Recensione: Franck Maubert, L’ultima modella

 

 Apparentemente è Caroline la protagonista della vicenda raccontata in questo piccolo libro (104 pagine), che viene definito romanzo perché pur essendo in tutto e per tutto una storia vera, non viene raccontata con gli strumenti della biografia, ma con quelli del testo letterario. E quindi in cosa consiste la differenza? Nel tipo di scrittura e nella visione che la sostiene. Che è quella del mito di un epoca ormai lontana e dimenticata e di un luogo completamente cambiato: la Parigi degli anni ’60. Quella dei pittori e delle loro “ragazze”, dei loro Caffè, dei loro ristoranti aperti tutta la notte, dei loro atelier, della loro vita bohémien. Dicevo che solo apparentemente la protagonista di questo romanzo è Caroline, l’ ultima modella e amante giovanissima di Alberto Giacometti. In realtà la vera protagonista è la curiosità dello scrittore, che è anche il narratore e coprotagonista di questa storia. E’ la curiosità che lo spinge a rintracciare Caroline, vecchia, sola e povera a Nizza, in uno squallido appartamento nei pressi delle strade dei turisti e villeggianti. Quella curiosità che spinge certi scrittori ad interessarsi e scrivere, romanzandole, storie di persone realmente esistite. Conosco questo tipo di curiosità, è stata anche la mia nei confronti di certe figure da me mitizzate e molto amate come quelle di Neal Cassady e Lenore Kandel. O altre che in questo momento affollano di domande e ricerche la mia mente. E’ una curiosità pericolosa, ti lascia comunque sempre insoddisfatto, più cose scopri sul tuo personaggio reale e meno ti sembra di saperne, più cioè lui ti sfugge. Quella che si utilizza per scrivere romanzandole storie vere, è una forma di immaginazione continuamente frenata dalla necessità e volontà di “vedere” come sono andate davvero le cose ( su questo argomento, è uscito un bell’articolo su La Repubblica di Lunedì 13 Maggio scorso. Francesco Erbani recensiva “Le nevrosi di Manzoni, un nuovo saggio di Paolo D’angelo su l’ abbandono della forma romanzo da parte di Alessandro Manzoni dopo I promessi Sposi, a causa dell’avversione da lui maturata verso l’immaginazione creativa).
E’ stato perciò facile da parte mia immedesimarmi con il narratore che si trattiene un’intera giornata con la vecchia Caroline ed è continuamente combattuto tra il farle sempre più domande sulla sua vita con Giacometti, e sempre più intime, e al contrario il bisogno di trattenersi dal farlo per rispetto e pudore verso la donna. Dice il testo: “ Avrei voglia di saperne di più ma ho sempre il timore che il filo che ci lega si spezzi. Quando Caroline mi racconta i momenti che ha vissuto con Alberto, non mi stanco di ascoltarli, a volte lei dà l’impressione di confondere la leggenda con la realtà…Cerco di ricostruire il puzzle di tutti quei frammenti sparsi, e anche il più piccolo pezzetto mi rallegra, dandomi la sensazione di scoprire a poco a poco un disegno con i suoi sfondi lontani o sfumati sui quali si stagliano elementi più crudi e molto reali” (pag. 82). Come si può vedere anche solo da queste poche righe questo è un piccolo bel libro, scritto bene, con cuore, amore e verità. La curiosità del narratore-scrittore non è quella che muove il cacciatore di gossip, ma è indirizzata a inquadrare l vita di un grande artista e la sua epoca, i suoi luoghi, i suoi amori. Sotto i nostri occhi pagina dopo pagina dal racconto di Caroline appare la Parigi degli anni ’60 con le sue giovani ragazze in cerca di fortuna e avventure appena arrivate, come lei dalla provincia nella grande città e già pronte a racimolare qualche quattrino con la cosa che hanno più a portata