Betlemme di Andrea Ruggeri

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C’è una favola in cui la strega ha lo sguardo buono e gli orfanelli ridono e si divertono, sono magri, si abbracciano. Si fanno fotografare perché gli piace un sacco. Vivono in una casona sperduta che si chiama Betlemme, dopo la fine di tutti i calanchi, con un gran prato e cedri alti come non ce n’è più così. Siamo negli anni ’70 e così una ragazza lì vicino balla l’hully gully. La strega siccome è buona indossa una veste che sembra una tonaca da prete quando i preti si vestivano così e non come oggi che sembrano studenti e professori universitari un po’ secchioni. La strega e gli orfanelli sono poveri e non mangiano mai tanto da saziarsi. Ma è così che usava a quel tempo, in quel posto oltre i calanchi. C’è una foto in cui un gruppo di bambini ridono al fotografo, sono molto vicini tra loro, si abbracciano. E’ identica questa foto ad una mia con amichette alla loro età sul porto canale di Riccione. E’ proprio uguale. Tutto sta lì vivo e non è solo memoria. Detriti del tuo tempo le colline, i calanchi come non ci sono quasi più e la bandiera rossa sulle case che erano state dei partigiani. Ma alla fine è tutta nostalgia pietrificata di mondi perduti: tempi-gioventù, spensieratezza. Ti voglio dire una cosa. Qui in pianura le case diroccate in mezzo alla campagna non sono ancora del tutto crollate inverno dopo inverno. Tutte hanno dentro le loro mura e finestre sempre aperte e tetti mezzi venuti giù, storie. Sono case isolate o a gruppi con un cortile. Ci vado sempre a passeggiare dove sono quelle case mezze crollate e mezze no. In quelle con il cortile ci facevano la festa dell’Unità. In una che doveva essere leggiadra con le piante rampicanti ad abbellirla ci stavano persone strane e selvatiche come le tue.

Patrick Modiano, Nel caffè della gioventù perduta

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Prima dei personaggi in questo romanzo ci sono le strade di Parigi. Tante, che si intrecciano, si percorrono sempre a piedi, prevalentemente di notte, prevalentemente da soli a al massimo in coppia. E’ una Parigi un pò alla Breton, antica, novecentesca, non ci sono mai automobili, traffico, semafori, folla. Quando i personaggi la attraversano i caffè sono già chiusi, e per puro caso se ne trova aperto uno. Oltre alle strade infatti anche i caffè la fanno da padrone. Anche gli hotels. Le persone ci vivono stabilmente, ma li cambiano di continuo. Sembrano hotels da poco, le stanze me le immagino squallide, disadorne, piene di polvere. Ma questo nelle pagine de “Nel caffè della gioventù perduta”, romanzo strano ed enigmatico, sembra essere il loro bello, quello che attira abitarci. Gli unici “in più” sono i personaggi del romanzo, raccontati come precari esseri viventi, superflui prima di tutto a se stessi. Percorrono in un certo tempo delle strade e poi dopo anni ci tornano per vedere se sono cambiate. I personaggi, come ad esempio Roland e Louki, attraversano le pagine del romanzo come attraversano le strade di Parigi, cioè per nessun motivo materiale, contingente, pratico. E’ un insieme di vaghe suggestioni quello che fa sì che Roland e Louki si frequentino. Lei è una ragazza che ama passare il tempo nei caffè, soprattutto uno in cui è entrata un giorno, il Condé. Lo fa da sola alle due del pomeriggio come alle due di notte. Si siede sempre allo stesso tavolino e si guarda intorno. Guarda gli altri avventori e col tempo ne diventa amica. Alcuni sono strani tipi come Guy De Vere, una specie di filosofo che riunisce a casa sua alcuni amici, per delle meditazioni a luci spente. E’ in una di queste riunioni che Roland e Louki si conoscono. Di lui si dice poco nel romanzo, se non che è innamorato di Louki e non perde occasione per intrattenersi in sua compagnia. La sera in cui fanno conoscenza lei gli rivela di essere sposata ma di non vivere più con suo marito. Quando quattro anni prima sua madre è morta lei si è dovuta cercare un’occupazione. Il proprietario della ditta dove ha trovato lavoro le chiede di sposarlo. Lei accetta, ma poi una sera non torna più da lui. Roland le chiede: ma perché lo hai sposato? Louki non lo sa, dice solo che lui aveva voglia di avere una moglie.
Ci sono in questo strano e bel romanzo strisce di vita nel tempo che si fa continuamente spazio e viceversa; c’è questo lasciarsi andare alla corrente in un modo che sembra poter accadere solo in questa Parigi, che non è la metropoli dei giorni nostri. E’ una Parigi reale rivisitata con gli occhi dell’immaginazione. Tutto il romanzo è raccontato come fosse un lungo, caotico sogno in cui le persone si perdono e si ritrovano da un momento all’altro e non c’è nessuna spiegazione perché ciò accada. Proprio come nei sogni in cui senza un senso cronologico ci si incontra, si cammina, ci si cerca e ci si perde. E tutto senza uno scopo, senza una vera ragione. La trama del romanzo è labile, quasi inesistente. C’è questa ragazza Louki che incontra persone e senza spiegazioni ad un certo momento le lascia, le lascia per strada, per pigrizia, perché quel giorno non ha voglia di incontrarle e poi diventa troppo doloroso andare a dar loro spiegazioni. E senza spiegazioni lascia anche se stessa.

