Il 22 Giugno alle ore 21,30 parteciperò all’interno dello Spazio Guerra di Reggio Emilia in Piazza XXV Aprile n. 2 ad una discussione sulla Beat generation

Il 22 Giugno alle ore 21,30 parteciperò all’interno dello Spazio Guerra di Reggio Emilia in Piazza XXV Aprile n. 2 ad una discussione sulla Beat generation; l’evento si situa all’interno della mostra sulla beat generation in corso fino al 22 Luglio: (http://www.spaziogerra.it/2017/04/03/community-era-echoes-from-the-summer-of-love/). Parlerò della figura di Neal Cassady a partire dal mio romanzo Il bardo psichedelico di Neal Altri partecipanti all’evento: Luciano Guidetti, curatore di Beat2Beat; Mirko Colombo di K – Rock Radiostation Interventi musicali dal vivo di Elia Baioni e Thomas Alghisi Selezione musicale di Mirko Colombo

Jack Kerouac, Gli scritti teorici: da “Un mondo battuto dal vento” a “Scrivere Bop”

In Italia Jack Kerouac piace più ai semplici lettori che ai critici o agli studiosi di letteratura; inoltre in genere se ne ignora la ricerca teorica sulla scrittura, sullo stile in relazione all’oggetto del proprio scrivere. Questa, al contrario, fu sempre la sua preoccupazione e la sua occupazione primaria, senza la quale, del resto, noi non potremmo parlare di prosa e poesia spontanea come di un qualcosa di codificato, come una possibilità stilistica tra le altre a nostra disposizione. Per esplorare come e quando Kerouac abbia reso sistematica la sua scoperta “casuale” della prosa spontanea, in italiano abbiamo a disposizione due libri: “Un mondo battuto dal vento” e “ Scrivere bop”. Il primo raccoglie buona parte dei taccuini di Jack durante la stesura del suo secondo romanzo, “La città e la metropoli” ( il primo da poco pubblicato è “Il mare è mio fratello”) e di “Sulla strada”. Scrivere Bop invece contiene una serie di saggi sulla prosa spontanea alcuni dei quali, insieme ad altri sullo stesso argomento, negli anni ’60 erano usciti in alcune riveste americane:

The origin of beat generation, Playboy, Giugno 1959
The biginning of Bop, Escapade, Maggio 1959
The beat generation, New York Post, 10 Marzo, 1959
Lamb not lion, Pageant, Febbraio 1958
After me the deluge, Chicago Tribune, 29 Settembre 1969
The last word, my position in the current american literary scene, Escape Giugno 1959
Are writers made or born, New York Post, 22 Ottobre 1962
Aftermath, Yhe philosophy of the beat generation, Esquire, Marzo 1978
Jazz for the beat generationm Hannover Records, 1959
The art of fiction, Paris Review, estate 1968

C’è inoltre da tenere presente tutto il lavoro teorico fatto d Allen Gisberg sul tema della poesia d’improvvisazione, che aveva imparato seguendo i suggerimenti dello stesso Kerouac; una parte di questo lavoro lo ritroviamo in due preziosi libretti: “Facile come respirare” e “Da New York a S. Francisco”. “ Mi ha insegnato tutto quello che so sull’arte dello scrivere…Howl è decisamente influenzato dal metodo di scrittura spontanea di Jack”, scrive Ginsberg in Facile come respirare.

Gli appunti sulla prosa spontanea contenuti in “Un mondo battuto dal vento

 In “Un mondo battuto dal vento”, ripercorriamo insieme a Kerouac il sentiero spirituale e letterario ( in lui sempre inscindibili ) che lo trasformò dal narratore tradizionale de “La città e la metropoli”, debitore di Tom Wolfe e William Saroyan, nello scrittore, che, come disse Henry Miller, “ ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa, che essa non potrà più rifarsi una verginità” ( Postfazione scritta nel 1960 a I Sotterranei di Kerouac ).
Martedì 9 Novembre del 1948 Kerouac scrive il primo appunto sul suo taccuino a proposito della nuova scrittura che gli sta nascendo da sola tra le dita che febbrilmente battono i tasti della macchina da scrivere: “ Scritto 6000 parole di Sulla strada, ma in modo grossolano, rapido, sperimentale: voglio vedere fino a che punto può arrivare un uomo. Lo scoprirò presto” ( pag. 228).
Fino a che punto può arrivare un uomo, scrive Jack, non fino che punto può arrivare uno scrittore. E’ evidente a tutti la profonda differenza tra queste due condizioni umane. Si tratta di andare dentro se stessi più profondamente che sia possibile, giù giù dove le parole nascono da sole e lo scrittore non cerca più ma trova. Infatti qualche giorno dopo, Giovedì 16 Novembre, Kerouac scrive: “scritte 700 parole di Sulla strada, vale a dire, continuavano a succedere cose che non volevo accadessero. Ma questo è il modo di scrivere più autentico, no? Incontrollabile, spaventoso e terribile” ( pag. 232). Tutto però si svela e si chiarisce il giorno dopo quando Jack scrive nel taccuino: “Altre 1000 parole più misteriose che si allontanano da me in una trance di scrittura mentre batto a macchina. Ho sempre avuto paura di provare una cosa simile, questa potrebbe essere la volta buona. Potrebbe essere la più grande “rottura” nel mio stile…Questo cambiamento potrebbe condurmi ( così pensa Ginsberg) a quel livello di scrittura che Mark Van Doren (insegnante di Ginsberg alla Columbia University) ,definisce “ facile o impossibile”. L’ho raccontato ad Allen e lui mi ha detto che un simile stile “fluttua leggero sopra l’abisso, come un palloncino, come la realtà”. Fluttuare leggero sopra un abisso è come la vita, quando, senza averlo premeditato, perdiamo i nostri preconcetti nel turbinio e nel pericolo delle cose reali che accadono, e ci riempiamo di un’ improvvisa inaspettata gioia, di un’agitazione rapida transitoria, a volte anonima, a volte in sintonia con il nostro essere. Tutto si incrocia, si lega, si avvolge e si pone al centro di quella conoscenza celestiale provata da chiunque comprenda ciò che vuole fare davvero…. Oggi quello che mi interessa di più è quella mancanza di responsabilità che abbiamo nel bel mezzo di tante azioni specifiche, come fare la spesa, guidare il metrò, leggere, dormire, e perfino fare l’amore. In tale mancanza di responsabilità vedo le bolle di sapone della nostra vita che sembrano fatte di velo lucido che riempie i nostri occhi nei momenti di divertimento entusiasta e persino nei momenti di dolore (pag. 232-233). Ed è alla fine di questo stesso taccuino del 1948 che Kerouac sente il bisogno di ringraziare Dio per il dono di questa nuova scrittura, che in lui, come in tutti gli scrittori della Beat Generation, è tutt’uno con la vita stessa: “Ti ringrazio, o mio Signore, per il lavoro che mi hai dato, il quale fermando gli angeli sulla terra, dedico a te; e lavoro dalla mattina alla sera per Te e creo interi mondi dal caos, dal nulla nel Tuo nome e infondo loro il mio respiro per te…e grazie per la confusione, l’errore e l’orrore della tristezza che si moltiplicano nel Tuo nome.(pag. 241) Quest’ultimo concetto solo apparentemente può apparire oscuro, per Kerouac, e tutta la sua opera successiva a Sulla strada lo dimostra, non lo è affatto. Questo guardare dentro se stessi, questo non programmare quello che si scriverà tra un istante, è un atto pericoloso, in quanto rivelatore di qualcosa di noi che potrebbe non piacerci, che addirittura, a detta di Kerouac ci spaventa, ma che è necessario scrivere. Perché, come scriverà nel taccuino del 1949, “la vita non è abbastanza”, anche se la scrittura è da lì che nasce. E’ tra 1949 e il 1950 che Kerouac riflette più a mente fredda sul suo nuovo modo di scrivere. In un appunto del Novembre di quell’anno scrive a stampatello: “NON SONO LE PAROLE CHE CONTANO, MA L’IMPETO DI VERITA’ CHE SE NE SERVE PER I SUOI SCOPI”. (pag. 322). E nel Febbraio del ’50 entra più nello specifico della stesura di Sulla strada: “ Sulla strada è il mezzo attraverso cui , quale poeta lirico, profeta laico e artista responsabile della mia personalità voglio evocare la melodia indescrivibilmente triste della notte americana. I motivi che mi spingono a farlo non sono mai più profondi della musica stessa”. (pag. 332). Ed è durante quest’anno il primo accostamento che Jack comincia ad intuire più che a sistematizzare tra il jazz e la prosa spontanea. Dopo aver ascoltato Tristano suonare il suo Intuition, scrive“ un pezzo astratto, non ritmato, alla Bartòk, un tizio di colore ha urlato: Suona un po’ di musica!…Io la penso come quest’ultimo. Suona un po’ di musica. Un arte che esprime lo spirito della mente e non quello della vita ( l’idea dell’esistenza mortale sulla terra) è un’arte morta. Questo accade quando una forma d’arte descrive se stessa invece della vita”. ( pag. 338).

