L’oggetto della scrittura è lo scrivere

L’oggetto della scrittura è lo scrivere –
la trama dello scrivere è lo scrivere
non il pensare
progettare
cercare
ma l’atto fisico dello scrivere –
nel senso della mano
che in questo momento
impugna una penna bic –
sì, perché io uso scrivere
prima a mano
con le vecchie amiche bic
proprio come 50,60 anni fa –
lo scrivere è un atto psico-fisico
non c’è un prima

una mente che pensa e progetta
cerca le parole
e dopo una mano che scrive
quello che la mente ha già pensato –
la scrittura avviene in maniera istantanea
spontanea e mentre scrive
attua il suo stile
perché la mente
che scrive è lo stile –
una volta che il testo è scritto
avrà un suo stile
avrà un suo ritmo
è il ritmo
del verso-mente
è il ritmo-stile

Qualche riflessione su Kaddish di Allen Ginsberg

Una cosa che ha saputo fare Allen Ginsberg è tenere insieme le sue varie anime. Quella ebraica, quella buddista, quella omosessuale, quella beat, quella ambiziosa, quella generosa. Tanto per dirne alcune. Non è una cosa facile. Molti ci perdono la testa. Si perdono. Ginsberg invece ci è riuscito. Come? Accettando le contraddizioni della vita, della sua vita. E rimanendo per tutta la sua esistenza un ricercatore spirituale, prima, molto prima che un poeta. Ma le due cose in lui, come in tutta la letteratura beat, non sono scindibili. Ed è per questo che in Italia gli scrittori beat non sono sempre compresi. Perché senza la loro ricerca spirituale non c’è la loro letteratura. Perché Snyder e Koller scrivano di coyote e falchi, ad esempio, non si capisce senza la loro storia spirituale.

Kaddish rientra in questa capacità di Ginsberg di tenere dentro di sé tutta la gamma delle sue identità. Ma nonostante questo solo tre anni dopo la morte di sua madre egli riuscì a prendere in mano il suo dolore e scriverlo.

Per buona parte della sua vita Naomi Ginsberg è vissuta in un ospedale psichiatrico, preda di una pazzia senza requie e senza rimedio. Ginsberg non si perdonava di averla far chiudere in un ospedale e quando lei morì era affranto da pesanti sensi di colpa. Ecco perché ha dovuto aspettare di far pace con se stesso per poter scrivere della morte di Naomi. Kaddish è il nome di un canto ebraico che si recita nei riti funebri. E il poema di Ginsberg è in effetti il rito funebre di un figlio per la madre. Un rito, non una preghiera, leggendolo si ha la netta sensazione che scrivere questo poema è stato officiare da parte di Ginsberg un lungo rito funebre pieno di parole. Le parole di questo rito-poema, compongono una storia, una biografia, quella di Naomi Ginsberg.
Nella prima parte Ginsberg parte da se stesso, da come si sente dopo aver scritto questo poema. “Una foglia vizza all’alba” in un cielo “ che è un vecchio posto blu”.
Ma subito dopo comincia la storia vera e propria della follia di Naomi che lui a soli 12 anni accompagna in una casa di cura. Per Naomi comincia la lunga serie di ricoveri e ritorni a casa. “ Non avere paura di me”, dice un giorno ad Allen, “solo perché torno a casa dal manicomio”. Lei pensava di avere fili nella testa e tre lunghi bastoni nella schiena, e per tutta la sua vita fu convinta che tutti fossero spie di Hitler, anche i suoi figli, anche suo marito. La parte centrale del poema è dunque tutta dedicata alla storia della pazzia di Naomi, ha il tono del dramma, il dramma di una malattia che sconvolge la vita a chi la subisce e a chi gli sta intorno. L’ultima parte invece è un vero e proprio grido di dolore. Il rimpianto dei suoi occhi, ad esempio: “coi tuoi occhi di Russia…/ coi tuoi occhi pieni di fiori”

 

 

Una mia recensione: Gary Snyder, Nel mondo poroso. Saggi e interviste su luogo, mente e wilderness

