Sul romanzo che sto scrivendo

 Non ha alcuna importanza per me che questa storia sia bella o brutta, noiosa o no, interessante o no, scritta bene o no. Non mi importa. E non mi importa neanche di finirla. Che abbia cioè una fine, non ha una fine finché io vivo. Sembra che personalmente io non c’entri nulla con la gente di questa storia, molti di loro non li ho mai visti e mai li vedrò. Per la maggior parte questo libro è frutto di immaginazione. Come tutto, del resto, come dice il buddismo, per quello che ne so e ne ho sentito dire dai maestri. Quindi che sia frutto di immaginazione è logico, perché tutto è frutto di immaginazione, perché per quello che ne ho sentito dire e per quello che ne ho letto, secondo il buddismo, soprattutto quello tibetano, nulla davvero esiste, nel senso comune che diamo all’esistere, ma tutto quello che crediamo esistere è frutto della nostra mente, è creato dalla nostra mente e proiettato fuori, come se fosse un film che stiamo girando di cui l’unico personaggio è la nostra mente. Si preoccupa del verosimile la nostra mente? Penso di no. Siamo noi che attribuiamo a questo e quello la didascalia mentale: questo è verosimile e questo no. Eppure per tutto questo romanzo mi sono preoccupata soprattutto del vero e del verosimile rispetto a questa storia. Nel prossimo mi voglio lasciare andare di più, è più divertente.