Rooks Conrad, Siddhartha
Bello era il mondo a considerarlo così: senza indagine, così semplicemente, in una disposizione di spirito infantile” ( Herman Hesse)

Nel 1953 Conrad Rooks e la sua prima moglie Zina Rachevsky, entrambi giovani belli e ricchi, vivevano a New York, nel Village.
Un giorno, racconta Rooks nella interessante intervista contenuta nel dvd, Zina gli portò due libri, uno era On the road di Kerouac, l’altro era
Siddhartha di Herman Hesse.
Il primo non lo colpì molto, ma Siddhartha gli piacque moltissimo. “ Sono impazzito per quel libro”, afferma. Sentiva che quel romanzo parlava non a lui ma di lui.
Conrad e Zina abbandonarono New York e per tre anni viaggiarono in Asia; Ceylon,Thailandia,India, furono le loro mete. A Bombay conobbero Sashi Kapoor,uno dei più importanti attori indiani del tempo, che diventerà il protagonista del Film di Rooks tratto da romanzo di H. Hesse.
Poi tornarono in America.
A metà degli anni ’60 Conrad incontrò per caso a Zurigo, dove era andato a disintossicarsi per l’abuso di droghe, il figlio di Herman Hesse, Heiner. Gli chiese: “ posso fare un film su Siddhartha? Mi aiuteresti con i permessi?”. Lui rispose che lo avrebbe aiutato. Ma solo cinque anni dopo Rooks si recò in India per realizzare il film. Prima, nel 1966, girò un film autobiografico
Chappaqua, che è il nome della città vicino a New York dove era cresciuto.
Rooks realizzò Siddhartha nel 1972 e vi lavorarono solo attori indiani. Riuscì a vincere la riluttanza del governo indiano a concedere i permessi a girare il film, grazie all’intervento di Indira Gandhi, sua amica personale. Il film fu girato nel Nord dell’India nella città santa di Rhishkesh e nei palazzi e nelle proprietà del Maharajah di Bharatpur.
Rooks finanziò di tasca propria gran parte del film, ne fu lo sceneggiatore e il regista. Le musiche che accompagnano tutto il film si devono a compositori e interpreti indiani, le parole dei brani musicali sono tratte da poesie di Tagore.
Come direttore della fotografia Rooks si avvalse dello svedese
Sven Nykuist, già collaboratore di Bergman. Alla loro intesa nel lavoro si devono l’assoluta perfezione e bellezza delle inquadrature dei paesaggi, delle foreste, dei palazzi e dei fiumi di questa India incontaminata ( perché inaccessibile in quanto proprietà privata).
Finito il film, che ebbe un grande successo in India ma non in America, Rooks tornò a New York. Da allora non ha più girato nessun film. Dal 1984 è vissuto per venti anni a Pattaya in Thailandia.
E’ morto a New York nel 2008.

La trama del film ripercorre passo passo quella del romanzo di Hesse.
Siddhartha, figlio di un Brahmino, lascia gli agi della sua casa per unirsi ai Samana, uomini dediti alla purificazione dei sensi attraverso digiuni e privazioni di ogni genere. Con lui va il fedele amico Govinda.
Fin dall’inizio del film lo spettatore viene catapultato in un altro tempo e in un altro luogo, che forse non è quello reale dell’India di 2500 anni fa, è
l’India come ce la siamo immaginata leggendo i Sutrao ammirando dipinti antichi. Ci troviamo di fronte a quadri vivi da contemplare. Esempi di pura assoluta bellezza. Il film avanza lento, lunghe scene silenziose, primi piani e canti. E ovunque compare l’acqua, quella che scorre nei fiumi, quella degli stagni e torrenti.
Girare in queste locations”, dice Rooks nell’intervista, “ ha dato un sapore speciale al film. Dava la sensazione di come fosse davvero la vita ai tempi di Buddha. Sono molto felice di avere avuto la possibilità di fare questo film e di immortalare quella parte dell’India che stava per scomparire”.

