Raccolto, racconto di G.C.

Raccolgo della frutta dagli alberi che ne sono carichi. Mele mature, piene di sapore tiepido eppure  croccanti, la buccia resistente e saporita. Le pere sono ancora primaticce, granulose e asprigne, mi siedo ai piedi di un tronco, nell’ombra incerta e mutevole di un albero potato a spalliera. La resina sul legno sembra mastice.
Il campo è di Giampaolo, su quella terra viveva la casa dei suoi nonni, a pochi passi dalla riva sinistra dell’Idice, alla Riccardina di Budrio.

Raccolgo i pensieri.

Cosa cosa dici?

Cosa, cosa dici?, dici davvero? , ma cosa dici?, vuoi mica scherzare?, ti dicono quando non stai scherzando proprio per niente cosa vuoi scherzare ti dicono, te lo dicono con un punto interrogativo nella voce ma non è mica una domanda è un’affermazione non stai mica scherzando ? col punto interrogativo per loro non è una domanda ma una affermazione constatazione, imperativo categorico, hai capito cosa cosa dici? Vuol dire che dici solo fesserie- cosa cosa dici ma cosa cavolo dici proprio quando stai dicendo la cosa più seria importante quando ti stai denudando in un certo modo l’anima, proprio quando ti stai denudando in un certo modo l’anima loro saltano su a dire ma cosa dici stai mica per caso scherzando? Scherzando ma ti pare che si possa scherzare che so sulla morte sul fatto che c’è gente che conosciamo che si vuole ammazzare ma cosa….. stai per caso scherzando ma cosa dici? Ma cosa dici ma perché dici questo a volte dicono per cambiare ogni tanto le parole forse anche per cambiare ogni tanto discorso ma solo un po’ ma perché dici questo dicono quando un po’ ti vogliono accusare di qualcosa magari qualcosa che hanno fatto che ne so loro , ma cosa stai dicendo , non vorrai mica scherzare allora qui aggiungono, ma il tono è più pericoloso qui vuol dire che stanno per arrabbiarsi stanno per arrabbiarsi di una cosa che tu hai detto di loro magari proprio perché è una cosa vera allora loro dicono ma cosa stai dicendo e spesso alzano anche la voce nel dirlo.

Not dark yet di Bob Dylan: se non è poesia questa…


Improvvisazione stando seduta su una sdraio in giardino

Senz’arte miagola-abbaia neanche tanto lontano –
mosche piccole mi tormentano le gambe, le caccio ritornano –
mi piace il verde mischiato al color paglia del prato appena rasato –
non voglio rientrare in casa, mi annoio, meno qui in giardino –
vorrei vivere qualcuno dei sogni che sogno – la gente che incontro
che cerco che mi abbandona e poi ritorna come se niente fosse –
quanta libertà nei sogni è una specie di seconda giovinezza –
è vita di notte mentale eppure sembra “vera” e lo è-
i sentimenti i desideri la malinconia e la gioia la sento davvero
e al risveglio continuo a provarli rimangono con me per un po’ di tempo
che dura favorevole nella tavola che apparecchio
nel cibo sempre uguale che preparo –
penso spesso alla moglie di R. che una volta mi disse che loro non cucinavano mai
ma compravano tutto in rosticceria –
deve essere bello ma per me sarebbe bello solo per un po’

Improvvisazione sul tema: l’altrui elogio

L’altrui compenso – elogio – affetto –
dicono che gli attori recitino per l’applauso –
posso dire anche gli scrittori –
per un like, un libro in più venduto, un lieto fine a un firma copie –
ma scrivono anche per l’elogio di se stessi a se stessi
quando riescono a scrivere sia con la testa vuota che piena –
testa vuota sta per sonno – stanchezza mala voglia –
piena non  sta per ispirazione ma test piena di idee e ripetizioni –
pensiero che sta lì su se stesso e ancora ancora sa solo ripetersi
riprovarci – non a capire ma a non capire – voglia sopita –
intanto qui accanto asfalto caldo – gente che lavora – fa buche e poi le riempie –
parlano un dialetto veneto forse – perché no? – parlano un dialetto comunque e io non li capisco –
usano una macchina col motore che va va…fa buche?
non so ma poi si spegne-
e il cagnetto lì vicino smette di abbaiare –
ma solo una vocina ogni tanto –
il mio accanto a me si spulcia cioè si mordicchia il dorso freneticamente –
lo fa solo d’estate –
dicono che d’estate il pelo lungo è meglio per un cane –
ha meno caldo dicono –
mi si chiudono gli occhi – vorrei dormire
e forse lo faccio.

