Incredulità

In molti di noi, pur praticando un sentiero spirituale o addirittura una religione istituzionalizzata, permane un’incapacità, un’impossibilità, che viene vissuta come innata, a credere al sprannaturale. Eppure questa incapacità convive e a volte si scontra con la volontà, il desiderio, l’aspirazione a credere. Si vorrebbe credere ma non riusciamo a farlo. I riti a cui assistiamo, le preghiere che recitiamo sono l’espressione fisica, visibile di questo bisogno di credere. Eppure nel nostro io sentiamo tutta l’amarezza si chi non crede pur volendolo. Questo è il mio caso. Non mi compiaccio di questo mio non credere, non ne faccio un baluardo di libertà. Al contrario lo vivo come una catena, un impedimento, un qualcosa che mi limita e mi impedisce di prendere il volo e finalmente trovare nella fede quella pace a cui aspiro. Nel mio caso si tratta di non credere davvero alla reincarnazione, dato il mio interesse per il buddismo. E per il buddismo tibetano che è così pieno di fede in molteplici divinità, in vari regni ultraterreni e naturalmente nella reincarnazione e nel bardo, luogo non fisico dove la coscienza rimane prima di rinascere in un essere vivente. Il nirvana invece, per come mi è stato insegnato, non essendo un luogo ma uno stato della mente non ho difficoltà ad accettarlo. Un libro illuminante su questo tema del non credere è quello di Stephen Batchelor, Confessione di un ateo buddhista ( Ubaldini editore ).