Lettere sulla creatività, di Fedor Michajlovic Dostoevskij

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Si può essere autobiografici anche senza parlare direttamente di se stessi. E’ quello che fa Dostoevskij nei suoi romanzi. Avrei voluto scrivere il divino Dostoevskij, e avrei voluto aggiungere nei suoi meravigliosi, stupefacenti romanzi. Ma mi sono trattenuta per non esagerare. Sì perché dei miei autori preferiti, come è il caso in questione, non sono semplicemente una lettrice, ma una fan.Dostoevskij è sempre autobiografico anche quando le storie che racconta non sono le sue personali storie perché chiunque siano i personaggi, le situazioni, le trame dei suoi romanzi, quella che lui scruta per scrivere è la sua anima. Fedor infatti è uno di quegli scrittori che considerano se stessi la fonte della propria scrittura. A mio parere l’inizio e la fine di Delitto e castigo ( come si cade e come si risorge ) sono spiritualmente anche troppo profondi, veri, universali. Riguardano così da vicino sia lui che noi tutti da far venire un groppo alla gola e allo stomaco.
Le lettere scritte da Dostoevskij contenute ne Le lettere sulla creatività lo confermano in pieno. In esse lo scrittore parla prima di tutto di se stesso, di quello di drammatico e sconvolgente che è capitato alla sua vita, ma per la maggior parte delle volte parla del suo lavoro. Da qui il titolo del volume.
Sappiamo che Dostoevskij ebbe una vita rocambolesca e inquieta, segnata da alcuni fatti e circostanze che si radicarono fortemente nella sua coscienza e che furono il combustibile di tutte le sue opere.
Basti ricordare l’epilessia che lo accompagnò per tutta la vita ( descritta dettagliatamente ne L’Idiota e ne I fratelli Karamazov ); il vizio del gioco alla roulette e i conseguenti perenni debiti; la finta esecuzione nella fortezza di Pietro e Paolo a Pietroburgo; la condanna ai lavori forzati in Siberia; l’incontro con la moglie di un decabrista che gli regalò un volume del Vangelo; la conseguenza scoperta ed esaltazione della figura di Cristo; l’incontro con i delinquenti comuni e la scoperta della loro umanità indipendentemente dai delitti compiuti. Nelle lettere in questione, che coprono un arco di tempo che va dal 1838 al 1880, questi aspetti sono legati sovente al lavoro di scrittura delle opere di Dostoevskij.
Le prime sono indirizzate al fratello Michail, cui Fedor fu legatissimo per tutta la vita. Una di queste fu scritta il 22 Dicembre del 1849 dalla fortezza di Pietro e Paolo di Pietroburgo, dove lo scrittore era stato rinchiuso dopo l’arresto del 23 Aprile precedente per la sua partecipazione ad un circolo furierista E’ in questa lettera che Dostoevskij racconta al fratello la tortura della finta esecuzione inflitta a lui e ad altri giovani. Il resoconto è dettagliato, oggettivo, per nulla sentimentale, come se fosse raccontato dall’esterno della situazione, ma nello stesso tempo con quella partecipazione umana che è tipica della scrittura di Dostoevskij. Scrive Fedor: “ Io ero il sesto della fila e siccome chiamavano a tre per volta io facevo parte del secondo terzetto e non mi restava da vivere più di un minuto…Nell’ultimo istante tu, soltanto tu, occupavi la mia mente…” ( pag. 28 ).Subito dopo fu letta la condanna autentica con la quale lo zar puniva il gruppo di furieristi con quattro anni di lavori forzati. La scena di una finta esecuzione sarà raccontata dal Principe Myskin nell’Idiota. cPoche righe dopo Fedor aggiunge: “ Fratello, io non mi sono abbattuto, non mi sono perso d’animo. La vita è vita dappertutto; la vita è dentro noi stessi, e non in ciò che ci circonda all’esterno” ( pag. 28 ). E più avanti: “ Non ho mai sentito ribollire dentro di me delle riserve così sane e abbondanti di vita spirituale come adesso” ( pag. 29 ). Non sono forse le parole di un essere