Mia recensione di Sklovskij Viktor, L’energia dell’errore

Questo libro è stato per la mia evoluzione mentale e professionale molto importante. La parola “energia” catalizzò subito il mio interesse, associata poi a quella di “errore” fece esplodere qualcosa che era ancora chiuso dentro di me. Ne uscì un che di bello e creativo; quelle due parole insieme mi trasmisero fiducia, fiducia nel fatto che quella dell’errore fosse un’energia positiva, contrapposta a quella sterile e piatta della perfezione. La scrittura, dopo aver letto tanti anni fa questo libro, divenne una possibilità che diedi a me stessa. E’ stato questo libro di Sklovskij il primo in base al quale ho cominciato a pensare alla scrittura come improvvisazione. Poi sono venuti Kerouac e Ginsberg e gli altri maestri del mio lignaggio letterario. In questo libro per energia dell’errore si intende il primo abbozzo di intreccio che lo scrittore ha in mente quando comincia a scrivere, intreccio che cambia continuamente; può cambiare del tutto, possono cambiare i luoghi, i personaggi, può cambiare di sana pianta quello che accade. Ma questi cambiamenti avvengono mentre si scrive. Alla faccia di quelli che si fanno la scaletta del romanzo e poi la seguono. “ Penso che un libro sugli errori, sul vivo scontro di diverse concezioni della vita, di diverse concezioni del dovere, abbia il diritto di esistere…Così errano le persone che in mare aperto scoprono per sbaglio, invece dell’india, le isole che hanno preso per l’India, – ma di nuovo si sono sbagliati, perché dietro l’isola c’era Il Nuovo mondo” (pagg 14-15).
Il concetto di energia dell’errore è di Tolstoj, e con esso si intende anche il modo in cui la scrittura si genera nella mente dello scrittore. Dice Tolstoj: “ Parrebbe tutto pronto per scrivere, adempiere al mio dovere terreno, ma manca solo la fede in se stessi, nell’importanza della causa, manca l’energia dell’errore” (pag. 14)
Questo libro mi piace perché non ha un andamento uniforme, non ha neanche una struttura, non è minimamente simile ad un saggio di quelli che Sklovskij, padre del formalismo russo aveva precedentemente scritto. E’ il suo ultimo libro (è uscito nel 1983, un anno prima della sua morte), ed egli ha voluto farsi il regalo di scriverlo come “viene viene”. Ci sono anche molte ripetizioni che appesantiscono le pagine e le rendono a volte noiose per il lettore. Ma rimane una miniera di informazioni e riflessioni non solo sulla letteratura russa, ma sulla letteratura in quanto tale, tanto da auto generarne nella nostra mente di altrettante importanti. Si parla quasi per tutto il tempo di Tolstoj, come scrittore e come persona, anche a Puskin sono dedicate molte pagine, pochissime a Dostoevskij, alcune a Cechov e Gogol. L’ossessione letteraria di Sklovskij era Tolstoj, di cui aveva scritto approfonditamente in altri libri; non si stanca di elogiarne gli intrecci, ad Anna karerina, ad esempio, è dedicato più di un capitolo. Il libro ci dice quanto poco Tolstoj amasse questo suo romanzo, nonostante fosse innamorato della sua protagonista. In alcune sue lettere riportate nel testo si leggono frasi come questa: “ Mi accingo ora alla noiosa volgare Anna Karenina, e prego Dio solo mi dia la forza di sbarazzarmene al più presto” (pag. 204). Eppure amava questo suo personaggio. “ Quando non Lev Nikolaevic Tolstoj, bensì una sua creazione, Levin, cominciò a scegliere una donna e prese Kitty, e in seguito vide Anna Karenina, quest’ultima gli parve splendida, e Kitty solo mediocre…quanto più procedeva nello scrivere, tanto più gli piaceva quella donna che non aveva scritto, né inventato, ma nella quale si era imbattuto sulle vie della storia” ( pag. 229 e 232).
Man mano che si va avanti questo libro diventa sempre più dispersivo, con l’apertura di mille parentesi, digressioni, pensieri che non c’entrano con il discorso che si stava portando avanti nella riga precedente. E così sembra sempre di più un brogliaccio, una malacopia, una serie di appunti presi per scrivere un saggio “come si deve”. E invece Sklovskij lo lascia così. Non evita però di usare anche qui la terminologia che gli è propria, quella della scuola formalista che ha contribuito a creare, fabula, intreccio, peripezia ricorrono spesso per parlare della scrittura di Tolstoj; gabbie letterarie che noi, fortunatamente ci siamo lasciati alle spalle. Bisogna amare molto la letteratura russa per apprezzare e godere di questo libro. Per i puristi dell’accademia sarà invece un’accozzaglia informe di parole, perdonabili a un grande come Sklovskij, ma a nessun altro.

