Mie riflessioni su “Le cose come sono”di Hervé Clerc

E’ un bel libro. Ci sono tante cose. Vale la pena comprarlo che per me è sinonimo di leggerlo. Perché ormai compro solo libri che so vale la pena leggere. Che mi servono. Per la mia anima. Per la mia vita interiore. Anzi sono libri che rileggo. Anzi sono libri che consulto. Li riguardo. Cerco in essi quel nome, quel concetto che mi aveva colpito. Oppure cerco altre cose, spero di trovarvi altre cose.
Questo non è un libro sul buddismo. No, non lo è. Assolutamente. E’ un’autobiografia spirituale, l’autobiografia intima di Hervé Clerc. Il suo essere un pò buddista. Che vuol dire che un pò non lo è. Nessuno ormai è più qualcosa di netto, definitivo, alternativo a qualcosa. Sono i nostri tempi. Ma questo libro è importante perché affronta il problema del rapporto tra il buddismo e l’occidente. Che è stato ed è tuttora, secondo Clerc, un enorme travisamento, l’innamoramento verso qualcosa che non si è capito, ma che molti in occidente hanno accettato incondizionatamente. Clerc è scettico sulla possibilità che si sviluppi un buddismo occidentale. Se accadrà ci vorranno secoli. Come ad esempio accadde in Cina e Tibet. Per ora gli occidentali hanno questa grande attrattiva per il buddismo vissuto come qualcosa di esotico, di affascinante, come qualcosa da prendere così com’è senza cercare di integrarlo nelle proprie tradizioni culturali, metterlo in contatto con la nostra straordinaria tradizione letteraria, artistica, religiosa e filosofica. In questo Clerc è un buddista atipico. Anzi non si definisce neanche tale. E’ interessato ad un buddismo che lui definisce “comune”; qualcosa che ha più a che vedere con la propria intima condizione umana piuttosto che con quell’insieme immenso di dottrine che possiamo racchiudere nella parola buddismo. Dice anche di non cercare un maestro. Cosa che tutti coloro che si definiscono buddisti tengono in massima considerazione. Ci siamo passati tutti in questa fase. Ci passiamo tuttora. Dice Clerc a questo proposito:  “Non credo molto ai maestri, nè, di conseguenza ai discepoli, ma solo agli incontri” (pag. 161 ). Come è vero! E come è bello, gratificante e utile credere solo nelle esperienze concrete. Nella saggezza che viene dal vivere.
Ma solo alla fine del libro ci racconta la sua  esperienza mistica. Perché solo l’esperienza a lui interessa, non la dottrina. Questa esperienza è il motivo che mi ha spinto a comprare questo libro. Perché non capita tutti i giorni sentirsi raccontare di aver vissuto, anche se per molto poco tempo, il Nirvana. Fu da giovane e fu improvvisa, in pieno ’68. Il ’68 non politico, quello cui apparteneva Clerc. Fu una specie di esperienza psichedelica. Perché fu conseguenza dell’ “azione di una sostanza illecita potentemente allucinogena”. Per descriverla Clerc usa parole come “splendore”, “folgorazione”, “Sollievo”. Dice: ” Questa felicità era di una intensità tale che poi, riflettendoci, mi sembrò si potesse benissimo morirne” (pag. 196 ).  Di colpo il mondo gli appare così com’è. Non è più costruito, ma si rivela. Qualcosa di difficile da definire, anche se Clerc riesce a farlo splendidamente. E noi che non abbiamo mai vissuto un’esperienza del genere? Proviamo una grande invidia.
Mi sono parecchio identificata nelle posizioni, punti di vista, sentimenti di Clerc verso il buddismo (  lui nel libro fa riferimento a quello hinayana ). Soprattutto nel fatto che non si definisce buddista ma pratica la meditazione. Cioè Clerc ha un approccio esperienziale al buddismo, che dice non essere la sua filosofia, tanto meno la sua religione. Ma in tutto il libro mi è sembrato di avvertire ( magari è una mia proiezione mentale ) quella certa malinconia di colui che non crede abbastanza in qualcosa da potersene definire un allievo, un adempo, uno che appartiene a qualcosa. La malinconia di colui che non crede ma lo vorrebbe molto.