La mia newsletter letteraria di Luglio 2020

Buona sera, sono Dianella Bardelli, questa è la mia newsletter letteraria di Luglio 2020.
Contiene un’improvvisazione di prosa spontanea; qualche mia breve poesia e la recensione de La Prima notte di quiete di Valerio Zurlini.
L’improvvisazione di prosa: “Improvvisazione su qualcosa – indovina cosa”:
http://lascrittura.altervista.org/improvvisazione-su-qualcosa-indovina-cosa/
Le mie poesie:
“Mi piace la roba vecchia”: https://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/2020/07/06/mi-piace-la-roba-vecchia/; “Quelle tovaglie umide”: https://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/2020/07/16/quelle-tovaglie-umide/;
“L’isola,il maggio francese e un po’ di Nepal” https://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/2020/07/17/lisola-il-maggio-francese-e-la-betulla-e-un-po-di-nepal/.
La mia recensione de “La prima notte di quiete” di Valerio Zurlini:
https://www.cronacheletterarie.com/2020/07/02/la-prima-notte-di-quiete/

Buona lettura
Dianella Bardelli
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Improvvisazione su qualcosa – indovina cosa

tutto quel tempo a seminare – o a non farlo abbastanza – o a non farlo per niente – niente di concreto fattibile bello – niente di scritto maneggevole autentico – fallimento della mente – mente mento mento mente -la mente mente? mentalmente almeno credo cervello inconscio sì ma dove sta? Da quale parte del cervello? – la formica che scappa di fronte al pericolo mi parla di te di me mi parla – altrimenti mi sarebbe indifferente come un tempo – quello in cui non mi importava di niente e di nessuno solo di me stessa centro del mondo – poi c’è stato il tempo dell’altruismo e ora di nuovo questa specie di indifferenza assenza di motivazioni etiche emozionali – perché non programmo la scrittura? perché se la lasci fare la mente detta e organizza in un ordine tutto suo automatico non come faresti tu volontariamente – quando la mente detta tu trascrivi la voce che forse è interiore o forse no è esteriore cantami o diva – i greci lo capisco solo ora avevano capito tutto – c’è una voce che dice e detta-

