In giro nessuno

Cammina persa per una Bologna senza nessuno. Ha il cellulare scarico e non connesso. Arriva sotto il portico del palazzo della sua infanzia. Sotto quel portico attraversa un corto corridoio e entra in un piccolo appartamento. Qualcuno le carica il cellulare e può vedere in una tv una partita di tennis in terra rossa. Ha paura di uscire da quel piccolo appartamento. Fuori cosa mi aspetta? Non c’è nessuno ed è di questo che ha paura. Fuori c’è il sole, via Murri e i Giardino Margherita. Non c’è nessuno ed è di questo che ha paura. L’autobus che vede lungo i viale alla fermata di Porta Santo Stefano è elettrico come decine di anni fa. Eppure è tutto deserto intorno a lei. Io chi sono?, si chiede. Sono corpo, spirito o tutti e due? Pensa di essere immateriale. Come spesso ha pensato. 

Come lui la guarda

La guarda poco limpido, lo sguardo è poco limpido, opaco con gli occhi marroni che non luccicano, non che siano occhi da miope, no la guarda e si copre la bocca la protegge, si protegge, la scherma, che non parli, meglio guardarla con quello sguardo marrone opaco. Occhi che non guardano neanche davanti a sé, ma un po’ più in basso, leggermente più in basso, all’altezza della sua bocca, della bocca di “lei”, la ragazza matta che ha incontrato al centro commerciala quando c’è andato per comprare la bicicletta nuova; benedetta quella giornata, la bicicletta, il centro commerciala e quel bar tutto rosso, che se non fosse stato per tutte queste ragione lui non l’avrebbe mai incontrata la ragazza matta di cui lui ora e pazzamente innamorato. Di te mi piacciono le braccia, dice lei, ma lui la sta guardando negli occhi e che lei dica ora di te mi piacciono le braccia è quasi offensivo, lui almeno potrebbe intenderlo come offensivo, ma come?, avrebbe tutto il diritto di pensare, io ti guardo così fisso, così tanto negli occhi per farti capire, per farti innamorare almeno un po’, e tu mi dici che ti piacciono le mie braccia? Perché devi farmi fare un lavoro pesante, mi devi far scaricare qualcosa? Devi fare trasloco e ti servo per questo? Ma no, dai, dice lei, mi piacciono le tue braccia per quello che c’è tatuato sopra. Perché sul tuo braccio destro c’è tatuato: old man river? E perché sul polso dell’altro braccio c’è tatuato quella specie di sottile braccialetto? Sembra un braccialetto rituale e che vuol dire quel cerchietto tatuato al centro del polso?
Lui non si fa illusioni su di lei; il fatto che voglia sapere delle cose su di lui è solo un passatempo, fra un po’ se ne andrà e vuole semplicemente far passare un po’ di tempo, non vuole essere sgarbata, vuole essere gentile, ma di me non le importa niente, questo lo so e niente potrà cambiare questo fatto, mai.

