L’anno della scimmia di Patti Smith


“Quella notte ho fatto un sogno, uno di quelli che più che sogni sembrano doni, curativi e puri come un ruscello gelido e incontaminato”

Fin dalle prime pagine capiamo una cosa sulla scrittura in generale e su quella di Patti Smith in particolare: l’efficacia dei dettagli. Anche la descrizione di un luogo qualunque ( forse descritto da altri molte volte ) diventa interessante e “visibile” per chi legge grazie alla cura quasi maniacale dei dettagli. “L’anno della scimmia” è diverso d tutti gli altri libri di Patti Smith. Qui più che introspezione c’è questo mischiare senza soluzione di continuità, realtà e sogno, credo per mostrare a noi lettori come, almeno nella vita di Patti, le due sfere di esistenza si confondano tra loro continuamente. Pare volerci dire: davvero pensate che ci sia tra loro differenza? Non è vita vissuta anche il sognare? Personalmente non ho dubbi su come rispondere a questa domanda. Anzi, nel mio caso, il sogno è più reale e significativo della vita di veglia.

Le mie recensioni dei libri di Patti Smith: https://www.cronacheletterarie.com/2019/07/11/just-kids-di-patti-smith/
https://www.cronacheletterarie.com/2019/03/07/devotion-di-patti-smith/
http://lascrittura.altervista.org/patti-smith-m-train-cosa-penso-di-questo-libro/

 

 

 

Trasparente

Sei trasparente, vitreo trasparente, dentro però non c’è niente, né cuore né altri organi. Sei davvero trasparente; per me trasparente vuol dire fatto di vetro, uno spazio racchiuso nel vetro a forma di persona umana. Cammini nel giardino di casa in una stagione- non stagione, solo l’erba come sempre è verde e troppo alta; ma forse è autunno inoltrato. La siepe è verde scuro e forse tu non esisti o non esisti più.

Cammina nel fango il mio uomo di vetro, dico spontaneamente uomo, non donna, non persona e quindi l’uomo di vetro cammina nel fango del giardino nel tramonto, strisce rosse s’accalcano nel cielo; nel fango cammina con piedi pesanti che non sembrano di vetro trasparente ma d’acciaio, pesante acciaio. Cammina a caso quasi trascinandosi come fosse stanco o molto vecchio. Non ha volto o se ce l’ha io non lo vedo. E’ un essere essenziale e non tende ad abbellirsi, rimane sempre se stesso, un essere, non dico già un uomo, un essere essenziale e senza fronzoli. Peccato sia senza cuore. Anzi meno male. Senza l’organo che tutti chiamano cuore non si è né buoni né cattivi. Lui cammina nel giardino d’inverno ( ma non era autunno?) ma il fango non macchia il suo corpo trasparente.

Non pensa, non discerne, non vuole. Non imporglielo. Cammina solo, nel fango del giardino; è ancora giorno, non c’è fretta o paura. Se il fango aumenta? Ma perché dovrebbe, non c’è pioggia in arrivo, l’odore non si sente. Solo cammina l’uomo ( non è più l’essere) nel fango, che non tocca ma scivola sul vetro trasparente.

Ancora camminare? Son stanco dice l’uomo, l’uomo di vetro, son stanco, voglio andare. Dove di grazia? Non ci son altri posti, solo il giardino, il giardino di fango; la siepe è alta, scura, verde, non si può uscire. Alza il viso al cielo l’uomo di vetro; non riesco a vedergli gli occhi, è troppo alto il viso e troppo alto il cielo. Però anch’io son tutta cielo adesso; aria celeste, chiara da mattino; s’apre anche per me allora; bene, mi dico, anch’io son tutta cielo allora. Non solo l’uomo, l’uomo di vetro. Respiro meglio, il fango è già lontano, anche l’erba adesso è tutta cielo; un cielo che immagino o che vedo?