Voglio essere libero, voglio essere selvaggio”, dice Siddhartha nel film all’amico Govinda prima di abbandonare la casa paterna.
Con i Samana rimane sette anni. Poi capisce che quel digiunare, quel patire pioggia, freddo e dolore, non lo hanno fatto avanzare di un passo sulla strada che porta alla liberazione dall’Io. E insieme a Govinda li abbandona. Si incamminano verso il luogo dove sta insegnando Buddha. Govinda si unisce ai discepoli di questo nuovo maestro, Siddhartha no, non vuole più maestri, vuole trovare da solo la propria strada e così va a congedarsi da Buddha. La scena è una lunga inquadratura su un unico dettaglio. Siddhartha dona un fiore rosso a Buddha, una rosa all’apparenza. Non è in boccio ma neppure sul punto di sfiorire. E’ nel momento ineffabile e breve della sua massima bellezza. Buddha riceve il fiore. Di lui non si vede che un tratto della tonaca, il braccio nudo e la mano che prende il fiore. La macchina da presa si ferma sul quel braccio ambrato e quella mano che nello stesso tempo rimane aperta ma tiene il fiore. Tiene ma non afferra, non stringe, non possiede.La mano è aperta ma tiene ugualmente il fiore. Senza stringerlo. Senza afferrarlo. Nel linguaggio buddista si direbbe senza attaccamento. Non si nega al fiore, non vi rinuncia, ma la mano che lo tiene sembra già pronta a lasciarlo andare. A mio parere, nella sua semplicità, è una delle scene più intense del film. Che comunque è per tutti i suoi 85 minuti guidato spiritualmente ed esteticamente ( in questo caso i due termini coincidono) dalla sapienza e dalla sensibilità di Sven Nykuist e Conrad Rooks. In questo senso è un film perfetto. Naturalmente appartiene ad un genere che deve piacere. Ma è veramente bella questa India mitica in cui si viaggia a piedi, si vive nelle foreste, si chiede e si ottiene cibo se si ha fame, ci si immerge e si attraversano fiumi azzurri, puliti e limpidi. Un mondo dell’immaginazione, un’India della fantasia, ma non è sempre così nell’arte? “Giri la realtà”, dice Rooks nell’intervista, “ ma la fai apparire irreale”.
Dopo la separazione da Govinda il passo di Siddhartha è ora spedito, sul suo viso l’espressione a volte seria a volte corrucciata si è trasformata in un sorriso che è lo specchio della sua ritrovata gioia di vivere. Incontra un barcaiolo che lo trasporta di là da un grande fiume, figura cruciale che ritroveremo verso la fine del romanzo. Ma Siddhartha non indugia a parlare con lui, si dirige verso una città, che noi nel film vedremo solo sotto forma di giardini e splendidi palazzi. Qui incontra Kamala che gli insegnerà l’arte dell’amore. “Sarai il mio maestro”, le dice, “ il mio guru”.
La storia tra Siddhartha e Kamala ha una strana simmetria con quella reale tra Conrad Rooks e la sua prima moglie Zina Rachevsky; anche lei come Kamala si è convertita al buddismo e morirà tragicamente; Kamala morsa da un serpente, Zina durante un suo ritiro in un remoto monastero di epatite o per aver mangiato per errore una pianta velenosa.
Siddhartha diventa un ricco mercante, ma l’insoddisfazione si fa di nuovo strada nella sua mente. Sente che la vera vita gli sfugge. Diventa scontroso, scorbutico, cattivo. Beve e perde al gioco, tratta male i servitori. Arriva ad avere il disgusto di sé e delle ricchezze di cui è circondato. “ Per quale motivo ho gettato al vento la mia libertà?”, si chiede angosciato. Abbandona Kamala incinta di suo figlio e ritorna dal barcaiolo che lo accoglie nella sua capanna. Chiede di diventare il suo aiutante e il barcaiolo accetta. Dice Rooks nell’intervista: “ Il suo guru è il barcaiolo. Il barcaiolo è chiaramente il Buddha stesso. Il fiume è il fiume della vita”. Siddhartha non pensa, non discute, non dibatte più. Trasporta la gente da una riva all’altra del fiume. E’ l’elogio della vita frugale e tranquilla.
Dopo molti anni Siddhartha ritrova Kamala e suo figlio diventato ormai un adolescente. Ma Kamala muore e suo figlio prende a odiarlo, tanto da abbandonarlo. Siddhartha in un primo momento si dispera, è la legge del contrappasso, ha fatto soffrire e lui stesso soffre. Ma poi ritrova la sua pace attraverso quello che il fiume ogni giorno ha da insegnargli.
In questa ultima parte del film vorrei sottolineare quanto toccante e esteticamente perfetto sia rappresentato il funerale di Kamala. Su una piccola isola poco distante dalla riva del fiume un tramonto rosso velocemente scompare ingoiato dal buio della notte. Solo la pira del corpo della donna la illuminerà a lungo.
Alla fine del film Siddhartha e Govinda si ritrovano. “ Un uomo non è mai solo santo o solo peccatore”, dice all’amico ritrovato, “ il Buddha si trova nel ladro e nella prostituta. Dio è ovunque….Ecco perché non credo ai maestri. Il fiume è il miglior maestro”.