Intervista a Luca Pollini sul suo nuovo libro: Gianni Sassi, il provocatore

Luca Pollini ha pubblicato nell’Aprile di quest’anno un libro dal titolo Gianni Sassi, il provocatore per l’editore Tempesta.

Scrive Luca Pollini nel suo sito Retrovisore a proposito di questo suo libro: “Definire Gianni Sassi un intellettuale è limitato. Ha spaziato nel mondo della cultura a 360 gradi. È stato sicuramente un grafico, un pubblicitario, un comunicatore, un pubblicista, scrive testi e poesie. Ma è anche un discografico, un editore, un impresario, un organizzatore di eventi, un estremista, un anticipatore. Tutti ruoli interpretati sempre con ironia e provocazione. Sassi è stato uno dei più grandi operatori culturali italiani, sicuramente il più sottovalutato….”

Ho posto alcune domande a Luca Pollini a proposito della, figura di Gianni Sassi :

Perché hai scritto una biografia di Gianni Sassi? Qual è il tuo interesse per lui e perché nel titolo lo definisci “provocatore”?

È stato un intellettuale con un’anima pop; che ha disegnato davvero nuovi ambienti, culturali e non solo, adattando il suo grande talento a un Paese che ha contribuito fortemente a cambiare. Cogliendo il nuovo e il diverso degli ambienti che ha attraversato (arte, musica, grafica, enogastronomia, politica, ecc.) creando e lavorando insieme agli altri, soprattutto ascoltandoli. Sassi non solo viveva il quotidiano, ma lo voleva trasmettere.
Nei suoi messaggi ha sempre utilizzare un gioco intellettuale, a volte sofisticato, a volte molto violento.

Hai conosciuto personalmente Gianni Sassi? In quali circostanze? Eravate amici?

No, personalmente non l’ho mai conosciuto, ma l’ho visto all’opera. Ero presente al concerto di John Cage al Teatro Lirico. Ero tra quelli che fischiavano e contestavano e che ha promosso un’assemblea estemporanea per discutere sull’ennesima provocazione messa in scena da Sassi.

La tua biografia di Gianni Sassi mi ha molto interessato perché non sapevo che dietro tanti eventi tra gli anni ’60 e ’80 e anche dopo ci fosse lui. Pensavo nascessero per iniziativa di gruppi politici e sociali. Invece dietro i festival, i convegni, i raduni di migliaia di persone c’era Gianni Sassi. Che rapporto aveva lui con in gruppi extraparlamentari degli anni ’70 e i centro sociali successivi? Andavano d’accordo con lui?

È stato un rapporto d’amore e odio. Nonostante non avesse in tasca nessuna tessera di partito o di qualsiasi altra organizzazione, all’inizio Sassi era visto come un intellettuale “amico”, vicino ai gruppi, uno che “sposava” la causa. Con l’andare del tempo, soprattutto con i primi successi e le produzioni musicali culturalmente “alte” i rapporti si sono incrinati; fino alla condanna vera e propria: lo hanno accusato di essere schiavo del sistema e di arricchirsi alle spalle dei giovani proletari. Cose assolutamente non vere: lui era ricco solo di idee. E basta.

E che rapporti aveva con le istituzioni?

Semplicemente le ignorava. Non gli interessavano i rapporti con sindaci, amministratori, presidente di municipalizzate o quant’altro. Erano anzi loro a bussare spesso alla sua porta. Un grande aiuto nella “diplomazia” l’ha avuto Mario Giusti, con il quale ha realizzato i festival Milanosuono e Milano.poesia a Milano. È stato Giusti a prendere i contatti con l’amministrazione comunale e, soprattutto, a recuperare i finanziamenti. Sassi non sapeva muoversi tra la burocrazia: la odiava.