di mano, la loro giovinezza. Ma tutto questo non viene raccontato con lo stile del dramma sociale, bensì con leggerezza e velato da una coltre giocosa di romanticismo. Allora noi diventiamo Alberto Giacometti che in un famoso locale del tempo, lo Sphinx, guarda per tutta la notte le ragazze salire al piano superiore con i loro clienti. E rimaniamo con lui per tutto quel tempo ad osservare la vita nel suo svolgersi senza tormenti e senza dolore. E tutto sembra il bel gioco dell’amore. Dice il testo: “ Alberto ha sempre amato le donne e non ha mai nascosto la sua passione per le prostitute. Quando non saliva con una di loro, si sedeva ad un tavolo vicino alle scale da dove si vedevano salire le coppie, la donna davanti” (pag.30). L’andamento del racconto ci porta ad immaginare che quelli tra le giovani ragazze scapigliate e i loro clienti siano semplicemente incontri. Come quello tra la ventenne Caroline e il sessantenne Giacometti, pittore già famoso e ricco ma che ama vivere come un bohémien. Tra loro è amore a prima vista e Alberto dividerà Caroline con la moglie Annette e Caroline dividerà Giacometti con altri amanti e clienti. Ai suoi occhi lei è una donna diversa da tutte le altre. “ E’ una donna a rischio, e lui la apprezza anche per questo. Sa che il suo viso angelico nasconde molte ombre. Caroline è così agli antipodi rispetto alla donna che ha sposato, la saggia Annette” (pag. 33). “ Nessuno può capire l’amore tra me e Alberto”, dice Caroline nel libro, “ Un giorno mi ha chiesto di raggiungerlo a Stampa, a casa di sua madre. Ma non era il caso, per me, che me la presentasse. Può immaginare…Allora abbiamo camminato lungo la strada ferrata sino all’alba ed è stata la mia più bella notte d’amore” (pag. 91). Il suo essere l’amante di Giacometti coincide con il suo essere la sua modella. L’artista faceva posare i suoi modelli ore ed ore. Nel caso di Caroline notti intere. Per poi non essere mai soddisfatto del risultato, perché nel ritratto egli cercava di carpire l’anima del modello e quando non ci riusciva se ne disperava. Per lui l’arte era questo, la ricerca dell’impossibile, la ricerca dell’ostacolo da superare e mai superato. “ Quando dipinge Alberto ignora la carne e il sangue. Ha qualcosa di meglio da offrire: cerca di cogliere ciò che inafferrabile. Chi posa lo sa” (pag. 46). Il racconto di Caroline al narratore avviene prevalentemente sul terrazzo del suo appartamento di Nizza. E’ estate e da lì si sente il traffico delle strade sottostanti, si vedono passare gabbiani e si intuisce la presenza vicina del mare. L’anziana donna non parla solo del suo passato con Giacometti pieno di regali, cene e gioventù spensierata, ma anche del suo presente fatto di povertà e di un uomo, che non compare mai, ma che è sempre atteso da un momento all’altro, e che la sfrutta e la picchia. Questo continuo paragone tra passato e presente è la nota triste del romanzo, perché mostra tutta la spensieratezza della gioventù e tutto l’avvilimento della vecchiaia che rende brutti quelli che sono stati belli e amareggiati quelli che sono stati allegri. E’ conseguentemente anche il libro sulla vita vissuta vs la vita ricordata. Un monito quindi a sperperarsi anche nella vecchiaia.
Il romanzo termina con qualche nota autobiografica di Maubert: “ Anch’io, molto tempo fa, iniziavo con la notte i miei giorni. Anch’io ho trascorso intere nottate a girare per Parigi, quella Parigi senza fine. La notte come un puntello, un ripiego, una menzogna… Durante la notte Parigi ritorna selvaggia. Un’altra vita vi si apre davanti. Le sue notti, le sue strade mi chiamavano e avevo bisogno della loro ebbrezza” (pag. 95-96).