Regia di Conrad Rooks (Kansas City 1934-New York 2008)
Sceneggiatura Conrad Rooks
Tratto dal romanzo di Herman Hesse Siddhartha
Direttore della fotografia Sven Nykuist
Art Director Malcolm Golding
Camera Operator Tony Forsberg
Costumi Bhanu
Musica originale di Hemant Kumar
Interpreti principali: Siddhartha: Sashi Kapoor; Kamala: Simi Garewal;
Govinda: Romesh Sharma; il barcaiolo Vasudeva: Zul Vellani
Produzione Originale Conrad Rooks USA 1973
Winkler Film 1996
Dvd Medusa Home Entertainment 2010
durata 85 minuti
Contenuto extra 30 minuti di intervista al regista
articolo in rete di approfondimento:
http://www.austinfilm.org/page.aspx?pid=1191
sito ufficiale del film:http://winklerfilm.com/download/Siddhartha_pressbook_English.pdf
A Bologna il film può essere visto in queste biblioteche:

Biblioteca Sala Borsa e Biblioteca Luigi Spina

 

Quarant’anni dopo come commento al Summer Of Love Survivors 40th Anniversary del 2007, Lenore Kandel ha scritto:1967: writing poetry; 2007: writing poetry.. Cosa vuol dire questo se non che quel che rimane di quell’epoca, della sua gioventù hippy è solo il fatto che tra le tante cose che lei può ricordare di aver fatto, quella più importante è che ha scritto poesie, come se l’aver fatto parte del gruppo politico anarchico dei Diggers fosse stato cancellato, o l’aver partecipato ai Bed-in di S. Francisco non fosse più degno di nota. Come se anche gli amori appassionati non fossero più degni di nota o le sue opinioni sull’amore sessuale non fossero più importanti. Come sei lei fosse stata per tutta la vita chiusa in una stanza writing poetry invece di vivere appassionatamente ogni istante dei suoi 35 anni prima dell’incidente di moto.

Writing
Writing poetry
E basta
solo questo
a riempire tutta una vita –

per una persona come lei
così dinamica
che ha fatto la danzatrice del ventre,
l’interprete,
l’ autista di autobus
e in Big Sur dice Jack
girava in topless
completamente a proprio agio
come fosse, come è
la cosa più naturale del mondo
perché lei diceva
se hai paura o vergogna del tuo corpo
non potrai dare e ricevere amore –
lei che animava gli happenings
con il suo andare e venire
forse correre
con tutti i sui impegni dinamici
forse in certi giorni
frenetici
lei che con Sweet William andava
ai raduni degli Angeli
e percorreva sul sellino della sua
Harley centinaia di km
per il solo gusto di farli
e passava con lui, Bill
chissà quante ora nei locali degli Angeli
a bere e chiacchierare a subire
le altrui risse –
lei che dice Peter
nel suo bellissimo libro
passava giornate con il suo Bill
nel loro letto che era tutta
la loro casa –
40 dopo se le chiedono
cosa facevi nel 1967?
dice writing poetry
e nel 2007?
Lenore risponde
writing poetry
eccezionale Lenore!

Spazio mentale delle 8,44

Guardo la piazza piccola la vedo e occhi nella platea conca in movimento teste occhi in movimento. Lui Allen che declama e inventa come so fare anch’io se voglio ma non voglio qualcosa dentro di me non vuole perché pensa di non potere guarda cerca ma non trova altro che brandelli di carne allungati qualcuno li tiene in mano li mostra, li vende? Nella piazza li mostra li vende vicino alla statua del Nettuno. Immaginata la piazza è scura, nera come in un incubo, in un film del terrore o come quando si sta male e tutto appare scuro, cieco, confuso, senza gente e contorni. Così ci sono questi brandelli di quel che cerco dentro di me strano non frammenti come elegantemente a volte dico ma proprio brandelli umani o animali carne comunque muscoli ma mollicci chi li vuole mai comprare? Nessuno ovviamente e così quell’uomo che nella visione li tiene fra le dita alzando il braccio non può far altro che mostrali