Come hai effettuato le tue ricerche per scrivere questa biografia? Quali sono state le tue fonti?

Ho letto libri, ascoltato le sue produzioni, raccolto testimonianze di chi ha lavorato al suo fianco..

Di quale organizzazione, a livello di persone, disponeva per dare vita a tanti eventi così complessi a livello organizzativo?

Sembra impossibile ma non aveva nessuna organizzazione: il tutto era lasciato all’improvvisazione, dove lui – ovviamente – era al centro di tutto. Al.Sa, Cramps, Intrapresa erano aziende che si basavano sulla creatività, non sull’organizzazione. Un punto di riferimento essenziale per lui è stata Monica Palla, che non era una segretaria, e nemmeno un braccio destro, ma una vera e propria emanazione del Sassi-pensiero. Il suo alter-ego. Credo che senza di lei, la sua praticità, molte iniziative non avrebbero visto la luce.

Mi racconti qualcosa della sua vita privata (se puoi/vuoi)?

So veramente poco: non è mai stato sposato, non ha avuto figli. So solo di due fidanzate: Sandra, la barista vicino a casa sua che gli fa conoscere Sergio Albergoni, suo futuro socio nell’Al.Sa; e l’attrice-ballerina Valeria Magli.

Dalla lettura del tuo libro ho avuto l’impressione che tutto quello che organizzava andasse sempre a buon fine, anche se organizzava grandi eventi partendo da nulla, solo con l’idea che gli era venuta in mente. Come spieghi questo fatto?

Non era fortuna, era semplicemente la capacità di saper leggere la realtà e i bisogni di quel particolare momento. Ribadisco: Sassi aveva l’abilità – e l’intelligenza – di saper rappresentare e interpretare il quotidiano. È stato l’unico che nella prima metà degli anni Settanta capisce che si era a un passo da una vera e propria rivoluzione, che riguarda non solo la comunicazione, ma l’informazione e la cultura in generale.

Perché, secondo te, si sa così poco di una persona per certi versi eccezionali come Gianni Sassi? Pensi che dipenda dal fatto che lui appartiene alla vita e alla cultura prevalentemente milanese? O per quali altri motivi?

Non penso che sia per via del fatto che il quo quartier generale fosse a Milano, anche perché molti suoi lavori – i dischi della Cramps, le riviste come la Gola o Alfabeta – sono di respiro nazionale; Milano poesia era un festival internazionale; la performance Pollution è stata fatta a Bologna: Credo piuttosto che sia stato osteggiato da una certa intelligencija a cui dava fastidio questa sua facilità di declinare e trasformare la cultura “alta” in pop.

Gianni Sassi ha promosso case discografiche, gruppi musicali importanti come gli Area e gli Skiantos, riviste prestigiose come Alfabeta; da cosa dipendeva la sua capacità di coinvolgere le persone? Carisma? O cosa? Perché intellettuali anche importanti di affidavano a lui?

Con artisti e intellettuali aveva un rapporto interpersonale. Era abile a gestire le situazioni difficili che si creavano – trattare con personaggi e artisti credo sia una delle cose più faticose da fare – soprattutto quando i conti non tornavano. Allora, grazie al suo fascino convinceva gli artisti che “il mercato non li capiva, che loro erano in anticipo sui tempi, che prima o poi sarebbe venuto il loro momento” mentre al pubblico, alla critica e ai mecenati diceva che credendo ed investendo denaro su quella determinata idea/progetto – non stavano spendendo soldi, ma stavano guadagnando. Aveva una capacità unica di convincere la gente. Il suo carisma era notevole: anche quando bleffava – e spesso gli accadeva di farlo – era credibilissimo.