 

 

Recensione: Maubert Franck, Conversazione con Francis Bacon

 Inseguo la pittura perché so che non è possibile raggiungerla” (Francis Bacon)

 Questo libretto di appena 79 pagine consiste in una serie di interviste fatte negli anni ’80 a Francis Bacon da parte del critico d’arte Franck Maubert. Nell’introduzione Maubert racconta la sua scoperta di Bacon quando vide apparire un suo quadro nei titoli di coda di Ultimo Tango a Parigi di Bertolucci. Ne rimase folgorato e da quel momento, afferma Maubert “ Ai miei occhi ormai Francis Bacon incarnava la pittura. Era evidente. Da quei momenti della mia giovinezza, la sua pittura non mi ha più lasciato. I suoi quadri su aggrappano a voi, vivono in voi, con voi” (pag. 4). Le interviste avvengono nella casa studio di Bacon a Londra. Quel che colpisce è la descrizione del celebre disordine dello studio e la frugalità del resto dell’appartamento rimasto intatto da quando l’artista ci andò a vivere negli anni ’60. Alcune fotografie in bianco e nero testimoniano sia la frugalità che il caos (parola che Bacon dice di amare molto). Questo piccolo libro è davvero interessante. In esso Bacon parla con sorprendente umiltà e verità di se stesso, ovvero del proprio lavoro di pittore. In lui infatti le due cose coincidono. “ E’ su stesso che bisogna lavorare”, afferma (pag. 15). E più avanti Maubert gli dice “ si potrebbe dire che la sua pittura è autobiografica”. “C’è stato un momento”, dice Bacon, “ in cui ho pensato di raccontare tutta la mia vita a partire dalla nascita, come un reportage. Poi ho abbandonato l’idea…Forse in fin dei conti faccio un’analisi permanente su me stesso” (pag. 24). Mi hanno sorpreso le parole di Bacon in cui egli sembra non avere nessuna sicurezza rispetto alla sua arte. Nessuna meta davvero raggiunta. Dice ad esempio “ Non so mai come fare un quadro. Il quadro viene lavorando, oppure non viene affatto. Sa, se dipingo è un po’ per caso. Ho imparato da solo e non ho mai pensato che qualcuno si sarebbe mai interessato alla mia pittura…Per dieci anni ho distrutto tutto quello che facevo e a volte penso che avrei dovuto continuare a distruggere tutto!” ( pag. 26). E poi ancora altre straordinariamente semplici verità su cosa sia l’arte: “ Forse continuo perché la mia ossessione mi sfugge. La creazione è una necessità assoluta che fa dimenticare tutto il resto”. All’inizio fu un quadro di Poussin ( La strage degli innocenti) a fargli venire voglia di dipingere, ma l’elemento scatenante fu Picasso, per il quale Bacon nutriva un’ammirazione sconfinata. Ma poi quello che lo spinse davvero a cominciare a dipingere fu una macelleria. “ Mi è scattato qualcosa davanti al banco della macelleria dei magazzini Harod’s”, afferma Bacon, e aggiunge “ non so perché ci tocchino certe cose…Noi siamo carne, no?…Quando vado dal macellaio trovo sempre incredibile il fatto di non essere lì, al posto dei pezzi di carne” (pag. 22). Ad un certo punto Maubert gli chiede“Cos’è che rende tale un artista?” La risposta è semplice e utile, è una risposta che almeno a me ha chiarito ulteriormente certe mie idee e intuizioni in proposito. Risponde infatti Bacon: “ Prima di tutto bisogna, io penso, essere totalmente d’accordo con il proprio soggetto. Bisogna che il soggetto vi assorba completamente. Se non avete un soggetto che vi abita e vi corrode interiormente, finite per diventare dei decoratori” ( pag. 38). Queste e altre simili parole contenute nel libro mi rafforzano nella idea che non abbia ragion d’essere la professione del critico, come cioè colui a cui è delegato il compito di contestualizzare, interpretare e quindi andare al di là di un’ opera d’arte che egli non ha la minima idea di come si crei materialmente. L’arte, a mio parere, si spiega da sé. Per questo amo la critica-narrazione, cioè quel tipo di approccio soggettivo, personale, intimo ad un autore, che nasce dal cuore e in cui non c’è nessuna presunzione di essere oggettivi, di dire come le cose stanno, di dire l’ultima parola su un artista o un argomento. Anche nel campo della critica amo chi si mette personalmente in discussione. In questo libretto Maubert ha questo atteggiamento, che poi, nel suo caso è un atteggiamento pieno di rispetto e ammirazione verso un artista che egli ama moltissimo. Lo stesso Bacon ad un certo punto dell’intervista a questo proposito dice: “ E poi non vale la pena di parlare di pittura perché alla fine non si riesce a dire niente. Mi ritrovo sempre un po’ smarrito quando si parla di pittura” (pag. 55). Evidentemente parlare di pittura non è come parlare del proprio lavoro di pittore. Infine vorrei riportare quello che Bacon dice a Maubert a proposito della serie dei Papi. L’idea di un papa in movimento la prese da una riproduzione in bianco e nero di Velasquez. “ Sono ossessionato da Velasquez, afferma…”Velasquez è il punto di partenza; poi mi sono lasciato guidare dal caso. Quando ho dipinto il mio primo papa non l’ho fatto come volevo…All’epoca volevo dipingere solo la bocca. Solo la bocca del papa che grida” (pag. 33). Evidentemente per Bacon la parola caso, non ha una connotazione negativa, anzi è il terreno stesso in cui avviene la creazione artistica; è un’energia quindi, un’energia che ci conduce a una qualche verità su noi stessi. Perché, dice Bacon, “ Dipingere significa cercare la verità. Io dipingo solo per me stesso” ( pag. 55).

