Recensione di: Lama Yesce, Buddhismo in occidente

 Lama Yesce è stato uno dei primi maestri del buddismo tibetano ad entrare in contatto con gli occidentali. Questo accadde a partire dalla metà degli anni 60. Durante l’hippy trail migliaia di ragazzi occidentali si riversarono in oriente e l’ultima loro tappa prima di fare marcia indietro era Kathmandu. Su una collina della valle di Kathmandu che si chiama Kopan un’attrice americana andò a vivere nell’ex casa dell’astrologo del re insieme a Lama Yesce e al suo discepolo Lama Zopa; li aveva conosciuti in India in un campo profughi di tibetani fuggiti dal Tibet dopo l’occupazione cinese.  Dopo poco Kopan divenne meta di alcuni amici dell’attrice e di altri hippies che a Kathmandu cominciarono a sentire parlare di due Lama che davano insegnamenti in inglese agli occidentali. Cominciarono ad essere organizzati corsi veri e proprio di buddismo tibetano e verso la metà degli anni ’70 alcuni allievi di Lama Yesce e Lama Zopa diedero vita in occidente a numerosi centri e monasteri. Oggi quello di Kopan è un grande monastero che organizza corsi e soggiorni con tutti i comforts cui sono abituati gli occidentali al giorno d’oggi. “Allora” chi frequentava Kopan erano hippies giovanissimi che della frugalità facevano uno stile di vita.
Buddhismo in occidente” contiene gli insegnamenti di Lama Yesce da lui tenuti in varie località sia in oriente che in occidente tra gli anni ’70 e gli anni ’80. Gli stessi temi ricorrono nel libro con vari stili e argomentazioni; essi non sono altro che le trascrizioni di registrazioni dell’epoca. Alcuni titoli: La pratica spirituale; Introduzione alla meditazione; Il rifugio; Buddhismo; L’insegnamento di Buddha Sakyamuni; Rinuncia; La mente umana; Karma e Vacuità. Come si vede sono gli argomenti principali dell’insegnamento del buddismo tibetano.
Partirei con il riassumere l’argomento del Rifugio. “Prendere rifugio” significa diventare allievo di un maestro, e prendere alcuni impegni relativi al proprio comportamento. Il discorso di Lama Yesce su questo argomento presente nel libro è del 1978 e fu tenuto in un centro di Zurigo. I tre oggetti del rifugio sono buddha, dharma, sangha, ovvero prendiamo rifugio nel Buddha in quanto essere illuminato, nel Dharma, come l’insieme dei suoi insegnamenti, nel Sangha, cioè negli amici spirituali. Lama Yesce distingue due aspetti del rifugio, esteriore e interiore. “ Rifugio esteriore significa cercare una guida dato che siamo incapaci di raggiungere la liberazione senza l’aiuto di un maestro” ( pag. 46). Ma il vero rifugio è quella interiore. “Il vero dharma o vera religione è un’esperienza personale che ciascuno di noi deve far sorgere all’interno della propria mente….In questo modo prendiamo veramente rifugio, permettendo solo al dharma interiore di regolare la nostra esistenza” (pag. 47). Dire che essere buddhisti è un’esperienza interiore è stato importante negli anni in cui questo discorso è stato pronunciato e lo è anche adesso. Il buddismo tibetano è molto “teatrale”, pieno di riti, cerimonie, suoni e canti. Molti sono attratti da questi segni esteriori, ribadire che il vero buddismo è quello interiore è quindi di fondamentale importanza.
Allo stesso 1978 in cui Lama Yesce pronunciò questo discorso risale anche quello relativo al tema della Rinuncia. Secondo Lama Yesce rinuncia non significa rinunciare ai piaceri della vita ma all’attaccamento ad essi. “Quando diciamo che la liberazione dipende da una mente che non ha attaccamenti non vogliamo dire che dovete buttare a mare tutti i vostri beni subito dopo questo discorso…Pensare che il samsara, l’esistenza ciclica, sia composto da oggetti esterni è completamente sbagliato. Il ciclo dell’insoddisfazione è dentro di noi” (pag. 72). Liberarsi dall’attaccamento è difficile. Per farlo Lama Yesce consiglia alcune pratiche: prendere a cuore gli altri invece di se stessi; essere imparziali verso tutti gli esseri, e praticare la meditazione in cui prendiamo su noi stessi la sofferenza degli altri. Ecco allora Lama Yesce affrontare in altri discorsi contenuti in questo libro il tema più importante del buddismo tibetano: Bodhicitta, o Grande Compassione. C’è un mantra tibetano che in italiano recita: corpo, parola, mente, Compassione e Saggezza indissolubili ( Om Mani Pedme Hum).
La saggezza è riconoscere la natura della realtà dei fenomeni, cioè la vacuità, che è un concetto altamente filosofico, ma senza la semplice e comprensibile Compassione ( ma karuna) la filosofia non basta. Bodhicitta corrisponde ad un obiettivo ancora più elevato: l’intenzione di conseguire l’Illuminazione per la salvezza di tutti gli esseri senzienti. Questo è l’obiettivo del Bodhisattva. La compassione in tutte queste sue declinazioni è la caratteristica più saliente del buddismo tibetano, e di tutte le scuole buddhiste che seguono il Buddismo Mahayana. In un discorso, dal suggestivo titolo “Creare spazio”, tenuto a Kopan nel 1975 Lama Yesce usa un bellissimo linguaggio poetico per spiegare la Bodhicitta. Vorrei citarlo per intero ma è troppo lungo. Sperando di non annoiarvi ne citerò una buona parte, perché è nei discorsi più vecchi, e soprattutto questo che si è svolto a Kopan, quando ancora Kopan era una piccola frugale isola felice, che sta il nocciolo della “missione” di Lama Yesce, mostrare il sentiero, la bellezza e utilità del Dharma a giovani e giovanissimi hippies senza regole se non il piacere del momento dato soprattutto dalle droghe.