Si tratta di una raccolta di saggi ed interviste per lo più inediti in Italia, tradotti, per la collana Eterotopie della casa editrice Mimesis diretta da Salvo Vaccar e Pierre Della Vigna, da Rita Degli Esposti con la collaborazione di Etain Addey, esponente di primo piano del movimento bioregionale italiano. Giuseppe Moretti, uno dei fondatori di questo movimento e redattore della rivista Lato Selvatico, ha curato l’intero volume.Gary Snyder è la persona che meglio incarna la mia personale necessità di collegare in un qualcosa di mentalmente unico ( anche se complesso e articolato) i tre o quattro ruscelli che costituiscono ciò che mi interessa nella vita. Questo scrittore deve averci pensato molto a quanto è complessa la realtà e deve averla ( a leggere la sua biografia, in parte racchiusa e romanzata da Kerouac ne I vagabondi del Dharma) anche vissuta molto questa complessità, prima partecipando all’epopea beat, poi viaggiando in Oriente e soprattutto in Giappone e infine insediandosi alle pendici della Sierra Nevada in una casa costruita con le proprie mani. Il tutto senza mai smettere di studiare e scrivere. Ed è riuscito, per quello che posso aver capito leggendo i suoi testi e le sue poesie, ad unificare tutte queste esperienze in una filosofia di vita vissuta. In essa la necessità di essere se stessi ( e quindi di conoscersi), di rapportarsi da pari a pari con gli altri esseri viventi umani e non umani, il bisogno di attingere sia alle culture locali che a quelle più fisicamente lontane come quella buddista, trovano la possibilità di incontrarsi e soprattutto di fondersi in un’unica entità mentale. Questo è uno degli aspetti più interessanti della sua vita di uomo e di scrittore così come è racchiusa in “ Il mondo poroso”. Tutti i vari temi affrontati in questo magnifico libro, come il bioregionalismo, la wilderness, la poesia naturale, sono tutti analizzati tenendo presente questa necessità di colmare gli spazi che fanno della nostra vita una vita magari anche bella ma frammentaria. Da una parte il lavoro, da un’altra la famiglia, da un’altra ancora i propri interessi personali. Il tutto racchiuso in compartimenti stagni separati e incomunicabili tra loro. In tal senso Gary Snyder in questo, come in tanti altri suoi libri, si pone come fondatore di un nuovo umanesimo. E per cultura, esperienza, buona fede, è pienamente autorizzato a farlo. Come? La cosa più importante a questo proposito è la prospettiva da cui guardare la realtà. Abitualmente è sempre quella degli ultimi 2000 anni. A voler essere lungimiranti gli ultimi 3000. La prospettiva di Snyder è ben più ampia. Noi facciamo parte d un tempo che ha inizio 40.000 mila anni fa. Nel saggio contenuto in Un mondo poroso e intitolato “La politica dell’Etnopoetica” (1977) egli afferma infatti che “tutto ci conferma che, 40000 anni fa, la fantasia, l’intuizione, l’intelletto, l’ironia, la decisione, la velocità e l’abilità erano completamente sviluppate…Prendere in considerazione quest’intelligenza e questa arcaica attenzione di lunga durata dovrebbe far parte della fondazione del nuovo umanesimo” (pag. 56). E più avanti in questo stesso saggio affrontando il tema della necessità di combattere il genocidio culturale delle tradizioni orali afferma che “ nella scala cronologica di 40000 anni siamo tutti parte di un solo popolo. Siamo tutti ugualmente primitivi, con la differenza di due o tremila anni da una parte, o di cento dall’altra. Allora Omero, da questo punti di vista, non è l’inizio di una tradizione, ma ne è il punto centrale. Omero contiene e organizza i primi ottomila anni di materiale orale” (pag 65). Questa è la prospettiva temporale all’interno della quale si muovono e si sviluppano le riflessioni di Snyder. Quello che a lui interessa è recuperare la naturalità dell’uomo, che a suo avviso, è la sua vera umanità, quella non separata dagli altri esseri non umani, quella che anzi è tesa a recuperare la parte selvatica dell’uomo, perché “ la civiltà rappresenta una parte molto piccola dell’esperienza umana” (pag. 