Mia recensione di “Un altro posto” di Cristina Pacinotti

un altro posto

Abito in campagna, anche se non in un posto isolato come quello di cui si parla in questo romanzo. Dove sto io è una frazione di un paese della “bassa” tra Bologna e Ferrara. Anni fa si parlò di costruire da queste parti un grande centro-divertimenti con negozi e anche appartamenti. Campi di grano, frutteti, alberi, maceri, oasi d’acqua sarebbero stati spazzati via. Eravamo preoccupati. Ci sentivamo in trappola. Ma qualcuno era pure contento. Le case si sarebbero “rivalutate”. Poi per fortuna non se ne fece più niente. Il fatto è che parlare di grandi opere in generale è un conto, ma quando la grande opera te la fanno vicino casa allora è un altro paio di maniche. E non la vuoi. Sei disposto anche a partecipare ad assemblee, comitati di cittadini, perfino riunioni di partito, tutte situazioni in cui non ami stare. Ami la vita tranquilla della tua frazioncina.
Un altro posto” di Cristina Pacinotti non mi è piaciuto tanto per la tematica che affronta: l’irruzione della grandeopera (come viene sempre chiamata nel romanzo senza mai dire di cosa si tratta) in un’oasi meravigliosa e incontaminata dell’alta Toscana. Mi è piaciuto che la scrittrice ne abbia parlato in modo intelligente e non ideologico. Come? Mostrandoci la vita quotidiana dell’ecovillaggio di Frabosco, che deve essere coinvolto dalla grandeopera tanto da ricevere una disposizione ufficiale dalle autorità in base alla quale deve essere evacuato. L’aia fuori dall’uscio di casa, il bosco in cui si fa legna e lunghe passeggiate, il frutteto, i vario orti, l’allevamento di pecore e capre, il pane da preparare nel forno a legna e le altre mille mansioni giornaliere degli abitanti di Frabosco, la strada da fare per andare in paese a leggere il giornale del giorno prima costituiscono la tessitura su cui è costruito il romanzo. E poi ci sono le persone. Chi narra tutta la storia è Maria che insieme al marito Ema e i loro tre figli ha fondato l’ecovillaggio. Su di loro è costruito l’intreccio dei rapporti umani a Frabosco, gli altri abitanti, come la coppia di norvegesi con i loro bambini, Giovanna, la professoressa di matematica, o Ugo, venuto dalla Sicilia fanno da sfondo e di loro non si parla molto. Il punto di vista che ci viene raccontato su Frabosco e la grandeopera è quello di Maria. E’ il suo piccolo mondo che verrebbe spazzato via; a questo proposito mi è piaciuto il modo delicato e “amoroso” con cui vengono descritti i gesti che accompagnano la sua vita domestica, i suoi pensieri, le sue rabbie e paure,il suo amore per il marito e i figli. Ma tutto questo piccolo mondo ha ragion d’essere lì in mezzo ai boschi ancora incontaminati tra la Lunigiana e la Garfagnana, dove si raccolgono liberamente funghi, lamponi, more, erbe selvatiche che si è imparato a riconoscere da Eva, una donna antica di anni ed esperienza che ha vissuto tutta la via in quel villaggio poi abbandonato che i fraboschini hanno rimesso a nuovo per viverci. E tutto questo è reso con una scrittura efficace e coinvolgente che già conoscevo dall’aver letto il precedente suo romanzo “Luogo comune”: http://lascrittura.altervista.org/recensione-del-romanzo-luogo-comune-di-cristina-pacinott/ . Una scrittura semplice, piana quella di Cristina che racconta anche con molti dialoghi un mondo in pericolo. Una comunità e i suoi gesti in pericolo. La grande opera è già cominciata, il cantiere già impiantato, gli operai sono già all’opera.