I saggi contenuti in Scrivere Bop a proposito de la prosa spontanea

“Scrivere Bop” è un insieme di brevi densi saggi scritti tra il 1957 e il 1969 molti dei quali incentrati sull’improvvisazione letteraria, tecnica inventata da Kerouac, come abbiamo visto, nell’unico modo in cui un nuovo stile può nascere, cioè scrivendo. I saggi di questo libretto contengono la teorizzazione di tutto quello che Kerouac stava sperimentando e trovando: una scrittura in cui identificarsi totalmente, che fosse in grado di essere tutt’uno con la storia da raccontare. Il primo testo, intitolato Dottrina e Tecnica della prosa moderna, consiste nel celebre elenco di quelli che Jack definisce qui Punti essenziali. Ginsberg, dopo la sua conversione alla poesia spontanea attaccò questo elenco nella sua stanza di studente della Columbia University a mò di memorandum. Anche in un “semplice” elenco di regole dello scrivere lo stile è quello che fa la differenza. L’originalità dell’espressione e la sua densità di contenuto sono impressionanti. Alcuni esempi: “ Sottomesso a qualsiasi cosa, aperto in ascolto”; “ Scrivi per te stesso nel ricordo e nello stupore”; e soprattutto: “ Lavora nel succoso occhio centrale verso l’esterno, nuotando nel mare del linguaggio”. Si tratta di un elenco di 30 punti facilmente reperibili in internet.
Più strutturato in modo analitico è il secondo saggio sulla prosa spontanea contenuto in Scrivere Bop: Fondamenti della prosa spontanea. Qui Kerouac analizza nei dettagli questo nuovo metodo di scrittura, ne delinea il procedimento, il processo da seguire se ci si vuole sperimentare nell’improvvisazione letteraria. Il discorso non è puramente tecnico, ma si intreccia con osservazioni psicologiche su come l’oggetto della scrittura si ponga davanti alla mente e di come il linguaggio sgorghi da essa in “ un flusso imperturbato di segrete idee verbali”, che si trasferiscono nella scrittura separati da trattini che corrispondono al prendere fiato del musicista jazz. In questo testo Kerouac parla continuamente di mente, di immagini della mente, mai di emozioni, sentimenti; non si tratta infatti di esprimere le emozioni ma le immagini che spontaneamente la mente produce che a loro volta producono le parole. Questo è il meccanismo spiritual – psicologico – letterario messo a punto da Keruoac: “ Mai ripensarci per migliorare o mettere ordine nelle impressioni, perché la scrittura migliore è sempre quella più personale e dolorosa, strappata, estorta alla calda culla protettiva della mente – attingi a te stesso il canto di te stesso, soffia! – Ora! – il tuo metodo è l’unico metodo – buono – o cattivo – sempre onesto ( comico ), spontaneo, interessante per la sua qualità di confessione, perché non di mestiere. Il mestiere è mestiere…Segui approssimativamente un abbozzo, in un movimento a ventaglio sul soggetto, come su una roccia di fiume, così la mente che scorre sul gioiello centrale (facci scorrere la mente una volta sola) dovrà arrivare al fulcro” (pag 15).
Kerouac infatti è convinto che scrivere sia come la prova del fuoco: “ non c’era certo la possibilità di fermarsi a pensarci su, mordicchiare la matita e cancellare qualcosa” ( pag. 19) A questo proposito più avanti nel saggio “Scrittori si nasce o si diventa” afferma che il talento imita il genio…Poiché il talento non è in grado di originare deve imitare, o interpretare…Quello che Rembrandt e Van Gogh videro nella notte non può più essere visto”.
Infine Scrivere Bop contiene interessantissimi saggi sulla nascita della musica Bop e della Beat Generation, di cui varrebbe la pena parlare ma che esulano dall’argomento che mi sono proposta di trattare.
Vi accennerò soltanto. Alcuni sono il tentativo di Kerouac di difendere se stesso e gli altri amici della Beat Generation dall’accusa di teppismo di cui venivano fatti oggetto dalla stampa americana. Addirittura, dice lo scrittore nel testo, “la gente mi chiedeva di spiegare il beat alla televisione…Rispondevo che aspettavo che Dio mi rivelasse il suo volto”. E per spiegarsi meglio Kerouac fa un paragone tra la lost generation e quella beat; afferma che mentre la prima non credeva più in niente la nuova generazione beat “ è convinta che ci sarà una giustificazione a tutto l’orrore della vita”. E più avanti afferma che Beat non è vivere la propria vita fino in fondo, ma amarla. E che mai la parola beat servì a definire giovani delinquenti ma al contrario ragazzi dotati di una spiritualità diversa, che “poveri e felici profetizzavano un nuovo stile per la cultura americana completamente libero da influenze europee diversamente dalla Lost Generation”.( pag. 51)