Viktor Sklovskij ( San Pietroburgo 1893 – Mosca 1984)

Viktor Sklovskij,, L’energia dell’errore, Editori Riuniti, 1984

Prima edizione russa 1981

Traduzione di Maria Di Salvo

http://it.wikipedia.org/wiki/Viktor_Borisovi%C4%8D_%C5%A0klovskij

http://www.treccani.it/enciclopedia/viktor-borisovic-sklovskij/

http://it.wikipedia.org/wiki/Formalismo_russo

http://it.wikipedia.org/wiki/Straniamento

http://www.serenavitale.it/viktor-sklovskij.htm

improvvisazione su una capanna per due barche vista dall’esterno nell’oasi della “Boscosa”

Nella capanna corpi
intravisti nell’ombra
tra lo spazio esile delle canne -
luce che filtra
i corpi sdraiati
invisibili
nel buio fitto che c’è in basso -
la porta sprangata
il silenzio
corpi sdraiati, nudi, magri, immobili -
hanno occhi chiari aperti
vivono, respirano
guardano avanti a sè l’acqua
odono versi delle anatre
degli insetti, dei fringuelli -
stanno immobili nella capanna
tra la vita e la morte
in quello spazio immenso
mentre un gran pesce
mostra la sua pinna in cerchi d’acqua -
Solo essere non è nè vita nè morte -
fuori dalla capanna
ombre come onde spinte dal vento -
dentro la capanna è tutto immobile
i corpi sono due, semplici, nudi, magri
stanno ma guardano fuori dalla capanna
ciò che vive e muta
ma loro due
semplici, nudi, magri
non escono -
c’è un dentro immobile, sicuro
senza fame, freddo, caldo
c’è un fuori più bello perché vario
che dice, si muove, esce dall’acqua
e ci rientra
ogni tanto si concede una tregua
ma non é quella definitiva
non é per sempre
è solo per ora.

presentazione del mio romanzo Il Bardo psichedelico di Neal e delle poesie di James Koller

il 18 Maggio alle ore 22 alla Locanda Pincelli di Selva Malvezzi ( Bologna) presenterò il mio romanzo Il Bardo psichedelico di Neal; sarà presente il poeta americano James Koller con le sue poesie; ci sarà musica dal vivo e alle 20 si potrà cenare al prezzo speciale di 25 euro

http://www.vololiberoedizioni.it/v2/?sect=news&postId=1609

Recensione di Una foglia contro i fulmini di Tonino Guerra

Guerra Tonino, Una foglia contro i fulmini
“ Solo quando mi sono affacciato a guardare/ scopro con meraviglia il pavimento formato da un/ tappeto verde d’erba luisa”