Ma cos’è Frabosco? E’ un piccolo insieme di case abbandonate trovate da Maria ed Ema dopo una lunga ricerca. Sono state ristrutturate da un piccolo gruppo di adulti con i loro figli. Chi si dedica alle capre e pecore, chi fa il falegname, chi il contadino, chi come Maria alla conduzione della casa e alla scrittura. Sembrano andare tutti d’accordo. E questa è una cosa bella, non facile in genere, ma loro paiono riuscirci senza sforzo. Anche se i figli di Maria e Ema appena possono se ne vanno in cerca di una vita più movimentata. Poi qualcuno porta una notizia: Frabosco sarà evacuato. Come ci fosse una guerra o una catastrofe imminente. Ma la mobilitazione per salvare il villaggio è difficile da realizzare. Non siamo più negli anni ’70. Molti della zona sono favorevoli alla grandeopera, porterà lavoro, sviluppo, porterà ricchezza. Nessuno si mobiliterà per impedirla. Allora a Frabosco si decide di fare una festa per mobilitare il mondo degli “alternativi”. La festa riesce bene e come potrebbe essere altrimenti? Bel posto, buon cibo e vino, gente affratellata da identici o simili stili di vita e valori. Ma si respira un’aria di sconfitta. Le mobilitazioni per giuste cause sono in disuso. A volte anche chi le condivide non ci crede più. Strano eh? Condividere qualcosa ma non crederci. E’ così oggi, se ci pensiamo. Non si crede più che una mobilitazione possa andare al di là dell’avere un valore simbolico. Anche a Frabosco le scelte che funzioneranno saranno quelle individuali. La famiglia di norvegesi decide subito di andare via. Lo aveva fatto per lo stesso motivo lasciando la Norvegia; anche lì una grande opera li aveva costretti a lasciare la loro fattoria. Cercheranno un altro posto dove ricominciare da capo il loro allevamento di pecore e capre. Mano mano tutti gli abitanti di Frabosco a parte Maria e Ema decidono di lasciare il villaggio. Intanto qualcuno venuto da fuori dà fuoco al cantiere della grandeopera. I figli di Maria e Ema si uniscono ai militanti che hanno compiuto questa azione e fuggono con loro. Tutto precipita. Inutile resistere. Dopo un periodo di lontananza i ragazzi tornano. La famiglia si riunisce, ma il sogno di un eden nei boschi svanisce. Ci sono altri ecovillaggi e molti ne stanno nascendo. Maria e Ema andranno a vivere in uno di questi.
Ci vedo una morale nel modo in cui il conflitto vita nei boschi- grandi opere viene affrontato da Cristina. Potrebbe stupire che la comunità di uomini donne e bambini di Frabosco si disgreghi, che ognuno se ne vada in un posto diverso, che ognuno cerchi un altro posto per sé e non per tutti. Ma sempre così succede. Una comunità, se tale, dovrebbe sopravvivere indipendentemente dal luogo dove si è formata. Invece quella comunità poteva esistere solo in quei boschi e non ad esempio in altri. Con tutte le riunioni, i “cerchi” in cui ognuno dice la sua a nessuno viene fatto di dire: costruiamo un altro villaggio per tutti noi in un altro posto; oppure trasferiamoci tutti in quel dato ecovillaggio che già esiste. Questa possibilità non è data. Questa è la morale che ci vedo,forse era quella che la scrittrice voleva comunicare ai suoi lettori. Apparentemente un romanzo contro le grandi opere che distruggono il paesaggio, la fisionomia di un paese, ma in realtà dietro questo tema solo apparentemente centrale ce ne è un altro. Cosa è rimasto degli ideali comunitari del nostro recente passato di occidentali? Poco, forse niente.