Alcune riflessioni finali

Kerouac era convinto che fosse la “visione” a dettare le parole, a dettare la struttura stessa del discorso, a raccontare la “sua” storia. Questo è un punto cruciale, non condividendo, o almeno non comprendendo il quale, tutta la teoria della prosa e poesia spontanea non sta in piedi. In questo senso la prosa di Jack, facendo appello allo spirito che è in ognuno di noi, diventa prosa religiosa. Citando Buddha scrive: “ devi imparare a rispondere alle domande spontaneamente, senza ricorrere al pensiero discriminante”. E citando il Vangelo di Marco scrive: “ Non preoccupatevi di ciò che direte, ma ciò che a voi sarà ispirato in quel momento, quello direte, perché non siete voi a parlare ma lo Spirito Santo”. ( Scrivere Bop pag. 18). In questo senso la scrittura d’improvvisazione non può essere catalogata semplicemente come “prosa sperimentale”. Kerouac non si considerò mai l’avanguardia di un qualche movimento letterario. Anzi rifuggì sempre da una possibilità del genere.
Nella visione di Kerouac tutti i suoi romanzi erano un unico work in progress senza inizio e senza fine. Un unico racconto di quello che è lo spirito dell’uomo. Non la sua psicologia. I romanzi di Kerouac non sono romanzi psicologici, il loro intento non è quello di spiegare la mente umana bensì di raccontarla. C’è una enorme differenza tra le due intenzioni di scrittura. Dal mito al testo religioso fino alla poesia e al romanzo dei giorni nostri quello che è più interessante, quando accade, è il racconto della spirito che vive nell’uomo, come in ogni altro essere vivente.
“Sulla strada” rappresentò la prima prova che il metodo della prosa spontanea poteva funzionare. Nei romanzi successivi Kerouac si spinse oltre ( soprattutto in “Visione di Cody” e ne “I sotterranei”), mostrando una straordinaria capacità di introspezione, sincerità e generosità che personalmente non ho ritrovato in nessun altro scrittore, ad eccezione del Fenoglio del “Partigiano Johnny”. Anche per questo scrittore il romanzo si poteva scrivere solo a patto di inventare un linguaggio nuovo che gli permettesse di vivere. Non importa come uno scrittore ci riesca, quali strade debba battere, quale buio e confusione mentale debba attraversare. Deve andare oltre se stesso, per trovare l’“altrove” cui tutti noi in fondo tendiamo e cerchiamo. Pochi hanno il coraggio di avventurarsi nel mare tempestoso del proprio spirito. Ginsberg ebbe questo coraggio, seguì gli insegnamenti di Karouac e li applicò alla poesia. Testimoniò per tutta la vita il suo debito verso di lui, a tal punto da fondare in suo onore nel 1947 insieme Anne Waldman la famosa scuola di scrittura creativa Al Naropa Insitute di Boulder: la Jack Kerouac School of Disembodied Poetics ancora in piena attività.

 

