Incredulità

In molti di noi, pur praticando un sentiero spirituale o addirittura una religione istituzionalizzata, permane un’incapacità, un’impossibilità, che viene vissuta come innata, a credere al sprannaturale. Eppure questa incapacità convive e a volte si scontra con la volontà, il desiderio, l’aspirazione a credere. Si vorrebbe credere ma non riusciamo a farlo. I riti a cui assistiamo, le preghiere che recitiamo sono l’espressione fisica, visibile di questo bisogno di credere. Eppure nel nostro io sentiamo tutta l’amarezza si chi non crede pur volendolo. Questo è il mio caso. Non mi compiaccio di questo mio non credere, non ne faccio un baluardo di libertà. Al contrario lo vivo come una catena, un impedimento, un qualcosa che mi limita e mi impedisce di prendere il volo e finalmente trovare nella fede quella pace a cui aspiro. Nel mio caso si tratta di non credere davvero alla reincarnazione, dato il mio interesse per il buddismo. E per il buddismo tibetano che è così pieno di fede in molteplici divinità, in vari regni ultraterreni e naturalmente nella reincarnazione e nel bardo, luogo non fisico dove la coscienza rimane prima di rinascere in un essere vivente. Il nirvana invece, per come mi è stato insegnato, non essendo un luogo ma uno stato della mente non ho difficoltà ad accettarlo. Un libro illuminante su questo tema del non credere è quello di Stephen Batchelor, Confessione di un ateo buddhista ( Ubaldini editore ).

Recensione del romanzo “Luogo Comune” di Cristina Pacinotti

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E’ un’autobiografia. Ma romanzata, non nel senso, almeno credo, che ci siano episodi, persone, luoghi inventati, ma nel senso che il linguaggio è quello narrativo; l’autrice parla in prima persona, ma c’è sempre separazione tra il personaggio della storia e l’io che narra. E poi c’è suspense, ingrediente importante non solo nei  romanzi gialli, ma in generale in ogni romanzo che pretenda un lettore che rimanga attaccato al libro fino alla fine. E questo “Luogo comune” lo fa, rimani attaccato alla storia che racconta e quando finisce ne vorresti ancora. Cosa può chiedere di più uno scrittore?

C’è allegria in questo libro, quasi mai vera disperazione, ma c’è tristezza. Il personaggio principale che è chi scrive ma, come ho appena detto, anche no, è spesso triste; sente il tempo che passa, ha fatto, visto tante cose, ha viaggiato, conosciuto gente, ma poi nessuno andava davvero bene per lei e così per anni ha continuato a cercare “l’isola che non c’è”, fino allo sfinimento fisico e psicologico.

C’è la trama, ci sono i personaggi, c’è un finale. E’ una specie di thriller esistenziale, thriller dell’anima. C’è anche molta toscanità, nei detti, nel modo di criticare e sfottere chi si prende troppo sul serio, nel modo diretto e per nulla diplomatico di avere a che fare con le persone. Anche se sono gli amici, i figli, il compagno della vita. Deve essere anche per questo ( lei pisana io livornese ma trapiantata in Emilia ) che mi sono spesso identificata nel personaggio di Cristina. Anche io ho cercato e poi lasciato quello che avevo trovato, anche io sono stata e sono ( meno con l’età) triste e sconfitta. Anche io dormo poco. Anche io mi sveglio alle quattro e mi faccio il caffellatte ( Cristina nel romanzo si fa il caffè) e come lei sono abbastanza criticona. Anche per questa capacità di far identificare il lettore in chi vive la storia raccontata “Luogo comune” è un bel romanzo, anche se un po’ discontinuo nell’allungare certe fasi della vita della protagonista e nell’accorciarne altre.

La trama comincia con un viaggio in India. Ah l’hippy trail, dirà qualcuno. No, non si tratta di questo; siamo a metà degli anni ’90 e la protagonista fa un viaggio in India con il figlioletto Andrea per il suo eterno bisogno di fuga dalla quotidianità pisana. Ma poi bisogna tornare. Eccola di nuovo la sua poco gratificante quotidianità: la frequentazione del centro sociale in mancanza di alternative, i lavori precari,la solitudine; ma fortunatamente ci sono anche la danza e lo yoga, uniche vere attività nelle quali Cristina sente di realizzarsi. E poi cominciano i soggiorni presso comunità alternative di montagna, che però non la soddisfano sufficientemente da restarci in maniera definitiva. E finalmente l’incontro della vita con Emanuele, detto per tutto il romanzo Ema. Con lui fa due figli, con lui compra un casale e ci va a vivere con tutta la famiglia. Compreso Andrea, che ormai è grande e refrattario alla vita campestre. E poi di nuovo ricomincia la ricerca di un’altra casa perché mancano i soldi per mantenere il casale troppo grande, ed è troppo difficile rendere redditizio l’ uliveto e l’orto.