Per me lo scrittore più selvaggio di tutti rimane Jack Kerouac

Per me selvaggio sta per autentico. E lui è il più autentico di tutti, anche adesso. Secondo me la scrittura alternativa si è fermata a tre scrittori: Kerouac, Ginsberg e Lenore Kandel.
Kerouac è stato lo scrittore che ha iniziato la rivoluzione letteraria, rivoluzione nello stile, perché è lo stile che fa la narratività di un testo. Lui ha inventato uno stile mentre scriveva On the road. Questo lo dice in “Un mondo battuto dal vento”, un libro che raccoglie alcuni suoi scritti teorici. Sì perché in questo libro scrive che “NON SONO LE PAROLE CHE CONTANO, MA L’IMPETO DI VERITA’ CHE SE NE SERVE PER I SUOI SCOPI ( lo scrive a stampatello nel novembre del ’49. Un anno prima aveva scritto sempre in “Un mondo battuto dal vento” : “Scritto 6000 parole di Sulla strada, ma in modo grossolano, rapido, sperimentale: voglio vedere fino a che punto può arrivare un uomo. Lo scoprirò presto” . E qualche giorno dopo: “Altre 1000 parole più misteriose che si allontanano da me in una trance di scrittura mentre batto a macchina. Ho sempre avuto paura di provare una cosa simile, questa potrebbe essere la volta buona”.
Le esperienze quasi mistiche di Kerouac che accompagnano la scrittura di On the road daranno origine alla messa appunto anche nelle opere successive della sua invenzione della poesia e prosa spontanea. Cosa sia lo troviamo in Scrivere bop in cui lo scrittore ci rivela il suo metodo, prima di tutto contestando la scrittura tradizionale del suo tempo: “ La mia posizione nell’attuale scena letteraria americana è semplice: sono stanco e stomacato della frase inglese convenzionale che mi sembra così pesantemente limitata nelle sue regole, così inaccettabile rispetto al formato della mia testa come ho imparato a scandagliarla nel moderno spirito di Freud e Jung. Quante volte nei racconti contemporanei troviamo frasi come “ C’era la neve per terra, e la macchina arrancava su per la collina? Attraverso il vizio infantile di prendere quelle che all’origine erano due frasi brevi e ficcarci una virgola con una “e”, questi grandi artigiani della prosa contemporanea pensano di aver lavorato una frase”.
Quello che c’è da fare per chi scrive, secondo Kerouac, è rimanere fedeli ai primi pensieri, concetto che Ginsberg sintetizzerà nello slogan primo pensiero miglior pensiero. Si tratta di non aver paura di improvvisare, che è una paura che nasce da quella di essere fino in fondo fedeli a se stessi, alla propria mente, a quello che essa ci detta. Perché secondo Kerouac lo scrittore nato è colui che inventa un nuovo stile. Nella pittura è così come nella musica, questo deve accadere anche nella letteratura: “l’importante non è cosa si scrive, ma come si scrive…Mai ripensarci per migliorare o mettere ordine nelle impressioni, perché la scrittura migliore è sempre quella più personale e dolorosa, strappata, estorta alla calda culla protettiva della mente – attingi a te stesso il canto di te stesso, soffia! – Ora! – il tuo metodo è l’unico metodo – buono – o cattivo – sempre onesto ( comico ), spontaneo, interessante per la sua qualità di confessione, perché non di mestiere”.
“Sulla strada” rappresentò la prima prova che il metodo della prosa spontanea poteva funzionare. Nei romanzi successivi Kerouac si spinse oltre ( soprattutto in “Visione di Cody” e ne “I sotterranei”), mostrando una straordinaria capacità di introspezione, sincerità e generosità. Non importa come uno scrittore ci riesca, quali strade debba battere, quale buio e confusione mentale debba attraversare. Deve andare oltre se stesso, per trovare l’“altrove” cui tutti noi in fondo tendiamo e cerchiamo. Pochi hanno il coraggio di avventurarsi nel mare tempestoso del proprio spirito. Ginsberg ebbe questo coraggio, seguì gli insegnamenti di Karouac e li applicò alla poesia. Testimoniò per tutta la vita il suo debito verso di lui, a tal punto da fondare in suo onore nel 1947 insieme Anne Waldman la famosa scuola di scrittura creativa Al Naropa Insitute di Boulder: la Jack Kerouac School of Disembodied Poetics ancora in piena attività.