Jack Kerouac, Il mare è mio fratello

Rimasto finora inedito “Il mare è mio fratello” è il primo romanzo scritto da Jack Kerouac nel 1943 a soli vent’anni. La cosa che mi ha fatto più impressione leggendolo è che contiene già tutti i temi dei romanzi che Jack scrisse dopo la “conversione alla religione della prosa spontanea”: l’amicizia tra due uomini, la strada, il viaggio e l’autostop, l’impossibilità di un rapporto stabile con una donna, l’ubriacarsi fino a perdere i sensi, lo spendere velocemente i soldi e rimanere senza un centesimo per poter ogni volta ricominciare tutto d’accapo. Ma dei grandi romanzi successivi manca la cosa principale, manca Neal Cassady, musa, maestro di vita e di scrittura, anche se l’unica cosa eccezionale che ha scritto è una lettera inviata a Kerouac di 40 pagine, prestata ad Allen Ginsberg, che a sua volta la prestò a Gerd Stern che viveva su una barca e che la perse facendola cadere in mare. Fu questa lettera – fiume, scritta da Neal di getto, in un fluire ininterrotto di parole, immagini, pensieri, senza soluzione di continuità, che diede l’ispirazione a Jack per scrivere “in un altro modo” non solo rispetto a questo primo romanzo ma anche a quello successivo “La città e la metropoli”, che rappresentò l’inizio della sua carriera di scrittore. Ecco cosa manca ne “Il mare è mio fratello” ( titolo tra l’altro meraviglioso), quell’incontro che apre le tue personali porte della percezione. Neal Cassady è colui che ha reso possibile la scrittura di Jack Kerouac come la conosciamo. Prima di tutto a causa di quella lettera, in secondo luogo per Neal Cassady così come lui era; per Kerouac innamorato dell’America oltre misura ( si potrebbe dire che nei suoi romanzi non parla d’altro) Neal era il prototipo del ragazzo americano di quella classe lavoratrice a cui Kerouac apparteneva, anche se in un gradino più in su rispetto a Neal: vero ragazzo di strada e di vita.
Ai normodotati della scrittura forse piacerò di più questo “Il mare è mio fratello” piuttosto che il non bello ma geniale I sotterranei. Perché ha la punteggiatura al posto giusto. Ha i dialoghi così come devono essere scritti. E’ normale insomma. Ma non è geniale. Perché quel fa di uno scrittore un genio è la voce di dentro così come risuona in lui e che egli sa tradurre in una scrittura che prima non c’era.
Eppure questa prima prova narrativa di Jack contiene perle notevoli soprattutto nelle descrizioni di persone e luoghi, capacità questa che egli ebbe sempre in somma misura e che qui, da ventenne senza esperienza, impressiona per la profondità, la disinvoltura e e il mestiere. Un esempio fra tanti: “ Bill sedette sulla valigia e sorrise. Più avanti lungo la strada si scorgeva una pallida luce dentro la finestra di una fattoria. L’aria, satura del calore accumulato durante il giorno, dell’intenso profumo di fogliame riscaldato, dei miasmi di una palude vicina, dell’odore della fattoria e del macadam che si raffreddava sulla strada, li avvolgeva, un drappo caldo, dolce e voluttuoso nel crepuscolo estivo” ( pag. 52)
Nell’introduzione di Dawn M. Ward che precede il romanzo, veniamo a sapere che il personaggio di Bill Everhart è ispirato al grande amico della prima gioventù di Kerouac nella città natale di Lowell, Sebastian Sampas ( morto a seguito delle ferite riportate nella battaglia di Anzio del 1944). Ma in realtà sia questo personaggio che quello di Wesley Martin contengono caratteristiche anche dello stesso Kerouac sia al tempo dei suoi vent’anni che anche in seguito. Il Jack Kerouac diviso tra la propensione allo studio, alla vita intellettuale, a quella casalinga e familiare che ne “Il mare è mio fratello” caratterizzano il personaggio di Bill Everhart, è l’altra che vive di avventure, giorno per giorno, senza programmi, senza famiglia, senza donna, senza casa, rappresentata nel romanzo da Wesley Martin. Una doppia personalità che Jack si porterò dietro per anni, soprattutto dopo gli incontri fatali con Neal Cassady, Allen Ginsberg, Bill Burroughs. Loro furono l’avventura, il nuovo, lo sperimentarsi continuo.
Ma Jack era anche profondamente ancorato a sua madre e alla sua casa ordinata e pulita. Alla fine della sua breve vita, stremato dall’improvviso successo di Sulla strada, Jack scelse la “normalità” del rapporto esclusivo con sua madre. Morirà in casa sua a soli 46 anni senza aver più scritto nulla da tempo, ormai per lui c’era solo la bottiglia e guardare la TV tutta la notte.
Ma torniamo a questo primo romanzo. La vicenda ruota intorno al rapporto tra
Wesley e Everhart; si incontrano per caso in un bar di New York e decidono di imbarcarsi insieme su un mercantile. A questo scopo raggiungono in autostop Boston, dove in compagnia di altri futuri marinai attendono la partenza del “Westminster”. Alla navigazione su questa nave è dedicata l’ultima parte del romanzo, sicuramente il cuore pulsante della storia, che dà il senso e la ragione d’essere al titolo. La fuga dalle convenzioni si sposta dalla strada al mare. “quanto a Wesley andare per mare gli bastava, era tutto, al diavolo le sollevazioni, l’alcol, il matrimonio e il mondo da un capo all’altro. Non gliene importava un fico secco – il mare gli bastava, era tutto” pag 82). Ma anche per il personaggio di Everhart, che non era mai neanche salito su una nave, il mare diventa la soluzione da una vita di convenienze e finzioni. “ Si sentì invadere da un’onda di pace…il primo giorno in mare si era rivelato tranquillo e rilassante. Era questa la vita che Wesley si era scelto?…questa routine di lavoro, pasti, tempo libero e sonno, questo soave dramma della semplicità?” ( pag. 128) E’ un mondo chiuso, un mondo di soli uomini quello che caratterizza questo romanzo. Uomini legati da una reciproca ammirazione, non semplicemente da stima o simpatia; sono uomini che si piacciono. Il cui aspetto fisico ha un ruolo importante nella scelta di frequentarsi. Ma non è assolutamente una storia omosessuale né esplicita né latente. Semplicemente le donne ne sono escluse: sono un impedimento alla propria libertà di movimento. E’ un po’ come accadrà di lì a pochi anni tra le figure diventate mitiche del mondo letterario della beat generation. Non ci sono donne. Le donne fanno da contorno. Eppure c’erano fior di scrittrici. Ma i “giganti” fecero loro ombra. La nave mercantile su cui i protagonisti de “Il mare è mio fratello”viaggiano ha lo scopo di portare rifornimenti all’esercito americano ed è scortata da un cacciatorpediniere; è una vita che Kerouac conosceva di persona, infatti nel 1942 lavorò per un periodo su una nave come quella descritta in questo romanzo, e diretta come quest’ultima in Groenlandia. Ma la sua esperienza reale non fu così idilliaca come quella dei suoi personaggi ne “Il mare è mio fratello”. Nella sua biografia di Kerouac Tom Clark si sofferma sul modo in cui lo scrittore parlava e scriveva a proposito di questa esperienza. Da una parte la raccontava come l’esperienza eroica della sua vita, ma poi nel suo romanzo Vanità di Dulouz “ammette che si sentì infelice per la maggior parte del viaggio – uno schiavo su una nave prigione”. (pag 49).
Questa edizione degli Oscar Mondadori dek 2012 non contiene solo questo romanzo giovanile di Kerouac, ma altre sue prove di scrittura precedenti al 1943; inoltre è presente un nutrito epistolario tra Kerouac e l’amico Sebastian Sampas.

Ho chiacchierato con Corrado Ori Tanzi sul mio romanzo Il bardo psichedelico di Neal Cassady

Ho chiacchierato con Corrado Ori Tanzi sul mio romanzo Il bardo psichedelico di Neal Cassady, qui nel suo blog

Neal Cassady ovvero la versione di Dianella

Jack Kerouac, Gli scritti teorici: da “Un mondo battuto dal vento” a “Scrivere Bop”

 In Italia Jack Kerouac piace più ai semplici lettori che ai critici o agli studiosi di letteratura; inoltre in genere se ne ignora la ricerca teorica sulla scrittura, sullo stile in relazione all’oggetto del proprio scrivere. Questa, al contrario, fu sempre la sua preoccupazione e la sua occupazione primaria, senza la quale, del resto, noi non potremmo parlare di prosa e poesia spontanea come di un qualcosa di codificato, come una possibilità stilistica tra le altre a nostra disposizione. Per esplorare come e quando Kerouac abbia reso sistematica la sua scoperta “casuale” della prosa spontanea, in italiano abbiamo a disposizione due libri: “Un mondo battuto dal vento” e “ Scrivere bop”. Il primo raccoglie buona parte dei taccuini di Jack durante la stesura del suo secondo romanzo, “La città e la metropoli” ( il primo da poco pubblicato è “Il mare è mio fratello”) e di “Sulla strada”. Scrivere Bop invece contiene una serie di saggi sulla prosa spontanea alcuni dei quali, insieme ad altri sullo stesso argomento, negli anni ’60 erano usciti in alcune riveste americane:

The origin of beat generation, Playboy, Giugno 1959
The biginning of Bop, Escapade, Maggio 1959
The beat generation, New York Post, 10 Marzo, 1959
Lamb not lion, Pageant, Febbraio 1958
After me the deluge, Chicago Tribune, 29 Settembre 1969
The last word, my position in the current american literary scene, Escape Giugno 1959
Are writers made or born, New York Post, 22 Ottobre 1962
Aftermath, Yhe philosophy of the beat generation, Esquire, Marzo 1978
Jazz for the beat generationm Hannover Records, 1959
The art of fiction, Paris Review, estate 1968

C’è inoltre da tenere presente tutto il lavoro teorico fatto d Allen Gisberg sul tema della poesia d’improvvisazione, che aveva imparato seguendo i suggerimenti dello stesso Kerouac; una parte di questo lavoro lo ritroviamo in due preziosi libretti: “Facile come respirare” e “Da New York a S. Francisco”. “ Mi ha insegnato tutto quello che so sull’arte dello scrivere…Howl è decisamente influenzato dal metodo di scrittura spontanea di Jack”, scrive Ginsberg in Facile come respirare.