 
Hamilton Andy, Lee Konitz. Conversazioni sull’arte dell’improvvisatore
Appena mi accorgo di suonare una melodia familiare mi levo il sassofono di bocca. Lascio che passi qualche battuta. Improvvisare vuol dire partire completamente da zero, fin dalla prima nota…” (L. K)

Questo libro è una biografia artistica di Lee Konitz, uno dei più importanti musicisti di sax contralto. E’ costruita con una serie di interviste a Konitz stesso e ad altri musicisti che lo hanno conosciuto. L’intervistatore è Andy Hamilton. Il libro è tradotto e curato da Francesco Martinelli.
Lee Konitz è considerato il più grande interprete dello stile cool sul sassofono contralto. E’ uno dei pochi sassofonisti della sua generazione ad aver forgiato un sound unico, percorrendo una strada indipendente ed alternativa a quella di Charlie Parker. Il libro affronta le idee di Konitz in merito al rapporto tra composizione ed improvvisazione.
Il capitolo che dà il titolo al volume è quello in cui Konitz vuole distinguersi da altri musicisti che si sono dedicati all’improvvisazione. Ma che, secondo lui, non lo hanno fatto nel suo stesso modo. Per lui infatti improvvisare significa rinunciare a un vocabolario già conosciuto, rinunciare alle frasi già composte. In questo senso lui si distingue profondamente da Charlie Parker. Raccontando di quando lo ascoltò per la prima volta a New York nel 1948, afferma che
mi resi conto che riprendeva un vocabolario che avevo già sentito nei dischi, ma lo suonava realizzandolo in maniera sempre fantastica” (pag. 129). Per lui l’approccio è diverso. “ Naturalmente dobbiamo operare con un vocabolario per poter parlare in musica. Ma dato che ho fatto molta esperienza come musicista, e grazie a questa la fiducia in me stesso è aumentata e si è rafforzata, mi sono reso conto che è davvero possibile improvvisare…Non per negare l’importanza di un vocabolario con cui esprimersi, ma per averne uno abbastanza flessibile per poter essere usato per reinventare sempre” (pag. 129).
Andy Hamilton chiede: “ Ascoltare internamente è un modo per dire che si è pienamente coscienti di quello che si sta suonando, che non è meccanico. E’ un insegnamento molto importante, riuscire ad ascoltare le linee nella propria mente e poi suonarle
Konitz risponde “ Questa è un’importante tecnica di meditazione. Si può meditare su una parola, e si può meditare su una nota, o su una serie di note.
Andy Hamilton di rimando osserva che : Perché un altro modo è quello di suonare quello che c’è nelle dita, nella memoria muscolare
Konitz: Allora diventa meccanico. Come dice
Bob Brookmeyer, ci sono zone familiari in tutti gli strumenti talmente piacevoli da non farci smettere mai di usarle, ma c’è una bella differenza rispetto ad una vera improvvisazione” (pag. 133).
Un’altra domanda molto importante che Hamilton fa a Konitz a proposito del suo modo di improvvisare è questa: “ In che tipo di stato mentale ti trovi mentre improvvisi? Konitz risponde così: In pratica cerco di essere presente e di interessarmi a quello che mi succede intorno. Voglio sentire gli altri musicisti più chiaramente possibile…Se ascolto davvero quello che fanno non mi manca mai qualcosa da suonare” (pag. 135).
Trovo particolarmente interessante quest’ultima risposta di Lee a proposito dell’improvvisazione: mi suona familiare, è molto simile a quello che si fa quando si improvvisa con la scrittura, si deve essere presenti a quello che succede per poter scrivere qualcosa, solo dopo ci si rende conto se è o può diventare una nuova composizione. Se il processo è stato davvero spontaneo, questo avviene sempre; per spontaneo intendo quello che davvero c’è dentro e fuori di me in questo preciso momento, non un minuto o un’ora fa ma

