Intervista a Luca Pollini sul suo nuovo libro: Gianni Sassi, il provocatore

Luca Pollini ha pubblicato nell’Aprile di quest’anno un libro dal titolo Gianni Sassi, il provocatore per l’editore Tempesta.

Scrive Luca Pollini nel suo sito Retrovisore a proposito di questo suo libro: “Definire Gianni Sassi un intellettuale è limitato. Ha spaziato nel mondo della cultura a 360 gradi. È stato sicuramente un grafico, un pubblicitario, un comunicatore, un pubblicista, scrive testi e poesie. Ma è anche un discografico, un editore, un impresario, un organizzatore di eventi, un estremista, un anticipatore. Tutti ruoli interpretati sempre con ironia e provocazione. Sassi è stato uno dei più grandi operatori culturali italiani, sicuramente il più sottovalutato….”

Ho posto alcune domande a Luca Pollini a proposito della, figura di Gianni Sassi :

Perché hai scritto una biografia di Gianni Sassi? Qual è il tuo interesse per lui e perché nel titolo lo definisci “provocatore”?

È stato un intellettuale con un’anima pop; che ha disegnato davvero nuovi ambienti, culturali e non solo, adattando il suo grande talento a un Paese che ha contribuito fortemente a cambiare. Cogliendo il nuovo e il diverso degli ambienti che ha attraversato (arte, musica, grafica, enogastronomia, politica, ecc.) creando e lavorando insieme agli altri, soprattutto ascoltandoli. Sassi non solo viveva il quotidiano, ma lo voleva trasmettere.
Nei suoi messaggi ha sempre utilizzare un gioco intellettuale, a volte sofisticato, a volte molto violento.

Hai conosciuto personalmente Gianni Sassi? In quali circostanze? Eravate amici?

No, personalmente non l’ho mai conosciuto, ma l’ho visto all’opera. Ero presente al concerto di John Cage al Teatro Lirico. Ero tra quelli che fischiavano e contestavano e che ha promosso un’assemblea estemporanea per discutere sull’ennesima provocazione messa in scena da Sassi.

La tua biografia di Gianni Sassi mi ha molto interessato perché non sapevo che dietro tanti eventi tra gli anni ’60 e ’80 e anche dopo ci fosse lui. Pensavo nascessero per iniziativa di gruppi politici e sociali. Invece dietro i festival, i convegni, i raduni di migliaia di persone c’era Gianni Sassi. Che rapporto aveva lui con in gruppi extraparlamentari degli anni ’70 e i centro sociali successivi? Andavano d’accordo con lui?

È stato un rapporto d’amore e odio. Nonostante non avesse in tasca nessuna tessera di partito o di qualsiasi altra organizzazione, all’inizio Sassi era visto come un intellettuale “amico”, vicino ai gruppi, uno che “sposava” la causa. Con l’andare del tempo, soprattutto con i primi successi e le produzioni musicali culturalmente “alte” i rapporti si sono incrinati; fino alla condanna vera e propria: lo hanno accusato di essere schiavo del sistema e di arricchirsi alle spalle dei giovani proletari. Cose assolutamente non vere: lui era ricco solo di idee. E basta.

E che rapporti aveva con le istituzioni?

Semplicemente le ignorava. Non gli interessavano i rapporti con sindaci, amministratori, presidente di municipalizzate o quant’altro. Erano anzi loro a bussare spesso alla sua porta. Un grande aiuto nella “diplomazia” l’ha avuto Mario Giusti, con il quale ha realizzato i festival Milanosuono e Milano.poesia a Milano. È stato Giusti a prendere i contatti con l’amministrazione comunale e, soprattutto, a recuperare i finanziamenti. Sassi non sapeva muoversi tra la burocrazia: la odiava.

Come hai effettuato le tue ricerche per scrivere questa biografia? Quali sono state le tue fonti?

Ho letto libri, ascoltato le sue produzioni, raccolto testimonianze di chi ha lavorato al suo fianco..