La mia recensione de La trasgressione necessaria di Luca Pollini

Molte volte ho pensato di fare in forma scritta una specie di mappa di tutti i cambiamenti che ho fatto nella mia vita. Non parlo della capigliatura o degli abiti. Parlo di visioni, stili di vita, valori, ciò in cui ho creduto e in cui non credo più. Sono state parecchie le cose in cui mi sono buttata e dalle quali poi mi sono tirata fuori, ma non le nominerò perché non è questo l’oggetto di questo testo. Lo è la vita e le scelte varie e diverse di Andrea Valcarenghi che ci sono minuziosamente raccontate da Luca Pollini nel suo libro “La trasgressione necessaria”. Si comincia dal suo giovanile antimilitarismo e si finisce all’adesione al credo di Osho, guru di quelli che un tempo venivano chiamati gli “arancioni”.
Scrivere biografie interessanti è difficile. In genere sono molto noiose soprattutto per via dello stile piatto che spesso le caratterizza. Ma non è questo il caso de “La trasgressione necessaria” di Luca Pollini. In uno stile narrativo viene raccontata, come fosse un romanzo, la biografia dettagliata della vita di Andrea Valcarenghi, allargata al contesto sociale dagli anni ’60 ai giorni nostri.
Luca sa attirare l’attenzione del lettore sul “personaggio” Valcarenghi, dal suo antimilitarismo al suo definitivo abbandono della vita politica a favore di quella spirituale. Oggi Valcarenghi si chiama Swami Deva Majid.
Il libro si può definire diviso in due parti: dal pacifismo alla militanza politica fino alla fondazione della rivista Re nudo la prima parte, e la seconda dai cambiamenti subiti da questa rivista ad oggi.
Le vicissitudini di questa rivista si identificano con quelle di Valcarenghi. Nei primi anni è una delle componenti della militanza rivoluzionaria degli anni ’70. Quelli i temi, quello il linguaggio ( uno delle sue parole d’ordine ricalca quella molto in voga negli anni ’70: “vogliamo tutto e subito”) .
Re nudo organizza vari festival, una cosa del tutto innovativa e sul piano culturale rivoluzionaria, dato che finora erano stati appannaggio della RAI o dei partiti. Quelli rimasti più famosi sono quelli del Parco Lambro del ’74, 75 e ’76 organizzati con l’aiuto di Lotta Continua, Potere Operaio e altri gruppi extra parlamentari. Il festival del ’76, a cui partecipano ben 100.000 persone, segna la fine del sogno politico della controcultura italiana: spaccio di droga, furti organizzati di cibo, contestatori che salgono sul palco durante i concerti. E’ la fine del tentativo di creare un “mondo diverso”.
Valcarenghi lo capisce e se ne va. Dove? In india, come migliaia in quegli anni. E qui comincia la seconda parte di “La trasgressione necessaria”.
Nel ’77 Valcarenghi diventa discepolo di Bhagawan Shree Rajneesh, conosciuto anche come Osho nel suo ashram indiano di Poona. Nell’incontro con il maestro quest’ultimo gli dice: ” Il tuo nome è Swami Deva Majid…Deva significa divino, Majid magia”.
Seguono anni importanti in cui Valcarenghi diventa emissario di Osho in occidente, inoltre ridà vita per molti anni a Re nudo, che, come si dice nel libro di Luca Pollini :” diventa la rivista dell’incontro tra oriente e occidente”.
Ora Valcarenghi si sta impegnando nella creazione de Il villaggio di Re nudo: ” si tratta di realizzare un villaggio basato sul voler essere insieme, ma nello stesso tempo indipendenti e liberi. Il suo nome sarà Soli e insieme.
A questo proposito auguro ogni bene a questo progetto anche se ho delle riserve in proposito, ma parlo solo a titolo personale. Non credo che le comunità si possano fondare, nascono spontaneamente dai bisogni materiali. Vivo in un piccolo paese, fino agli anni’50 in grandi cortili o in mezzo alla campagna c’erano agglomerati di case, erano una comunità, si facevano un sacco di cose insieme, feste, oggetti per il lavoro, perfino giocattoli. Erano così vive che in alcuni di questi cortili ci si faceva La festa dell’Unità. Si andava d’accordo? Non lo so, ma bisognava farlo per sopravvivere. Poi chi ha potuto intorno al ’60 è andato con la famiglia a vivere in città. Senza essere “alternativi” capitava che due famiglie andassero a convivere per dividersi le spese. Magari, anzi sicuramente molti saranno stati amici e si volevano bene. Ma appena è stato possibile ognuno ha affittato o comprato un proprio appartamento. Se parli con queste persone, ma è difficile, sono morte quasi tutte di vecchiaia, ti dicono che allora nei campi si mettevano i bimbi sull’argine e si andava nell’acqua nelle risaie. Ti dicono anche: che bello si beveva tutti da un unico bicchiere, è nostalgia, ma della gioventù.

Luca Pollini e Andrea Valcarenghi

 

Su Luca Pollini ho scritto altro: http://lascrittura.altervista.org/intervista-a-luca-pollini-sul-suo-nuovo-libro-gianni-sassi-il-provocatore/; http://lascrittura.altervista.org/una-mia-intervista-a-luca-pollini-su-due-suoi-libri-restare-in-vietnam-e-ordine-compagni/; http://lascrittura.altervista.org/luca-pollini-restare-vietnam-dalla-parte-del-nemico/

Qui la sua autobiografia: https://www.retrovisore.net/chi-sono/ 
In cui dice  di rimpiangere Il Parco Lambro..quale dei tre?


Il libro più strampalato e magnifico di Jack Kerouac : Visione di Cody

” Cody è il fratello che ho perduto. Egli è l’arbitro di quello che penso”

