Improvvisazione su una parola presa a caso da un romanzo che sto leggendo. La parola è ERA

Era una bella giornata di sole leggermente velato. All’ora di pranzo era piovuto e tuonato e il cane, come al solito, era terrorizzato. Ansimava e andava di qua e di là cercando di intrufolarsi alche nel salotto dove sapeva che gli era vietato entrare. Veniva sgridato e allora desisteva dall’entrarvi. Poi smise di piovere. Tornò il sole leggermente velato. Era di nuovo caldo ma un po’ meno rispetto alle giornate precedenti.
Il caldo è sinonimo di noia. Non so perché con esattezza. Forse perché non si può fare niente, né camminare né fare muoversi per altri motivi. Anche a leggere si fa fatica. Ma ora era un po’ rinfrescato. Ma la noia era rimasta attaccata alla pelle come il sudore che continuava a impasticciare la faccia e le braccia.
Il libro che stava leggendo anche lui era noioso. Eppure non lo abbandonò come faceva sempre con quelli che fin dalle prime pagine non le piacevano. L’avrebbe continuato a leggere come se volesse trovarci qualcosa di buono prima o poi.

Fenoglio diceva che scrivere è una fatica nera

Mi ricordo quello che diceva Fenoglio, più o meno che faceva una fatica nera a scrivere il suo Partigiano. Una fatica nera può anche voler dire scrivere senza piacere, senza il piacere di farlo, ma facendo appunto una fatica nera.
Io devo portare avanti un mio romanzo breve. Sono a un buon punto e so già il finale che non è attinente a quello che nella storia voleva fare la protagonista e di cui parla sempre nella seconda parte del romanzo. Quello che ho pensato è un finale di normalizzazione, la protagonista lascia perdere l’improbabile sogno e decide di non assecondarlo più.

Lei non si stanca mai

Lei non si stanca mai. Dalle 5 alle 8 nell’orto. Poi pulizia della casa. E poi ” ho tanta roba da stirare”. Lei ha 80 anni e un po’ di fatica a camminare c’è. Eppure fa tante cose faticose e sembra non sentire neanche il caldo. Ah dimenticavo, di notte dorme pochissimo. Cura così la sua mente? Con il lavoro manuale? O forse non ha una mente che deve essere curata.

Ancora su I doni della vita di Iréne Nèmirovsky

I doni della vita di Iréne Nèmirovsky dimostra che si può essere spietati nello scrivere, ma lo si può fare senza enfasi, parole assolute, tragiche. Dimostra questo romanzo che usare la semplicità, la calma nel descrivere personaggi ed eventi estremamenti  negativi, fa essere appunto più spietati nello scrivere. Più di quando si usano termini forti e pieni di punti esclamativi. E’ difficile farlo quando, come ne I doni della vita si descrivono personaggi diversi tra loro. Nel romanzo in realtà la contrapposizione principale è tra vecchi e giovani. E’ un mondo chiuso quello descritto dalla Nèmirovsky; tutti i personaggi appartengono alla stessa classe sociale: la borghesia delle piccole città francesi nei primi decenni del ‘900.
In gioventù i personaggi cercano una propria strada, non vogliono omologarsi allo stile di vita dei loro genitori, ma questa scelta si paga amaramente. L a famiglia sembra essere l’unica istituzione degna di credibilità, ha regole che non possono essere trasgredite, pena l’esclusione dalla protezione soprattutto economica che essa garantisce a chi ne fa parte.

Sedurre

In un film che ho visto in Tv c’era un’attrice di una bellezza disarmante, conscia e nello stesso tempo incurante del fascino che da lei si emanava. Mi ha ricordato una ragazza, doveva essere un sabato pomeriggio a scuola, doveva essere il periodo in cui frequentavo il serale e si andava a scuola anche il sabato pomeriggio. C’è la luce che entra dalle vetrate, non il buio e il neon che mi metteva tanta tristezza. C’era questa ragazza, era nuova, era la prima volta che entrava in classe, la prima e l’ultima perché poi non è più tornata. Anche lei aveva quella bellezza luminosa, quel fascino di capelli un po’ scomposti, lunghi, appena ondulati e gli occhi, pelle del viso, delle braccia così seducenti. In me fecero questo effetto appena la vidi seduta a uno dei banchi quando entrai in classe. Provai un’immediata attrazione verso di lei, un desiderio dolce di conoscerla, parlarle, sapere di lei, farmi raccontare la sua storia. Durante l’intervallo lei venne da me per farmi vedere il testo che aveva scritto, era impacciata come una che sa di non saper fare una cosa. Mi piacque quella sua fragilità, mi affascinava, era un tutt’uno con il suo aspetto fisico. Chissà se era un’arma, una strategia che lei metteva in atto per sedurre. A me sedusse, ma dopo quel sabato pomeriggio non la vidi più. Mi pentii di non aver fatto in modo di conoscerla, le avrei potuto parlare, invece non le diedi neanche retta quando mi fece vedere il il suo testo. Avrei potuto chiederle da dove veniva, dove abitava, perché aveva scelto quel tipo di scuola. Ma non lo feci.