qui eora”.
E infatti subito dopo Hamilton chiede qualcosa che ha a che vedere con quello che ho appena detto: “ Come fai a evitare di suonare quello che è nella memoria muscolare, frasi che hai studiato e che inconsciamente potresti ripetere?Prima di tutto credendoci, risponde Konitz. Ho una fiducia totale nel processo spontaneo. Credo che molti lo considerino ingenuo, ritenendo che si debbano creare le proprie improvvisazioni a casa, e quando si va sul palco si deve avere del materiale preparato…Ovviamente suonare in modo meccanico suggerisce una vera assenza di connessione con quello che si sta facendo al momento…Il sassofonista
James Moodyè un ottimo esempio di questo suonare preparato. Chiede Hamilton: Dov’è il vantaggio di essere spontanei durante la performance, con tutti i rischi che questo comporta? Perché non pianificare prima?Credo che sia un’energia molto evidente, risponde Lee, sia per i musicisti che per gli ascoltatori interessati a questo tipo di cose, energia che non c’è in un’esecuzione preparata…Quando ascoltiPhil Woods ascolti frasi familiari. E Stan Getzera più o meno lo stesso…Credo che in un certo senso sia così che si definisce lo stile” (pp- 134-138).
Condivido pienamente queste riflessioni sull’improvvisazione, corrispondono al mio modo di intuire e vedere il sublime cui può giungere l’arte in generale, non solo nella musica o nella scrittura. E anche il rischio di sbagliare e di fallire che c’è nell’improvvisazione mi affascina, mi incuriosisce quel non andare sul sicuro, cioè su quello che si sa già fare. A questo proposito vorrei ricordare quanto di simile a quello che sostiene in questo libro Lee Konitz dice Jack Kerouac nei saggi sulla scrittura spontanea contenuti in
Scrivere Bop.
Nel capitolo intitolato Il MaterialeHamilton e Konitz approfondiscono ancor di più il tema dell’improvvisazione. Konitz sperimentò un modo completamente nuovo di improvvisare con
Lennie Tristanonegli anni ’50. Da lui imparò un’improvvisazione ancora più libera di quella di cui abbiamo parlato finora. Lee incontrò il pianista non vedente Lennie Tristano nel 1943; è stato il suo più importante maestro e modello. Colui che lo portò ad uno stile più coolrispetto albebope ad improvvisare partendo da un tema. Ma per divertirsi qualche volta improvvisavano e basta senza una struttura armonica definita. Dice Konitz nel libro: “Nel 1949 registrammo la prima musica totalmente libera…cominciammo a suonare e basta, senza niente di preparato” (pag. 254). Negli anni’60 Tristano e Konitz crearono il nuovo free jazz, termine che loro interpretarono come improvvisazione libera ( “un’enclave all’interno del bebop”, viene definita nel libro).
Nel capitolo intitolato Lavorare con Tristanosi parla ancora dello stile che Konitz ha imparato da questo maestro e che nella New York della fine degli anni ’40 apparve alternativo al sassofono contralto di Charlie Parker. Nel 1949 Lee registro con il sestetto di Tristano i primi due brani di free jazz della storia, pubblicati con i titoli “ Intuition” a “ Digression”. Per tutti gli anni ’50 Konitz lavorò con Tristano, ma nel 1964 la loro collaborazione ebbe termine. Infatti nel corso degli anni ’60 Tristano si dedicò soprattutto all’insegnamento e non si esibì quasi più in pubblico. Per Konitz cominciò un’epoca nuova, finalmente poteva volare con le sue ali, anche se afferma di dovere tutto a Tristano. “Studiando e suonando con Tristano ebbi modo di puntare lo sguardo su cos’era veramente questo mondo dell’improvvisazione jazz, e quanto serio fosse come processo (pag. 43).
La prima importante collaborazione dopo il distacco da Tristano fu quella con il trombettista
Miles Davis; fare parte del nonetto di Miles, noto come la band di Birth of the cool fu molto importante per Konitz per potersi inserire a pieno titolo nel mondo del Jazz. Ma il gruppo di Birth of the cool ebbe vita breve e la band si sciolse dopo poco tempo.
Nel corso dei vari capitoli del libro vengono affrontate le collaborazioni di Lee Konitz con altri musicisti, come
Stan Kenton, Warne Marsh, Harold Danko. Attualmente, quasi ottantenne lavora con musicisti più giovani. “ Sono molto ottimista sul futuro del jazz, dice. Il gruppo di Dave Hollandè molto interessante…mi sono piaciuti Steve Coleman, Greg Osby,…Chris Potterè sulla buona strada” (pag. 274).
Su
Keith Jarrett, anche lui grande improvvisatore, il giudizio è positivo, anche se , dice, “ preferirei che non si distraesse dalla sua grande musica facendo l’istrione” (pag.238). Lee ha grande ammirazione anche per Chick Corea, che considera un grande musicista.
Il giudizio su
John Coltranenon è del tutto positivo, Konitz non è tanto convinto che improvvisasse davvero, “ Credo che in sostanza tutto fosse preparato…ma c’era anche un forte senso dell’improvvisazione con il materiale disponibile” pag. 183). Su Coltrane rimando all articolo presente in Lankelot dedicato alla sua biografia artistica, scritta da Lewis Porter intitolata Blu Trane. La vita e la musica di John Coltrane, recensita da lallacare.
Infine un’osservazione: le interviste di questo libro affrontano anche questioni di tecnica musicale, che gli intenditori potranno apprezzare; così come potranno apprezzare le trascrizioni e le partiture di alcune improvvisazioni e composizioni di Lee Konitz contenute nelle ultime pagine.
Una discografia scelta e una corposa bibliografia completano l’opera.

