6 luglio ore 18,00 all’Ipercoop Centro Lame, via Marco Polo, 3 – Bologna
Presentazione del libro  I PESCI ALTRUISTI RINASCONO BAMBINI
(Giraldi Editore) di Dianella Bardelli

Copertina_Bardelli_D_I_pesci_altruistiDialogano con l'autrice  Bruno Giorgini, docente Università di Bologna,
Maria Luisa Stanzani,ass. andare a veglia.
In collaborazione con:

 

 

 Autori vari, Io manifesto per la libertà. 25 poster e 25 storie raccontano 50 anni di Amnesty International

“Quando ho acceso la prima candela di Amnesty avevo in mente un vecchio proverbio cinese: ‘Meglio accendere una candela che maledire l’oscurità’. Questo è anche oggi il motto per noi di Amnesty.” (Peter Benenson, fondatore di Amnesty International)

Il 28 Maggio scorso Amnesty International ha compiuto 50 anni. Nel sito creato per l’occasione,leggiamo:“Aprite il vostro giornale ogni giorno della settimana e troverete la notizia che da qualche parte del mondo qualcuno viene imprigionato, torturato o ucciso perché le sue opinioni o la sua religione sono inaccettabili al suo governo”. Così iniziava un articolo pubblicato il 28 maggio 1961 sul quotidiano londinese The Observer scritto dall’avvocato londinese Peter Benenson dopo aver letto che due studenti portoghesi erano stati condannati a sette anni di detenzione per aver brindato alla libertà. “Il lettore del giornalesente un nauseante senso di impotenza. Ma se questi sentimenti di disgusto ovunque nel mondo potessero essere uniti in un’azione comune qualcosa di efficace potrebbe essere fatto”. Da questo articolo e dalla campagna per i prigionieri dimenticati che ne seguì, nacque nel 1961 Amnesty International. Da allora e per tutti questi 50 anni molte campagne si sono susseguite, per i prigionieri dimenticati, contro la pena di morte, fino alla più attuale “Io pretendo dignità”. Sono tante le azioni intraprese, e tanti i risultati ottenuti, in mezzo secolo di lavoro”.
In occasione dei 50 anni di A.I. Fandango libri e Amnesty International hanno pubblicato “ Io manifesto per la libertà”, in cui 25 poster di varie campagne di Amnesty sono accompagnati da altrettanti testi di scrittori e personalità dello spettacolo e dello sport. Si va da autori come Roberto Saviano, Dacia Maraini, o Alessandro Baricco, a personalità dello spettacolo come Giobbe Covatta, Lella Costa o Paolo Fresu, a giornaliste come Carmen Lasorella e Tiziana Ferrario.
Ogni testo si riferisce ad un poster specifico. Ad esempio il testo di Nino Benvenuti si riferisce alla campagna di Amnesty del 1998 contro le cinture elettriche utilizzate negli USA come strumento di “immobilizzazione”. Nel poster Muhammad Alì presta la sua immagine non per vincere una cintura ma per combattere contro di essa. Sempre nel campo dello sport di grande impatto sono il poster sui mondiali di calcio in Argentina del 1978 e il testo di Horacio Verbitsky che racconta con dovizia di dettagli il clima in cui si svolsero le partite e i tentativi dei militari al potere di far credere false le denunce sulla sparizione dei oppositori. “ Quando il pallone cominciò a rotolare la dittatura aveva già sequestrato e fatto sparire il 90% delle sue vittime” (pag. 21).
Molteplici gli argomenti trattati sia nei 25 poster che nei 25 testi. La pena di morte ad esempio è affrontata da Sandro Veronesi con un’intervista ad un condannato negli USA; la campagna di Amnesty contro la tortura è rappresentata con un efficacissimo poster e un testo denso e pieno di domande dell’attore Filippo Timi intitolato “ Fra le bestie, l’uomo è la più feroce”; il poster della campagna contro il lavoro minorile nel mondo intitolata: “Basta! La ricreazione non esiste per milioni di bambini”, è correlata da un testo terribile della giornalista messicana Lydia Cacho sui bambini schiavi in Messico, India e Bolivia.
E ancora poster e articolo sul conflitto israelo-palestinese, sulle donne afgane, sul massacro di Srebrenica, sull’omicidio di Anna Politkovskaja. E tanti altri ancora.
Finisco citando il testo di Roberto Saviano, il primo contenuto nel libro. Si riferisce alla campagna di Amnesty della fine degli anni ’70 contro la repressione del dissenso nell’Unione Sovietica. Il poster, che rappresenta il volto di un uomo con le mani che afferrano le sbarre che lo imprigionano, contiene una grande scritta: “Il suo crimini: pensare. Se lo dimentichiamo morirà”.
Il testo di Saviano che accompagna e commenta il poster mi ha colpito per una coincidenza che mi riguarda. Roberto cita infatti un testo della poetessa russa Anna Achmatova che io adoro; è una specie di prosa poetica che introduce una sua raccolta intitolata “Requiem” che si riferisce agli anni terribili della repressione staliniana, durante la quale le furono portati via marito e figlio. Il testo in questione si intitola “ In luogo di prefazione” e l’ho sempre considerato il simbolo di ogni repressione e della capacità dei poeti di testimoniarla più e meglio di ogni resoconto giornalistico.
Saviano racconta l’esperienza personale di Anna Achmatova davanti alle carceri di Leningrado. “ Ogni mattina migliaia di donne si mettono in fila davanti alle carceri sovietiche portando dei pacchi, spesso vuoti, soltanto per vedere l’espressione del secondino. Se il secondino accetta il pacco significa che la persona, marito, figlio, fratello è viva. Se non lo accetta è stato fucilato” (pag. 19). Saviano prosegue parafrasando il contenuto di “ In luogo di prefazione della Achmatova .Credo che far parlare direttamente la poetessa dia il senso della scelta di Saviano di raccontare proprio questo testo.