 Gli appunti sulla prosa spontanea contenuti in “Un mondo battuto dal vento”

In “Un mondo battuto dal vento”, ripercorriamo insieme a Kerouac il sentiero spirituale e letterario ( in lui sempre inscindibili ) che lo trasformò dal narratore tradizionale de “La città e la metropoli”, debitore di Tom Wolfe e William Saroyan, nello scrittore, che, come disse Henry Miller, “ ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa, che essa non potrà più rifarsi una verginità” ( Postfazione scritta nel 1960 a I Sotterranei di Kerouac ).
Martedì 9 Novembre del 1948 Kerouac scrive il primo appunto sul suo taccuino a proposito della nuova scrittura che gli sta nascendo da sola tra le dita che febbrilmente battono i tasti della macchina da scrivere: “ Scritto 6000 parole di Sulla strada, ma in modo grossolano, rapido, sperimentale: voglio vedere fino a che punto può arrivare un uomo. Lo scoprirò presto” ( pag. 228).
Fino che punto può arrivare un uomo, scrive Jack, non fino che punto può arrivare uno scrittore. E’ evidente a tutti la profonda differenza tra queste due condizioni umane. Si tratta di andare dentro se stessi più profondamente che sia possibile, giù giù dove le parole nascono da sole e lo scrittore non cerca più ma trova. Infatti qualche giorno dopo, Giovedì 16 Novembre, Kerouac scrive: “scritte 700 parole di Sulla strada, vale a dire, continuavano a succedere cose che non volevo accadessero. Ma questo è il modo di scrivere più autentico, no? Incontrollabile, spaventoso e terribile” ( pag. 232). Tutto però si svela e si chiarisce il giorno dopo quando Jack scrive nel taccuino: “Altre 1000 parole più misteriose che si allontanano da me in una trance di scrittura mentre batto a macchina. Ho sempre avuto paura di provare una cosa simile, questa potrebbe essere la volta buona. Potrebbe essere la più grande “rottura” nel mio stile…Questo cambiamento potrebbe condurmi ( così pensa Ginsberg) a quel livello di scrittura cheMark Van Doren (insegnante di Ginsberg alla Columbia University) ,definisce “ facile o impossibile”. L’ho raccontato ad Allen e lui mi ha detto che un simile stile “fluttua leggero sopra l’abisso, come un palloncino, come la realtà” Fluttuare leggero sopra un abisso è come la vita, quando, senza averlo premeditato, perdiamo i nostri preconcetti nel turbinio e nel pericolo delle cose reali che accadono, e ci riempiamo di un’ improvvisa inaspettata gioia, di un’agitazione rapida transitoria, a volte anonima, a volte in sintonia con il nostro essere. Tutto si incrocia, si lega, si avvolge e si pone al centro di quella conoscenza celestiale provata da chiunque comprenda ciò che vuole fare davvero…. Oggi quello che mi interessa di più è quella mancanza di responsabilità che abbiamo nel bel mezzo di tante azioni specifiche, come fare la spesa, guidare il metrò, leggere, dormire, e perfino fare l’amore. In tale mancanza di responsabilità vedo le bolle di sapone della nostra vita che sembrano fatte di velo lucido che riempie i nostri occhi nei momenti di divertimento entusiasta e persino nei momenti di dolore (pag. 232-233). Ed è alla fine di questo stesso taccuino del 1948 che Kerouac sente il bisogno di ringraziare Dio per il dono di questa nuova scrittura, che in lui, come in tutti gli scrittori della Beat Generation, è tutt’uno con la vita stessa: “Ti ringrazio, o mio Signore, per il lavoro che mi hai dato, il quale fermando gli angeli sulla terra, dedico a te; e lavoro dalla mattina alla sera per Te e creo interi mondi dal caos, dal nulla nel Tuo nome e infondo loro il mio respiro per te…e grazie per la confusione, l’errore e l’Orrore della tristezza che si moltiplicano nel Tuo nome.(pag. 241) Quest’ultimo concetto solo apparentemente può apparire oscuro, per Kerouac, e tutta la sua opera successiva a Sulla strada lo dimostra, non lo è affatto. Questo guardare dentro se stessi, questo non programmare quello che si scriverà tra un istante, è un atto pericoloso, in quanto rivelatore di qualcosa di noi che potrebbe non piacerci, che addirittura, a detta di Kerouac ci spaventa, ma che è necessario scrivere. Perché, come scriverà nel taccuino del 1949, “la vita non è abbastanza”, anche se la scrittura è da lì che nasce. E’ tra 1949 e il 1950 che Kerouac riflette più a mente fredda sul suo nuovo modo di scrivere. In un appunto del Novembre di quell’anno scrive a stampatello: “NON SONO LE PAROLE CHE CONTANO, MA L’IMPETO DI VERITA’ CHE SE NE SERVE PER I SUOI SCOPI”. (pag. 322). E nel Febbraio del ’50 entra più nello specifico della stesura di Sulla strada: “ Sulla strada è il mezzo attraverso cui , quale poeta lirico, profeta laico e artista responsabile della mia personalità voglio evocare la melodia indescrivibilmente triste della notte americana. I motivi che mi spingono a farlo non sono mai più profondi della musica stessa”. (pag. 332). Ed è durante quest’anno il primo accostamento che Jack comincia ad intuire più che a sistematizzare tra il jazz e la prosa spontanea. Dopo aver ascoltato Tristano suonare il suo Intuition, scrive“ un pezzo astratto, non ritmato, alla Bartòk, un tizio di colore ha urlato: Suona un po’ di musica!…Io la penso come quest’ultimo. Suona un po’ di musica. Un arte che esprime lo spirito della mente e non quello della vita ( l’idea dell’esistenza mortale sulla terra) è un’arte morta. Questo accade quando una forma d’arte descrive se stessa invece della vita”. ( pag. 338).