Va preso come un libro di meditazione. Anche di preghiera. Va tenuto con cura e devozione. Come fanno i monaci tibetani che avvolgono i loro libri in belle stoffe colorate. Sono storie profonde quelle raccontate in poesia da Tonino Guerra in questo libro. Anche se per il mio gusto anarchico e birichino sono scritte anche troppo bene. Sono storie magiche, introspettive, sono come una fiaba dei Fratelli Grimm in lingua poetica. Il sottotitolo dice: Poema in prosa. In realtà è proprio poesia. Il verso è lungo ma solo un professore di scuola media dalla visuale ristretta potrebbe definire questi testi prosa. C’è molta Verità. Ma l’estrema Bellezza del verso, all’inizio ha distratto un po’ la mia attenzione. Per questo il libro non va solo letto. Va riletto. Tenuto sul comodino. Sul tavolo di lavoro. Sempre a portata di mano, insomma. Ad ogni rilettura di un verso, di un’intera poesia risuonerà in noi con significati sempre diversi, come capita solo con i più grandi tra gli scrittori. La Verità può essere anche espressa in forma più esplicita di così. Più scomposta, diseguale, ci può essere l’acqua cristallina ma anche un po’ di fogna. Qui anche il dolore, e ce n’è tanto, è trasparente, ma anche velato, attutito da questa Assoluta Capacità del Poeta di Creare la Bellezza. Ho un gusto tutto mio per la scrittura. Non amo il “bel testo”. Anzi mi dà proprio noia. Qui in questi poemetti non c’è il “bel testo”, c’è, come ho detto, la Bellezza. Ogni emozione o Verità Trascendentale, e di questo si tratta in queste poesie di Guerra, ha dentro di sé già svelata la sua scrittura. L’ho imparato da Whitman, anche lui profeta di Verità e supremo amante della natura come Guerra. Questi meravigliosi poemetti di Guerra hanno in sé a volte, ma solo a volte, una forma talmente sorvegliata da dare l’impressione di qualcosa di imbrigliato, trattenuto. Invece si tratta di pudore. Pudore per gli altrui sentimenti, soprattutto. Questi versi ti fanno entrare in quel mondo parallelo che nessuno conosce più perché nessuno ha più il coraggio di addentrasi nella parte selvatica e magica di noi stessi, che si rispecchia così chiaramente nella foglia,nel bosco, nel filo d’erba, se diventano, come in Guerra, forme meditative. In questi poemetti lo senti anche tu, se vuoi, l’odore di limone dell’erba luisa dentro la chiesetta. E vedi anche tu la Signora, Remone, e la vecchia che è la custode della chiesetta consacrata dalla presenza del pavimento d’erba luisa. Personaggi questi che appartengono ad un mondo che esiste in mezzo a noi, e che cerca e trova il suo vero sé solo tra gli alberi di un bosco, o contemplando come fa Guerra, case diroccate. Questo dell’amore viscerale per le case abbandonate è l’aspetto in cui in questi poemetti Guerra si lascia più andare. Non ha quel pudore verso i sentimenti altrui che lo fa propendere per quel verso trattenuto di cui parlavo prima. Non si tratta della Signora che vuole diventare una moglie devota o di Remone che cura i suoi venti gatti ed è un po’ matto. L’amore per ciò che è rotto, diroccato, lasciato lì chissà da quanto tempo, ha a che vedere con se stesso e Guerra ne può che parlare con linguaggio più diretto. “ La meraviglia e l’emozione mi arrivano di colpo se mi trovo davanti a costruzioni in rovina….i monumenti in rovina oltre all’ammirazione vogliono commozione e affetto per la loro agonia umana” (pag. 10). Condivido questo amore. La campagna dove vivo ne custodisce alcune di queste case diroccate. Non sono state ancora spazzate via da nuove costruzioni. C’è qui in paese chi sa le loro storie e le racconta a volte in lunghe passeggiate contemplative. Ma Guerra non ha bisogno che qualcuno gliela racconti la storia di quella casa diroccata che ama contemplare a lungo. Lui “la vede”, non l’immagina, la vede proprio. Ma in chi ama le rovine non c’è solo questo. C’è anche il gusto, il piacere, la ricerca di un sentimento che si ama coltivare, non verso qualcuno o qualcosa di specifico, ma così in generale e di per sé: la nostalgia.

Tonino Guerra ( Santarcangelo di Romagna 1920- Santarcangelo di Romagna 2012)
Tonino Guerra, Una foglia contro i fulmini, Maggioli Editore, 2006
Illustrato con acquarelli di Tonino Guerra

http://www.toninoguerra.org

Hesse Hermann, Francesco D’Assisi
“Quando era stanco di parlare con gli uomini andava nei prati e nei boschi e scendeva nelle valli, perché nelle sorgenti e nei venti e nel canto degli uccelli percepiva il dolce, potente linguaggio del paradiso” (H.H.)
Quello che colpisce di più in questo piccolo libro di Hesse sulla vita di San Francesco, scritta nel 1904 a soli 22 anni, è il fatto che l’autore, come cosa naturale e ovvia, pensi e dica che la voce di Dio a qualcuno parla. Che non solo esiste da qualche parte Dio, ma che la sua voce è possibile ascoltarla qui, così come Francesco ascoltava la voce del vento, dell’erba, dell’acqua, degli animali. L”esistenza di Dio consiste dunque nella sua voce. Tutto ciò che esiste ha una voce. E questo “tutto ciò” è qui tra noi. C’è la differenza dell’universo intero tra dire Dio e dire Buddha. E questo libro su San Francesco non è paragonabile al Siddharta di Hesse. Eppure c’è in entrambi questo uomo che è ricco ma inappagato. Che prima cerca in ciò che ha già la felicità, la propria realizzazione, e non trovandola in ciò che ha già, e cioè nel lusso, nei piaceri e nella gloria, la cerca nel suo contrario, in ciò che non ha, cioè la povertà.