57). Ecco allora il significato di “mondo poroso”. Dice lo scrittore nel saggio omonimo che dà il titolo all’intero volume: “ Uno può scegliere di vivere in un posto come ospite, oppure abitarlo” (pag. 32). E nel suo caso questo ha significato andare a vivere “una vita permeabile e porosa” tra querce e pini dove la casa è aperta durante l’estate a vespe, pipistrelli e scoiattoli, che a volte, dice Snyder, possono anche dare fastidio. “Ma se uno è abituato alla vita all’aperto, questo è un gran modo di godere la foresta”” (pa. 34). Ma naturalmente il concetto di porosità del mondo, va ben al di là dell’essere aperti alla presenza di vespe e pipistrelli. Esso viene ben espresso in un’intervista a Snyder risalente al 1979 che gli fece un amico carpentiere per conto di un giornale di controcultura della Contea del Nevada, dove lo scrittore vive tuttora. In essa egli afferma che siamo tutti nativi di un posto se decidiamo di abitarlo e non semplicemente di viverci. C’è un modo di pensare da nativo, dice nell’intervista, ovvero “ pensare in termini di interezza di tutte le cose viventi” (pag. 26). E questa interezza ha bisogno di tempi lunghi, è qualcosa “che ha a che fare con la pazienza e l’impegno a lungo termine verso un sentiero spirituale” (pag.26). Ad un certo punto l’intervistatore chiede a Snyder se si relaziona di più con la gente del posto dove abita o con i suoi lettori. E la risposta è sorprendente trattandosi del 1979. Infatti dice Snyder: “ Ci sono due specie di livelli con i quali tutti noi ci relazioniamo. Uno è la rete e l’altro è la comunità. Certe persone non hanno una comunità verso la quale relazionarsi, ma solo una rete. La rete è qualcosa come: tutti i dentisti degli Stati Uniti hanno un giornale, fanno delle conferenze…C’è una rete di poeti…C’è una rete di intellettuali…Trovo che per il mio lavoro e per la mia crescita spirituale, il tipo di vita che si svolge nella comunità sia più preziosa di quella della rete. Perché la rete ti incoraggia a pensare che sei importante, la comunità no” (pag. 29). Trovo piuttosto sorprendenti e profetiche di quello che la rete è oggi queste parole di Snyder e mi ci ritrovo abbastanza. Per comunità lo scrittore non intende persone che fisicamente si incontrano per parlare di temi che stanno loro a cuore; per essere una comunità bisogna vivere in un luogo con caratteristiche naturali che non corrispondono ai confini stabiliti in maniera arbitraria nel corso dei secoli. E’ l’argomento affrontato nel saggio RI-ABITARE, già pubblicato in Italia in La grana delle cose (1987). In esso viene spiegato il concetto di bioregione, come area territoriale e culturale con caratteristiche proprie, come bacini idrici, la flora, ma anche la religione, il dialetto, i miti; caratteristiche queste che si sono sviluppate sul pianeta a partire da 40000 anni fa e che in parte sono arrivate fino a noi. E ciò nonostante che nel corso dei secoli la bioregione sia stata sovrastata dagli stati e dai poteri assoluti. Questi poteri hanno creato filosofie e religioni dell’assoluto. “Tutte le grandi religioni del mondo civilizzato rimangono principalmente umano-centriche. C’è un passo successivo che viene escluso o dimenticato – cosa dirai alla gazza? Cosa dirai al serpente a sonagli quando lo incontri? Cosa impariamo dallo scricciolo, o dal colibrì, dal polline del pino?…”(pag.22). E subito dopo arriviamo al nocciolo della scelta bioregionale. “La ragione per cui molti di noi vogliono compiere questo passo è semplice, e si spiega nei termini di questo nostro riallacciarci, che ci riporta indietro di quarantamila anni. Ad un certo punto, in questi ultimi vent’anni, le migliori menti dell’Occidente hanno scoperto con loro sorpresa che viviamo in un Ambiente…Siamo di nuovo consapevoli che viviamo all’interno di un sistema chiuso, di un sistema che ha dei limiti specifici, e che siamo interdipendenti ad esso”.