Bodhicitta è la verità essenziale, universale.
Questo purissimo pensiero è desiderio e volontà di portare tutti gli esseri senzienti alla realizzazione del loro potenziale più elevato, l’illuminazione.
Il bodhisattva vede la natura cristallina che esiste in ciascuno di noi, e riconoscendo la bellezza delle potenzialità umane, ci mostra sempre rispetto.
Per la mente priva di rispetto gli esseri umani sono come l’erba, qualcosa di cui fare uso.
Ah, lui non significa niente per me. Gli esseri umani sono una nullità per me.
Noi tutti cerchiamo di approfittare degli altri, cercando solo il nostro tornaconto. Il mondo intero è fondato sull’attaccamento. Le grandi nazioni dominano le piccole, i bambini grandi rubano le caramelle ai più piccoli, i mariti non rispettano le loro mogli. Cerco di fare amicizia con qualcuno perché costui poi potrà essermi d’aiuto. Il desiderio di fare amicizia solo per aiutare gli altri è estremamente raro, però ha un grandissimo valore. Buddha ha spiegato che persino un momentaneo pensiero di questa mente che aspira all’illuminazione per amore degli altri può distruggere il karma negativo di centomila esistenze.
Bodhicitta è la potente soluzione, l’energia atomica che distrugge il dominio dell’attaccamento.
Bodhicitta è la nuvola che porta una pioggia di energia positiva per nutrire tutto ciò che ha bisogno di crescere.
Bodhicitta non è una dottrina. E’ uno stato mentale” (pag.105-107).
Altri temi vengono affrontati nel libro, come ho detto all’inizio, ma per essi, come ad esempio il tema del karma e della vacuità rimando alle altre recensioni di libri di questa grande e creativo maestro tibetano.

 

Kopan 1970

Erano pieni di difetti –
erano arroganti
erano gelosi un dell’altro
lo stesso essere così giovani
era di per sè un difetto –
e poi fumavano gli spinelli
e gli piaceva l’LSD –
si arrabbiavano
ed erano assetati di sesso
lo facevano, gli piaceva
e gli piaceva il buon cibo
e gli piaceva la birra gelata –
eppure ci provarono
ci provarono
a praticare la calma mentale
e a non attaccarsi troppo
ai piaceri dei loro sensi –
ci provarono
ci provarono
ancora e ancora –
quello che si può fare
è solo provarci
ma senza riuscirci mai del tutto
riuscendoci solo un pò
e per qualche piccola volta –
 ma Z. meditò morendo