Nel mondo di oggi è offensivo e volgare fare l’apologia della povertà. Ma nel Francesco di Hesse povertà è sinonimo di rinuncia, di spoliazione dei beni materiali a favore di una vita semplice e frugale. E’ insomma una scelta, non una imposizione come in tutti coloro che la povertà la subiscono, causata com’è dalle ingiustizie, dalle oppressioni, dalle violenze di cui è pieno il mondo. Francesco sceglie la povertà come strumento di pratica spirituale e come modo di essere vicino agli umili, per soccorrerli e consolarli non dall’alto delle proprie ricchezze, ma da una situazione di parità materiale. Per essere povero e felice tra poveri e infelici. La povertà nel Francesco di Hermann Hesse essendo spoliazione, abbandono, rinuncia, è quindi rinascita. Senza questo passaggio sembrerebbe che il cammino spirituale sia più arduo, per non dire impossibile. Francesco e i compagni che si sono uniti a lui non toccano denaro. Quando intraprendono il loro peregrinare lavorano come contadini, ma non si fanno pagare in denaro. Viene dato loro cibo per il sostentamento ma non denaro. Che sia per questa scelta di povertà che Francesco è tanto amato? Che sia perché spogliandosi di tutto ciò che possedeva per donarlo ai poveri si è posto sullo stesso piano di quelli a cui parlava? San Francesco sarebbe stato tale se fosse rimasto ricco? Dio gli avrebbe parlato se fosse rimasto ricco? La scelta della povertà è imprescindibile da quella della santità?

Ognuno di noi è circondato nella propria casa da oggetti di tutti i tipi di cui potremmo disfarci. Non ne soffriremmo. Anzi sarebbe motivo di un senso arioso di liberazione. Sarebbe l’inizio di una nuova vita libera almeno dalla schiavitù degli oggetti.

Il libro di Hesse punta dunque su due temi forti della vita di San Francesco. La voce di Dio che può essere udita se si sta in ascolto ( se l’ha udita Francesco potremmo udirla anche noi) e che indica il cammino, e la scelta della povertà come strumento per intraprendere la via indicata da Dio. Questo secondo tema è importante come e più del primo. Ma siccome, come ho detto precedentemente, Francesco intende la povertà come rinuncia e non come ingiustizia subita, paradossalmente per praticarla bisogna prima accumulare ricchezze per poi rinunciarvi. Questo spiega perché certi maestri di spiritualità parlando di attaccamento ai beni materiale affermano che è un’emozione che può essere più del povero che del ricco. Può essere più attaccato alla ricchezza un povero che subisce la povertà e non la sceglie, che un ricco. Un ricco può, come accade a San Francesco, non essere attaccato alla propria ricchezza e rinunciarvi, così come ipoteticamente un povero può desiderare avidamente la ricchezza e vivere il fatto di non averla come perenne sofferenza e insoddisfazione. Curioso è il circolo della vita. C’è il desiderio, c’è l’appagamento di un desiderio, c’è la constatazione che questo appagamento non porta alla felicità, infine c’è la rinuncia al desiderio e quindi la realizzazione della propria felicità. Siddharta e Francesco sono in Hesse l’essere umano in cerca. L’essere umano fisicamente in cammino. Entrambi si muovono, camminano continuamente, parlano a chi vuole ascoltarli di quello che hanno dentro di sé capito, udito, di quello che hanno trovato. In un afflato empatico di continua condivisione di quello che si è realizzato. Per poterlo donare agli altri. Condividere è già l’altruismo che si fa azione.