Di quale organizzazione, a livello di persone, disponeva per dare vita a tanti eventi così complessi a livello organizzativo?

Sembra impossibile ma non aveva nessuna organizzazione: il tutto era lasciato all’improvvisazione, dove lui – ovviamente – era al centro di tutto. Al.Sa, Cramps, Intrapresa erano aziende che si basavano sulla creatività, non sull’organizzazione. Un punto di riferimento essenziale per lui è stata Monica Palla, che non era una segretaria, e nemmeno un braccio destro, ma una vera e propria emanazione del Sassi-pensiero. Il suo alter-ego. Credo che senza di lei, la sua praticità, molte iniziative non avrebbero visto la luce.

Mi racconti qualcosa della sua vita privata (se puoi/vuoi)?

So veramente poco: non è mai stato sposato, non ha avuto figli. So solo di due fidanzate: Sandra, la barista vicino a casa sua che gli fa conoscere Sergio Albergoni, suo futuro socio nell’Al.Sa; e l’attrice-ballerina Valeria Magli.

Dalla lettura del tuo libro ho avuto l’impressione che tutto quello che organizzava andasse sempre a buon fine, anche se organizzava grandi eventi partendo da nulla, solo con l’idea che gli era venuta in mente. Come spieghi questo fatto?

Non era fortuna, era semplicemente la capacità di saper leggere la realtà e i bisogni di quel particolare momento. Ribadisco: Sassi aveva l’abilità – e l’intelligenza – di saper rappresentare e interpretare il quotidiano. È stato l’unico che nella prima metà degli anni Settanta capisce che si era a un passo da una vera e propria rivoluzione, che riguarda non solo la comunicazione, ma l’informazione e la cultura in generale.

Perché, secondo te, si sa così poco di una persona per certi versi eccezionali come Gianni Sassi? Pensi che dipenda dal fatto che lui appartiene alla vita e alla cultura prevalentemente milanese? O per quali altri motivi?

Non penso che sia per via del fatto che il quo quartier generale fosse a Milano, anche perché molti suoi lavori – i dischi della Cramps, le riviste come la Gola o Alfabeta – sono di respiro nazionale; Milano poesia era un festival internazionale; la performance Pollution è stata fatta a Bologna: Credo piuttosto che sia stato osteggiato da una certa intelligencija a cui dava fastidio questa sua facilità di declinare e trasformare la cultura “alta” in pop.

Gianni Sassi ha promosso case discografiche, gruppi musicali importanti come gli Area e gli Skiantos, riviste prestigiose come Alfabeta; da cosa dipendeva la sua capacità di coinvolgere le persone? Carisma? O cosa? Perché intellettuali anche importanti di affidavano a lui?

Con artisti e intellettuali aveva un rapporto interpersonale. Era abile a gestire le situazioni difficili che si creavano – trattare con personaggi e artisti credo sia una delle cose più faticose da fare – soprattutto quando i conti non tornavano. Allora, grazie al suo fascino convinceva gli artisti che “il mercato non li capiva, che loro erano in anticipo sui tempi, che prima o poi sarebbe venuto il loro momento” mentre al pubblico, alla critica e ai mecenati diceva che credendo ed investendo denaro su quella determinata idea/progetto – non stavano spendendo soldi, ma stavano guadagnando. Aveva una capacità unica di convincere la gente. Il suo carisma era notevole: anche quando bleffava – e spesso gli accadeva di farlo – era credibilissimo.