Cavalli nella nebbia

Avanzano a passo lento, avvolti completamente nella nebbia, i cavalli li hanno coperti con teli di lana; camminano quasi alla cieca su un terreno fangoso, a volte su tratti erbosi o sterrati. Vanno al passo lentamente, come di malavoglia; i cavalieri non li pungolano, non li fanno andare più velocemente; camminano al loro fianco tenendo le briglia lente; non c’è fretta di arrivare, non c’è meta urgente da raggiungere; si va nella nebbia fitta d’autunno; il fiato compatto e grigio ad ogni respiro esce dalle bocche degli uomini e dei cavalli e si confonde subito con la nebbia, bagnata che li circonda. Ogni tanto la guida urla “ Si passa di qua, seguitemi”; al che tutta la lunga fila d’animali e uomini lo segue, fa una curva o scansa un improvviso cedere del terreno.
Passano le ore e si continua ad andare al passo e lentamente.
Infine lo strapiombo, netto e inesorabile, infinito. La loro meta.

Testimonianza a Chicago di Allen Ginsberg

Da ieri è nelle sale italiane il film l processo ai Chicago 7 (The Trial of the Chicago 7)  diretto da Aaron Benjamin 

Del trio Kerouac-Cassady-Ginsberg, solo quest’ultimo ha praticato una forma di militanza politica. E il modo specifico e originale in cui lo fece, è una delle ragioni del mio amore per questo poeta e per il contributo che seppe dare ai movimenti alternativi americani degli anni ’60. “Testimonianza a Chicago” è la prova evidente della specificità di quei movimenti così inclusivi rispetto al settarismo dei movimenti alternativi italiani della stessa epoca. La beat generation, l’hippy generation, il movimento psichedelico, e i vari gruppi che in quegli anni negli USA si opponevano al Potere Americano, cercarono non solo di manifestare questa loro opposizione, ma soprattutto cercarono di viverla. Questa fu la loro forza e la loro peculiarità. “Testimonianza a Chicago” è la trascrizione dell’interrogatorio di Ginsberg durante il processo del 1969 ai leaders della protesta avvenuta a Chicago durante la Convenzione del Partito Democratico che si tenne in questa città dal 25 al 29 Agosto del 1968. L’intento dei dimostranti era quello di ripetere le mobilitazioni contro la guerra in Vietnam degli anni precedenti con una modalità nuova. Nel movimento prevalse infatti il punto di vista di chi volle che la mobilitazione di Chicago avesse la caratteristica di un “Festival della vita” da tenersi al Lincoln Park con workshops di ogni tipo, readings poetici, musica, centri di discussione politica. In realtà le autorità cittadine non diedero l’autorizzazione ad occupare il parco, ma fu presa la decisione di manifestare ugualmente. Così solo 5000 mila dimostranti giunsero in città e furono brutalmente attaccati dalle forze dell’ordine durante lo sgombero del parco. Ci furono centinaia di arresti, moltissimi feriti e un anno dopo il processo ai leaders di quelle giornate. Tutti e sette furono condannati a 5 anni di carcere e 5000 dollari di multa, anche i difensori degli imputati subirono pesanti sentenze di condanna.