umano eccezionale se si pensa che è un epilettico cronico, che come dice, ha addosso la scrofola, e sta per essere deportato in un lager? In un’altra lettera, sempre indirizzata al fratello e scritta nel 1854 subito dopo la sua scarcerazione, racconta il suo viaggio verso la Siberia. Cominciò la notte di Natale. Con i ceppi ai piedi Fedor attraversò in una slitta scoperta le strade di Pietroburgo illuminate a festa, e iniziò il lungo viaggio. Anche in questa lettera la cosa straordinaria è la differenza tra le condizioni di vita esterne e quelle interne a Dostoevskij. Il freddo, i ceppi ai piedi, le tempeste di neve, il futuro oscuro e ignoto non piegano il suo animo: “ Il mio cuore era in preda a una singolare agitazione, al dolore e a una sorda angoscia. Ma l’aria fresca mi rianimò, e come capita, in genere, prima di intraprendere un qualche nuovo passo nella vita, di sentire dentro di sé una certa vitalità e baldanza , così anch’io mi sentivo sostanzialmente sereno” ( pag. 36 ). E ancora: Avevamo un freddo terribile…eppure, fatto miracoloso, quel viaggio mi ha rimesso perfettamente in salute” ( pag. 37 ).
Infine Fedor racconta al fratello terribili condizioni di vita alla fortezza di Omsk: pulci, pidocchi, scarafaggi in quantità incredibile, cibo insufficiente, freddo di giorno e di notte, lavoro massacrante. Poi scrive: “ Non starò a dirti quel che è successo in questi quattro anni della mia anima, delle mie convinzioni, della mia intelligenza e del mio cuore. Ma il continuo concentrarmi su me stesso – unico rifugio dove potevo sfuggire a quell’amara realtà – ha portato i suoi frutti. Adesso nutro molte aspirazioni e molte speranze…” ( pag. 42 ). Nella stessa lettera parlando dei prigionieri comuni dice: “ Tu non ci crederai, ma c’erano dei caratteri profondi, forti, stupendi, e che gioia mi dava scoprire l’oro sotto la rude scorza… Quante storie di vagabondi e di briganti…Mi basteranno per volumi interi” ( pag. 44 ). In un’altra lettera dello stesso anno 1854, indirizzata questa volta alla moglie del decabrista che gli aveva regalato il Vangelo, parla del suo credere in Cristo: “ Il mio Credo è molto semplice e suona così: credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo, di più simpatico, più ragionevole, più virile e più perfetto di Cristo…Se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità” ( pag. 51 ).Nella seconda parte delle lettere Dostoevskij parla soprattutto del suo lavoro.
In una, rivolta al proprietario del Messaggero Russo, gli chiede di poter pubblicare sulla sua rivista un racconto di cui gli anticipa la trama. Si tratta di Delitto e Castigo. In quel momento è coperto di debiti, avendo perduto tutto il suo denaro alla roulette. Fortunatamente il raccontò sarà accettato. Non è la sola lettera in cui Dostoevskij parla del suo incessante bisogno di denaro e del fatto che i suoi romanzi sono stati scritti sotto questa impellenza: “ Sempre per tutta la vita io ho lavorato per coloro che mi davano del denaro in anticipo. Dal punto di vista economico non è certo un bene, ma che farci?…mi vendevo soltanto quando l’idea poetica era già nata…Non ho mai preso denaro fondandomi sul vuoto…” ( lettera allo scrittore Strackov del 24 marzo 1870, pag. 107 ).
Le ultimi lettere sono dedicate ai temi affrontatine I fratelli Karamazov. In una spiega come lo scopo del romanzo sia confutare l’ateismo diffusosi nell’intelligencija russa. “…io scorgo la caus del male nella miscredenza e penso che chi nega il principio nazionale nega anche la fede…Le parole contadino e Russia Ortodossa costituiscono i nostri fondamenti essenziali e primari” ( lettera a Aleksandr Fedorovic Blagonravov, Dicembre 1880, pag. 163 ).

 

André Breton , Nadja

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Chi è lei?” E Nadja senza esitare: “Sono l’anima errante” (A.B.)

