poesia su sax soprano

trascini le note
trascini la musica
la melodia
senza fatica oggi-
fluida, non separa, unisce
fa da sfondo ai miei pensieri,
li rende morbidi,
passeggeri,
fluiscono da un punto all’altro
in un ping pong liquido
che mi rilassa-
invece fatichi
per raggiungere l’effetto
c’é un picco dell’emozione,
se  ti elevi rallenti
e poi t’abbassi-
e poi di nuovo
scivoli piatto
nella pianura

Porte
di ghiaccio, che non si aprono che nessuno apre che non si apriranno mai
di cui s’è persa la speranza di cui s’è persa la chiave
dei pensieri dei miei pensieri dei suoi pensieri tristi dei suoi pensieri di morte
 dell’ultima ora, nere antiche, di tutti i bagni del mondo, tonde quadrate dipinte
 dipinte ad arcobaleno come l’arcobaleno
 porte del cielo, che volano, sono nuvole pesanti che non so aprire
che mi illudo di aprire che mi illudo che aprirò
 misteriose dietro cui non c’è nulla dietro cui c’è quello che c’è qui
 che fan capire che è tutto uguale, della morte della vita della vittoria dei vittoriosi
aperte chiuse piccole
delle chiese del rosario della croce, in croce
 bluastre, sanno di sale
della mia vita, tante piccole e grandi
una sola, quella per te, dice Kafka, una sola ma non la riconosci
 che negano che si voltano che non ti vogliono
 dietro cui c’è Dio in “persona”,dello spirito, dello Spirito Santo, per l’aldilà
dopo la morte, animate saltimbanche come uscite come entrate
del cinema del teatro della vita breve di tutti e di nessuno
 che stridono che suonano, silenziose magiche bianche
che non ci sono ma si vedono che non si vedono ma ci sono
 che portano, che portano alla poesia che portano dappertutto che portano alla stazione
 che portano sulla cattiva strada che portano da te, da me, da lui
esteriori interiori d’accesso
 quando deliri che ti fan paura dell’ascensore strane storte da drogati
 che sbattono da cui esci e non torni più
 delle prigioni della camera della morte del carnefice dell’ultima mezz’ora
 dell’ultimo secondo dell’ultimo respiro
 per provare, di legno di vetro di ferro belle brutte
da chi se ne frega del parrucchiere dove si va a sudare
 dove si va a capire improvvise sacre della visione dell’apriti cielo
 dell’ateo del non ci credo del non ci credo più da cui mandi via qualcuno
della ragione della fantasia dell’immaginazione della mente della percezione


Dieci minuti

 

L’angolo destro della stanza ovale,

un angolo piccolo tondo maschile,

un cucciolo minuscolo, una specie di formica

anzi una fila di formiche

ininterrotta, nera che circonda la stanza ovale.

Sono loro le formiche o i cuccioli minuscoli

a fare gli angoli, sterzano qua e là

deviano ogni tanto dalla linea monotona,

tonda, sempre uguale della stanza,

del tondo della stanza ovale bianca.

Non è una stanza,

le pareti cambiano,

sono cambiate e cambiano ancora,

è un uovo dalle pareti porose, diseguali

piene di rughe, d’avvallamenti

come la luna vista da qui, da questa nostra Terra

che ci sembra vicina e non solo bianca

ma anche piena di buche, solchi, errori

porosa, non lucida,

amara, che non si conosce.

L’uovo è lontano, sparito

chissà dove,

si sono aperti gli angoli, non li vedo più.

Hai notato, è quasi primavera e già si guarda la luna

e a lei si pensa con la mente sognante

quando esci dal caldo della stanza,

del locale, della musica

dei regali, della torta e guardi il cielo

e ti domandi come hai potuto allontanarti da lì,

dalla luna e dal cielo nero delle stelle

in fila e sparpagliate.

Ma c’è un triangolo di cielo azzurro ora davanti a me

E anche la luna, la torta e le stelle

 e la ghiaia allegra sotto i piedi

e il tornare a casa lieti sono spariti.

Non so dove sono e dove andranno i pensieri e le immagini-

li penso come onde, spiriti

che se vanno dalla nostra testa

e vanno verso l’alto come il fumo,

il vapore e il caldo.

Il triangolo azzurro invece ora c’è dentro fuori di me,

mi guarda assoluto, mi guarda

non mi parla di sfumature, emozioni,

è un azzurro senza se e senza ma,

senza nuvole insomma.

Difficilmente se ne andrà da solo-

Bisognerà semmai scacciarlo.

 

La porta di nebbia

 Davanti a me

a cento metri, a cento passi

una porta a vetri

fatta di nebbia,

un velo sottile

un velo sottile di nebbia-

un quadrato

o un rettangolo

ben sagomato

grigio chiaro-

è nebbia,

un quadrato di nebbia

messo lì

a guardia del cammino,

netto, gigante-

una porta di nebbia

che mi divide

un pezzo di qua

un pezzo di là-

cos’è? Mi domando

da lontano-

una porta, rispondo-

intorno il sereno

l’airone

con lo sguardo lento
col suo stesso ritmo
seguo l’airone
che torna da lontano-
con calma alza e abbassa l’ali
le zampe dritte
che fendono leggere l’aria-
sembra voli senza sforzo
naturalmente spinto
dal tramonto
dal cielo
dal tepore
di questa sera d’inverno-
la bellezza non ha parole