 I saggi contenuti in Scrivere Bop a proposito de la prosa spontanea

“Scrivere Bop” è un insieme di brevi densi saggi scritti tra il 1957 e il 1969 molti dei quali incentrati sull’improvvisazione letteraria, tecnica inventata da Kerouac, come abbiamo visto, nell’unico modo in cui un nuovo stile può nascere, cioè scrivendo. I saggi di questo libretto contengono la teorizzazione di tutto quello che Kerouac stava sperimentando e trovando: una scrittura in cui identificarsi totalmente, che fosse in grado di essere tutt’uno con la storia da raccontare. Il primo testo, intitolato Dottrina e Tecnica della prosa moderna, consiste nel celebre elenco di quelli che Jack definisce qui Punti essenziali. Ginsberg, dopo la sua conversione alla poesia spontanea attaccò questo elenco nella sua stanza di studente della Columbia University a mò di memorandum. Anche in un “semplice” elenco di regole dello scrivere lo stile è quello che fa la differenza. L’originalità dell’espressione e la sua densità di contenuto sono impressionanti. Alcuni esempi: “ Sottomesso a qualsiasi cosa, aperto in ascolto”; “ Scrivi per te stesso nel ricordo e nello stupore”; e soprattutto: “ Lavora nel succoso occhio centrale verso l’esterno, nuotando nel mare del linguaggio”. Si tratta di un elenco di 30 punti facilmente reperibili in internet.
Più strutturato in modo analitico è il secondo saggio sulla prosa spontanea contenuto in Scrivere Bop: Fondamenti della prosa spontanea. Qui Kerouac analizza nei dettagli questo nuovo metodo di scrittura, ne delinea il procedimento, il processo da seguire se ci si vuole sperimentare nell’improvvisazione letteraria. Il discorso non è puramente tecnico, ma si intreccia con osservazioni psicologiche su come l’oggetto della scrittura si ponga davanti alla mente e di come il linguaggio sgorghi da essa in “ un flusso imperturbato di segrete idee verbali”, che si trasferiscono nella scrittura separati da trattini che corrispondono al prendere fiato del musicista jazz. In questo testo Kerouac parla continuamente di mente, di immagini della mente, mai di emozioni, sentimenti; non si tratta infatti di esprimere le emozioni ma le immagini che spontaneamente la mente produce che a loro volta producono le parole. Questo è il meccanismo spiritual – psicologico – letterario messo a punto da Keruoac: “ Mai ripensarci per migliorare o mettere ordine nelle impressioni, perché la scrittura migliore è sempre quella più personale e dolorosa, strappata, estorta alla calda culla protettiva della mente – attingi a te stesso il canto di te stesso, soffia! – Ora! – il tuo metodo è l’unico metodo – buono – o cattivo – sempre onesto ( comico ), spontaneo, interessante per la sua qualità di confessione, perché non di mestiere. Il mestiere è mestiere…Segui approssimativamente un abbozzo, in un movimento a ventaglio sul soggetto, come su una roccia di fiume, così la mente che scorre sul gioiello centrale (facci scorrere la mente una volta sola) dovrà arrivare al fulcro” (pag 15).
Kerouac infatti è convinto che scrivere sia come la prova del fuoco: “ non c’era certo la possibilità di fermarsi a pensarci su, mordicchiare la matita e cancellare qualcosa” ( pag. 19) A questo proposito più avanti nel saggio “Scrittori si nasce o si diventa” afferma che il talento imita il genio…Poiché il talento non è in grado di originare deve imitare, o interpretare…Quello che Rembrandt e Van Gogh videro nella notte non può più essere visto”.
Infine Scrivere Bop contiene interessantissimi saggi sulla nascita della musica Bop e della Beat Generation, di cui varrebbe la pena parlare ma che esulano dall’argomento che mi sono proposta di trattare.
Vi accennerò soltanto. Alcuni sono il tentativo di Kerouac di difendere se stesso e gli altri amici della Beat Generation dall’accusa di teppismo di cui venivano fatti oggetto dalla stampa americana. Addirittura, dice lo scrittore nel testo, “la gente mi chiedeva di spiegare il beat alla televisione…Rispondevo che aspettavo che Dio mi rivelasse il suo volto”. E per spiegarsi meglio Kerouac fa un paragone tra la lost generation e quella beat; afferma che mentre la prima non credeva più in niente la nuova generazione beat “ è convinta che ci sarà una giustificazione a tutto l’orrore della vita”. E più avanti afferma che Beat non è vivere la propria vita fino in fondo, ma amarla. E che mai la parola beat servì a definire giovani delinquenti ma al contrario ragazzi dotati di una spiritualità diversa, che “poveri e felici profetizzavano un nuovo stile per la cultura americana completamente libero da influenze europee diversamente dalla Lost Generation”.( pag. 51)

 Alcune riflessioni finali

Kerouac era convinto che fosse la “visione” a dettare le parole, a dettare la struttura stessa del discorso, a raccontare la “sua” storia. Questo è un punto cruciale, non condividendo, o almeno non comprendendo il quale, tutta la teoria della prosa e poesia spontanea non sta in piedi. In questo senso la prosa di Jack, facendo appello allo spirito che è in ognuno di noi, diventa prosa religiosa. Citando Buddha scrive: “ devi imparare a rispondere alle domande spontaneamente, senza ricorrere al pensiero discriminante”. E citando il Vangelo di Marco scrive: “ Non preoccupatevi di ciò che direte, ma ciò che a voi sarà ispirato in quel momento, quello direte, perché non siete voi a parlare ma lo Spirito Santo”. ( Scrivere Bop pag. 18). In questo senso la scrittura d’improvvisazione non può essere catalogata semplicemente come “prosa sperimentale”. Kerouac non si considerò mai l’avanguardia di un qualche movimento letterario. Anzi rifuggì sempre da una possibilità del genere.
Nella visione di Kerouac tutti i suoi romanzi erano un unico work in progress senza inizio e senza fine. Un unico racconto di quello che è lo spirito dell’uomo. Non la sua psicologia. I romanzi di Kerouac non sono romanzi psicologici, il loro intento non è quello di spiegare la mente umana bensì di raccontarla. C’è una enorme differenza tra le due intenzioni di scrittura. Dal mito al testo religioso fino alla poesia e al romanzo dei giorni nostri quello che è più interessante, quando accade, è il racconto della spirito che vive nell’uomo, come in ogni altro essere vivente.
“Sulla strada” rappresentò la prima prova che il metodo della prosa spontanea poteva funzionare. Nei romanzi successivi Kerouac si spinse oltre ( soprattutto in “Visione di Cody” e ne “I sotterranei”), mostrando una straordinaria capacità di introspezione, sincerità e generosità che personalmente non ho ritrovato in nessun altro scrittore, ad eccezione del Fenoglio del “Partigiano Johnny”. Anche per questo scrittore il romanzo si poteva scrivere solo a patto di inventare un linguaggio nuovo che gli permettesse di vivere. Non importa come uno scrittore ci riesca, quali strade debba battere, quale buio e confusione mentale debba attraversare. Deve andare oltre se stesso, per trovare l’“altrove” cui tutti noi in fondo tendiamo e cerchiamo. Pochi hanno il coraggio di avventurarsi nel mare tempestoso del proprio spirito. Ginsberg ebbe questo coraggio, seguì gli insegnamenti di Karouac e li applicò alla poesia. Testimoniò per tutta la vita il suo debito verso di lui, a tal punto da fondare in suo onore nel 1947 insieme Anne Waldman la famosa scuola di scrittura creativa Al Naropa Insitute di Boulder: la Jack Kerouac School of Disembodied Poetics ancora in piena attività.

