La camera – racconto di G.C.

Quando mi riaccompagnano in camera dopo l’intervento, nell’altro letto c’è un signore magro, alto. la pelle del volto ancora scura per il lungo tempo trascorso al sole, così gli avambracci scoperti. non ci salutiamo. Dopo poco gli portano il pranzo che consuma al tavolino della camera, svogliato. Compare la moglie che gli parla prima sottovoce poi alzando la voce a poco a poco gli dice che lui è un uomo cattivo che per farla venire lì non la ha neppure fatta partecipare al funerale del fratello, la voce è lamentevole ma non incerta. Entra un medico che comunica la loro prossima dimissione, tra un’ora. La coppia inizia a preparare la valigetta, l’uomo va in bagno, esce e si infila i pantaloni e si veste di tutto punto, indossa la giacca e mette il cappello, poi si risiede sul letto, non dice una parola. La moglie si copre la testa con un fazzoletto, abbottona la giacca, ” la Irma è già partita, tra un po’ arriva” si siede su una seggiola e ripete la storia del funerale del fratello, poi tacciano entrambi e rimangono immobili, seduti.Trascorre un’ora ed entra un altro medico che consegna il foglio di dimissione , loro non si muovono, la Irma non arriva, sembrano una coppia di migranti messicani, escono nel corridoio e non li vedo più. La camera è mia, spengo tutte le luci.
La mattina dopo mi cambiano camera , dal terzo al secondo piano. Nel letto vicino c’è un omone che saluta al mio buongiorno, è una persona ordinata, molto precisa e silenziosa, quando ci portano il pranzo ci alziamo entrambi, lui sul lato lungo ed io su quello corto del tavolino. Da un sacchetto di stoffa estrae le posate di metallo e si gusta la minestrina in brodo con tanto piacere che gli cedo anche la mia e non dimentica di aggiungere la bustina di formaggio. Il purè deve essere una sua passione, seguito dalla bustina di marmellata, gli cedo la mia che ripone con un sorriso spiegandomi che è stato un autista di autobus di linea ora in pensione. Va in bagno, lava le posate e le ripone, piega il tovagliolo.
La mattina dopo mi cambiano camera, dal secondo al primo piano. La stanza non è occupata e posso regolare la tenda della finestra in modo da riparare gli occhi senza ridurre la luce. Dopo qualche tempo un infermiere accompagna un signore giovane e pesante con un evidente problema ad una gamba che tiene scoperta, gli duole. La dottoressa che mi visita, controllati i vari parametri, dice che può dimettermi e dopo un’ora sono fuori. Spioviggina ed è freddo, Rossella chiama un taxi e ce ne andiamo.
6122019

Salpammo da Acciaroli, racconto di G. C.

Salpammo da Acciaroli alle 4 del mattino. Percorremmo il lungo molo con il motore al minimo, quasi timorosi di turbare il silenzio e la notte. Non avevamo mai navigato di notte, noi tre assieme. Ci scambiavamo poche parole a bassa voce, raggiunto il mare aperto, scuro il cielo, scuro il mare. I nostri sguardi vagavano in alto in attesa dell' alba che ci avesse rilevato il tempo che ci aspettava e che ci avrebbe accompagnato alla nostra meta, l'isola di Salina. Presto un sole prepotente fugò le poche nuvole alte, di calore , quindi ci apparvero l'orizzonte, il cielo, il mare, la luce infiniti ed iniziò un sogno.
La mancanza assoluta di vento aveva appiattito la superficie del mare che non aveva onde, ma una superficie continua liscia incredibile, il motore rotolava a mezza forza, attutito, le vele inutili ,ammainate. Eravamo affascinati da questo infinito di una bellezza assoluta, dal calore che un po’ stordiva e che portava le menti a guardare in se stessi. Poche le parole tra di noi, qualche confidenza pacata, un ricordo che emergeva, raccontato raramente. Spesso il cambio,uno di noi in coperta, di vedetta, gli altri
sottocoperta al riparo dalla luce, sole, calore.Impossibile rendere la magia di quel viaggio dove il silenzio era rispetto per gli altrui pensieri.
Alle 17,40 attraccammo a Salina.