Pacinotti Cristina, Un altro posto, Edizioni ETS, Collana Obliqui, pagine 224, 2016, Illustrazione della copertina di GIPI.
Questa recensione è apparsa prima qui: http://www.lankenauta.eu/?p=4088 

Riccione

Una gran calma, me la ricordo sempre.
Ero piccola, quindici anni, forse diciassette.
Sulla riva del mare mitico di allora di Riccione in un’ora in cui tutti se ne erano andati a pranzo o lo stavano per fare. Ero su un lettino, credo fossero di tela allora. Ero vicino alla riva del mare. Sentivo le ondine frangersi con un suono di risacca, sempre uguale, sempre uguale. Ce l’ho ancora nelle orecchie. Io ero lì che prendevo il sole e senza volerlo, deciderlo, come accade ora ansiosa come sono, spontaneo avvenne che il suono sempre uguale, sempre uguale mi prendesse e mi portasse nel luogo astratto dove quel suono era. Mi catturò e stavo così bene come non sono stata mai più dopo. Sarei stata lì ancora, ancora, per sempre se questo fosse stato umanamente possibile. Ma poi mi chiamarono e dovetti andare via, a casa, a pranzo.Lasciai quello stato calmo, assente, vuoto di vita, problemi, vuoto anche di mente. C’era solo quel suono della risacca così calmo, così caldo, accogliente e c’era qualcosa di altrettanto astratto e mitico che era la mente di quella ragazzina di 15,17 anni.
Ora medito per calmarmi, ma è un’azione. E’ una decisione. Non funziona in maniera così assoluta come quella volta, quell’unica volta sulla riva del giovane mare di Riccione. 

Tempo fa tagliarono alcuni alberi

Tempo fa tagliarono alcuni alberi vecchi e malati. Ma lasciarono il tronco. Era largo, pieno di buchi e segni dell’età. Era bello guardare quel cerchio pieno della loro antica vita. Era la loro storia. Ora hanno sradicato quei tronchi per metterci giovani alberelli. Così quei vecchi alberi è come non fossero mai esistiti. Han fatto così anche con un meraviglioso albero cavo. Ci vedevi dentro fiabe, folletti, abitanti sconosciuti. Ora l’hanno tolto e anche lui è come non fosse mai esistito.

Il petalo

Invecchia
come me che invecchio –
lo vedo mutare
sbiancare
impallidire –
in mezzo un fulmine
più scura è la parte viva
come i bordi
che si accartocciano
lo vedo
e ci mette poco –
ci siede dentro un bambino
di plastica gialla
braccia al cielo
a chiedere un aiuto rosa –
il bimbo sparisce
il rosa diventa trasparente
vene senza sangue
linfa che si secca
bordi che si piegano
in così poco tempo –
ieri abbiamo parlato di morte
di come accade
di come anche a noi
si accartocciano i bordi
in così poco tempo

Il prato

Piccolo non si riposa –
non c’è più –
grossa saltella
giallo vola, non va piano –
cercano, fuggono
soprattutto fuggono
mi toccano
mi girano intorno
sono il loro grande fiore
da annusare
pizzicare
che ha tanto buon sangue da succhiare –
i cani invece giocano
ansimano
guardano –
la tortora passa
nell’erba una formica nella sua foresta –
il cane piccolo ha paura
e tenero si avvicina
la mosca mi accarezza, mi fa il solletico –
animali che si scacciano…
una farfalla immensa irrompe
in tutta questa normalità –
come ieri
che mi è successa una cosa che non so dire –
“guarda”, mi ha detto
mostrandomi l’insetto
color turchese morto stecchito,
non era minaccioso il tono
era riferito al colore così bello
così strano –
per me era la Verità
che mi metteva brutalmente sotto il naso –
ho avuto paura
ho detto “no, no”

 

Petali del melograno

Sparsi sull’erba
sono come lacrime rosse
però di gioia
o ali inutili di farfalle
che hanno preso
un volo più alto
e le hanno lasciate a noi
per ricordo –
ronzano le api
intorno ai fiori –
il melograno è grande
cresciuto in mezzo al vento
che soffia oggi intorno a lui e a noi –
sul quaderno  si è posato un  petalo
non vuole essere dimenticato
buttatto via
insieme a quelli già pronti in un angolo –
lo metto tra due pagine
come si faceva un tempo
in quel tempo antico
quando si nutriva la nostalgia
coi petali caduti –
è strano il fiore del melograno
quando ha perso i petali
che sono sempre sei

La cuccia

C’è una cuccia
dentro il grand’albero cavo –
una tana
di sicuro abitata
quando nevica e fa freddo
da cani randagi
folletti
anime perse
galli cedroni
vecchie storie
e fantasmi del passato –
L’albero cavo
è corroso
grosso
vecchio
ma è vivo
e butta foglie –
cade a pezzi
si sgretola
diventa segatura
ma butta
come ogni aprile  foglie