Allen Ginsberg imparò quindi dal suo amico Kerouac ad improvvisare, nel suo caso in poesia. Appese il suo celebre elenco su come si fa ad improvvisare ( elenco che si trova facilmente in internet ) e creò i suoi poemi come “Howl” e “Kaddish”. In poesia l’improvvisazione di scrittura agisce con più facilità e libertà rispetto alla prosa, si può stra – dire e di stra – fare, semplificare o complicare, perchè la poesia in Ginsberg non ha gli stessi vincoli lessicali, grammaticali, stilistici della prosa, anche di quella spontanea di Jack Kerouac. E quando il suo poema stupisce laddove appare oscuro, in realtà obbedisce ad un interno ordine – disordine mentale, quello dello specifico momento che sta vivendo mentre scrive. Sia “Howl” che le migliaia di poesie e poemi che ha scritto sono un viaggio dentro se stesso e dentro le coscienze dei propri amici e dentro la coscienza dell’essere umano in quanto tale. Ginsberg guarda nel profondo di questo essere umano che egli è e quello che trova lo tira fuori così com’è, e lo scrive nello stesso stato in cui lo trova. Perché in Ginsberg ( come in Kerouac ) scrittura e spirito coincidono. L’imperfezione, la sconnessione sono la loro anima parlante, le loro improvvisazioni di scrittura non seguono un solo filologico, ma una moltitudine, anzi un’ accozzaglia di pensieri-parole-mente.
Qualche parola infine su Lenore Kandel che ho nominato all’inizio. In Italia la conoscono in pochi e questo è un vero peccato non per lei che è morta nel 2009 ma per quelli che non conoscendola si privano dell’estasi che producono le sue poesie di The love Book e delle altre raccolte che ha scritto. Lei era una hippy e una leader di un gruppo anarchico dell’epoca chiamato I Diggers.
Lenore Kandel fu un’altra cosa rispetto a Kerouac e Ginsberg, lo fu sia dal punto di vista storico che poetico. Sicuramente anche lei improvvisava ed ebbe molta notorietà negli anni ’60 di San Francisco perché in alcune sue poesie ha parlato in modo esplicito dell’atto sessuale tra un uomo e una donna. In un testo intitolato “La poesia non è mai compromesso” scrive: “Due mie poesie, pubblicate in un piccolo libro, trattano d’amore fisico e dell’invocazione, riconoscimento e accettazione della divinità nell’uomo attraverso il medium dell’amore fisico. In altre parole, è un piacere. Un piacere così grande che ti rende capace di uscire dal tuo io privato e di partecipare della grazia dell’universo. Questa semplice e piuttosto ovvia formulazione, espansa ed esemplificata poeticamente, ha sollevato un furore difficile a credersi. Gran parte di tale furore era dovuto all’uso poetico di certe parole di quattro lettere d’origine anglosassone non sostituite cioè da più tenui eufemismi. Gli eufemismi scelti per paura sono un patto con l’ipocrisia e nell’immediato distruggeranno la poesia e alla fine distruggeranno il poeta. Qualsiasi forma di censura, mentale, morale, emotiva o fisica che sia, proveniente sia dall’interno che dall’esterno, è una barriera contro l’autoconsapevolezza”.
Eppure l’establishment letterario l’ha relegata a una nota a piè di pagina nella storia dei Beats e degli Hippies, dando più peso al processo per oscenità di The Love Book che al libro in se stesso. Altri la nominano solo come il modello per il personaggio di Ramona Swartz nel romanzo di Kerouac Big Sur, oppure come partecipante ai raduni degli happenings dei Diggers durante i giorni della controcultura di S. Francisco. La maggioranza dei critici la ignorano e il suo nome è assente dalle liste dei poeti Beat. Lenore è vissuta in un età in cui c’erano le buone ragazze e le cattive ragazze e le buone ragazze non scrivevano sullo “Scopare con amore” che è il titolo di un suo poema. Ma il colpo finale alla poesia di Lenore venne dal nascente femminismo americano che cominciò con il celebrare le donne, come faceva Lenore, ma ben presto assunse un carattere marcatamente asessuale e antisessuale. Divenne impossibile per una scrittrice essere accettata da altre donne se celebrava la propria sessualità e specialmente se celebrava l’amore per gli uomini. Fortunatamente nel 2012 la casa editrice North Atlantic Books ha pubblicato un libro di poesie di Lenore intitolato Collected poems of Lenore Kandel che contiene tutte le sue poesie edite e molte inedite.