Visione di Cody è il libro più strampalato e stupefacente di Jack Kerouac. Più de I sotterranei, che anche lui lo è, ma solo apparentemente. Visione di Cody è stato scritto da Kerouac negli stessi anni di Sulla strada ma dimostra molto di più quanto la scrittura possa rappresentare le imperfezioni della vita, e che per farlo deve essere anche essa imperfetta; e mi fanno ridere quelli a cui piace la scrittura tutta ammodino, l’italiano medio o l’inglese medio ad esempio, quando invece l’unico scrittore vero è quello che riesce ad essere imperfetto, crudelmente e meravigliosamente imperfetto. In Italia mi vengono in mente I Malavoglia o il Partigiano Johnny come opere che hanno cercato, esplorato, trovato una scrittura che combaciasse con la materia trattata.
Visione di Cody è un romanzo fatto a pezzi, nel senso di costruito a pezzi, capitoli vengono chiamati, ma non sempre è possibile collegarli tra loro in senso stretto, bisogna lasciarsi andare alla scrittura e affidarsi alle intenzioni dello scrittore. Ma per farlo bisogna anche amarlo, come succede sempre nella vita.
Cody è uno dei nomi con cui nei suoi romanzi Kerouac chiama Neal Cassady. Chi di noi avrebbe avuto il coraggio di omaggiare così vistosamente, così apertamente l’amore per un suo simile come fa l’autore in questo romanzo? ( nella prefazione Allen Ginsberg scrive: “Jack Karouac non ha scritto questo libro per denaro, lo ha scritto per amore…” pag. 16 ). La beat generation, nei suoi esponenti principali, non è stata altro che lo stare insieme di un gruppo di amici maschi, come ce n’erano dappertutto dal secondo dopoguerra in poi, almeno in Europa e in America. Erano in quattro: Jack, Neal, Allen e William. E la nostra fortuna è che invece di parlare solo di sport, donne o corse di cavalli, hanno per anni e anni parlato di scrittura e come si fa con la scrittura a mostrare la vita, come si fa con la scrittura ad avere esperienza della vita. Per Kerouac se la realtà non ha una sua rappresentazione artistica, non vale neanche la pena di viverla. Scrivere è pensare la vita, cioè darle un senso.
La parte centrale di Visione di Cody consiste nella trascrizione di alcune conversazioni a ruota libera tra Jack e Neal che i due avevano pensato di registrare. Il capitolo si intitola “Frisco, il nastro”. Prima di queste Keroauc racconta le sue peregrinazioni per New York (mostrandoci la sua straordinaria capacità di osservazione dei minimi dettagli della vita quotidiana, senza la quale il suo particolarissimo stile di scrittura non si sarebbe potuto manifestare) e la storia di Neal da quando ragazzino frequentava le sale da biliardo di Denver. La sua era ” una faccia ossuta che sembra essere stata premuta contro sbarre di ferro per quell’aria rocciosa accanita che ha, di sofferenza, perseveranza e, a guardare più da vicino, fiducia in sé…una faccia da tigre” (pag. 84).
Parlavo prima di amore di Jack per Neal. Sì perché la parola amicizia è troppo debole nel suo caso e non rende l’idea dei sentimenti ed emozioni che Neal trasmetteva a Jack. Era amore nel senso maschile del termine e, come ho detto prima, riguardò tutti e quattro i componenti più importanti e noti della beat generation. Non fu un amore per sempre, litigarono, smisero di vedersi, l’amore finì, e Neal e Jack morirono pure giovani.
Nella trascrizione delle conversazioni (dovute al continuo fumo di marijuana) tra Neal e Jack affiora un po’ di tutto, ricordi, scherzi, confidenze sulle proprie esperienze amorose; e il bello è che sia i ricordi che le confidenze ognuno le sa già, le ha già sentite raccontare, eppure si vuole di nuovo sentirle, c’è questo essere in fondo dei bambini che vogliono sempre sentire la stessa favola perché è troppo bella e risentirla fa rivivere ogni volta piacevoli emozioni. Ad esempio Cody racconta a Jack di quando si trovava a casa di Borroughs in Texas, una casa nel nulla vicino a delle paludi, e Borroughs passava il tempo a drogarsi, ascoltare valzer viennesi, e a leggere romanzi. C’è anche il racconto dei tre giorni passati in quella casa del Texas da Allen Ginsberg, in quel periodo perdutamente innamorato di Neal. Dice Cody: ” eravamo ancora giovani abbastanza per parlare e parlare e parlare dalla mattina alla sera…” (pag. 212). Allen in quei giorni avrebbe voluto dormire con Neal e tentò invano di costruire un letto matrimoniale con due brande militari. Ma Neal di lui non ne voleva più sapere: “non sopportavo più manco mi toccasse…” (pag. 214).
Poi ci sono i ricordi di Jack di quando aveva diciott’anni e viveva con una ragazza a New York senza far niente se non mangiare e fare sesso. E racconta a Cody di come aveva conosciuto tutta la banda dei beat e di quelli che gli giravano attorno. Lui è molto curioso di sapere queste cose e fa domande, vuole sapere da Jack tutti i particolari e il come e il quando per potersi immaginare per l’ennesima volta l’inizio della scena beat. Perché di lì a poco quelle persone sarebbero diventate le sue persone che anche lui ama ed è fiero di conoscere. Parlano anche di persone che li hanno iniziati alla droga, ( “Vicki ci spiega quello che vuol dire essere alti – e la gente la troviamo simpatica – gli vuoi bene alla gente – e per la prima volta Bull e io siamo insieme – vedi – dopo io gli ho sempre voluto bene…” (‘pag. 273), di donne con cui sono stati una volta sola o che hanno molto amato, e anche di come si sono conosciuti loro due. Dice Jack: ” Abbiano cenato insieme quella sera – era d’ottobre- ottobre del ’46…E adesso tu occupi i miei pensieri tutto il tempo!” (pag. 277). L’ultima parte non riguarda più solo le conversazioni tra Jack e Cody. E’ tutta una scrittura spontanea alla maniera nostalgica e triste di Sulla Strada. Immagini, flash di visioni di coppie abbracciate su un autobus o di sere passate a vedere friggere il pesce, o ancora di un bizzarro ragazzo incontrato a New Orleans o di quando gli capitò di assistere ad una scena cinematografica a San Francisco. E infine nelle ultime pagine il perché di questo romanzo. Perché Cody non è una persona agli occhi di Jack, lui è una visione, lui lo vede, lo pensa, lo sente, come un essere mitico: “Era come s’egli fosse uno spirito sovrumano – uno spirito incarnato e inviato su questa terra per confondermi…anche se lo vedevo come un angelo, come un dio, eccetera, lo vedevo anche come un dia-volo, una vecchia strega, perfino come una vecchia puttana, dall’inizio lo vidi così, e ho sempre pensato e ancora penso che lui riesce a leggermi nei pensieri e interromperli apposta affinché io guardi il mondo come lui” (pagine 397 e 400-401).