Qualche tempo fa camminando nel centro di Bologna tra la gente che andava e veniva, mi ha colpito un volto. Ho l’abitudine di guardare le persone mentre cammino e quel giorno mi ha colpito il viso di una ragazza. Alta, giovanissima, molto bella, un vestito di cotone leggero a fiorellini addosso con una mantellina di lana. Era in compagnia di un ragazzo anche lui giovane, bello, alto. Avevano con loro un cane. Camminavano veloci come andassero ad un appuntamento. Non era il camminare stressato degli adulti, era il correre – da qualche parte – molto importante – dei giovani. Avrei voluto fermare quella ragazza e dirle: parlami di te. Ma purtroppo non faccio queste cose. Continuando per la mia strada mi è venuta in mente la Nadja di Breton. La situazione era la stessa. Ma lui la ragazza che l’aveva affascinato la fermò, ci parlò, la conobbe. E così poté scrivere il capolavoro che è Nadja. Per la mia timidezza mascherata da prudenza ho forse perso l’occasione letteraria della mia vita. La ragazza non mi avrebbe neanche risposto o mi avrebbe mandato a quel paese. Ma questa sarebbe già stata una storia da scrivere. Senza “l’incontro” non è nata nella mia mente nessuna storia.
Nadja fu pubblicato nel 1926, due anni dopo l’incontro fatale di Breton in una strada di Parigi con una donna bellissima e misteriosa “ giovane, vestita molto poveramente…Così fragile che, camminando pare appena poggiare sul terreno. Curiosamente truccata, come qualcuno, che avendo cominciato dagli occhi, non ha avuto il tempo di finire, ma col bordo degli occhi nerissimi per una bionda” (pag.. 55-56). L’interesse del protagonista è un interesse che io definisco fin dall’inizio letterario. La paura di non incontrarla di nuovo gli fa dire: “ Che fare intanto se non la vedo? E se non la vedessi più? Non saprei più” (pag. 77).
Nadja è una donna bellissima ma strana. Esercita un potere di seduzione nei confronti degli uomini, ma nello stesso tempo se ne fa dominare. “ so che le è accaduto nel pieno senso della parola di prendermi per un dio, di credere che fossi il sole” (pag. 94). Ha continue visioni, vere e proprie allucinazioni. Lei vede mani, vede visi che gli altri non vedono. Il protagonista ne è stupito, a volte spaventato, altre ancora annoiato. Quello che lo affascina di lei è il suo insondabile mistero e il fatto che “ Dal primo all’ultimo giorno ho considerato Nadja un genio libero, qualcosa come uno di quegli spiriti dell’aria che certe pratiche di magia consentono di legare momentaneamente a sé ma che è impensabile sottomettere” (pag. 94). Infatti in poco tempo il protagonista si allontana da Nadja, qualcosa nei racconti che lei gli fa continuamente della sua vita lo disgusta. Si tratta di un pugno ricevuto in pieno viso da uno dei suoi amanti. Lui non si capacita del perché lei gli racconti questi odiosi particolari della sua vita passata. “ Piangevo all’idea che avrei dovuto rinunciare a vedere Nadja, no non l’avrei più potuta vedere. Certo non le serbavo rancore per non avermi nascosto ciò che in quel momento mi desolava, anzi gliene ero grato, ma che un giorno fosse potuta arrivare a questo…era qualcosa che non mi sentivo il coraggio di accettare” (pag. 99). Trovo molto bella questa sincerità nel dire che non si trova il coraggio di accettare qualcosa in qualcuno e perciò ci se ne allontana. Corrisponde esattamente a quello che succede o è successo a tutti , forse proprio con le persone più interessanti ma troppo diverse da noi.
E’ un onesto – disonesto uomo il questa storia il protagonista. Vuole sapere chi è quella donna, vuole conoscere il suo mistero, immagina che ci sia un mistero dietro quel viso bellissimo che tutti gli uomini per strada si voltano a guardare. Lui vuole sapere chi è. Come se saperlo fosse un messaggio importante da dare all’intera umanità. In effetto Nadja sente, vede cose che altri non vedono. E’ totalmente immersa nel suo inconscio. Non ha altro. Come dice il protagonista non ha quell’istinto di conservazione delle persone per bene che tutti siamo. “ Io non ho mai sospettato che Nadja potesse perdere o avesse già perduto il favore di quell’istinto di conservazione che induce dopo tutto i mie amici e me, ad esempio a comportarci bene – limitandoci a voltare la testa dall’altra parte al passaggio di una bandiera, a non profittare di qualsiasi occasione per prendercela con chi ci pare, a non concederci il piacere ineguagliabile di commettere qualche bel sacrilegio” (pag. 126).
Nel romanzo Nadja finisce in manicomio. E qui quel “comportarci bene” assume un significato ben preciso. Non fare la sua stessa fine. L’invettiva finale di Breton contro i manicomi non serve a mascherare questa paura: e se capitasse anche a me? Se mi venissero a prendere perché non mi comporto abbastanza bene? A Nadja succede proprio così. “ Sono venuti a dirmi che Nadja è pazza. In seguito a certe stravaganze cui si era abbandonata, pare, nei corridoi del suo albergo, aveva dovuto essere internata nel manicomio di Vaucluse” (pag.121). Il protagonista è preso dai rimorsi. Forse il suo intervento nella vita di Nadja ha favorito lo svilupparsi della sua pazzia, intervento che era stato favorevole allo svilupparsi delle sue idee deliranti. Infatti non osa neanche informarsi su quello che può esserle capitato e si pente di averla incoraggiata a seguire la strada dell’estrema libertà. “E’ dall’inoltrarsi in questa direzione che forse avrei dovuto trattenerla rendendomi conto del pericolo che correva” (pag. 125).
Il protagonista nell’ultima parte di questo romanzo breve e frammentario , si innamorerà di nuovo. E questa volta “davvero”. Non cercherà in questo nuovo amore il perché, il chi sei. In lei tutto è sole, tutto è manifesto. “ Tu non sei un enigma per me”, dice il protagonista, “ Voglio dire che tu mi distogli per sempre dall’enigma” (pag. 139).
Bellissimo frammentario libro questa Nadja di Breton. Che non nasconde nulla, nemmeno la paura della donna troppo libera, nemmeno la paura della pazza e della pazzia. E neanche nasconde quello che gli artisti sempre fanno: rubare la vita degli altri.