Non si prende mai fiato in questo libro, il lettore va avvertito di questo. Ma accidenti è proprio questo “ il su’ bello”. L’ho detto è un thriller esistenziale. Strano thriller però, perché per tutto il tempo dei brevi corsivi ci raccontano cosa succede dopo, dopo la fine del libro. Quando finalmente Cristina e famiglia trovano il loro Posto, la loro gente, una comunità con cui vivere.

La parte più bella, a mio avviso, è proprio quella della ricerca del Posto. Che è posto fisico ma poi se tutto è anima, coscienza, vita interiore, magari potrebbe anche non esistere. Potrebbe essere aver raggiunto un’altra meta da quella che si cercava per monti e boschi. Potrebbe essere l’aver semplicemente trovato il centro di sé.

 

Recensione del romanzo di Massimo De Feo, Storia del nostro e intervista allo scrittore

116385_copertina_frontcover_icon.pngFinalmente ho incontrato un libro strano. Da far impallidire Lewis Carroll e William Burroughs. All’inizio mi ha spiazzato. Che è sta’ roba, mi sono detta. E avevo messo su quell’aria da professorina/no che a volte quando si legge un libro capita di assumere. Ma il libro, per mia fortuna, è stato più forte di me. E mi ha preso per la vita e mi ha portato su, su…in alto dove sta la buona scrittura. E allora finalmente mi sono abbandonata alle pagine e a quel puzzle di parole e lo sguardo ha cominciato ad andare riga dopo riga e per me questo è un vero miracolo perché a me non piace quasi niente in fatto di romanzi italiani contemporanei. La maggior parte danno importanza alla storia e non alla scrittura; per quanto mi riguarda vale ancora quello che dice e Kerouac a proposito dei suoi contemporanei: “nei racconti contemporanei troviamo frasi come C’era la neve per terra, e la macchina arrancava su per la collina…e questi gran artigiani della prosa contemporanea pensano di aver lavorato una frase” ( J. Kerouac, Scrivere bop).

Invece nella letteratura l’unica cosa che conta è la scrittura. La scrittura è il cuore pulsante della narrativa, la storia non conta niente.

Il romanzo di Massimo De Feo è tutta scrittura. La scrittura, come deve sempre essere, è la protagonista principale. Ci sono anche personaggi, epoche, luoghi che si attraversano “all’improvviso”. “All’improvviso” capitano cose, compaiono persone. Muri invisibili portano ad altre epoche e altri luoghi. Storia del nostro è il romanzo dell’immaginazione al potere e mi piacerebbe intervistare De Feo perché ho da imparare molto da uno che scrive come lui, perché non sono così libera, sciolta, svincolata nella mia scrittura. E invece Massimo lo è e si è presa questa grande libertà di fare muovere Bianca, Gratt, Gutemberg e gli altri suoi personaggi come un burattinaio pazzo di libertà. Psichedelico si potrebbe definire questo romanzo. A me fa venire in mente un bel mare tempestoso verde smeraldo. Un bel mare mosso di Maremma, così è Storia del nostro, a volte rulla e alza grandi onde disordinate di parole e poi improvviso si calma e giunge a riva scrollandosi di dosso tutta la fretta e la tempesta. Nei momenti di calma ti calmi anche tu che che il libro lo stai leggendo, e segui la storia di Bianca e di Gratt e ti sembra quasi un “libro normale”, che racconta la storia d’amore di uno e una; ma è solo un’impressione momentanea, anzi un tranello tesoti dallo scrittore per farti riprendere fiato ma proprio per un momento, un momento solo. Che la tempesta di onde e di parole riprende e c’è perfino il libro dei morti egiziano, da cui ti aspetti parole di paura e consolazione. E invece è il solito scherzo, la solita parodia di quelli, poveretti, che sanno scrivere “solo sul serio”, che non sanno guardare che fino all’orizzonte ( il loro ) e mai sanno/vogliono/possono andare oltre. Oltre è il tema del romanzo di Massimo. E quando siamo arrivati all’ultima riga dell’ultimo capitolo, come è appena capitato a me, dispiace che il libro non continui. Massimo, cosa c’è dopo la valle degli specchi? Scommetto che c’è un altro libro che da solo, come questo, si sta scrivendo.