Ma veniamo alla testimonianza di Ginsberg, testimonianza richiesta dalla difesa a favore degli imputati. Nella bellissima e dettagliata introduzione di Fernanda Pivano si legge che “ La tecnica con cui Ginsberg incantò la giuria e il pubblico fu la sua tecnica abituale: quella di non avere una tecnica e di agire in piena sincerità…Si rivolse ai giurati con completa naturalezza e li affascinò trattandoli da suoi pari, da persone intelligenti. Quando salmodiò il Mantra Hare Krishna il Pubblico Ministero scoppiò a ridere e un marshal fece il gesto di impugnare la rivoltella, quando salmodiò OM il giudice lo fece smettere con fastidio; ma la giuria passò la pausa tra le due fasi dell’interrogatorio del poeta seduta sul pavimento a salmodiare OM”( pag. XXV).A questo proposito ecco un esempio di domanda e risposta tra l’avvocato della difesa e Ginsberg ( ce ne sono molte altre su questo tono):” D. Che cosa ha fatto quando ha visto i poliziotti in mezzo alla folla? R. L’adrenalina mi è corsa nel corpo. Mi sono seduto su una collina verde con un gruppo di giovani che stavano passeggiando con me; verso le 3,30 del pomeriggio, le quattro, mi sono seduto, ho incrociato le gambe e ho cominciato a salmodiare O-o-m…O-o-m-m-…ho continuato a salmodiare per sette ore” (pag 47-48). A proposito del Mantra OM salmodiato da Ginsberg durante i disordini del 1968 l’avvocato difensore chiede a Ginsberg di leggere un suo testo. Cosa che Ginsberg fa. Il testo è molto interessante per capire lo scopo che ha avuto il poeta nel salmodiare OM in questa ed altre circostanze simili. Infatti lo scopo è calmare le persone. “ In caso d’isterismo, solitario o comunitario, la parola d’ordine magica è OM. Pronunciate OM dalla metà del corpo, dal diaframma o plesso solare. Dieci persone che mormorano OM possono calmarne cento. Cento persone che mormorano OM possono regolare il metabolismo di mille. Mille corpi che vibrano OM possono immobilizzare tutta una strada centrale di Chicago piena di esseri umani impauriti, in uniforme o nudi” (pag. 75). Come ho detto, nel testo sono parecchie le domande dell’avvocato difensore a proposito dei vari momenti in cui Ginsberg si mise a salmodiare Mantra durante gli scontri di Chicago, ma le sue risposte non dovettero impressionare più di tanto la Corte viste le severe sentenze nei confronti degli imputati. Ma, a mio avviso, le cose interessanti di questa testimonianza di Ginsberg non sono tanto sull’influenza che ebbero o non ebbero rispetto all’esito del processo, ma piuttosto rispetto all’uso di ciò che aveva imparato nel viaggio del 1962 in India sul potere dei Mantra; trovo cioè molto interessante che Ginsberg sperimentasse questo potere, non per se stesso nel chiuso della sua stanza, bensì per gli altri, in un evento pubblico, in un afflato altruistico e in una situazione di grande eccitazione e paura. Nel controinterrogatorio il Pubblico Ministero comincia con il chiedere a Ginsberg dove abbia imparato a salmodiare e che rapporto ci sia tra il salmodiare i Mantra e la poesia. Apparentemente la domanda sembra innocua ma in realtà lo scopo è quello di arrivare a metterlo in difficoltà sulle sue poesie a sfondo sessuale. Chiedendogli del rapporto tra spiritualità e poesia vuole arrivare a chiedergli che rapporto ci può mai essere tra spiritualità e le sue poesie sul sesso.

Ma, come ho detto, il Pubblico Ministero la prende alla larga, chiedendo a Ginsberg dove abbia imparato a salmodiare Mantra e che rapporto abbiano con la sua poesia. Ginsberg risponde di avere imparato a salmodiare durante il suo viaggio in India del 1962 da uno Swami Shivananda, che era anche lui un poeta. Ecco le domande e le risposte successive. “D. Nella disciplina c’è somiglianza tra bellezza del suono nella poesia e quella nella salmodia? R. Sì il poema Bhagavad-Gita, sa, che è Il canto di Dio, che è la Bibbia dell’India, ha come protagonista principale Krishna, che è la persona di cui si parla nel Mantra Hari Krishna. D. E quella combinazione di salmodia e di poesia ha come scopo una specie di innalzamento spirituale del pubblico? R. Fisicamente in realtà ha lo scopo è di situare e accentrare nel corpo la respirazione e regolarla in modo che uno calmi la respirazione, calmi il metabolismo e diventi consapevole di ciò che lo circonda” (pag. 82-83). Ma non è questa la risposta che voleva il Pubblico Ministero; il suo scopo era mettere il difficoltà Ginsberg, non farlo parlare sul benessere che può procurare la recitazione dei Mantra. Subito dopo infatti gli chiede che innalzamento spirituale può portare l’uso delle droghe tra gli hippies che Ginsberg frequenta. E soprattutto cerca di metterlo in difficoltà chiedendogli delle sue poesia a sfondo sessuale. Gli viene chiesto di leggere le sue poesie The night apple e In society. Entrambe trattano della omosessualità del loro autore. E allora il Pubblico Ministero riferendosi alla seconda chiede: “Può spiegare il significato religioso della poesia?”. Ginsberg risponde facendo riferimento al fatto “che nello Yoga si tenta di allargare la consapevolezza, di essere consapevoli del fatto che la propria consapevolezza includerà tutto ciò che avviene dentro il corpo e dentro la mente” (pgg 88- 90). Nell’ultima parte dell’interrogatorio l’avvocato della difesa chiede a Ginsberg di recitare il suo poema Howl, cosa che Ginsberg fa nel silenzio generale dell’aula. Con questo termina la sua testimonianza.
Della partecipazione di Ginsberg alle manifestazioni di Chicago del 1968 si parla anche nella bella biografia del poeta scritta da Bill Morgan, “Io celebro me stesso”. E’ una biografia estremamente dettagliata, organizzata anno per anno lungo l’intera vita di Ginsberg. In essa a proposito degli scontri a Chicago del 1968 si afferma che Allen in quei giorni si sentiva “ il solo degli organizzatori a impegnarsi realmente per la non violenza” (pag. 442). Si parla inoltre del fatto che “in mezzo ad un gruppo di manifestanti cominciò ad intonare OM in un microfono portatile…Mentre cantava cominciava a rendersi conto che qual suono gli provocava un cambiamento interiore…La sua respirazione divenne più regolare, come respirasse l’aria del paradiso, espirandola a sua volta nell’universo…Per Allen fu un’esperienza illuminante, fino a quel giorno aveva considerato i mantra solo un genere di canto…Era possibile alterare gli stati di coscienza con il solo uso del canto” (pag. 443). Dopo l’esperienza di Chicago però Ginsberg si pentì di avervi partecipato per via della piega violenta che avevano preso gli eventi.