 

Sul bellissimo libro di Caterina Saviane, Ore perse- Vivere a sedici anni

Ha sedici anni quando scrive questo magnifico libro, diario-romanzo,  pubblicato nel 1978 dalla Feltrinelli. Ha sedici anni. Eppure ogni pagina trasuda di nostalgia, come se quello che vi si racconta fosse avvenuto decenni prima, come se a scriverlo fosse qualcuno che da vecchio parli della sua gioventù. Sedici anni. Eppure è come se chi scrive avesse già tutto vissuto, tutto visto  e tutto creduto, ed ora disilluso e avvilito rivive quei sedici anni con l’amarezza di chi non crede più a niente. Tanto da farle dire ad un certo punto: “Mi sembra di essere una diva del muto”. Sedici anni.
Non è un libro sull’avere sedici anni, è una riflessione adulta, matura, sulla vita in generale, i rapporti-non rapporti tra le persone, la natura, i cani, le vacanze, i viaggi, la solitudine, gli amici. La scrittura mi ha impressionato, sorvegliata, ponderata, profonda nella ricerca di una aderenza perfetta a quel che si vuol dire, prima di tutto a se stessi.
Sedici anni. Io i miei non me li ricordo, nel senso che allora non ero niente.

Recensione del romanzo di Emma Cline, Le ragazze

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Il tema di fondo di questo romanzo è cosa si è disposti a fare, fin dove possiamo spingerci pur di essere notati, apprezzati, considerati, che non è lo stesso che essere amati. É una cosa proprio diversa. C’ è un bisogno più insaziabile dell’amore sembra voler insegnare questo romanzo: essere ritenuti bravi, interessanti, intelligenti, belli, creativi. Essere amati può succedere anche se si è stupidi e brutti, ma l’ essere considerati interessanti e creativi ci fa emergere dalla massa, ci fa accedere alla categoria degli eletti. Evie, la protagonista de “Le ragazze”, ha questa aspirazione, essere notata, uscire dalla massa informe delle sue coetanee, tutte scuola, casa, amiche. La sua vita  è raccontata in vari momenti, che nel corso della narrazione si intrecciano continuamente. All’inizio la troviamo già adulta quando si arrangia facendo la badante per anziani e bambini. Ma quando rimane disoccupata accetta l’ospitalità nella casa di vacanze di un amico. Qui capita il figlio del proprietario con la sua ragazza. La loro arroganza, il loro fiacco modo di vivere le ricordano la sua antica adolescenza vissuta in un piccolo chiuso mondo fatto da una madre divorziata e infelice, un’unica amica che presto si allontana da lei e dalla prospettiva di partire per il collegio. Nessuno nota Evie, la vede, ha un vero interesse per lei. E’ una ragazzina sola che non sa rassegnarsi a rimanere tale costi quel che costi. E così, dopo averle incontrate per caso, si lega alle “ragazze”, giovani sbandate che vivono nel “ranch”, una catapecchia nel cuore della California anni ’60. Russell ne è il dio assoluto, rappresentato nel romanzo come una copia molto simile di Charles Manson e le ragazze sono anche loro simili a quelle della sua cosiddetta “famiglia”, così come simili sono gli omicidi compiuti dal gruppo alla fine del romanzo. Da qui inizia il racconto della vita di Evie adolescente, dei suoi quattordici anni, che sembrano quelli di tante ragazze di allora dall’anima dolorosa, insoddisfatta, fragile. Evie viene plagiata da Suzanne, la leader del gruppo delle ragazze hippy che l’accolgono nel ranch all’inizio per brevi periodi e poi definitivamente. Il completo vuoto mentale è la caratteristica principale degli abitanti del ranch, vuoto ammantato dalle parole altisonanti del loro capo indiscusso Russell, come “amore universale”, “disfarsi del proprio io egoistico”, “vivere il presente”, concetti che ancora oggi infestano i nostri social, riviste, articoli sul benessere mentale, le nostre stesse aspirazioni interiori. La mia impressione è che, al di là dei delitti perpetrati dal gruppo del ranch alla fine del romanzo, un giudizio negativo e liquidatorio sia dato dal romanzo sul movimento hippy americano degli anni ’60 in quanto tale; è un approccio inconsueto a quel periodo, a quel mondo che molti di noi, io per