“Sensazione di riconoscimento” ( Peter Schneider)

Sensazione di riconoscimento. Ho trovato questa espressione nel racconto di Peter Schneider “Lenz”( 1973). In questo periodo rileggo anche libri della mia gioventù. Lenz è uno di questi. Adesso lo capisco, capisco i nessi, la sofferenza del protagonista, i suoi dubbi. Capisco la sua nostalgia per la “sensazione di riconoscimento”, come con un’espressione fantastica la chiama lui. La prova verso i suoi ex compagni di manifestazioni e lotte che ormai per lui non hanno più senso. L’unica sensazione di riconoscimento che lui ancora sente in maniera autentica è verso la donna di cui è innamorato. Non ne è ricambiato, ma questo sembra non avere importanza. Anzi.

Due film indimenticabili

Un giorno nell’aula insegnanti una collega rabbiosa con un libro ammazzò una vespa che stava vicino alla finestra. Come fosse stata quella povera bestia un suo ostacolo o un suo nemico.Un’altra volta in una classe un ragazzo vide che stavo guardando con timore una farfalla che stava  posata su una finestra in un punto simile a quello della vespa che mesi prima era stata rabbiosamente uccisa. Il ragazzo fece l’atto di schiacciare la farfalla. Ma poi non lo fece.
Questi due episodi mi stanno in mente a distanza di anni come due film indimenticabili. 