“Diario” di Etty Hillesum

“Certo, è il nostro totale annientamento! Ma sopportiamolo con grazia”

Quello che mi ha spinto a leggere Diario di Etty Hillesum ( libro poderoso di 797 pagine)  è stato venire a sapere che si trattava della storia di una giovane ebrea olandese che, pur potendo evitare la deportazione in un campo di sterminio nazista, non lo fece per seguire le sorti del suo popolo. Ero affascinata dall’idea di qualcuno che vive un ideale, un dovere morale, come qualcosa che va al di là del subire per essi grandissima sofferenza e la morte stessa.
Ma man mano che leggevo questo libro mi sono accorta che per la maggior parte delle pagine “Diario” racconta una grande storia d’amore. Etty, giovane ventottenne dai molteplici interessi già vive con un uomo di sessant’anni e si innamora di uno di cinquantacinque. Cosa strana ma non troppo in fondo; credo infatti che negli anni ’40 come al giorno d’oggi, capiti  che giovani donne si innamorino di uomini più grandi, in genere sedotte dal carisma che essi emanano. In questo caso l’amore di una vita da parte di Etty è per il suo “maestro”, Julius Spier, ebreo tedesco fuggito in Olanda, uno psicochirologo allievo di Jung. Egli capiva una persona attraverso l’analisi delle linee della mano. Etty ne era soggiogata, lo ammirava e soprattutto lo amava fino all’adorazione. Diventerà segretaria di Julius, e anche sua amante.
Le prime pagine di “Diario” scorrono nel racconto della vita quotidiana di Etty, e questo nei più piccoli dettagli: l’alzarsi la mattina, leggere Rilke, dare lezioni di russo, andare a casa di Julius ad ascoltare le sue lezioni. Fino innamorarsi perdutamente di lui. Perdutamente è l’avverbio che fa al caso di Etty Hillesum. Quando infatti per gli ebrei cominciano le restrizioni imposte dagli occupanti nazisti, come non poter più percorrere certe strade, fare la spesa nei negozi, non andare più in bicicletta, fino all’imposizione della stella gialla, Etty non sembra preoccuparsene più di tanto. Il suo pensiero fisso, il suo cuore e il suo corpo sono tutti pretesi verso le problematiche relative alla sua relazione con Jiulius Spier. Lui infatti ha una fidanzata a Londra e la stessa Etty, come ho detto, convive con un altro uomo che non trascura in quanto ad attenzioni e rapporti sessuali. La passione per Julius è grande, ardente, inarrestabile, l’attrazione per il suo corpo è enorme; eppure per pagine e pagine di “Diario” Etty si riempie la testa di dubbi sul continuare la relazione e soprattutto sul come e quando avere rapporti sessuali completi con il suo amato. Si vedono quotidianamente, ma entrambi sopravvalutano il loro rapporto spirituale rispetto a quello fisico; stentano a lasciarsi andare se non quelle volte in cui uno dei due o entrambi sono sopraffatti dalla passione. Mi sono stupita ma anche rallegrata del fatto che Etty, almeno fino alla deportazione, grazie all’amore per Julius, sentisse in maniera meno angosciante di altri, l’occupazione tedesca. Come se entrambi  vivessero in un mondo parallelo illuminato magicamente dal loro reciproco amore.
Nell’ultima parte di “Diario” Etty Hillesum entra nel merito della persecuzione nazista, ma lo fa in modo lieve, come se davvero lei riuscisse a tenere a distanza disperazione e angoscia, cercando di vivere il più serenamente possibile giorno per giorno, attimo per attimo. Quando il cibo comincia a scarseggiare non se ne lamenta, dando la precedenza a quello di bello che ancora le rimane: incontrare gli amici, un concerto del fratello Misha in casa di uno di questi, gli incontri diventati rari con Julius per via che non potendo andare più in bicicletta la distanza tra le loro due abitazioni diventa un impedimento al vedersi tutti i giorni.
Quando viene assunta al Consiglio Ebraico fa la spola tra l’edificio in cui si trova e il campo di Westerbock. Qui prima dell’occupazione tedesca erano dislocati gli ebrei che fuggivano dalla Germania, ora è un campo do transizione prima della vera e propria deportazione in Polonia. Agli altri ebrei che lavorano a Consiglio Ebraico la serenità di Etty è incomprensibile. L’ultima parte del “Diario” ci fa capire che essa è il frutto di un lungo allenamento interiore. Etty tramite gli insegnamenti di Julius Spier si è abituata ad indagare ogni emozione che prova, a guardarla ma senza farsene travolgere.
Etty Hillesum non vorrà mai lasciare il campo di Westerbock. Ciò costerà a lei e alla sua famiglia la deportazione in Polonia e dopo poco la loro inevitabile morte.