prima, abbiamo idealizzato e tuttora continuiamo a farlo. Il ranch è un’accozzaglia di gente capitata lì per caso e per bisogno, che vive nell’incuria e nella sporcizia, dorme molto, e sennò si droga, e il cui unico collante nella vita è Russell, musicista fallito con scarse doti artistiche, ma con una di quelle personalità ( come il vero Charles Manson) in grado di dominare giovani ragazze bisognose di “essere notate”, guardate, considerate. Come Evie appunto, che si sente onorata di rubare soldi a sua madre o a uno sprovveduto amico per portarli al ranch e nelle tasche di Russell, così come si sente onorata delle sue attenzioni sessuali in qualunque momento lui ne abbia voglia. A lei bastano frasette della serie vieni qui piccola per cadere ai suoi piedi. Che qualcuno mi noti, veda che esisto e valgo qualcosa, sembra chiedere continuamente al mondo Evie. La sua in fondo è la storia di un qualunque innamoramento che si viva come assoluto. Non semplicemente nei confronti di una persona, ma di quello che questa persona rappresenta, un’idea di mondo come dovrebbe essere che noi vediamo personificata in lei, in base alle nostre aspirazioni, bisogni profondi, carenze affettive abissali. Se ci si sente come Evie e si è in un periodo di forti cambiamenti sociali come quelli della California hippy anni ’60, è facile cadere preda dei primi bulli che incontri scambiandoli per i tuoi salvatori. A mio parere il sottotesto di questo romanzo ( al di là dell’ultima parte in cui la strage è raccontata magistralmente) è il bisogno senza fondo che abbiamo dell’altrui consenso; Evie, che ne soffre morbosamente, si fa sedurre dagli abitanti del ranch scambiandoli per i suoi eroi, ma ha la fortuna di scampare dal doversi macchiare della loro furia omicida.
Verso la metà del romanzo le cose cominciano a precipitare per le ragazze del ranch. Prese dalla voglia di fare qualcosa di forte Evie dà in pasto a Suzanne e Donna, un’altra ragazza del gruppo, la casa dei Dotton, quella del suo amico Teddy, a cui tempo prima aveva portato via ben 65 dollari da consegnare a Russell con la scusa che gli avrebbe procurato della droga, ma non sapeva quando. Facendo questo Evie ha la consapevolezza che avrebbe fatto qualunque cosa per compiacere Suzanne, che adora e ammira. Mettono a soqquadro la casa sporcandola per il solo piacere di farlo. Evie sarà l’unica a venire scoperta e per un po’ la madre la spedisce a stare dal padre a Palo Alto. In sua assenza al ranch la situazione cambia, ci si prepara a diventare una setta di violenti, ci si esercita a sparare. Tutto perché Mitch, musicista di una certa fama amico di Russell, non può mantenere la promessa di fargli avere un contratto musicale. Suona e canta troppo male e nessuno vuole produrgli un disco. Diventa così il capro espiatorio contro cui indirizzare l’odio della comunità del ranch verso l’intera società. Girano una gran quantità di anfetamine ma pochissimo cibo, non ci sono più soldi per comprarlo. Ma tutti rimangono, nessuno abbandona il capo. Una notte Russell ordina l’agguato alla villa di Mitch. Un gruppetto tra cui Evie, parte per raggiungerla e ucciderlo. Lei è in auto vicino a Suzanne che strafatta di anfetamina non la degna di uno sguardo. Quando Evie allunga una mano verso la sua ha uno scatto. Fa fermare l’auto e le ordina di scendere. Così Evie si salva. Non partecipa alla carneficina a casa di Mitch. Lui non c’è, ma la sua ex moglie e il figlioletto, il custode della villa e la sua ragazza vengono massacrati.
Evie non dice nulla alla polizia, mantiene il segreto, torna a casa e parte per il collegio. Solo mesi dopo i colpevoli del massacro saranno arrestati.
Questo è un romanzo ben congegnato, la prima persona usata nell’intrecciare i vari momenti della vita di Evie rende la narrazione scorrevole e convincente, ci immedesimiamo facilmente nelle sue traversie interiori che la portano a compiere errori anche gravi, dai quali però ci viene continuamente da assolverla, come se aver avuto maestri falsi e bugiardi sia una cosa che in fondo è capitata e capita a tutti.