Bill Morgan, Io celebro me stesso. La vita quasi privata di Allen Ginsberg

E’ la più completa ed estesa biografia di Allen Ginsberg che io conosca. Praticamente segue Allen dalla nascita alla morte, regalandoci la sua vita in diretta come se fossimo lì vicino a lui a viverla. Non c’è dettaglio che venga trascurato da parte di Bill Morgan, nomi di persone note e sconosciute che Allen ha incontrato una sola volta o frequentato, studi, lavori fatti per mantenersi sia quando era uno studente della Columbia timido e impacciato nei rapporti con le persone, sia quando con la pubblicazione di Urlo cominciò la sua lunga carriera di star della poesia americana. Una parte importante della biografia è dedicata al lungo, doloroso processo attraverso il quale Allen arriverà ad accettare finalmente e definitivamente la propria omosessualità, e al rapporto conflittuale ma mai interrotto con Peter Orlovsky.
Sul piano poetico assistiamo ai suoi primi tentativi culminati nelle prime improvvisazioni che diedero vita ad Urlo, quando Allen trova la sua vera voce poetica. Viene dato anche ampio spazio al suo darsi da fare per far pubblicare le opere dei suoi amici Kerouac e Burroughs. Nel ’56 quando già Urlo era stato pubblicato dalla City Lights di Ferlinghetti, mentre si trovava a New York Allen visitò tutte le più importanti case editrici e si stupiva amaramente che nessuna di loro capisse il genio di Kerouac e Burroughs. Impressionante in questo senso anche l’opera di networking che Allen intraprese tra i poeti delle due coste e l’infaticabile aiuto che profuse per tutta la sua vita nei confronti di poeti poco conosciuti.
Il 1958 fu l’anno del processo a Urlo per oscenità che rese famoso Ginsberg. Tutti gli chiedevano readings e lui acconsentiva con piacere esaltato dall’idea di essere diventato famoso. Da quell’anno in poi Ginsberg leggerà le sue poesie in tutta l’America e anche in tante altre parti del mondo migliaia di volte. Intanto procedeva con la stesura del poema Kaddish dedicato alla madre morta Naomi; è l’opera più bella di Ginsberg, anche lui la considerava la sua creazione migliore. Il ’61 è l’anno dell’incontro con Fernanda Pivano, la prima a tradurre e far conoscere le opere di Ginsberg in Italia ( e anche di Kerouac ).
Poi ci sono gli innumerevoli viaggi in Europa, Asia, Africa. Importantissimo per Ginsber l’anno passato con Orlovdky in India nel ’62.
Il ’67 è l’anno dell’Human be in di San Francisco, il primo raduno hippy della storia americana. Ginsberg fu uno dei protagonisti della giornata, insieme a Gary Snyder, il poeta e saggista che lo introdurrà al buddismo, disciplina che divenne una costante nella vita di Ginsberg dopo l’incontro con il Lama tibetano Chogyam Trungpa Rinpoche. Nel ’68 morì Neal Cassady, il grande amore giovanile di Allen; con il cuore gonfio di dolore scrisse la bellissima “Elegia per Neal”. Nello stesso anno il poeta mette a frutto i suoi guadagni che sono ormai cospicui comprando una fattoria a Cherry Walley e va a Chicago per partecipare alla marcia durante la Convention nazionale dei democratici, che purtroppo non avvenne pacificamente. Allo scopo di calmare gli animi dei manifestanti e dei poliziotti il 25 Agosto intonò al Lincoln Park il mantra “OM” per sette ore e mezzo, fino a perdere la voce. Questa esperienza lo incoraggerà a fondare insieme a Trungpa l’Università buddista di Bulder, il Naropa Institute. Con lui imparerà a meditare e a improvvisare durante i suoi readings accompagnandosi con l’armonium che aveva comprato in India. Inoltre insieme a lui fonderà nel 1974 una scuola di scrittura dedicata a Jack Keoruac ( morto nel 1969 ) all’interno del Naropa, la Jack Kerouac School of Disembodied Poetic. Per molto tempo Allen vi insegnò scrittura per nove mesi all’anno gratis.
Negli anni ’80 cominciò ad avere seri problemi di salute per il cuore e per il diabete. Ma non cambiò le sue abitudini di vita, insegnamento, readings, viaggi, avventure erotiche, litigi con Peter Orlovsky.
Nel Marzo del ’97 gli fu diagnosticato un cancro al fegato, senza speranza di sopravvivenza. Appena gli fu possibile chiamò tutti i suoi amici al telefono per salutarli. Alle 2,30 del 5 Aprile Allen smise di respirare. Per le successive 24 ore riti buddisti accompagnarono l’uscita di Allen da questo mondo. Vari amici si erano radunato al suo capezzale fin dal giorno precedente e senza toccarlo secondo l’usanza tibetana, si avvicinarono per vedere il suo corpo e porgergli un ultimo saluto.
Conclusioni personali
Leggendo le 600 pagine di questa biografia, che in buona parte è un lunghissimo elenco di centinaia di persone che Ginsberg ha incontrato, con cui ha discusso di poesia e politica, con cui ha fatto sesso e viaggiato, si ha la netta impressione ( io almeno l’ho avuta ) che ogni minuto della sua vita egli l’abbia vissuta in maniera totale e intensa, come se ogni volta quel volto, quella strada d’Italia o dell’India siano state pietre miliari della sua evoluzione di poeta ed essere umano, due condizioni che in Allen coincidevano. Dovunque andasse, con chiunque avesse un rapporto sessuale, Allen ne scriveva perché nulla era più importante di qualcos’altro. E questo per me è bellissimo, è un grande insegnamento di vita. Aver messo in evidenza questo coincidere di poesia e vita, vita giocosa o vita disperata, ecco cosa rende affascinante questa biografia. Naturalmente questo è possibile coglierlo se si conoscono le sue poesie o almeno alcune, prima fra tutte la meravigliosa Kaddish. Per chi come me ama le poesie di Ginsberg la sua vita raccontata da Bill Morgan assume un significato particolare che illumina e spiega quelle poesie.