Ricorrente

Ricorrente come un brano musicale molto amato – come un amico visto spesso – come i discorsi che si fanno in questi casi – come il thè o la spremuta che sempre si ordinano nello stesso bar – come On the road di Jack Kerouac che sempre si legge… ecco arrivare l’acqua, il sentiero, il camminare, la tavola. Quando? Dove? Nei sogni.

Jazz1

Il filo, cammino sul filo, sì sul filo sottile rosso, ho un po’ di paura sul filo sottile sott-i-le rosso-cammino cammino sul filo sottile rosso.Timorosa mi muovo, un piede dopo l’altro sul filo sottile sottile alto, aiuto aiuto cado no non cado, non cado più precipito, precipito ah non mi sono fatta niente-ni-ente non mi sono fatta niente son caduta giù giù e non mi sono fatta niente. Sono proprio fortunata Oh sì sì sono proprio fortunata. La fortuna –viene… di notte viene la fortuna ma non viene da sola- non viene da sola, è in bella compagnia la fortuna voglio dire,gli altri sono l’Ubriaco, il Povero l’Orgoglioso, l’Ingenuo- vanno tutti insieme con la Fortuna- La strada è deserta – loro ci camminano proprio in mezzo. Non c’è nessuno, loro urlano frasi alla finestra e se possibile anche più in alto proprio fino alle stelle. Una li guarda, una stella, una stella qualunque li guarda
dallo sguardo astrale li guarda anche se non esiste più. Li guarda lo stesso. Ne sono felici, inorgogliti, fieri non ci possono quasi credere. Noi? proprio noi Il Povero, l’Orgoglioso La Fortuna e tutti gli altri.. Guardati, loro dallo sguardo astrale!Va bene- va bene- va bene può anche succedere non datevi troppe arie voi disgraziati- Cosa fate ora?
Cominciate a ballare? Così in mezzo alla strada. Una grande strada americana cittadina eppure così vuota
e noi sì ci balliamo sopra questa strada larga e vuota americana. E lo facciamo perché ci piace

Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio

Il partigiano Johnny è il romanzo incompiuto di Beppe Fenoglio.
Dopo la sua morte a soli quarant’anni, due stesure di questo libro furono ritrovate dal fratello Walter nel cassetto dove Beppe teneva i suoi scritti.
Piero Neri Scaglione, nella sua bella biografia artistica ed esistenziale dello scrittore intitolata “Questioni private”, scrive che poco prima di morire (il 18 Febbraio del 1963 ) lo scrittore disse al fratello di bruciare tutte le sue opere inedite. Per nostra fortuna  le centinaia di fogli lasciati in quel cassetto non verranno bruciati. Tra loro ci sono due versioni di quello che diventerà Il partigiano Johnny. Opera incompiuta questa ma, a detta di molti, opera della piena maturità artistica del suo autore. Il suo capolavoro. Lui stesso la definisce così quando inizia a scriverla: ” ….ciò che sto scrivendo ora sarà il mio capolavoro” (Scaglione, pag. 190). Siamo nel 1956. Ma nell’autunno del ’58 incontrando un compagno dell’inverno tra il 1944 e il 1945 gli dice, parlando di questo suo libro: ” l’ho finito. Ma ho ancora molti dubbi. Per il momento lo lascio stare” ( Scaglione, pag. 214). Da quel  momento Fenoglio non lo riprenderà più in mano, dedicandosi ad altre opere.
Il partigiano Johnny  che oggi leggiamo nell’edizione Einaudi, è frutto del montaggio fatto da Dante Isella nel 1992 utilizzando parti di entrambe le versioni lasciate da Fenoglio. Nella prima edizione di Lorenzo Mondo del 1968 il montaggio delle due versioni era stato diverso, mentre l’edizione critica diretta da Maria Corti e curata da Maria Antonietta Grignani, del 1978 per l’Einaudi le pubblicava interamente una dietro l’altra.
Lo stesso titolo fu scelto nella prima edizione del ’68, non avendo lasciato Fenoglio alcuna indicazione in proposito.