 Negli anni terribili della ežóvščina ho passato diciassette mesi in fila davanti alle carceri di Leningrado. Una volta qualcuno mi “riconobbe”. Allora una donna dalle labbra livide che stava dietro di me e che, sicuramente, non aveva mai sentito il mio nome, si riscosse dal torpore che era caratteristico di noi tutti e mi domandò in un orecchio (lì tutti parlavano sussurrando):
– Ma questo lei può descriverlo?
E io dissi:- Posso.
Allora una sorta di sorriso scivolò lungo quello che un tempo era stato il suo volto”.

APPRONDIMENTO IN RETE

http://50.amnesty.it/storia/peter-benenson
http://www.amnesty.it/index.html

Ad Allen ( Ginsberg, chi altri sennò?) del 1953

Ad Allen nel 1953
piaceva quello che lui
in un lettera a Neal
definisce “roba cinese e giapponese” –
dice: la mia opinione
è che è ” una grande zona di piacere” –
è la definizione di arte
che ho sempre cercato
per quanto riguarda la letteratura
i romanzi, le poesie –
cercata annaspando
sfiorata ma mai centrata –
al massimo sono stata capace
di dire: leggere è un piacere
scrivere è un piacere –
ma vuoi mettere
dire è una grande zona di piacere! –
ma Allen era/è un genio
precoce e già saggio a 27 anni –
nel 1953 chiama la sua età
” a questa vecchia età”
e poi dice anche:
“la terra della beatitudine
esiste nell’immaginazione”

 A cura di Staro Placida, Le vie del violino – scritti sul violino e la danza in memoria di Melchiade Benni ( 1902 – 1992 ),  pubblicato a Udine nel 2002 presso Valter Colle/ Nota CD Books

Melchiade ha continuato a portare via sassi e riportare terra fino ai suoi ultimi giorni e questo per lui costituiva il primo passo per poter essere un suonatore” ( Placida Staro)