In giro nessuno

Cammina persa per una Bologna senza nessuno. Ha il cellulare scarico e non connesso. Arriva sotto il portico del palazzo della sua infanzia. Sotto quel portico attraversa un corto corridoio e entra in un piccolo appartamento. Qualcuno le carica il cellulare e può vedere in una tv una partita di tennis in terra rossa. Ha paura di uscire da quel piccolo appartamento. Fuori cosa mi aspetta? Non c’è nessuno ed è di questo che ha paura. Fuori c’è il sole, via Murri e i Giardino Margherita. Non c’è nessuno ed è di questo che ha paura. L’autobus che vede lungo i viale alla fermata di Porta Santo Stefano è elettrico come decine di anni fa. Eppure è tutto deserto intorno a lei. Io chi sono?, si chiede. Sono corpo, spirito o tutti e due? Pensa di essere immateriale. Come spesso ha pensato. 

Come lui la guarda

La guarda poco limpido, lo sguardo è poco limpido, opaco con gli occhi marroni che non luccicano, non che siano occhi da miope, no la guarda e si copre la bocca la protegge, si protegge, la scherma, che non parli, meglio guardarla con quello sguardo marrone opaco. Occhi che non guardano neanche davanti a sé, ma un po’ più in basso, leggermente più in basso, all’altezza della sua bocca, della bocca di “lei”, la ragazza matta che ha incontrato al centro commerciala quando c’è andato per comprare la bicicletta nuova; benedetta quella giornata, la bicicletta, il centro commerciala e quel bar tutto rosso, che se non fosse stato per tutte queste ragione lui non l’avrebbe mai incontrata la ragazza matta di cui lui ora e pazzamente innamorato. Di te mi piacciono le braccia, dice lei, ma lui la sta guardando negli occhi e che lei dica ora di te mi piacciono le braccia è quasi offensivo, lui almeno potrebbe intenderlo come offensivo, ma come?, avrebbe tutto il diritto di pensare, io ti guardo così fisso, così tanto negli occhi per farti capire, per farti innamorare almeno un po’, e tu mi dici che ti piacciono le mie braccia? Perché devi farmi fare un lavoro pesante, mi devi far scaricare qualcosa? Devi fare trasloco e ti servo per questo? Ma no, dai, dice lei, mi piacciono le tue braccia per quello che c’è tatuato sopra. Perché sul tuo braccio destro c’è tatuato: old man river? E perché sul polso dell’altro braccio c’è tatuato quella specie di sottile braccialetto? Sembra un braccialetto rituale e che vuol dire quel cerchietto tatuato al centro del polso?
Lui non si fa illusioni su di lei; il fatto che voglia sapere delle cose su di lui è solo un passatempo, fra un po’ se ne andrà e vuole semplicemente far passare un po’ di tempo, non vuole essere sgarbata, vuole essere gentile, ma di me non le importa niente, questo lo so e niente potrà cambiare questo fatto, mai.