 

 

Il tennis singolo metafora della vita, ovvero: come controllare Il proprio Moloch interiore?

Il tennis singolo più di ogni altro sport ci permette di identificarci in chi lo sta giocando. Chi è in campo è come noi: solo. Di fronte ad una difficoltà: vincere. La vittoria gli/ci darà gioia, la sconfitta dolore. Da millenni ci si interroga su come superare la gioia momentanea della vittoria e la profonda ( per alcuni definitiva ) sofferenza della sconfitta. Perché, come dice Pier Paolo Zampieri il tennis ” è solo apparentemente uno sport” (Ubitennis del 30/10/2014 nella sua celebre recensione del libro di Wallace D.F, Il tennis come esperienza religiosa ).
La maggior parte dei tennisti vengono sconfitti praticamente ogni settimana della loro carriera visto che in ogni torneo c’è un solo vincitore. Solo un giocatore alza il trofeo, mentre il resto dei tennisti deve far fronte alla sconfitta. Bisogna quindi imparare a superare la frustrazione del non vincere senza perdere l’entusiasmo e la volontà di volerlo. Sembra un gioco di parole, e forse lo è, anche. Voler vincere sapendo che molto probabilmente non accadrà. Un po’ come voler vivere sapendo che si morirà. Ecco allora un gran parlare di mental training. Ci sono i testi degli specialisti della materia. Ad esempio:
Umberto Longoni, La partita invisibile
Agam Bernardini, Lo zen e l’arte di giocare a tennis
Joseph Correa, Diventare mentalmente resistenti nel tennis utilizzando la meditazione
Federico Di Carlo, Il cervello tennistico
Alberto Castellari, Angelo D’Aprile, Stefano Tamorri, Tennis Training. Allebamento tecnico, fisico, mentale, esercitazioni e programmi. Aspetti biologici.
Timothy Gallwey, Il gioco interiore nel tennis
E poi tutti gli articoli di Pier Paolo Zampieri su Ubitennis
A mio modesto parere ci devono essere delle componenti di base in una persona per essere in grado di far fronte nella vita agli insuccessi, cioè un po’ stabili si nasce. Oppure si fa appello a quella che potrei chiamare disperazione attiva. Si sta malissimo ma si reagisce, non si affonda nella frustrazione. Si possono anche compensare le frustrazioni altrove: nella famiglia, negli amori, negli amici.
Il centro di tutta la questione del rapporto tra tennis e emozioni negative dei giocatori/giocatrici in campo è proprio questo: Come nella vita di tutti i giorni, del resto. Perché come dice Allen Ginsberg: ” La mente è come una farfalla che si adagia su una rosa o svolazza su fetidi escrementi”.
Le tecniche di mental training funzionano dove c’è la vera vita, la vera paura, la vera rabbia: sul campo da gioco, quello del tennis e quello della vita fuori, nelle strade, nelle case. Il singolare del tennis professionista porta all’estremo la possibilità di vincere rabbia e paura o di soccombervi. Se saprai controllare le emozioni negative sarai in grado di stabilire strategie, adeguarti a chi hai di fronte, di dirigere l’incontro.