Intervista allo scrittore

1) Domanda Quando come e perché di questo romanzo, ovvero so che lo hai cominciato tempo fa e ripreso in mano parecchio dopo; quali erano le tue intenzioni all’inizio e quali quando lo hai ripreso in mano?
Risposta L’ho cominciato a scrivere nel 1973 e l’ho finito un anno dopo. Da ragazzo sono stato un lettore accanito di fantascienza, Philip K.Dick in particolare, Simak, Van Vogt, Frank Herbert… e facendo sega al liceo in una libreria ho scoperto Kerouac, e poi tutta la beat generation. Da li’ sono approdato ai surrealisti francesi, a Jarry, a Boris Vian, e a Joyce, a Carlos Castaneda etc etc. Quando l’ho iniziato volevo realizzare “qualcosa di completamente diverso” – per dirla alla Monty Pyton – una storia senza capo ne coda, con un protagonista che e’ diverse persone contemporaneamente, senza un flusso del tempo lineare, dove non accadesse nulla ma allo stesso tempo accadesse di tutto, e velocemente. Con la Storia del nostro volevo esprimere la visione del mondo che cominciavo ad avere allora: non esiste una sola realta’ ma infiniti mondi nei quali e’ possibile viaggiare; l’ego o identita’ personale e’ una illusione e una fregatura; presente passato e futuro coesistono; fatti non fummo per lavorare come bruti ma per divertirci e vivere una vita piena di avventure e di scoperte. Quando l’ho finito l’ho spedito a diverse case editrici, ma da tutte ho ricevuto la stessa risposta:“non rientra nei nostri piani editoriali”. Una trentina di anni dopo, quando e’ diventato possibile stamparsi da soli un libro tramite siti web come Lulu.com, ilmiolibro.it e altri del genere, l’ho ripreso, l’ho corretto, ampliato e dopo un paio di anni l’ho stampato.

2) Domanda quello che secondo me  è bello di questo tuo romanzo è la scrittura, il metodo della scrittura; me ne puoi parlare? Hai un qualche modello a cui ti riferisci? Scrivi di getto? Usi le associazioni mentali casuali per mettere insieme la storia? O sennò cosa?; qual è il tuo metodo di scrittura?
Risposta Prendo appunti, mi segno parole e frasi che mi colpiscono, in quello che leggo, in quello che sento magari per strada, che sogno di notte…e riga dopo riga la pagina si riempie. Il cut-up e il fold-in di Burroughs (versione aggiornata delle parole estratte da un cappello dai surrealisti), la scrittura di getto di Kerouac, il flusso di pensieri ubriachi di Malcolm Lowry, il gergo fantascientifico e quello hardboiled alla Chandler, uso un po’ tutto quello che posso, che capita, e lascio che la storia si faccia da se’, che vada avanti alla giornata…ma poi la rileggo in continuazione e cambio, taglio, aggiungo, limo…

 3) Domanda C’è qualcosa di autobiografico nella trama?
Risposta Parecchio, amici, amori, avventure, luoghi, letture… ma il tutto e’ trasfigurato, solo amici intimi possono per cosi’ dire leggere dietro le righe.

 4) Domanda Cosa pensavi mentre scrivevi? Sì proprio questo, i tuoi dubbi…sai quel senso un pò strano di quando si scrive
Risposta Quando scrivo cerco di non pensare, cosi’ che la musa possa cantarmi l’ira funesta del pelide achille…

 5) Domanda perché scrivi?
Risposta Nell’ordine: perche’mi diverte, perche’ la storia che ne viene fuori mi insegni qualcosa, per il piacere di rileggere quello che ho scritto, per la gioia che danno i complimenti (o le critiche) di un eventuale lettore.

 6) Domanda perchè scrivi poco di narrativa?
Risposta Perche’ sono pigro e ho tante altre cose da fare

 7) Domanda scrivi poesie?
Risposta Verso il 1966/67 ho letto una inserzione sul Messaggero che diceva piu’ o meno: chi vuole puo’ venire a leggere le sue poesie al Dioniso Club, una cantina a Roma non lontana dal Colosseo. Ci sono andato, ho letto le mie poesie e ho trovato la’ dei grandi poeti e amici, tra cui Gian Carlo Celli, il fondatore del Dioniso, e Robertino De Angelis, redattore della Prima Guida Poetica italiana, stampata nel 1979 in concomitanza con quel famoso Festival internazionale dei Poeti a Castelporziano che si concluse con il crollo indolore del palco.Tendo a non fare distinzione tra poesia e prosa, mi pare alla fine solo una questione di “a capo”.