Hermann Hesse ( Calw Foresta Nera 1877- Montagnola 1962), romanziere, poeta e pittore svizzero, Premio Nobel per la letteratura nel 1946
Prima edizione Febbraio 2012

http://www.lafrusta.net/pro_hesse.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Hermann_Hesse

Fondazione Hemann Hesse: http://www.hessemontagnola.ch/index.php?node=28&lng=1&rif=8d261727fb

http://www.frateindovino.eu/Images/Mensile/gennaio2008/gennaio_03.pdf

http://www.pianobedizioni.com/articolo.aspx?articolo=93

Herman Hesse in lankelot

Francesco D’Assisi in lankelot

Recensione del film Chappaqua di Conrad Rooks

E’ un viaggio. I Fugs suonano. LSD scritto con zollette bianche. Danze, maschere. Giovani donne ridono. Un uomo cammina. Sono ricordi sovrapposti lungo un viaggio in aereo non si sa per dove. Ricordi di locali, LSD, Peyote. Una donna molto bella vestita di bianco. E’ un film bellissimo, una specie di documentario su se stesso, sulla propria mente (malata), musica bellissima. E’ la storia della propria dipendenza da alcool e droghe. Il protagonista arriva in una città. Si chiama Russel. Viene portato via in macchina da un autista. E’ una continua allucinazione. E’ un film bellissimo. Ma non chiedetemi perché. Ma è un film bellissimo. Tutto fa molta pena. Russel non vuole uscire dall’auto. E’ costretto a farlo. Entra in una clinica per disintossicarsi. Russel piange. Gli viene fatta una iniezione, poi scappa. E’ un film un po’ scemo ma bellissimo, non so perché. Poi Russel va a finire in una bara durante una cerimonia in cui i fedeli entrano in trance. Ma lui si risveglia nella clinica. Parla con uno psicologo. Dice che vuole andare a Chappaqua. Si vede la festa di paese di Chappaqua. Lui è un bambino. Si vedono danze indiane. Tutto è molto drammatico e lirico. Belle visioni. Il peyote. Cominciò tutto con quello per Russel. Il peyote gli ha dato “fantastiche visioni”. Inca e una donna bellissima. Un cervo. “Qui dentro ho visto un cerchio d’oro” (nella testa). Ravi Shankar suona il sitar. Oh il 1966 anno mitico!. Anno hippy. “Poi sono entrato nella visione”. Ma lo psicologo vuole la logica. E’ un film totalmente autobiografico. “Che logica potevo avere a 18 anni?”. A 18 anni entra in un cinema. Poi Russel di nuovo nella clinica. Allucinazioni. Allucinazioni di Russel. E’ la storia della sua dipendenza dalle droghe. Ma detta così è banale. In realtà il film è fatto di immagini e visioni bellissime. Liriche e drammatiche. Poi le allucinazioni diventano un incubo. Russel diventa Dracula. Si ritorna poi nella clinica. Verso la seconda metà il film perde di mordente. Langue. In giochetti visivi abbastanza inutili e noiosi. Russel scappa e va a Parigi. Entra in un bar. Beve. Ma in questa parte il film si perde. Non morde e non stupisce più. Neanche emoziona. Poi riprende quota. Russel è sempre più ubriaco. Ogni tanto compare William Burroughs. E poi di nuovo musica e danza indiana. Strade dell’India sporche e povere. Russel vaga lì e nella sequenza successiva è a Parigi. Lui è ubriaco. Entra in un locale jazz. Ha lo sguardo assente, perso. Continua a bere. Comincia a ballare. Nella sequenza successiva è nella clinica dove lui balla con un’infermiera. E poi è di nuovo nel locale jazz. Poi compare un maestro indiano su un prato e poi di nuovo Russel nel locale jazz. Subito dopo siamo di nuovo in India dove lui impara la meditazione e poi è di nuovo nel locale jazz. Russel è a terra privo di sensi. Poi musica balinese e India. India antica. E lui è lì sopra un cammello e va. Fuma hashish insieme a dei santoni. E poi di nuovo nella clinica balla e fuma con lo psicologo. Poi una danza sfrenata di una bellissima donna. Poi di nuovo nel letto della clinica e urla. Poi scappa. Poi è di nuovo nel letto. Poi balla il twist. Penso: è così la mente. Salta da una cosa all’altra. Da un pensiero all’altro. Da un’emozione ad un’altra. Poi Russel è in un locale dove tutti ballano. Poi di nuovo in clinica. E’ completamente pazzo, dice lo psicologo. Il film è arbitrario e logico insieme. Poi compare una roulette. Russel è un giocatore alla roulette. Poi i giocatori si passano una siringa e si iniettano una droga. Poi di nuovo ballo sfrenato della donna bellissima. Che ora fa l’amore con Russel. Freneticamente. Poi lui è di nuovo nel letto della clinica. Poi toccata e fuga di Bach. Fischio di un treno. E poi Russel cade a terra morto. Santoni indiani. Poi Russel che balla con una donna in un bosco. Ancora un po’ d’India. Poi Russel è di nuovo nella clinica. Poi lascia la clinica come se fosse guarito. Ma poi riflesso in un vetro ricompare vicino ad una infermiera. Infine fugge in elicottero. “Addio!”, grida dall’elicottero. Bel film? Sì, bel film. (auto – film, film su se stesso). Insomma fugge ma ricompare sempre lì dov’è. Nell’intervista che accompagna il dvd Rooks dice che salvò una donna dal carcere. Era una spacciatrice. Parla della sua vita beat. Parla di Robert Frank. Dice che si identifica in Jack Kerouac. E’ “cattivo” con i beat. Dice che la vera rivoluzione è quella hippy.