 Comparso già in http://samgha.wordpress.com/2012/09/10/jack-kerouac-gli-scritti-teorici-da-un-mondo-battuto-dal-vento-a-scrivere-bop/

 

 L’improvvisazione di poesia e prosa spontanea: la scrittura spirituale di Jack Kerouac e Allen Ginsberg

Tra gli anni ’40 e ’50 nasce in America una nuova scrittura, un nuovo rivoluzionario modo di scrivere romanzi e poesie.
Il grande innovatore fu Jack Kerouac. Quando iniziò a pensare al suo romanzo “ On the road”, decise che quella storia per essere scritta aveva bisogno di un nuovo modo di raccontare. Doveva essere la scrittura dei tempi moderni, così come il jazz di Dizzy Gillespie e Charlie Parkerera la musica dei tempi moderni e l’espressionismo astratto di Jackson Pollockla pittura dei tempi moderni.
Quello che stava accadendo tra i giovani artisti in quegli anni in America, era che protagonista dell’arte diventava la coscienza umana. Attraverso i fatti, i luoghi, i personaggi si raccontava direttamente la condizione della mente umana, la vita interiore dell’anima. Dall’esterno di sé si andava a raccontare l’interno di sé, senza mediazioni, tentennamenti, censure.
Già Hemingwayaveva fatto la stessa cosa con l’invenzione strepitosa del dialogo come strumento narrativo, come componente della trama interiore dei personaggi.
Ma gli scrittori beatvolevano raccontare un’altra America, l’America dei “battuti e beati”, l’America dei giovani emarginati del secondo dopoguerra.
Come dicevo fu Kerouac a trovare, scrivendo e lavorando indefessamente, la nuova scrittura. Inventò la Prosa Spontaneache teorizzò nei saggi contenuti in “ Scrivere Bop”, e in una miriade di articoli pubblicati sulle riviste dell’epoca. La prosa Spontanea non è il flusso di coscienza di Joyce, o la scrittura automatica dei Surrealisti. La Prosa spontanea è il raccontare la vita mentre accade. E’ l’unità di mente e corpo mentre agiscono.
Fu una grande scoperta. Geniale. L’essere umano tornava a quell’unità originaria e innata di corpo e spirito che la società tiene tuttora separati. Kerouac amava citare a questo proposito un passo del Vangelo: “ Non preoccupatevi di ciò che direte, ma ciò che a voi sarà ispirato in quel momento, quello direte, poiché non siete voi a parlare ma lo Spirito Santo” ( Marco, 13.11).
Allen Ginsberg imparò da Kerouac, suo amico, questa nuova modalità di scrittura e la trasferì nella poesia. Nacque così il suo capolavoro “Urlo”, e le altre centinaia di sue poesie.
 Sì, perché l’improvvisazione di Poesia e Prosa spontanea è un fiume inesaurible, è il fluire della mente, fonte inesauribile di ispirazione che sempre si rinnova e si ricrea.Così la prosa e la poesia diventano il linguaggio dello spirito umano. La spiritualità infatti è una componente fondamentale della scrittura di Kerouac e Ginsberg. Spiritualità che proviene dalla educazione religiosa di entrambi, cristiana quella dei Kerouac, ebraica quella di Ginsberg. Entrambi poi saranno fortemente influenzati nel loro lavoro letterario dal buddismo zen che si andava diffondendo in quegli anni in America. Per Kerouac ( che lo studiò a fondo, da poco è uscita una riedizione a cura di Tommaso Pincio, di una sua vita di Buddha) questa filosofia fusolo un passaggio. Ritornò infatti al cristianesimo. Per Ginsberg il buddismorappresentò invece il sentiero spituale di una intera vita.

 

I Sotterranei di Jack Kerouac

"Il dolore non sarà alleviato dallo scrivere, ma sarà redento”

Questa recensione nasce da un’improvvisazione di scrittura al registratore durante una passeggiata col mio cane nella campagna del paese dove vivo.
Manca il suono dei mie passi sulla ghiaia della strada di campagna, manca il paesaggio d’erba medica tagliata e della terra arata e piena di strisce chiare. Manca il nero del mio cane Kia, che non mi ascoltava mentre parlavo al registratore perché aveva altro da fare ( soprattutto annusare brandelli di uccellini rinsecchiti ).
Questo che ho detto forse è una stupidaggine, forse non andrebbe messo in una recensione. Ma è molto “kerouachiano”.
I Sotterranei , a detta dei suoi estimatori, è il capolavoro di Kerouac. A detta dei suoi detrattori è la sua solita  accozzaglia di parole. Come disse di lui Truman Capote  “ più che uno scrittore un dattilografo”
Per me che apprezzo quasi tutto quello che Kerouac ha scritto è davvero il suo capolavoro, nel senso che è la miglior applicazione del metodo della prosa spontanea, di cui Jack parla per la prima volta nei suoi taccuini raccolti ora nel volume Un mondo battuto dal vento.
Questo suo metodo sarà poi chiarito e reso sistematico  in alcuni suoi testi raccolti nel volume Scrivere Bop, soprattutto Dottrina e Tecnica della prosa spontanea e Fondamenti della prosa spontanea.
Per apprezzare I sotterranei di Kerouac bisogna comprendere cosa egli intende per prosa spontanea. Non è il flusso di coscienza. Non è la scrittura automatica dei surrealisti. Non si tratta di vuotare l’inconscio o di svuotare la mente o di andare a ruota libera.  E non si tratta nemmeno di libere associazioni.
La prosa spontanea è lo strumento con cui lo scrittore analizza la propria coscienza. Ma è uno strumento letterario, non psicologico, perché serve al racconto: come si scrive è tutt’uno con quello che si scrive, i due aspetti non appaiono più scindibili.
 Quindi la Prosa Spontanea è uno strumento di autoconsapevolezza. Infatti se noi leggiamo I sotterranei ci rendiamo conto che ha una trama ben precisa che viene seguita per tutto il corso delle pagine. La trama viene raccontata dal punto di vista del protagonista maschile visto non dall’esterno ma dall’interno della sua coscienza.
I sotterranei, scritto nel 1953  e pubblicato nel 1958,  fa parte del gruppo di  romanzi che Kerouac scrisse e che rimasero inediti fino a quando riuscì a farsi pubblicare Sulla strada ( nel 1957 ):  Visioni di Cody, Il dottor Sax, Maggy Cassady, Tristessa,  I vagabondi del Dharma, Visioni di Gerard.

