraggi ed è proprietario della casa-rifugio di Andrea, mette in discussione tutte le sue costruzioni mentali.