 

 

 

 

Da qui

Da questo divano
letto
poltrona
cucina
lavandino
coperte
da me
dal mio corpo-spirito
si diramano fili così sottili
che spesso si spezzano
e non si ricompongono più -
partono da me
che sto qui
a scrivere
sedere
giocare col cane
pulire la cucina
la camera
Il bagno -
partono da me
da dove sto seduta
sdraiata
in piedi
raggiungono quelle due, tre
meno di tre?
meno di due?
persone
che stanno più in là
che stanno in città
dove capita a volte
anche per caso
che ci si incontri -
sono fili lunghi
dritti, rossi
raggiungono queste tre
due
meno di tre
meno di due
persone
che forse una volta ogni tanto
può capitare che mi pensino
ma io non lo sento mai

Neal Cassady, suo malgrado più personaggio che persona

 Che la vita sia fatta di incontri avvenuti e mancati lo sappiamo tutti per esperienza personale. Neal Cassady, giovane ragazzo di strada nella Denver degli anni ’40, non ne mancò nessuno. Il primo avvenne con la strada, nacque infatti nel 1926 durante una sosta a Salt Lake City dei suoi genitori che stavano viaggiando su una scassata automobile in cerca di fortuna. L’ultimo avvenne anch’esso con la strada 42 anni dopo, una notte lungo una ferrovia messicana per un connubio mortale di troppa vita, troppa anfetamina, troppi barbiturici. In mezzo a questi due appuntamenti che ci fanno riflettere su cosa siano il caso e le coincidenze, vi furono altri incontri che fecero di Neal non più uno dei tanti bad boys dell’America anni ’40, ma un personaggio letterario, nato sulle pagine di due scrittori da lui molto amati e da cui fu molto amato: Jack Kerouac e Allen Ginsberg. Neal Cassady è infatti il protagonista del fortunato e bellissimo romanzo di Jack Kerouac, Sulla strada, storia di scorribande in auto da una costa all’altra degli Stati Uniti, così come anche di Visione di Cody, nostalgica rievocazione della loro amicizia. Compare anche in molte poesie di Allen Ginsberg, di cui fu per un breve periodo, all’inizio della loro conoscenza, amante e poi grande amico. Da quel momento il personaggio letterario si sovrappose al Neal reale e il suo destino fu quello di impersonare per tutta la sua breve vita l’eroe beat: ardito, senza regole, amato da tutte le donne, che si fa di qualunque sostanza, che può guidare automobili per migliaia di chilometri senza fermarsi mai, che compare continuamente in racconti, chiacchiere, pettegolezzi, poesie, che viene richiesto ovunque.

Fai Neal, sembrava chiedere la gente, e lui lo faceva. Per vent’anni Neal fu il protagonista indiscusso prima della scena beat e poi di quella psichedelica, guidò infatti l’autobus del Merry Prankers di Kene Kesey ( autore del romanzo Qualcuno volò sul nido del cuculo da cui fu tratta il famoso omonimo film), e infine sfiorò quella hippy.