Conrad Rooks regista americano (Chappaqua 1934-Pattaya 2008)
data di uscita: 1966
Nazionalità: USA
Lingua inglese, sottotitoli Italiano
Colore: bianco e nero
Durata 82 minuti
Fotografia: Robert Frank
Musica Ravi Shankar,Philip Glass, The Fugs, Donovan
Leone d’argento alla 31° mostra di Venezia del 1966
Interpreti:
Doctor Benoit: Jean-Louis Barrault
Russel Harwick: Conrad Rooks (protagonista)
Opium Jones: William S. Burroughs
Messiah: Allen Ginsberg
Sun God: Ravi Shankar
Water Woman: Paula Prichett
Peyote Eater: Ornette Coleman
Guru: Swami Satchidananda
The Prophet: Moondog
The Fugs: Ed Sanders
Distribuzione: Medusa H.E.
Luogi delle riprese:
Manhattan, New York City, New York, USA
Stonehenge, Salisbury Plain, Wiltshire, England, UK
Orly Airport, Orly, Val-de-Marne, Francia
Chappaqua Indian reservation, Chappaqua, New York, USA
New York City, New York, USA
Paris, Francia
Chappaqua è la città ndi origine di Conrad Rooks
Sito del film: http://winklerfilm.com/chappaqua_detail.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Chappaqua