Andy Hamilton insegna filosofia ed estetica del Jazz all’università di Durham in Inghilterra; scrive su importanti riviste di jazz e musica contemporanea come “Jazz Journal” e “The Wire”; ha pubblicato il volume Aesthetics and Music ( Continuum 2007); è anche un pianista jazz.

Approfondimenti in Rete
Andy Hamilton
Lee_Konitz
Discografia completa di Lee Konitz aggiornata al 2005

Lennie Tristano
http://www.jazzitalia.net/
Umbria Jazz
Fondazione Siena Jazz
Casa del Jazz di Roma
Festival jazz di Barga ( Lucca)

 Kerouac Jack, Scrivere bop

Attingi a te stesso il canto di te stesso, soffia! – Ora! – il tuo metodo è l’unico metodo – buono – o cattivo – sempre onesto ( comico ), spontaneo, interessante per la sua qualità di confessione, perché non di mestiere.( J.K.)

Kerouac a molti non piace. Non piace la sua scrittura, non piacciono le sue storie di gente strampalata e triste. Gente dei sotterranei, quelli che con un’espressione geniale e seducente Kerouac chiamava i “ fellaheen”.
Personalmente Kerouac lo adoro, è uno dei miei miti nel campo della scrittura, e nella mia mente ammirata fa il paio con Allen Ginsberg, che della scrittura di Jack è stato il primo e il più grande allievo.
Scrivere Bop” è un insieme di brevi densi saggi scritti tra il 1957 e il 1969 (anno della sua morte) molti dei quali incentrati sull’improvvisazione letteraria, tecnica inventata da Kerouac nell’unico modo in cui un nuovo stile può nascere, cioè scrivendo.
Dopo aver scritto infatti il romanzo La città e la metropoli ( il solo che gli fu pubblicato poco dopo averlo scritto, nel 1950 ), Jack si accorse che lo stile tradizionale che aveva appreso da Tom Wolfe e William Saroyan non gli piaceva più. Ha dovuto scrivere un romanzo di 1000 pagine che ha impiegato due anni e mezzo a scrivere per accorgersene. Qualcosa macinava, fermentava e maturava in quelle sedute alla macchina da scrivere che duravano tutta la notte; c’era un sottotesto, un altro testo che stava sbocciando nella mente di Jack e che avrebbe dato luogo all’invenzione della tecnica dell’improvvisazione nella scrittura.
Oltre che dall’insoddisfazione rispetto al suo modo originario di scrivere, la tecnica dell’improvvisazione nasce da altre sollecitazioni e influenze. Prima di tutto il nuovo stile del jazz degli anni ’50, il Bop, suonato dai musicisti che Kerouac andava ad ascoltare nei locali di New York come il Minton’s e che erano Dizzy Gillespie, Charley Parker, Thelonious Monk, Lionel Hampton. “ Il bop è la lingua dell’inevitabile Africa d’America, goingsuona come gong, Africa è la vibrazione dei fiati e il piede che batte obliquo il ritmo – l’improvviso stridio disinibito che urla finché la tromba di Dizzy Gillespie lo soffoca – fai tutto quel che vuoi – deviando la melodia verso un altro bridgeimprovvisato con un lacerante protendersi degli artigli, perché essere furbi e falsi?” ( pag. 33).
Jack li ascoltava questi campioni del nuovo stile e pensava: come posso fare a scrivere come loro? Come posso fare a trasferire nella scrittura tutta quell’energia, quel sudore, quella fatica, quella bellezza che sembra nascere solo da se stessa e che non è scritta in nessuno spartito, ma sboccia lì improvvisata sul palco?
Come fare tutto questo divenne per Jack un’ossessione. E quando uno scrittore è ossessionato da qualcosa deve per forza provare a scriverlo questo qualcosa.