 Il violino di Melchiade Benni era tutt’uno con lui, e con tutto il resto della sua vita: la terra che coltivava, il suo lignaggio musicale e personale, sua moglie, i suoi figli, tutta la gente della valle del Savena e il ruscello che scorreva accanto a casa sua e il ponte di pietra e i boschi attorno. Tutti questi diversi aspetti in Melchiade erano una cosa sola, l’uno alimentava l’altro in un miracoloso equilibrio di lavoro, musica e affetti.Giuseppe Moretti e tutti gli amici di Sentiero Bioregionale dovrebbero andare fieri di Melchiade Benni. Lui è davvero tornato ad un luogo, a un a terra, a un violino dopo 24 anni da cittadino a Imola dove era stato costretto ad andare per lavoro. Le prime 100 pagine di “Le vie del violino” contengono i contributi di due persone che hanno conosciuto e amato profondamente Melchiade Benni; prima di tutto suo figlio Franco Benni con “ Melchiade, mio padre”, e poi Placida Staro con il suo “ Il violino e la terra: scritti sparsi su Melchiade Benni”.Franco Benni ricostruisce la vita familiare e musicale del padre dalla nascita nel 1902 al 1992 anno del morte all’età di 90 anni. In questo testo tutto ruota intorno alla grande casa di montagna situata nel comune di S. Benedetto Val di Sambro, in località “Mulino della valle”, dove Melchiade ha passato gli ultimi 20 anni della sua vita, e dove tornò dopo la morte del figlio Carlo. L’ho vista quella casa, molti anni fa quando bazzicavo un delizioso paesino dell’Appennino emiliano di nome Monzuno. Non è distante dalla casa di Melchiade e durante le passeggiate lo potevi vedere al lavoro nel suo campo accanto alla casa e al fiume. Una volta o due l’ho anche ascoltato suonare il violino a qualche festa paesana. Non conosco affatto come stiano le cose ora da quelle parti dal punto di vista della musica popolare dopo la morte di Melchiade, anche perché sono molti anni che non frequento più quei luoghi. Certamente lui rappresenta qualcosa di veramente unico e speciale. Per quello che ho detto nelle righe precedenti: la sua musica avveniva all’interno di una comunità vera, non era un’attrazione turistica, non era una tradizione oramai morta e sepolta che si tirava fuori una volta all’anno per dimostrare a se stessi e agli altri di averla una tradizione. Vivo in un paese che fino a non tanti decenni fa era uno dei paesi delle Mondine. Le mondine non esistono più anche perché i campi di riso sono stati sostituiti da quelli delle barbabietole e del grano. In paesi vicini ci sono ancora i cori delle mondine, ma mi domando ha senso un coro delle mondine se le vere mondine non ci sono più? La vicenda di Melchiade Benni da questo punto di vista è esemplare e questo bellissimo libro, tra l’altro corredato da splendide e significative fotografie di Melchiade, ce lo insegna molto chiaramente. Scrive il figlio Franco: “ La musica entrò a pieno titolo nella vita di mio padre, integrandosi al lavoro della terra, agli affetti e alle storie familiari. Era poi un elemento che gli assegnava un ruolo e un’identità particolare all’interno della comunità locale. I suonatori erano pochi, desiderati e molto richiesti” (pag. 16).
Nel 1972 Melchiade Benni fu “scoperto” da uno studioso di tradizioni popolari, Stefano Cammelli, allora studente universitario di Bologna e allievo di Roberto Leydi. Venne a casa loro quando ancora abitavano in Romagna, intervistò Melchiade e registrò i suoi brani musicali al violino. Dice ancora Franco Benni: “Per mio padre si stava aprendo una fase nuova della sua vita…La bella storia di Melchiade Benni, personaggio ed interprete significativo del violino popolare e delle tradizioni dei balli montanari dell’Appennino bolognese ricominciò quel tardo pomeriggio e continuò per ben altri ventidue anni, fino agli ultimissimi giorni prima di morire” ( pag. 23). Da quel momento infatti, e siamo ai primi anni ’70, Melchiade