Per me lo scrittore più selvaggio di tutti rimane Jack Kerouac

Per me selvaggio sta per autentico. E lui è il più autentico di tutti, anche adesso. Secondo me la scrittura alternativa si è fermata a tre scrittori: Kerouac, Ginsberg e Lenore Kandel.
Kerouac è stato lo scrittore che ha iniziato la rivoluzione letteraria, rivoluzione nello stile, perché è lo stile che fa la narratività di un testo. Lui ha inventato uno stile mentre scriveva On the road. Questo lo dice in “Un mondo battuto dal vento”, un libro che raccoglie alcuni suoi scritti teorici. Sì perché in questo libro scrive che “NON SONO LE PAROLE CHE CONTANO, MA L’IMPETO DI VERITA’ CHE SE NE SERVE PER I SUOI SCOPI ( lo scrive a stampatello nel novembre del ’49. Un anno prima aveva scritto sempre in “Un mondo battuto dal vento” : “Scritto 6000 parole di Sulla strada, ma in modo grossolano, rapido, sperimentale: voglio vedere fino a che punto può arrivare un uomo. Lo scoprirò presto” . E qualche giorno dopo: “Altre 1000 parole più misteriose che si allontanano da me in una trance di scrittura mentre batto a macchina. Ho sempre avuto paura di provare una cosa simile, questa potrebbe essere la volta buona”.
Le esperienze quasi mistiche di Kerouac che accompagnano la scrittura di On the road daranno origine alla messa appunto anche nelle opere successive della sua invenzione della poesia e prosa spontanea. Cosa sia lo troviamo in Scrivere bop in cui lo scrittore ci rivela il suo metodo, prima di tutto contestando la scrittura tradizionale del suo tempo: “ La mia posizione nell’attuale scena letteraria americana è semplice: sono stanco e stomacato della frase inglese convenzionale che mi sembra così pesantemente limitata nelle sue regole, così inaccettabile rispetto al formato della mia testa come ho imparato a scandagliarla nel moderno spirito di Freud e Jung. Quante volte nei racconti contemporanei troviamo frasi come “ C’era la neve per terra, e la macchina arrancava su per la collina? Attraverso il vizio infantile di prendere quelle che all’origine erano due frasi brevi e ficcarci una virgola con una “e”, questi grandi artigiani della prosa contemporanea pensano di aver lavorato una frase”.
Quello che c’è da fare per chi scrive, secondo Kerouac, è rimanere fedeli ai primi pensieri, concetto che Ginsberg sintetizzerà nello slogan primo pensiero miglior pensiero. Si tratta di non aver paura di improvvisare, che è una paura che nasce da quella di essere fino in fondo fedeli a se stessi, alla propria mente, a quello che essa ci detta. Perché secondo Kerouac lo scrittore nato è colui che inventa un nuovo stile. Nella pittura è così come nella musica, questo deve accadere anche nella letteratura: “l’importante non è cosa si scrive, ma come si scrive…Mai ripensarci per migliorare o mettere ordine nelle impressioni, perché la scrittura migliore è sempre quella più personale e dolorosa, strappata, estorta alla calda culla protettiva della mente – attingi a te stesso il canto di te stesso, soffia! – Ora! – il tuo metodo è l’unico metodo – buono – o cattivo – sempre onesto ( comico ), spontaneo, interessante per la sua qualità di confessione, perché non di mestiere”.
“Sulla strada” rappresentò la prima prova che il metodo della prosa spontanea poteva funzionare. Nei romanzi successivi Kerouac si spinse oltre ( soprattutto in “Visione di Cody” e ne “I sotterranei”), mostrando una straordinaria capacità di introspezione, sincerità e generosità. Non importa come uno scrittore ci riesca, quali strade debba battere, quale buio e confusione mentale debba attraversare. Deve andare oltre se stesso, per trovare l’“altrove” cui tutti noi in fondo tendiamo e cerchiamo. Pochi hanno il coraggio di avventurarsi nel mare tempestoso del proprio spirito. Ginsberg ebbe questo coraggio, seguì gli insegnamenti di Karouac e li applicò alla poesia. Testimoniò per tutta la vita il suo debito verso di lui, a tal punto da fondare in suo onore nel 1947 insieme Anne Waldman la famosa scuola di scrittura creativa Al Naropa Insitute di Boulder: la Jack Kerouac School of Disembodied Poetics ancora in piena attività.