Ne I Sotterranei viene raccontata una storia d’amore molto triste, che pagina dopo pagina precipita verso la sua disfatta. In tutto il romanzo è come se il protagonista aspettasse la fine di questo amore invece di viverlo. Poi quando la fine arriva il fatto di averla aspettata per tutto il tempo non lo fa soffrire meno, lo fa soffrire comunque moltissimo.
La vicenda narrata è autobiografica; realmente Kerouac, che nel romanzo assume il nome di Leo Percepied visse una breve storia d’amore con Alene Lee,  una ragazza di colore che frequentava i sotterranei, cioè i frequentatori dei locali Jazz, che nel romanzo si chiama Mardou Fox.
L’incipit è folgorante ed è la premessa esistenziale di  tutto il seguito del romanzo:
“ Ero una volta giovane ( quando scrive I sotterranei Jack ha 36 anni… ) e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza e senza fare tanti retorici preamboli come faccio ora; in altre parole questa è la storia di uno sfiduciato e insieme la storia di un egomaniaco, per costituzione e non per facezia” ( pag. 5 ).
A questo punto della sua vita Kerouac si trova di fronte al suo fallimento sia come persona che come scrittore, due aspetti questi che in lui coincidono. Siamo nel ’53 e Jack non vede di fronte a sé nessuna speranza di essere pubblicato ( cosa a cui lui aspirava enormemente, come si legge nei taccuini ), né di liberarsi dalla dipendenza dall’alcool e ( come si leggerà nel romanzo ) dalla dipendenza da sua madre.
“Confessare tutto a tutti”, scrive nei taccuini. Ecco allora che ne I sotterranei, che è forse più di ogni altro il suo romanzo – confessione, la scrittura non è filtrata dal bisogno di approvazione da parte del lettore. Semmai immola se stessa e il suo autore al suo contrario: il biasimo. Sembra invitarlo continuamente ad indignarsi di fronte a questo alcolizzato che fa franare il suo rapporto d’amore con la ragazza “ negra” sull’altare della disapprovazione familiare: “ Dubbi dunque su Mardou perché è negra li ha non soltanto mia madre, ma mia sorella con cui un giorno dovrò vivere e suo marito…Cosa direbbero se la signora moglie della casa mia fosse una negra cherokee?” ( pag. 55 ).
Non ci induce alla compassione Leo- Jack neanche quando apre il suo cuore doloroso mostrandosi aspirante ad un auto condannante suicidio. “ …un’altra strappata ancora e mi tirano la terra azzurra addosso, amico, mi fan la cassa – perché ora la morte ripiega le grandi ali sulla mia finestra, lo vedo, lo sento, lo annuso” ( pag. 15 ).
Oppure quando parla, in questo libro destinato fin dal suo inizio ad una sperata pubblicazione, del rapporto intimo e fisico con Mardou e scrive: “ Me la portavo in grembo e la tenevo sospesa  sul letto e lentamente la spinsi giù, feci un po’ di fatica a entrarci, ma lei ci provò gusto…Oh il dolore di dover dire queste cose segrete eppure bisogna dirle, o se no perché scrivi e vivi?” ( pag. 23 ).
Non ci piace il Leo- Jack quando ci butta in faccia il suo conformismo- razzismo, o il suo dare in pasto al lettore la povera triste vita di Mardou: padre vagabondo, problemi psichiatrici, sempre in prestito da qualcuno perché senza una vera casa, insomma una vera sotterranea.
Ma ci piace la sua sofferta scrittura, in quel suo continuo outing – confessione, in cui  Leo – Jack non si assolve, ma anzi si condanna violentemente e definitivamente.
L’inizio della fine della storia con Mardou si consuma sulla gelosia di Leo. Una gelosia che prende le sembianze psicologiche dell’invidia. A un certo punto infatti compare il personaggio di Yuri ( nella realtà è Gregory Corso ). Tra lui e Mardou inizia un gioco infantile da cui Leo è escluso e che culminerà nel tradimento di Mardou.
“ Yury Grigorc: giovane poeta, 22 anni, era appena giunto dall’Oregon paese delle mele, ma prima cameriere in un grosso ristorante alla moda tipo rustico sottile alto biondo jugoslavo, di bell’aspetto, assai borioso, ma soprattutto con la voglia di staccare Adam  ( nella realtà Allen Ginsberg ) e me e Carmony ( William Burroughs ) , sapendoci da sempre vecchia riverita trinità, desideroso, naturale, perché giovane e sconosciuto e inedito ma molto geniale come poeta, di distruggere i grossi dei della tradizione e di farsi strada – e perciò desideroso anche delle loro donne, che sono disinibite, o almeno disintristite” ( pag. 78 ).
Inframezzata a questa, come ad altre parti del romanzo,  la descrizione dell’ambiente dei sotterranei: “ Notti che cominciano così chiare e lucide di speranza, andiamo a trovare i nostri amici, cose, telefonate, gente che va e viene, cappotti, cappelli, affermazioni, lucidi racconti, eccitazioni metropolitane, un giro di birre, un altro giro di birre, il discorso diventa più bello, più eccitato, accaldato, un altro giro, l’ora di mezzanotte, più tardi, i lieti volti accaldati ora si scatenano e poi c’è il tipo che attacca badì dedé uu baba fumo sbornia nottalta cucco e alla fine il barista, come un personaggio di Eliot ORA DI CHIUDERE – così più o meno si arriva alla Maschera…” ( pagine 95-96 ).
E poi ci sono le discussioni letterarie: “ Con Yuri c’era stato un lungo discorso letterario in un bar davanti a due bicchieri di porto, lui sosteneva che tutto è poesia, io tentavo di porre la vecchia consueta distinzione tra prosa e verso, lui disse: ascolta Percepied tu credi nella libertà? Allora dì quel che vuoi, è poesia, poesia, tutto è poesia, i grandi versi sono poesia…E lui mi lesse il suo “miglior pezzo” che era a proposito del “ raro notturno” e io dissi che pareva poesia da rivistina e non era la sua cosa migliore…” ( pagine 96 – 97 ).
Infine arriva la rottura con Mardou. La scena è da film: in un taxi. Litigano, urlano, alla fine Leo salta fuori dall’auto e corre a prende un altro taxi. “ Mardou abbandonata nella notte, malata e stanca…povera Mardou che va a casa sola, un’altra volta ( il maniaco ubriaco è scomparso )” ( pag. 116 ).
“ Piansi al deposito ferroviario seduto su un vecchio pezzo di ferro sotto la luna nuova e di fianco ai vecchi binari della South Pacific…- ma vidi all’improvviso, non in faccia alla luna ma da qualche parte in cielo…vidi chino su di me il volto di mia madre, con gli occhi impenetrabili e le labbra immobili e gli zigomi tondi e gli occhiali che luccicano…- come se soffrisse e come per dirmi: povero piccolo Leo, tu soffri, gli uomini soffrono tanto…” ( pagina 118 ).
Pochi anni dopo, a 46 anni Kerouac, già dimenticato dal pubblico, si esilia per sua stessa volontà a casa di sua madre. Senza più ispirazione, senza più storie da raccontare, solo bere e guardare la televisione. Dice la moglie Stella in Jack’s Book di Barry Gifford e Lawrence Lee: “ Eravamo stati alzati tutta la notte prima del giorno in cui è morto. Guardavamo la televisione…stavo per preparare qualcosa da mangiare a Jack, ma lui non me lo lasciò fare. Mi fece mettere seduta mentre andava ad aprire una scatoletta di tonno. Poi è andato in bagno. Ho sentito dei rumori e sono entrata a vedere. …il gabinetto era pieno di sangue. Ho un’emorragia disse. Ho un’emorragia” ( pag. 310 ).
Gli ultimi giorni della vita di Kerouac sono, come quelli di molti altri scrittori, un romanzo che varrebbe la pena che qualcuno scrivesse.

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