Benni fu protagonista di vari iniziative sia in Italia che all’estero.Partecipò fino agli ultimi giorni della sua vita alle attività dell’Associazione “ E ben venga maggio”, molto attiva ancora oggi, da quanto appare nel loro sito, dove è possibile acquistare il libro Le vie del violino, un video su Melchiade Benni e altre opere dedicate alle tradizioni musicali popolari. Scrive Franco Benni: “ L’ultimo concerto pubblico a cui mio padre suonò fu organizzato dalla Associazione E ben venga maggio nella piazza centrale di Monghidoro il 12 Settembre 1992, giorno del suo novantesimo compleanno. ..Simbolicamente e realmente era stato il saluto e il passaggio di testimone alle nuove generazioni” (pag. 33).
Il testo di Placida Staro, anche lei violinista e allieva di Melchiade, contenuto in questo libro comincia così: “ Melchiade Benni, classe 1902, violinista della valle di Savena detto Malchio’d’la Val ha portato con sé la sua favola l’11 ottobre del 1992. Egli non è stato artista locale, non testimone di una cultura per molti già morta, ma depositario, interprete ed insegnante di conoscenze in una cultura tradizionale che, lungi dall’essere seppellita e riesumata a comando, si trasforma coerentemente con i cambiamenti in atto nella montagna bolognese” ( pag. 35). E ancora: “ Malchio’d’la Val ha fatto scuola insegnando a coltivare i cavolini di Bruxelles, segale e tempi delle suonate con lo stesso interesse con cui raccontava le sue idee sulla nascita e morte del mondo” ( pag. 39). Il testo di Placida Staro ha molti meriti, quelli più tecnicamente musicali e quelli legati alla persona speciale che era Melchiade in tutto. Mi piace molto ad esempio il suo ribadire cosa aveva significato per Melchiade tornare alla terra, alla montagna e quindi al violino suonato in pubblico. Mentre viveva in Romagna infatti non si era più esibito ma aveva praticato il violino ogni sera dopo il lavoro. Quello che capiamo è che si può tornare a qualcosa che è sempre stato nella nostra mente, si può riprendere uno stile di vita che si era abbandonato per motivi esteriori e non interiori. E quindi Melchiade riprende a lavorare la terra secondo il modo antico. “ Il suo attaccamento ai metodo tradizionali di lavoro della terra era il rinnovare ogni giorno il proprio senso dell’essere solo un accidente, un bruscolino nella catena naturale degli eventi” ( pag. 41). A questo proposito un giorno, racconta Placida Staro, Melchiade le disse: “ certo, questa musica piaceva ai festival, nei teatri perché era strana, ma non sarebbe mai diventata di moda, perché chi non sente la terra, i suoi tempi, il suo ritmo, non può capirla” ( pag. 51).
l resto del libro contiene lavori dedicati alla tradizione musicale popolare in varie altre parti d’Italia. Interessante, tra gli altri, l’intervista a Roberto Bucci, violinista di Faenza, classe 1965, fondatore del gruppo la Carampana, o il testo sul violino nella musica tradizionale del Salento.
Il volume è corredato da due Cd dedicati al violino di Melchiade Benni

 APPRONDIMENTO IN RETE

http://www.youtube.com/watch?v=yYEiZzTR3p8

http://www.ebenevengamaggio.it/

 

Mountains of the moon dei Grateful Dead

Premetto che mi piace Zucchero
Vasco mi fa vibrare
I Modà mi emozionano –
ma Mountains of the moon dei Grateful Dead
mi è necessaria –
questa necessità era dentro di me,
c’era terra buona
fresca, grassa
fertile –
ci voleva il seme
il seme è Mountains of the moon
che mi è diventata necessaria
come Kerouac, Ginsberg,
come Lenore –

perché tocca, smuove
qualcosa di bello
tenero e puro
dentro di me,
qualcosa di precario
fragile
ma che non si spezza

Presentazione del Rapporto Annuale 2011 e del libro fotografico “Io manifesto per la libertà – 25 poster e 25 storie raccontano 50 anni di Amnesty International
Lunedì 6 giugno alle ore 21.00 – Libreria Coop Ambasciatori in via Orefici, 19 – Bologna