Recensione del film di Makoto Sasa, Fire under the snow

 Dopo la visione di questo film i gesti quotidiani della mia vita non sono più gli stessi. Me ne sono accorta il giorno dopo averlo visto facendo la doccia. C’è una consapevolezza in essi, una coscienza della loro bellezza e utilità che non è quella dovuta ad un qualche tipo di meditazione. Sotto la doccia pensavo a Palden Gyatso ai suoi gesti quotidiani ritrovati dopo 33 anni di prigionia, e ho ritrovato anche i miei. E’ una cosa strana, ma comunque bella ma senza enfasi, è semplicemente accaduto e non so quanto durerà.
Questo per dirvi che effetto può fare anche a voi questo film, che colpisce non solo per il racconto che Palden fa della sua vita, ma soprattutto perché ci mostra cosa vuol dire perdere la propria quotidianità, i gesti della quotidianità e ritrovarli.Tutto questo lo vediamo attraverso le azioni di Palden nella sua piccola casa a Dharamsala in India, dove vivono tanti esuli tibetano e lo stesso Dalai Lama. Vediamo Palden pregare, leggere i libri religiosi, accendere i lumini davanti alle immagini sacre, scaldare un po’ di latte sul gas della piccola cucina, entrare e uscire di casa, salutare le persone per le strade di Dharamsala. Cose normali, che tutti noi diamo per scontate e che anzi molte volte ci annoiano e le malediciamo. Ebbene per 33 anni Palden vi ha dovuto rinunciare, ha dovuto vivere in una cella patendo continuamente la fame, interrogato, picchiato e torturato. Dice nel film : “ Quando i cinesi ci chiamavano per gli interrogatori spargevano sul pavimento vetri rotti e sassolini. Dovevamo camminare in ginocchio. Poi mi appendevano al soffitto e mi lasciavano a penzolare nudo come una lampadina. Poi ci colpivano con i bastoni. Mangiavamo insetti, topi, alla fine pezzi di cuoio e spago.
All’inizio del film Palden è di spalle davanti ad un paesaggio di montagna; si dondola come fanno sempre i monaci tibetani quando pregano. Ha una bella voce, dolce su un sottofondo musicale di cimbali. Subito dopo compare con il viso davanti alla telecamera. Ha una faccia, una faccia che nessuno di noi avrà mai. Risoluta. Lui è risoluto. Nonostante i 33 anni nelle carceri cinesi in Tibet. Ha occhi che non moriranno mai. Ci mostra gli strumenti di tortura usati nel carcere di Drapchi che si è portato dietro nella sua fuga dal Tibet in India. Una monaca lì vicino piange e noi con lei. Lui li fa vedere. Se li è portati dietro nel suo lungo viaggio per farceli vedere. Questo film è bellissimo, ma nel parlarne non sono obiettiva. Mi ha commosso più del libro. Non riesco ad essere obiettiva. Ho una forma di devozione verso questi monaci, voglio credere che siano risoluti senza odio, così come mi appaiono. Nel film il cugino di Palden, anche lui monaco, dice che Palden ha una personalità molto forte e Lawrence Gerstein che nel 2005 ha organizzato una marcia a favore del Tibet negli USA, afferma che la sua energia è travolgente. Così infatti appare quando marcia davanti a tutti con il cappellino giallo in testa e la bandiera tibetana tra le mani. A me pare una forza della natura.
Il film contiene tante cose, anche inserti d’epoca relativi all’invasione cinese, la rivolta tibetana del 1959, la fuga del Dalai Lama in India. Ci sono anche scene meravigliose degli ambienti naturali del Tibet, che la regista ha girato personalmente e scene della devozione religiosa dei tibetani, e della loro vita nei villaggi.
Un giorno Palden decise di fuggire dal carcere in cui si trovava insieme ad alcuni compagni. Volevano andare in India. Furono catturati. Dalle botte che gli diedero desiderò di morire. Si prese altri 8 anni di prigione e per due fu tenuto con mani e gambe ammanettate. Per due anni di seguito. Ce lo possiamo immaginare cosa significa? No, non possiamo. “ Sognavo apparisse il Dalai Lama a liberarmi”, dice, “quando vedevo volare gli uccelli sognavo di volare anche io”, aggiunge.
Nel 1975 aveva scontato 15 anni di prigione e fu mandato in un campo di lavoro vicino a Lhasa. Per avere affisso manifesti a favore dell’indipendenza del Tibet fu condannato ad altri 8 anni e mandato nel carcere di Drapchi, dove fu torturato con i manganelli elettrici. Appena arrivato gliene infilarono uno in bocca. Gli caddero tutti i denti. Ad un certo punto Palden dice una cosa che mi ha stupito. “In prigione persi la fiducia nelle persone, divenni irascibile e strambo”.
Quando finalmente riesce a fuggire in India viene accolto malato da una donna. “Stava così male”, dice nel film questa donna, “che poteva solo mangiare e pregare”. “Il motivo principale per cui venni in India”, dice Palden, “era incontrare il Dalai Lama”. Questo è ciò che spinge anche tutti i tibetani che arrivano a Dharamsala dopo il tremendo viaggio dal Tibet. Non possiamo immaginare la devozione dei tibetani nei confronti del Dalai Lama. Si potrebbe pensare che è qualcosa di simile a quella dei cattolici verso il Papa. Personalmente mi domando: quale sarebbe la nostra devozione di cattolici se ci trovassimo di fronte a Gesù? Penso sia qualcosa di simile a quello che provano i tibetani di fronte al Dalai Lama, il Buddha vivente.
Di sé Palden dice nel film: “ Se sono sopravvissuto è grazie alla fede”. Poi piange perché tanti tibetani sono morti, dice che non può riposare. “ Mi sento male”, dice, “per tutte le persone che in Tibet si consumano in prigione…Mi manca il Tibet, sono triste perché non ci più posso tornare. Ma perché lo desidero ancora tanto? Sì, ho ancora speranza. Possiamo vincere.”
Molto bello è anche il secondo documentario contenuto nel dvd che tratta del perché Sasa Makoto ha deciso di girare questo film e le varie fasi in cui il film è stato girato. Vediamo la vita dei tibetani a Dharamsala, l’ospitalità che hanno dato alla troupe, i vari festival in cui è stato premiato.
Da notare infine le musiche contenute nel film, tutte bellissime e coinvolgenti.
sito del film: http://www.fireunderthesnow.com/site2009/ita
Per acquistare il film: scrivere a info@italiatibet.org; oppure telefonare: al numero 02.70638382