Come si sa la gente che partecipa ad un movimento alternativo, quando questo movimento si esaurisce “torna a casa”. Lo fecero in molti quando il movimento beat e quello psichedelico, e infine anche quello hippy, esaurirono la propria energia propulsiva; lo fece Jack Kerouac che tornò a vivere con la madre, anche se dopo poco tempo l’alcol l’ebbe definitivamente vinta sulla sua volontà di smettere; lo fece Ken Kesey che tornò a fare lo scrittore; per quanto riguarda Ginsberg divenne un poeta e un leader acclamato dei diritti civili in tutto il mondo. Lo fecero migliaia di altri. Neal Cassady no. Lui non era uno di quelli che tornano a casa. Era di quelli che vanno sempre avanti. Per lui la strada non era un topos letterario. Era la sua vita e quindi fu anche la sua morte.

Vorrei concludere dicendo che Neal non fu solo l’ispiratore di romanzi e poesie, ma addirittura della stessa tecnica della prosa e poesia spontanea. Fu suggerita infatti a Kerouac ( che la utilizzerà in tutti i suoi romanzi e poesie) e a Ginsberg (che la imparò da quest’ultimo), da una lunghissima lettera che Neal scrisse a Kerouac ( andata perduta ). In essa, senza prendere fiato attraverso la punteggiatura, ma dando alla sua scrittura il ritmo incalzante della sua vita vissuta di fretta per battere l’inesorabile trascorrere del tempo sul suo stesso terreno, gli racconta di sé, della sua vita da vagabondo insieme al padre alcolizzato, delle ore e giorni passati nella sale biliardo, delle macchine rubate per una notte per divertimento. La sua epopea insomma, di cui ci è rimasta traccia in una sua autobiografia intitolata Il primo terzo in cui egli descrive il primo terzo appunto della sua vita.

Ho un amore e una tenerezza speciale per Neal come per tutti quelli che non sono dei perdenti semplicemente perché non vogliono vincere.

 

 

Amore e amicizia nella beat generation americana

 Quella della beat generation americana fu una grande storia d’amore nata tra un gruppo di giovani uomini e poi allargata a centinaia e migliaia di persone che divennero i loro fans e proseliti. I più significativi esponenti di questo gruppo furono Jack Kerouac, Neal Cassady e Allen Ginsberg.

Questa circolazione d’amore passò poi attraverso la fase psichedelica e hippy per poi finire intorno al 1968 quando questo grande movimento amoroso, che prese varie denominazioni ( peace and love ad esempio) esaurì la propria carica creativa ( sia la beat generation che il movimento hippy-psichedelico americano non hanno nulla a che vedere con i movimenti giovanili del ’68 in Italia). Alcuni esponenti di quella generazione sono attivi ancora oggi e cercano di portare avanti quel valore dell’amore come collante ed essenza dei rapporti umani che erano stati all’origine di tutto. Ad esempio in Italia c’è la rivista Lato Selvatico e negli Usa vive e prospera ancora al Naropa Institute di Boulder in Colorado la scuola di scrittura creativa voluta da Allen Ginsberg in onore di Jack Kerouac e che porta il suo nome. E ancora sono molto attivi vari poeti di quella generazione come James Koller e Gary Snyder.

Mi piace immaginare che in noi, come dice il buddismo tibetano, esistano due fonti di inesauribile energia, il cervello e il cuore. Ogni attività umana si può mettere in pratica usando l’una o l’altra fonte. Ma con esiti diversi. Anche in letteratura si può dare la preminenza all’una o all’altra. Sicuramente i ragazzi della beat generation americana usavano prevalentemente il cuore. In loro ad esempio amore e amicizia erano sinonimi. Tra loro non ci fu mai quel tipo di amicizia interessata rispetto all’ottenimento del successo che oggi è così diffusa, si difesero e si sostennero sempre, e questo fu un elemento importantissimo per le loro creazioni letterarie. Si leggevano l’un l’altro, chi aveva un contatto con un editore si faceva in quattro non solo per sé ma anche per gli altri. Si aiutavano con suggerimenti e consigli, ad esempio Allen Ginsberg imparò ad improvvisare le sue poesie da Kerouac che aveva inventato il suo celebre metodo dell’improvvisazione di scrittura spontanea. I ragazzi della beat generation americana diedero origine ad un nuovo filone spirituale nella letteratura che in qualche maniera, ma rinnovandolo, era già iniziato con Whitman. Scrivere cioè ha prevalentemente lo scopo di dare voce a quella spiritualità che c’è in ognuno di noi e nella quale gli esponenti della generazione beat credevano profondamente. La poesia e prosa spontanea da loro praticata è il metodo attraverso cui lo spirito interiore parla all’essere umano. Tra Kerouac, Cassady e Ginsberg successe questa cosa strana: era amore, era amicizia, era creatività, era spiritualità. Tutto mischiato insieme.