Allen Ginsberg imparò quindi dal suo amico Kerouac ad improvvisare, nel suo caso in poesia. Appese il suo celebre elenco su come si fa ad improvvisare ( elenco che si trova facilmente in internet ) e creò i suoi poemi come “Howl” e “Kaddish”. In poesia l’improvvisazione di scrittura agisce con più facilità e libertà rispetto alla prosa, si può stra – dire e di stra – fare, semplificare o complicare, perchè la poesia in Ginsberg non ha gli stessi vincoli lessicali, grammaticali, stilistici della prosa, anche di quella spontanea di Jack Kerouac. E quando il suo poema stupisce laddove appare oscuro, in realtà obbedisce ad un interno ordine – disordine mentale, quello dello specifico momento che sta vivendo mentre scrive. Sia “Howl” che le migliaia di poesie e poemi che ha scritto sono un viaggio dentro se stesso e dentro le coscienze dei propri amici e dentro la coscienza dell’essere umano in quanto tale. Ginsberg guarda nel profondo di questo essere umano che egli è e quello che trova lo tira fuori così com’è, e lo scrive nello stesso stato in cui lo trova. Perché in Ginsberg ( come in Kerouac ) scrittura e spirito coincidono. L’imperfezione, la sconnessione sono la loro anima parlante, le loro improvvisazioni di scrittura non seguono un solo filologico, ma una moltitudine, anzi un’ accozzaglia di pensieri-parole-mente.
Qualche parola infine su Lenore Kandel che ho nominato all’inizio. In Italia la conoscono in pochi e questo è un vero peccato non per lei che è morta nel 2009 ma per quelli che non conoscendola si privano dell’estasi che producono le sue poesie di The love Book e delle altre raccolte che ha scritto. Lei era una hippy e una leader di un gruppo anarchico dell’epoca chiamato I Diggers.
Lenore Kandel fu un’altra cosa rispetto a Kerouac e Ginsberg, lo fu sia dal punto di vista storico che poetico. Sicuramente anche lei improvvisava ed ebbe molta notorietà negli anni ’60 di San Francisco perché in alcune sue poesie ha parlato in modo esplicito dell’atto sessuale tra un uomo e una donna. In un testo intitolato “La poesia non è mai compromesso” scrive: “Due mie poesie, pubblicate in un piccolo libro, trattano d’amore fisico e dell’invocazione, riconoscimento e accettazione della divinità nell’uomo attraverso il medium dell’amore fisico. In altre parole, è un piacere. Un piacere così grande che ti rende capace di uscire dal tuo io privato e di partecipare della grazia dell’universo. Questa semplice e piuttosto ovvia formulazione, espansa ed esemplificata poeticamente, ha sollevato un furore difficile a credersi. Gran parte di tale furore era dovuto all’uso poetico di certe parole di quattro lettere d’origine anglosassone non sostituite cioè da più tenui eufemismi. Gli eufemismi scelti per paura sono un patto con l’ipocrisia e nell’immediato distruggeranno la poesia e alla fine distruggeranno il poeta. Qualsiasi forma di censura, mentale, morale, emotiva o fisica che sia, proveniente sia dall’interno che dall’esterno, è una barriera contro l’autoconsapevolezza”.
Eppure l’establishment letterario l’ha relegata a una nota a piè di pagina nella storia dei Beats e degli Hippies, dando più peso al processo per oscenità di The Love Book che al libro in se stesso. Altri la nominano solo come il modello per il personaggio di Ramona Swartz nel romanzo di Kerouac Big Sur, oppure come partecipante ai raduni degli happenings dei Diggers durante i giorni della controcultura di S. Francisco. La maggioranza dei critici la ignorano e il suo nome è assente dalle liste dei poeti Beat. Lenore è vissuta in un età in cui c’erano le buone ragazze e le cattive ragazze e le buone ragazze non scrivevano sullo “Scopare con amore” che è il titolo di un suo poema. Ma il colpo finale alla poesia di Lenore venne dal nascente femminismo americano che cominciò con il celebrare le donne, come faceva Lenore, ma ben presto assunse un carattere marcatamente asessuale e antisessuale. Divenne impossibile per una scrittrice essere accettata da altre donne se celebrava la propria sessualità e specialmente se celebrava l’amore per gli uomini. Fortunatamente nel 2012 la casa editrice North Atlantic Books ha pubblicato un libro di poesie di Lenore intitolato Collected poems of Lenore Kandel che contiene tutte le sue poesie edite e molte inedite.