Le donne di ” Siamo stati felici” di Irene Némirovsky

Le donne di ” Siamo stati felici” di Irene Némirovsky sono tutte vecchie, disilluse, nostalgiche di un loro passato glorioso. Lo sono anche se sono giovani. Sono vecchie perché i loro mariti non le amano e le tradiscono apertamente. Loro, le giovani – vecchie signore subiscono i tradimenti, li conoscono, ma non mollano i loro mariti.
Poi ci sono i bar. Non quelli del mattino, frequentati da chi va al lavoro. Quelli frequentati dalla schiuma dell’umanità parigina. Stanno in questi bar tutta la notte, hanno i loro angoli abituali, bevono continuamente. C’è anche una vecchia signora che sta in uno di questo bar tutta la notte a ruminare dentro di sé sul proprio glorioso passato. E’ sola e povera. Nessuno in quel bar le fa compagnia e lei ci soffre. Una notte entra una giovane ragazza ben vestita e molto bella. La vecchia signora sogna che diventino amiche. Ma naturalmente non accade. 

Era rendere bello qualcosa nato per essere solo utile

Stavo in una casa in collina sull’Appennino, abbastanza vicino alla città per fare avanti e indietro per andare in libreria o alla grande biblioteca in centro. Anche nel paese in collina c’era una biblioteca, ci andavo e trovavo sempre qualcosa di interessante da leggere lì o prendere a prestito.
La casa in collina era in un condominio, ognuno aveva il suo pezzetto di prato. Non ci  si poteva fare niente di personale, erano case in affitto, un giardiniere veniva a tagliare l’erba.
Da tempo sognavo di avere un orto. Ce n’era uno un po’ più in basso rispetto alle casette condominiali. Grande, in mezzo a una radura costeggiata da una strada che portava dalla pianura alla collina. L’orto era recintato da vecchie assi sottili di legno su cui fiorivano rose rampicanti. Questo fatto puramente estetico mi piaceva molto. Era rendere bello, molto bello qualcosa nato per essere solo utile.
A seconda della stagione nell’orto crescevano varie verdure.
Ogni giorno scendevo da casa per raggiungere questo orto. Mi portavo dietro un libro e passavo la mattinata seduta ( dove? Non ricordo, mi piacerebbe pensare stessi seduta su un masso lì vicino ) a leggere e a guardare le rose che crescevano e si inanellavano su quelle vecchie e bellissime assi di legno che recintavano l’orto.
Non mi interessava cosa di specifico cresceva in quell’orto, ma il suo aspetto estetico che mi conciliava la lettura del libro che mi portavo ogni volta là dove crescevano le rose.

Un pranzo in settembre, racconto di Irène Némirovsky

Rivedere un vecchio amante di quando eri giovane tu e giovane lui. Ti pervade l’antico amore  dietro il suo viso gonfio, imbruttito, vecchio.
Qualcosa di selvaggio e malinconico ti assale mentre una sera di settembre te ne ricorda un’altra antica di maggio.
Vi siete ora ritrovati per caso e state assaporando squisiti cibi in un elegante ristorante alle porte di Parigi. Ma la serata procede inesorabilmente, vi dovrete poi salutare e non rivedervi mai più forse. Piatti elaborati si susseguono ma tu non riesci a gustarli come vorresti. Ti assilla l’idea di quell’uomo che in un certo senso ami ancora e ne soffri. Proprio ora, proprio lì davanti a lui. Lui allunga una mano verso la tua, ma è solo per sfiorare l’anello che porti al dito. E tu ci rimani male. Avresti voluto la carezza che spetta all’anello.
Comincia a fare freddo e fra un po’ dovrete andare via. Lui ti riaccompagnerà a casa e poi se ne andrà.
Tutto in questa storia è raccontato dal punto di vista di quello che è lei sia fisicamente che dal punto di vista dei suoi pensieri, sensazioni e sentimenti davanti a quell’uomo un tempo amato e da cui le antiche emozioni sono ritornate tutte in una volta proprio ora, proprio lì, eppure fra poco si dovranno salutare. A casa l’aspetta la cameriera per ordinare gli armadi. La scrittrice non poteva trovare contrasto più efficace per rendere lo smarrimento della protagonista. Lei diventi tu che leggi il racconto della raffinata cena dei due ex amanti. E come a lei ti viene una gran tristezza.

 

Leggere Iréne Némirovsky

Leggere Iréne Némirovsky fa venire voglia di scrivere. Non per provare ad avvicinarsi alla sua grandezza, ma solo per provare a buttar giù qualcosa, un pensiero ( come questo ) o addirittura una storia. Poi leggere Iréne Némirovsky  mi fa venire in mente che la letteratura parla sempre di cose passate. A parte la fantascienza, naturalmente. Forse per uno scrittore il passato è tutto. E’ quello che ti porti dietro. Ci sono dettagli nei ricordi che ti rimangono indelebili. Chissà perché questo accade. Un’amica nell’atto di parlare in pubblico tanti anni fa, ad esempio. Ci potresti scrivere su questo. Forse partire da quel dettaglio e inventarti una storia.

Sullo scrivere storie vere

Una frase di Stendhal che mi ha fatto riflettere per la sua veridicità: ” Non posso restituire la realtà dei fatti, posso solo presentarne l’ombra”. E’ proprio così; a volte in racconti ispirati a persone realmente esistite mi sono affannata ossessivamente a cercare ogni dettaglio della loro vita, azioni, parole, scelte. Perché le hanno fatte e dette e in quali circostanze. Dov’era quella data persona che stava diventando personaggio? Con chi era? Soffriva? Gioiva? E per cosa?
Volevo restituire la realtà dei fatti, anche se stavo scrivendo un romanzo e non una biografia. Ma ugualmente pensavo di aver bisogno di esperienze reali da cui partire, su cui appoggiarmi.
Invece bisogna andare oltre i fatti, restituire l’immagine che abbiamo di una data persona a cui ci ispiriamo. L’ombra che quei fatti hanno prodotto, il loro fantasma.