“Diario” di Etty Hillesum

“Certo, è il nostro totale annientamento! Ma sopportiamolo con grazia”

Quello che mi ha spinto a leggere Diario di Etty Hillesum ( libro poderoso di 797 pagine)  è stato venire a sapere che si trattava della storia di una giovane ebrea olandese che, pur potendo evitare la deportazione in un campo di sterminio nazista, non lo fece per seguire le sorti del suo popolo. Ero affascinata dall’idea di qualcuno che vive un ideale, un dovere morale, come qualcosa che va al di là del subire per essi grandissima sofferenza e la morte stessa.
Ma man mano che leggevo questo libro mi sono accorta che per la maggior parte delle pagine “Diario” racconta una grande storia d’amore. Etty, giovane ventottenne dai molteplici interessi già vive con un uomo di sessant’anni e si innamora di uno di cinquantacinque. Cosa strana ma non troppo in fondo; credo infatti che negli anni ’40 come al giorno d’oggi, capiti  che giovani donne si innamorino di uomini più grandi, in genere sedotte dal carisma che essi emanano. In questo caso l’amore di una vita da parte di Etty è per il suo “maestro”, Julius Spier, ebreo tedesco fuggito in Olanda, uno psicochirologo allievo di Jung. Egli capiva una persona attraverso l’analisi delle linee della mano. Etty ne era soggiogata, lo ammirava e soprattutto lo amava fino all’adorazione. Diventerà segretaria di Julius, e anche sua amante.
Le prime pagine di “Diario” scorrono nel racconto della vita quotidiana di Etty, e questo nei più piccoli dettagli: l’alzarsi la mattina, leggere Rilke, dare lezioni di russo, andare a casa di Julius ad ascoltare le sue lezioni. Fino innamorarsi perdutamente di lui. Perdutamente è l’avverbio che fa al caso di Etty Hillesum. Quando infatti per gli ebrei cominciano le restrizioni imposte dagli occupanti nazisti, come non poter più percorrere certe strade, fare la spesa nei negozi, non andare più in bicicletta, fino all’imposizione della stella gialla, Etty non sembra preoccuparsene più di tanto. Il suo pensiero fisso, il suo cuore e il suo corpo sono tutti pretesi verso le problematiche relative alla sua relazione con Jiulius Spier. Lui infatti ha una fidanzata a Londra e la stessa Etty, come ho detto, convive con un altro uomo che non trascura in quanto ad attenzioni e rapporti sessuali. La passione per Julius è grande, ardente, inarrestabile, l’attrazione per il suo corpo è enorme; eppure per pagine e pagine di “Diario” Etty si riempie la testa di dubbi sul continuare la relazione e soprattutto sul come e quando avere rapporti sessuali completi con il suo amato. Si vedono quotidianamente, ma entrambi sopravvalutano il loro rapporto spirituale rispetto a quello fisico; stentano a lasciarsi andare se non quelle volte in cui uno dei due o entrambi sono sopraffatti dalla passione. Mi sono stupita ma anche rallegrata del fatto che Etty, almeno fino alla deportazione, grazie all’amore per Julius, sentisse in maniera meno angosciante di altri, l’occupazione tedesca. Come se entrambi  vivessero in un mondo parallelo illuminato magicamente dal loro reciproco amore.
Nell’ultima parte di “Diario” Etty Hillesum entra nel merito della persecuzione nazista, ma lo fa in modo lieve, come se davvero lei riuscisse a tenere a distanza disperazione e angoscia, cercando di vivere il più serenamente possibile giorno per giorno, attimo per attimo. Quando il cibo comincia a scarseggiare non se ne lamenta, dando la precedenza a quello di bello che ancora le rimane: incontrare gli amici, un concerto del fratello Misha in casa di uno di questi, gli incontri diventati rari con Julius per via che non potendo andare più in bicicletta la distanza tra le loro due abitazioni diventa un impedimento al vedersi tutti i giorni.
Quando viene assunta al Consiglio Ebraico fa la spola tra l’edificio in cui si trova e il campo di Westerbock. Qui prima dell’occupazione tedesca erano dislocati gli ebrei che fuggivano dalla Germania, ora è un campo do transizione prima della vera e propria deportazione in Polonia. Agli altri ebrei che lavorano a Consiglio Ebraico la serenità di Etty è incomprensibile. L’ultima parte del “Diario” ci fa capire che essa è il frutto di un lungo allenamento interiore. Etty tramite gli insegnamenti di Julius Spier si è abituata ad indagare ogni emozione che prova, a guardarla ma senza farsene travolgere.
Etty Hillesum non vorrà mai lasciare il campo di Westerbock. Ciò costerà a lei e alla sua famiglia la deportazione in Polonia e dopo poco la loro inevitabile morte.