La trama si dipana a partire dall’autunno del 1943 fino al Febbraio del 1945. Il poco più che ventenne Johnny decide di lasciare la sua città natale, Alba, in cui è tornato dopo l’8 Settembre da Roma dove prestava il servizio militare, e di andare sulle colline delle Langhe . La sua intenzione è quella di unirsi ai partigiani e ai soldati inglesi. Johnny infatti è un appassionato conoscitore della cultura e della lingua inglese.  Così  era stato per il suo stesso autore fin dall’adolescenza. “ Fenoglio fin dagli anni del ginnasio si era immerso, come un pesce si immerge nell’acqua, nel mondo della letteratura inglese, nella vita, nel costume, nella lingua” ( Pietro Chiodi, Fenoglio scrittore civile).
Il personaggio di Johnny viene caratterizzato fin dalle prime pagine del romanzo in maniera netta, tagliente, precisa. Una caratterizzazione più esistenziale che psicologica. Di fronte al padre preoccupato per gli avvenimenti succeduti all’8 Settembre ’43 “ Johnny pensò alla disperata tristezza d’essere vecchi…., vecchi e bianchi e rugginosi uomini nello scatenamento della gioventù agile e superba e feroce” ( pag. 32).
Tutto per Johnny comincia quando lascia la casa in collina che gli avevano trovato i genitori per nascondersi dalla leva obbligatoria della Repubblica di Salò. “ Partì verso le somme colline, la terra ancestrale, che l’avrebbe aiutato nel suo  immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana” (pag. 52).
Qui, come nel resto del romanzo, Fenoglio non usa la parola uomo nel senso di  essere umano, ma proprio di maschio; infatti il Partigiano è una storia di soli uomini, le donne fanno da contorno, non sono mai protagoniste, come se non c’entrassero con quella “avventura”. Questa è la storia che Fenoglio ha voluto narrare, e credo che in questo sia stato molto onesto, come onesto era lui come persona. Dico onesto, perché, ripeto,  questa è la storia che ha voluto raccontare, non è il suo punto di vista sulla resistenza italiana in quanto tale. Sappiamo infatti che le cose non stavano così in molte altre situazioni ( a quanto pare furono circa 35.000 le donne combattenti nella Resistenza italiana).
Ma questo è un altro discorso e un altro romanzo.