Improvvisazione ascoltando la 6° sinfonia di Tchaikovsky

Onde d’aria
di mare sarebbero troppo pesanti 

ondulatorio è il motivo –
chiudo gli occhi
li riapro –
velocità
picchiettio come di gocce su un vetro
andare venire scappare
non ritornare riposare
svestirsi rivestirsi
abbindolare qualcuno
sedurlo non sedurlo
adularlo sgridarlo
scendere scale
abbandonarlo
e via correre per strade e portici
baciare qualcuno che non sa nulla
e non capisce
andare a casa sua
stare lì aspettare –
la libertà ha un prezzo
diventi patetica
come il titolo di questa sinfonia –
patetica, felice lì per lì
ma poi negli anni patetica e triste
perché non capisce i tuoi gesti
li senti provocati causati
li incanali in tubi di cemento
ti ci nascondi
cresce muschio su di te
ti scalda, ti copre
è verde, bello
e i tuoi occhi splendono

La camera – racconto di G.C.

Quando mi riaccompagnano in camera dopo l’intervento, nell’altro letto c’è un signore magro, alto. la pelle del volto ancora scura per il lungo tempo trascorso al sole, così gli avambracci scoperti. non ci salutiamo. Dopo poco gli portano il pranzo che consuma al tavolino della camera, svogliato. Compare la moglie che gli parla prima sottovoce poi alzando la voce a poco a poco gli dice che lui è un uomo cattivo che per farla venire lì non la ha neppure fatta partecipare al funerale del fratello, la voce è lamentevole ma non incerta. Entra un medico che comunica la loro prossima dimissione, tra un’ora. La coppia inizia a preparare la valigetta, l’uomo va in bagno, esce e si infila i pantaloni e si veste di tutto punto, indossa la giacca e mette il cappello, poi si risiede sul letto, non dice una parola. La moglie si copre la testa con un fazzoletto, abbottona la giacca, ” la Irma è già partita, tra un po’ arriva” si siede su una seggiola e ripete la storia del funerale del fratello, poi tacciano entrambi e rimangono immobili, seduti.Trascorre un’ora ed entra un altro medico che consegna il foglio di dimissione , loro non si muovono, la Irma non arriva, sembrano una coppia di migranti messicani, escono nel corridoio e non li vedo più. La camera è mia, spengo tutte le luci.
La mattina dopo mi cambiano camera , dal terzo al secondo piano. Nel letto vicino c’è un omone che saluta al mio buongiorno, è una persona ordinata, molto precisa e silenziosa, quando ci portano il pranzo ci alziamo entrambi, lui sul lato lungo ed io su quello corto del tavolino. Da un sacchetto di stoffa estrae le posate di metallo e si gusta la minestrina in brodo con tanto piacere che gli cedo anche la mia e non dimentica di aggiungere la bustina di formaggio. Il purè deve essere una sua passione, seguito dalla bustina di marmellata, gli cedo la mia che ripone con un sorriso spiegandomi che è stato un autista di autobus di linea ora in pensione. Va in bagno, lava le posate e le ripone, piega il tovagliolo.
La mattina dopo mi cambiano camera, dal secondo al primo piano. La stanza non è occupata e posso regolare la tenda della finestra in modo da riparare gli occhi senza ridurre la luce. Dopo qualche tempo un infermiere accompagna un signore giovane e pesante con un evidente problema ad una gamba che tiene scoperta, gli duole. La dottoressa che mi visita, controllati i vari parametri, dice che può dimettermi e dopo un’ora sono fuori. Spioviggina ed è freddo, Rossella chiama un taxi e ce ne andiamo.
6122019

In autobus

Ore 20 circa autobus viaggio lunghino fino alla macchina e poi a casa –
non sono come loro sull’autobus che si capisce dalle facce assonnate che tornano dal lavoro neanche bello probabilmente
io vengo da “un evento” –

davanti a me seduta una giovane donna carina non stanca non assonnata –
ha un giaccone di lana che vorrei chiederle dove l’ha comprato ma non mi azzardo. Ha un viso vivace che parla anzi evoca i suoi pensieri che non saranno brutti stanchi sfasciati – il suo viso evoca pensieri neutri o carini –
che bel giaccone vorrei dirle dove l’ha comprato? –
ma non mi azzardo.

Io gioco per la doccia

Per un certo periodo sono stata socia di un circolo del tennis.C’era anche una bella piscina. In quel circolo c’ho passato un sacco di tempo, domeniche, estati, serate. Giocavo a tennis, partecipavo ai tornei. Una volta ho sentito dire a uno: io gioco per la doccia. E’ una frase che non so perché mi è sempre rimasta in testa. Ogni tanto penso c’è gente che gioca per la doccia. Nella mia mente negli anni si è trasformata in una specie di stile di vita o filosofia. Un modo di affrontare l’esistenza. Come dire non mi importa di vincere, io gioco per la doccia. Come dire per dopo. Sì, ma dopo cosa? Cioè la doccia per cosa sta in questa specie di filosofia di vita?

Il Mostro al Saraceno, libro umoristico sugli anni ’50 in Emilia di Bruno Sgarzi, Andrea Poli, Luca Ghetti

Che bello il tempo in cui 10.000 persone si radunavano intorno ad un macero della campagna emiliana per ascoltare il muggito di un presunto ” mostro” creato dalla fantasia di alcuni burloni che volevano prendere in giro i loro concittadini! In realtà si trattava di una povera rana un po’ più grande del solito che chissà cosa voleva dire con il suo huuuu…
Ci pensate oggi? Non si radunerebbe nessuno intorno ad un macero ( quei pochi che ancora esistono ), primo perché non crediamo più ai mostri ( ma agli Ufo sì…), secondo perché ce ne staremmo tranquillamente a casa nostra a vedere il video su youtube di un paio di pescatori che con il loro cellulare mostrano le immagine del macero e fanno ascoltare  il presunto muggito del mostro.
Nel 1957, anno in cui è ambientata la storia raccontata da “Il mostro al saraceno”, la gente andava personalmente nei posti, si parlava, ingigantiva le voci che ascoltava in piazza, e soprattutto la gente emiliana viveva  in piccole comunità dove c’era il barbiere, i circoli, le botteghe di ogni genere. Anche io oggi vivo
n una piccola comunità emiliana ma non abbiamo neanche il bar. Tanto basta prendere la macchina…

Bellissima la copertina e le illustrazioni di Luca Ghetti; bellissime le zirudelle in dialetto;
preziosi i documenti dell’epoca contenuti nell’Appendice