E poi c’era stata la lettera di 40 pagine che Neal Cassady gli aveva scritto e che Jack aveva prestato a Allen Ginsberg e che lui aveva prestato a Gerd Stern che poi l’aveva persa; e così noi non l’abbiamo mai potuta leggere. Ma quelli erano i bei tempi in cui non si conservavano le cose e se si conservavano si perdevano. Quella lettera di migliaia di parole era un grande, immenso unico paragrafo che parlava della strada, delle sale da biliardo, delle camere d’albergo e delle prigioni di Denver. Aveva colpito così tanto Kerouac da fargli pensare che Neal fosse il più grande scrittore dei tempi moderni e quella lettera la prosa più bella che lui avesse mai letto.
Il jazz che ascoltava nei locali di New York, la lettera di Neal, la persona stessa di Neal ,la sua storia vagabonda ed epica, si fusero nella mente di Jack grazie all’insoddisfazione per il suo “solito” modo di scrivere. E così cominciò a germogliare in lui l’idea diSulla stradae dopo poco la sua frenetica messa in opera. Fu il suo capolavoro, anzi fu il libro che gli diede la fama. Ma personalmente gli preferisco i Sotterranei, I vagabondi del Dharma, Visione di Cody e Big Sur. Libri davvero sperimentali, tutti basati sulla scrittura come improvvisazione, come affiorare spontaneo di frammenti di coscienza, senza veli, ruoli, finzioni.
Scrivere Bop contiene la teorizzazione di tutto quello che Kerouac stava sperimentando e trovando: una scrittura in cui identificarsi totalmente, che fosse in grado di essere tutt’uno con la storia da raccontare. In lui nasceva dalla pratica, dall’atto fisico e psichico di guardare, annusare, mangiare la vita e subito dopo scriverla. Come se scriverlo fosse l’unico scopo del vivere stesso.
Il primo e secondo saggio di Scrivere bop sono un elenco di suggerimenti da scrittore a scrittore. Lo stile è amichevole, anzi confidenziale, come quando da bambini e adolescenti ci si raccontano i segreti o i sogni o le immagini strane della mente. Quando ogni volta di qualcosa era sempre la prima volta. Ecco, “Dottrina e Tecnica della prosa moderna” e “Fondamenti della prosa spontanea” suggeriscono una cosa sola: scrivere come se fosse sempre la prima volta. Quella che nel buddismo viene definita la mente di principiante.Dice infatti Kerouac: “ Mai ripensarci per migliorare o mettere ordine nelle impressioni, perché la scrittura migliore è sempre quella più personale e dolorosa, strappata, estorta alla calda culla protettiva della mente – attingi a te stesso il canto di te stesso, soffia! – Ora! – il tuo metodo è l’unico metodo – buono – o cattivo – sempre onesto ( comico ), spontaneo, interessante per la sua qualità di confessione, perché non di mestiere. Il mestiere è mestiere…Segui approssimativamente un abbozzo, in un movimento a ventaglio sul soggetto, come su una roccia di fiume, così la mente che scorre sul gioiello centrale (facci scorrere la mente una volta sola) dovrà arrivare al fulcro” (pag 15).
Il terzo saggio si intitola “La prima parola: Jack Kerouac guarda Jack Kerouac con occhi nuovi”. Contiene un discorso, a mio parere molto convincente, sulle convenzioni e il conformismo di certa letteratura americana del suo tempo. “Quante volte nei racconti contemporanei troviamo frasi come : C’era la neve per terra, e la macchina arrancava su per la collina?Attraverso il vizio infantile di prendere quelle che all’origine erano due frasi brevi, e ficcarci una virgola con una “e”, e questi grandi “artigiani” della prosa contemporanea pensano di aver lavorato una frase….Quello che trovo stupefacente nella sua illeggibilità è quel laborioso e monotono mentire che gli scrittori chiamano mestiere e revisione” (pag. 17-18). E qui per avvalorare il suo discorso Kerouac cita sia Buddha che Il Vangelo; del primo cita un brano del Surangama Sutra in cui si afferma che “ devi imparare a rispondere alle domande spontaneamente, senza ricorrere al pensiero discriminante”, del secondo un brano del vangelo di Marco: “ Non preoccupatevi di ciò che direte, ma ciò che a voi sarà ispirato in quel momento, quello direte, poiché non siete voi a parlare ma lo Spirito Santo” (pag. 18).