Prendere cappello

Da giovane prendevo subito cappello. Quante fregature per questo, gente che mi piaceva che non mi cercava più, amori finiti perché dopo un po’ di questo modo di fare mi mollavano. A volte rimpiango questo modo di fare. Ero sincera, immediata, ma impulsiva, mi guidava la rabbia o il fastidio. Bastava una parola fuori posto, un tono ironico o peggio sarcastico che prendevo e me ne andavo.
Mi ricordo una di queste volte. Ero una ragazzina, 14,15 anni. Un viaggio di ragazzi e ragazze in pullman con un professore che li organizzava d’estate. Eravamo in Corsica, ad Ajaccio in un campeggio. Dormivamo in alcuni bungalows, la sera stavamo fuori sul prato in gruppi a chiacchierare. Io lì avevo un’amica del cuore, rimasta tale per alcuni anni, poi le nostre strade si sono spontaneamente divise. Qualcuno quella sera mi criticò, non ricordo a che proposito, non eravamo d’accordo su qualcosa. Mi alzai e me ne andai. “A culo ritto”, come si usa dire. Mi ricordo proprio che eravamo in circolo e io mi alzai e me ne andai dicendo vaffanculo. Mi avviai a passo svelto verso il mio bungalow dicendo dentro me stessa: fa che mi richiamino, fa che mi richiamino…Ma sentii la mia amica dire: quando fa così è meglio lasciarla stare. Non era vero! Sempre quando ho fatto così nella vita, sempre quando ho preso cappello ho desiderato che mi richiamassero, mi inseguissero, mi venissero a cercare di nuovo. Non è mai accaduto. Dovevo essere sempre io quella che cercava di riaggiustare le cose, recuperare il rapporto. Assumermi tutte le responsabilità. Poi ho capito che così si perdono le persone, le opportunità, tutti i rapporto utili e inutili. Ho capito che è meglio soprassedere, essere diplomatici, ingoiare anche i rospi.

Sui romanzi e racconti ispirati a persone reali

In una didascalia sotto il titolo di un romanzo che sto leggendo c’è scritta una frase di Stendhal che mi ha fatto riflettere per la sua veridicità: ” Non posso restituire la realtà dei fatti, posso solo presentarne l’ombra”. E’ proprio così, ho pensato; quando ho voluto scrivere romanzi e racconti ispirati a persone realmente esistite mi sono affannata ossessivamente a cercare ogni dettaglio della loro vita, azioni, parole, scelte. Perché le hanno fatte e dette e in quali circostanze. Dov’era quella data persona che stava diventando personaggio?; con chi era? Soffriva? Gioiva? E per cosa?
Volevo restituire la realtà dei fatti, anche se stavo scrivendo un romanzo e non una biografia. Ma ugualmente pensavo di aver bisogno di esperienze reali da cui partire, su cui appoggiarmi.
Invece bisogna andare oltre i fatti, restituire l’immagine che abbiamo di una data persona a cui ci ispiriamo. L’ombra che quei fatti hanno prodotto, il loro fantasma.