Quello che fa la differenza e distingue questo romanzo da qualunque altro, sono da una parte la cura, l’attenzione, la precisione data  ai dettagli nella narrazione, e dall’altra, naturalmente lo stile, che fa di Fenoglio un caso, a mio parere, meraviglioso, di inventiva e coraggio.
Il Partigiano non è semplicemente, come hanno detto molti, un romanzo antieroico; quello che maggiormente emerge è che Johnny è un uomo in carne ed ossa con tutte le sue contraddizioni, ma irremovibile nelle sue convinzioni più profonde e assolutamente determinato a compiere le azioni necessarie a realizzarle. Fino ad accettare di uccidere ed essere ucciso. Ma la mostruosità e l’inumanità della violenza della guerra  sono mostrate nel romanzo in tutta la loro concretezza. In certi momenti sembra davvero di sentirlo l’odore della paura e del sangue. La mia impressione rileggendo il Partigiano è quella della prima volta, e cioè che questo sia un romanzo che vuole raccontare una guerra giusta ma che sia nello stesso tempo anche un romanzo pacifista. Come se scrivendolo Fenoglio abbia voluto ripercorrere  tutta la sofferenza non soltanto subita ma anche inflitta.“ Una battaglia è una cosa terribile, dopo ti fa dire…mai più. Un’esperienza terribile, bastante, da non potersi ripetere….Eppure Johnny sapeva che sarebbe rimasto…” ( pag. 100).
Andando in montagna a raggiungere i partigiani le aspettative del protagonista sono enormi; i partigiani sono stati da lui ammirati, mitizzati, divinazzati. L’incontro reale sarà inizialmente totalmente deludente. Il primo in cui si imbatte parla con accento siciliano. Invece nelle aspettative di Johnny “ tutto aveva da essere così nordico, così protestante” ( pag. 54). Inoltre capisce subito di essere capitato tra partigiani comunisti, ma lui avrebbe voluto unirsi ai badogliani. “ vide bene le stelle rosse ricucite sui baveri e sulle visiere dei più. Stava constatando come ognuno di quegli uomini, suoi nuovi compagni, gli fosse abissalmente inferiore per distinzione fisica, proprio come fatti d’altra carne e d’altre ossa” ( pag. 56).
Ma le cose cambiano subito. Johnny quella notte stessa familiarizza con Tito.
“ Tu sei comunista, Tito?- Io no- sbottò lui- Io sono niente e sono tutto. Io sono soltanto contro i fascisti” ( pag. 62).  E qui abbiamo la famosa frase che fa da sottolineatura al personaggio di Johnny e a tutta la sua avventura: “ I’m in the wrong sector of the right side”… I’m in the wrong sector of the right side, si ripetè. Ma dovevano esserci sulle colline altre formazioni, formazioni azzurre” ( pag. 62).
Johnny dovrà d’ora in poi non solo affrontare la battaglia, ma anche la noia dei giorni che la precedono, le rappresaglie verso i civili da parte di tedeschi e fascisti,  le requisizioni partigiane delle derrate alimentari portate via ai contadini. Oltre alla consapevolezza della propria prossima inevitabile morte in combattimento.
A questo punto è necessario cominciare a parlare della lingua usata da Fenoglio. Che è la cosa, a mio parere più importante e affascinante di questo romanzo, quella da cui possiamo anche noi imparare qualcosa.
Fenoglio scrisse queste pagine prima in inglese e poi le tradusse. Usava un inglese molto personale, di cui sono presenti numerose tracce nel testo. Intere frasi, o singolo parole. Lo scopo è quello di trovare una scrittura nuova, inventarla anzi, un po’ come ha fatto Kerouac, in altro contesto e luogo. Ma per lo stesso motivo. Per raccontare una determinata storia  a volte è necessario  ideare una scrittura completamente nuova,una nuova  la sintassi e un nuovo lessico. Naturalmente questo è molto rischioso, quello che si rischia è il fallimento, ma se questo non accade si scrive un capolavoro. Come il partigiano Johnny. In Fenoglio la trama è un riflesso della scrittura e non viceversa. La luce alla trama la dà la scrittura. Una scrittura come pathos, energia di cuore più che di cervello. Una scrittura che non preordina, che va avanti per blocchi narrativi quasi indipendenti gli uni dagli altri. In cui quello che domina tutto sono i sentimenti, i pensieri, le emozioni di Johnny. “ Scrivo anche per restituirmi sensazioni passate”, scrive Fenoglio in una sua scheda biografica per l’antologia Ritratti su misura a cura di Elio Filippo Accrocca. La vita interiore di Johnny che domina la trama deve coincidere con essa perché Fenoglio scrive un romanzo d’azione non un romanzo psicologico. Eco perché nella stessa scheda afferma che scrivere “ mi costa una fatica nera. Scrivo con a deep distrust and a deep faith”.