La conchiglia nera

Con una mia amica una volta abbiamo preso un traghetto per la Grecia e poi un autobus e un altro traghetto che ci ha portato ad un’isola. Eravamo ospiti di uno che aveva una casa lì. C’era troppa gente in quella casa, così mi trasferii vicino ad un ristorantino sul mare che affittava tre o quattro tende ai turisti. Stavo lì la notte, poi di giorno andavo con gli altri sulla barchetta del proprietario della casa in qualche spiaggia isolata. Faceva un gran caldo su quelle spiagge rocciose senza un filo d’ombra, così non andavo ogni giorno con loro. A volte rimanevo vicino al ristorantino e alla tenda, oppure stavo sulla spiaggia lì vicino. Conobbi dei milanesi. Un paio di famiglie con figli.
Avevo trovato una conchiglia piccola, nera, a forma di spirale allungata con la quale volevo farmi un orecchino una volta tornata a casa. Un pomeriggio dopo pranzo stavo chiacchierando con uno di questi milanesi e gli feci vedere la conchiglia. Lui la prese in mano, la guardò attentamente e mi disse: questa conchiglia è molto rara, me la tengo io. Ricordo ancora la fitta al cuore che mi prese sentendo queste sue parole e guardandolo in faccia. Lui era grande e grosso e io non avrei potuto impedire quel sopruso, solo apparentemente piccolo. Lui poi me la ridiede la conchiglia, ma il mio amor proprio ne soffrì tanto che me la ricordo ancora quella fitta al cuore. Poi l’ho fatto l’orecchino, mi piaceva, lo portavo sempre. Non ce l’ho più, non ricordo perché.

la mia newsletter letteraria di Agosto 2020

Buonasera, sono Dianella Bardelli, questa è la mia newsletter letteraria di Agosto 2020.
Contiene alcune poesie sul tema “mare”; alcune improvvisazioni di prosa spontanea e dall’archivio di mie recensioni “Godbody” di Theodore Sturgeon per la rivista Cronache letterarie.
Poesie sul tema “mare”:
https://lnkd.in/gESd8Mk
Improvvisazioni di prosa spontanea:
“Scandagliare il cielo”: https://lnkd.in/gakQApn
” Avevo un grande prato”: https://lnkd.in/gPqhgwG
” Poi siamo arrivati noi”: https://lnkd.in/gVXd8gf
Dall’archivio delle mie recensioni vi propongo il magnifico Godbody di Theodore Sturgeon: https://lnkd.in/gqthu9v
Buona lettura
Dianella Bardelli

Poi siamo arrivati noi

Poi siamo arrivati noi –  alberi sono cresciuti e non ci sono più i dinosauri – noi siamo speciali in quanto umani e non ci estingueremo pensiamo sempre noi – sì  perché pare si abbia il pensiero – si abbia il pensiero che dice noi non ci estingueremo – abbiamo questo bisogno di dircelo continuamente come se dircelo continuamente potesse cambiare il destino, l’evoluzione naturale delle cose – abbiamo racconti sulle origini del mondo, forse qualcuno saprà anche scientificamente come sono andate le cose – mi ha sempre fatto impressione l’idea buddista che non c’è nessun inizio e nessuna fine per il cosmo – più che un’idea mi sembra una condanna.

Avevo un grande prato

Avevo un grande prato, vicino abitava una famiglia che stava per traslocare. Inavvertitamente qualcuno di questa famiglia faceva cadere dell’acqua sul mio prato, mi scocciava molto, ma poi pensai va be’ al prato fa bene.
P. S. I sogni così apertamente metaforici rivelano di me stessa un’immagine che non riconosco. Eppure pare che l’ inconscio non menta.

Scandagliare il cielo

Scandagliare il cielo, cercarvi il Gesù resuscitato in  tanti lo fanno guardano in su e cercano cercano il Gesù resuscitato o cercano una consolazione almeno. Ma siccome non la trovano vanno nella selva nei boschi e allora cercano il bello della natura e se lo fanno piacere. Fanno come con il cielo o con l’abbassare la testa nelle chiese dove congiungono le mani in quell’atto estremo di consolazione ti prego di esistere chiedono al Gesù dei dipinti e delle statue. Il fatto è che non  lo credono possibile e allora si scoraggiano e nei boschi ci vanno solo a camminare.