Patti Smith, M Train

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Molto diverso questo libro, il cui genere non si può facilmente definire, dalla precedente autobiografia di Patti Smith Just Kids. Quest’ ultima aveva un ordine sia mentale che cronologico, raccontava la vita epica e rocambolesca di una Patti giovane, coraggiosa fino all’incoscienza e bellissima. Che si scopre cantante senza sapere di esserlo, come per caso. E ha quella voce lì. M Train non ha un ordine, “memoir” lo definisce il sottotitolo in copertina, ma è più un diario intimo o un collage di momenti romanzati della propria vita. Mi ricorda l’André Breton di Nadja e di L’Amour fou dove tutto, incontri, parole, pensieri, avvengono sempre come per caso. Quello stesso andare avanti e indietro dentro se stessi.
Mi ci ritrovo in questo libro di Patti Smith, c’è quest’aria di solitudine, di dopo che tutto è già accaduto, di abitudini di cui non si può più fare a meno in uno spazio ridotto di una grande città come New York. Che si tende a circoscrivere in pochi luoghi vicini a casa, da raggiungere a piedi in pochi passi, dopo essersi alzata, buttata addosso il solito cappotto nero e il solito berretto di lana. E dove si fa colazione sempre alla stessa maniera: caffè, una fetta di pane integrale e un piattino di olio d’oliva. La casa è un rifugio, il piccolo Café Ino al Greenwich Village lo è anche di più. Una quotidianità interrotta dai viaggi, Berlino, Londra, Tokio, Tangeri, dove Patti sembra muoversi con grande disinvoltura, come se lontano da New York ritrovasse la natura nomade e curiosa della propria gioventù. Sono viaggi di lavoro, ma anche per incontrare amici o cimiteri. Sì, ci sono molti cimiteri in questo libro; dove sono sepolti amici o poeti e scrittori molto amati; perché ci va? Per ritrovare qualcosa, qualcosa di loro, di loro che ha a che vedere con lei stessa. E’ un andare a trovarli, come si fa con gli amici in carne ed ossa, e forse è un andare a trovarli più intenso, profondo , intimo, perché è un parlar loro silenzioso, assorto, vero.
E poi c’è lo scrivere, si parla molto anche di questo; “E’ così difficile scrivere sul nulla”, ripete spesso l’autrice. Perché è quello il compito che si è data, scrivere ovunque si trovi, oppure andare apposta in un luogo per scrivere, scrivere e basta, non scrivere una storia che si ha in mente o partendo da una suggestione. Mettersi a sedere ad un tavolino di un bar e scrivere per vedere se si è capaci di “scrivere su nulla”. Spesso Patti si sente inadeguata rispetto a questo. Ma sa che è il suo compito, il compito che si è data. Lo scrivere per lo scrivere. Lo scrivere come atto della mente e della mano. E’ una sfida quasi impossibile, che la porta a molti fallimenti, a sentirsi spesso insoddisfatta, ma se un risultato di questa sfida è questo libro, ne è valsa la pena, perché il libro è molto bello, commovente anche, c’è tanto alludere e non dire o dire poco per far capire molto.
Mi ci ritrovo nella storia di questa donna che sembra sempre sola anche quando non lo è, con un velo di noncuranza verso gli oggetti, i luoghi, anche le persone. A meno che non siano quelli del suo passato. M Train, che sta per Mind’s train, è il tempo della mente, ovvero della vita nel tempo, che non solo scorre, ma si ferma e poi riprende la sua corsa. In questo scorrere di tempo e mente le azioni, le scelte di Patti Smith sembrano più casuali che razionali. Come l’acquisto di una casa a Rochaway Beach, a sud di Long Island, mezza diroccata ma di cui lei si innamora e che pagherà lavorando tutta un’estate tra concerti, readings, conferenze. Un tifone che si abbatte su New York la renderà ancora più precaria, ma sarà ristrutturata e ora è diventata la sua casa. Far rivivere quella casa diventa uno dei suoi compiti. Come far rivivere dentro se stessa tutte le persone della sua vita che non ci sono più a partire da suo marito Fred morto vent’anni prima, per finire ai poeti e scrittori che hanno segnato il suo percorso di persona e artista. Ci sono antichi ricordi che le tornano in mente e che fanno parte integrante del suo presente. Certe mattine, certi cieli, certi autunni, certe strade. C’è tanto passato in questo libro. Con i ricordi l’autrice riempie la sua mente-tempo perché sono stati i migliori della propria vita, le tornano in mente in piccoli locali dove lei siede per ore, giorni, anni, e dove su tavoli d’angolo accanto a tazze di caffè c’è sempre il suo taccuino nero. Infatti alla fine del libro scrive: “ Quello che ho perso e non riesco a trovare lo ricordo. Quello che non riesco a vedere provo a richiamarlo” ( pag. 233).