Il romanzo è un susseguirsi di azioni di guerra e di attesa di esse. Si vive nell’attesa di uccidere o di essere uccisi. Non c’è ideologia nel Partigiano Johnny, non ci sono discorsi politici. Ma c’è l’odio. Che imbarbarisce e ti fa vedere il nemico non più come un essere umano.
Eppure dopo il primo scontro accanto ai suoi nuovi compagni, “ il cuore di Johnny s’apriva e si scioglieva, girò tutta l’aia apposta per farsi partecipe e sciente di ogni uomo…gli si era completamente liquefatto dentro il senso umiliante dello scacco di classe. Avevano combattuto con lui, erano nati e vissuti, ognuno con la sua origine, giochi, lavori, vizi, solitudine e sviamento…” ( pag. 99).
Quando finalmente il protagonista raggiunge i badogliani la narrazione ha il sopravvento rispetto al personaggio di Johnny. Il blocco centrale di questa parte del romanzo è dedicata alle trattative con i fascisti per la conquista provvisoria di Alba da parte dei partigiani azzurri,e  alla ritirata degli stessi dalla città.
Altri personaggi si affacciano sulla scena, Pierre, Ettore. E soprattutto Nord, il capo indiscusso dei partigiani di quella zona delle Langhe. L’ammirazione dei suoi uomini per Nord è tale da idealizzarne non solo il coraggio, la bravura nel comando ma anche la bellezza fisica. “ Nord aveva allora trent’anni scarsi, aveva cioè l’età in cui a un ragazzo appena sviluppato come Johnny la maturità trentenne appare fulgida e lontana ma splendidamente concreta come un picco alpestre.  L’uomo era così bello quale mai misura di bellezza aveva gratificato la virilità” ( pag. 160).
A mio parere questa parte del romanzo, quella che va dalla primavera del ’44 fino al dicembre dello stesso anno, è quella in cui il personaggio di Johnny appare meno scandagliato; il suo punto di vista, quello che ha caratterizzato le prime 100 pagine, si perde e si diluisce in quello d’altri personaggi. Poi però con l’ordine dato dagli alleati ai partigiani di sbandarsi, ritornare a casa fino alla primavera, Johnny torna protagonista della vicenda fino alla fine del romanzo. Non vuole tornare a casa, non vuole tornare a nascondersi. Non segue il consiglio datogli da un amico contadino a trovarsi un nascondiglio “dove stare fino a guerra finita, soltanto mangiare e dormire e godersi il calduccio” ( pag. 459). “ Mi sono impegnato a dir di no fino in fondo- gli risponde Johnny- e questa sarebbe una maniera di dire di sì. …Fa’ almeno un boccone di cena con noi- gli dice l’uomo- ma Johnny era già affogato nella nebbia” ( pag. 460).La solitudine di Johnny torna ad essere quella dei primi capitoli. Ha perso in combattimento quasi tutto i suoi compagni, e deve comunque sopravvivere fino al 31 Gennaio ’45 per l’appuntamento con Nord e la ripresa dei combattimenti.
Solo nella neve, affamato e nella morsa del freddo “ tutto concorse ad affondarlo in un sonoro orgoglio. Io sono il passero che non cascherà mai! Io sono quell’unico passero!”( pag. 460).
Al raduno del 31 Gennaio Nord  tiene un discorso ai suoi uomini che pare già post-bellico e post-vittoria. “ L’inverno venturo saremo in pace, forse in una bella camera, calda a 22 gradi, forse in vestaglia, forse in pantofole e forse, pensateci! Sposati. ..Scommetto la testa che ci assalirà allora una barbara nostalgia di questo terribile inverno” ( pag. 469).
Il romanzo si conclude con la sconfitta di Johnny e del manipolo di suoi compagni nella battaglia di Valdivilla. “ Johnny si alzò col fucile di Tarzan ed il semiautomatico…Due mesi dopo la guerra era finita” ( pag 480).