Un altro gruppo di saggi contenuti in “Scrivere Bop” riguardano la beat generation. Uno di questi è intitolato “Beati: le origini della beat generation” e tratta dei travisamenti che Kerouac ha dovuto subire rispetto alla sua vita e alla sua opera letteraria dopo l’uscita di Sulla stradae la sua improvvisa popolarità. Lui non si considerava affatto un teppista, un trasgressivo nella vita, un rivoluzionario. Eppure per tutta la sua breve vita dovette subire questa falsa nomea. Ovunque andasse tutti erano convinti che alla beat generation appartenessero bande di teppisti, di drogati, che non credevano in niente. Nelle interviste tutti volevano che lui parlasse contro lo gentementre lui voleva parlare a favore della gente. La stampa e la televisione usavano la parola beat per intendere i giovani delinquenti, addirittura certi omicidi vennero etichettati come omicidi della beat generation. Kerouac venne incolpato di aver creato con il suo Sulla stradauna generazione di sbandati, drogati e anche assassini. Non poté reggere a tanta pressione negativa, cominciò ad isolarsi a casa di sua madre a a autodistruggersi con l’alcol. Arrivò ad affermare: “ sia maledetto chi crede che Beat generation significhi crimine, delinquenza, immoralità, amoralità, maledetto chi ne attacca le basi soltanto perché non capisce la sua storia e i desideri struggenti degli animi umani, maledetto chi non capisce che l’America deve, dovrà cambiare e sta già cambiando, per quanto ne so. Sia maledetto chi crede nella bomba atomica, chi crede nell’odio contro i padri e le madri rinnegando il più importante dei dieci comandamenti, maledetto (tuttavia) chi non crede nell’incredibile dolcezza dell’amore sessuale, e maledetti i tipici portatori di morte, maledetto chi crede nelle guerre e nell’orrore e nella violenza e riempie i nostri libri e schermi e soggiorni di schifezze, maledetto chi fa cattivi film sulla Beat generation dove casalinghe innocenti vengono violentate da beatniks!” (pag. 71).
A questo proposito in un altro breve saggio, Agnello, non leone”, Keroauc cerca di rimettere il termine beat nei sui giusti contesto e significato. “ Beat non significa stanco o sconfitto, bensì beato, la parola italiana per beatific: essere in uno stato di beatitudine, come San Francesco, cercare di amare tutto nella vita, cercare di essere sinceri fino in fondo con tutti,praticare la sopportazione, la gentilezza, coltivare la gioia del cuore” (pag. 49).

Approfondimenti in Rete:
http://it.wikipedia.org/wiki/Jack_Kerouac
http://www.ciao.it/Scrivere_bop_Jack_Kerouac__1701720
http://www.musicaos.it/interventi/2005/54_astremo.htm
http://www.liquida.it/barry-gifford/
In Lankelot: http://www.lankelot.eu/search/node/kerouac

 

 La morte nei primi quadri di Chardin

C’è poco sangue
nel tuo dipingere la morte,
morte a pezzi, a tranci –
poco sangue
poco sangue
nel dipingere la morte –
la morte e basta
non la rappresentazione
dell’idea sanguinolenta della morte –
non è morte artistica
è l’esecuzione
è qualcuno che ha ucciso qualcun altro –
la morte data, eseguita
è l’azione dell’uccidere –
è l’ucciso dopo che qualcuno
gli ha dato la morte –
lo ha catturato
con trappole apposite
gli ha sparato
la polvere da sparo
è entrata nel corpo
e l’ha ucciso –
la vittima
sarà scuoiata
il pelo gettato
o usato per fare ad esempio
un giacchetto come si legge
ne la figlia del capitano di Puskin –
si caccia, si uccide
si fanno giacchetti con la pelliccia –
ecco come va
va così
va