( pag.22). Queste riflessioni continuano e si approfondiscono in altri saggi contenuti in questo libro, ad esempio in “Scrittura innaturale” ( 1992), dove si affronta il tema del rapporto tra scrittura e natura. Come la intende Snyder la scrittura è uno dei modi in cui la natura si svela all’uomo, “un modo per scoprire la grana delle cose, di svelare il caos equilibrato che struttura il mondo naturale” (pag. 72). E’ una definizione di scrittura che mi suona familiare, che nel mio piccolo pratico anche io, camminando e scoprendo, guardandomi semplicemente intorno, osservando dopo la pioggia una lumaca sul terrazzo e domandandomi come ha fatto a salire fin qui? Quella di cui parla Snyder è la scrittura che nasce dall’osservazione, dalle cose naturali così come sono, cioè selvatiche ( come vedremo questo non è sinonimo di wilderness). Citando un’altra sua opera, La pratica del selvatico, che non è presente in questo volume, lo scrittore afferma che i sistemi selvatici possono essere “irrazionali, ammuffiti, crudeli”. C’è una letteratura in altri ordini di esseri, quella “della scia di odore che passa da un cervo all’altro…una letteratura di macchie di sangue, un po’ di urina, uno spruzzo d’estro, un po’ di solchi, un graffio su un arbusto, e via. In questa visione, anche la più piccola foglia d’erba, ogni minuscolo insetto è sacro. In un altro testo di questo libro, “Un’assemblea di villaggio di tutti gli esseri (1995) ” si afferma infatti che “ L’intera natura biologica si può considerare un’enorme puja, una cerimonia di offerta e condivisione” . L’intima percezione dell’interconnessione, fragilità, inevitabile impermanenza e dolore…è un’esperienza che risveglia la compassione” (pag. 78). Da questa esperienza di compassione, si chiede lo scrittore, può nascere “un’etica che vada oltre gli obblighi tra umani, e si allarghi a comprendere la natura non umana?” (pag. 80). Per Snyder sì, ma deve avvenire nella pratica, “luogo per luogo”. Ecco perché esiste la rete bioregionale, per praticare e dare voce a questa etica dell’umano e del non umano. Ma cos’è per Snyder questa natura di cui si parla in tutti i saggi di questo libro? La caratteristica essenziale della natura è la selvaticità. “Selvatico allude a un processo di auto-organizzazione che genera sistemi ed organismi, ciascuno è all’interno dei limiti – e costituisce una componente – di sistemi più grandi, a loro volta selvatici, come i maggiori ecosistemi” (pag. 84). Come ho già accennato in precedenza per Snyder selvatico non è sinonimo wilderness. La differenza è spiegata nell’intervista a David Lukas inserita verso la fine del volume. Con wilderness ci si riferisce a luoghi selvaggi non manipolati dall’uomo, il significato di selvatico invece è quello che ho riportato alcune righe fa, fa riferimento cioè a luoghi in cui avvengono processi universali di auto-gestione. In questo senso, dice infine Snyder, “ una piccola, sottile, non manipolata striscia di terra lasciata selvatica, ma anche un parco urbano devono essere apprezzati” ( pag. 132. Mi sono detta quando ho letto questa definizione di selvatico, come un processo di auto – gestione e auto – organizzazione: ma allora anche noi siamo selvatici, ovvero lo è il nostro corpo di cui non controlliamo il funzionamento, e lo è la nostra mente, quella parte della nostra mente che chiamiamo inconscio. Snyder ne parla in questa stessa intervista. Alla domanda: Cos’è esattamente la pratica del selvatico? Così risponde: “ iniziamo riconoscendo il selvatico che è in noi stessi, nel capire come l’immaginazione sia selvatica. Il linguaggio è selvatico…Quel processo profondo che usa i nostri corpi e le nostre menti è il primo livello di un certo tipo di pratica. Se una persona può entrare in contatto con tutto questo e lo apprezza per ciò che è, allora le sue simpatie possono espandersi alla vita e allo spirito che dimora là fuori negli ecosistemi” (pag. 133).

 Gary Snyder, Nel mondo poroso. Saggi e interviste su luogo, mente e wilderness, Mimesis Edizioni, Collana Eterotopie diretta da Salvo Vaccaro e Pierre Della Vigna
Traduzione di Rita Degli Esposti
Collaborazione per la revisione dei testi Etain Addeu
Il volume è a cura di Giuseppe Moretti