Da questo romanzo nel 2000 è stato tratto un film, per la regia di Guido Chiesa. Come dimostrano le fotografie scattate sul set del film e contenute nel libro Il partigiano Johnny, uno scrittore nella guerra civile uscito nello stesso anno, per realizzarlo è stato fatto un gran lavoro sulla verosimiglianza dei luoghi, degli abiti, del contesto concreto e fisico del romanzo e della vicenda partigiana dello stesso Fenoglio. A mio modesto parere, il film non è all’altezza del romanzo, ovvero c’è Johnny, c’è il contesto storico e politico, ma manca la coscienza di Johnny, la sua mente, la sua vita interiore. Come dice Dante Isella nel suo saggio che accompagna l’edizione Einaudi, “ Rispetto alla letteratura resistenziale, il romanzo di Fenoglio è come il Moby Dick di Melville. La sua dimensione epica dilata lo spazio e il tempo dell’azione oltre le loro misure reali” ( pag. 509). Per quanto mi riguarda io toglierei anche l’aggettivo epico, quello che cerca Johnny viene detto all’inizio,la sua “normale dimensione umana”, che, come sappiamo, è più facile trovare e realizzare in situazioni difficili o addirittura estreme.
Ma Guido Chiesa ammette esplicitamente la sua non fedeltà al romanzo nell’intervista  contenuta in Il partigiano Johnny, uno scrittore nella guerra civile.: “ Mi aspetto che parte della critica letteraria dirà che il film non è stato fedele al romanzo. Sinceramente non mi interessa, spero che chi vede il film trovi un discorso con una sua coerenza e che questo lo colpisca, lo interessi, lo emozione” E alla domanda Che tipo di eroe è Johnny?, risponde un eroe epico”. E’ su questa definizione che non mi trovo d’accordo. Per essere tale avrebbe dovuto rinunciare ai suoi dubbi, al suo essere comunque sempre solo, avviluppato in questa sua solitudine, che solo occasionalmente si rompe in un impeto di empatia umana. E’ la necessità che spinge Johnny a combattere, il fatto di non avere, a suo parere, altra alternativa. Niente a che vedere con altri e più autentici  personaggi epici della letteratura occidentale, gli Achille, gli Ettore, i veri e impossibili eroi.

 

 

 

Improvvisazione senza titolo

Acqua di mare – gente in attesa – sperano in un crollo della montagna che impedisca il passaggio – terrore dell’andare controcorrente, cioè all’indietro dentro cose dimenticate – ambienti surriscaldati vicoli ciechi motociclette rotte gomme tagliate fantasmi  in botti vuote – contenevano vini squisiti antichi svuotate all’improvviso perché sono arrivati i soliti fantasmi di quella casa che nessuno abita da tempo – orfanotrofio per animali persi soli magri – rifugio per loro e anche per persone bambini abbandonati di cui si è sentito parlare ma nessuno li cerca li vuole così stanno insieme a cani grandi e piccoli – li seguono perché loro sanno trovare da mangiare – il loro rifugio è un casotto sulla spiaggia.

La mia newsletter letteraria di Marzo 2019

Buongiorno, questa è la mia newsletter letteraria di Marzo, contiene un mio articolo sulla poesia di Lenore Kandel in “The love book” e “Word Alchemy” e una mia recensione dell’ultimo libro in italiano di Patti Smith Devotion : Buona lettura

Dianella Bardelli
P.S. Vi ricordo la recente uscita del mio romanzo “1968” 
image.png

Salvati oppure naviga sulla tua auto verde

Salvati – salvati oppure naviga sulla tua auto verde per strade sterrate rosse di collera – sollevati dalla polvere prova uno sbracato sorriso da fonte anonima – santi protettori su un banchetto ti aspettano festanti cadenzati da musica zigana – sembrano giovani texani che raccolgono foglie per farne cuscini e coperte per le fredde serate con i loro cavalli – hai ancora tante pazzie da compiere – ma invece le vuoi perdere nei più sordidi luoghi – che sei vecchio non è neanche vero – prendi le tue pazzie e mettile in enormi lavatrici e poi involati con il pessimismo degli ultimi pensieri – fai suonare le tue conchiglie fatte di miliardi di piccoli esseri aperti di cuore ma senza mente e coscienza – fantasticando su loro niente cambierà in te – l’hai sempre fatto sembrava vita ma era solo fantasia.