Neal Cassady protagonista del mio romanzo “Il Bardo psichedelico di Neal”, fu la fonte di ispirazione di due opere fondamentali di Jack Kerouac: “Sulla strada” e “Visione di Cody”. Nella prima si raccontano i viaggi americani di Jack e Neal alla fine degli anni ’40, il secondo è un omaggio alla loro amicizia e consiste, in parte, nella trascrizione di alcune loro conversazioni registrate. Per quanto riguarda Ginsberg Neal Cassady fu il primo e più grande amore della sua vita, amore a cui Ginsberg dedicò molte poesie.

Neal Cassady fu per Kerouac e Ginsberg un mito vivente; ai loro occhi egli era il ragazzo selvaggio americano per antonomasia, il giovane ribelle, bello, coraggioso, trasgressivo, anarchico, amato da stuoli di donne. Ma lui scrisse poco ( ci è rimasta una sua autobiografia incompiuta) e questo perché a suo dire era più bello vivere che scrivere: la scrittura era troppo impegnativa, richiedeva troppa dedizione e lo annoiava. Ma senza Neal a Kerouac e Ginsberg sarebbe mancata la musa principale delle loro opere e loro stessi non sarebbero quindi potuti essere i grandi scrittori che furono.

Capire Kerouac

Per capire il Kerouac di Sulla strada
bisogna non solo aver sofferto nella propria vita -
bisogna averne consapevolezza -
ovvero senza un pò di umana compassione
Kerouac non si capisce -
molti lo leggono con la loro parte razionale
che giudica, divide, discrimina -
invece come Dostoevskij
Kerouac va letto col cuore

Lo scrittore (racconto breve)

Tom scriveva bene. Ma era un bene imperfetto e forse sprecato. Un occhio dentro di sé e uno al mercato, in sintesi. Avesse guardato solo dentro di sé alla ricerca del suo protagonista e basta, fosse andato solo in quella direzione un nuovo capolavoro avrebbe visto la luce. Quindi quel suo romanzo era solo un piccolo romanzo senza importanza, senza vita e senza spiritualità. E poi era troppo lungo. Molte parti si ripetevano uguali a sé stesse tre, quattro e più volte. Perché? Non ce ne era un motivo.

Sul romanzo che sto scrivendo

 Non ha alcuna importanza per me che questa storia sia bella o brutta, noiosa o no, interessante o no, scritta bene o no. Non mi importa. E non mi importa neanche di finirla. Che abbia cioè una fine, non ha una fine finché io vivo. Sembra che personalmente io non c’entri nulla con la gente di questa storia, molti di loro non li ho mai visti e mai li vedrò. Per la maggior parte questo libro è frutto di immaginazione. Come tutto, del resto, come dice il buddismo, per quello che ne so e ne ho sentito dire dai maestri. Quindi che sia frutto di immaginazione è logico, perché tutto è frutto di immaginazione, perché per quello che ne ho sentito dire e per quello che ne ho letto, secondo il buddismo, soprattutto quello tibetano, nulla davvero esiste, nel senso comune che diamo all’esistere, ma tutto quello che crediamo esistere è frutto della nostra mente, è creato dalla nostra mente e proiettato fuori, come se fosse un film che stiamo girando di cui l’unico personaggio è la nostra mente. Si preoccupa del verosimile la nostra mente? Penso di no. Siamo noi che attribuiamo a questo e quello la didascalia mentale: questo è verosimile e questo no. Eppure per tutto questo romanzo mi sono preoccupata soprattutto del vero e del verosimile rispetto a questa storia. Nel prossimo mi voglio lasciare andare di più, è più divertente.

Levatevi dalla testa che la scrittura attenui il dolore

Levatevi dalla testa
che scriverlo attenui il dolore -
anzi lo fa più forte
come tutto ciò
di cui si prende coscienza-
perché farlo allora?
non so
oppure lo so
perché sono uno scrittore
e uno scrittore
scrive quel che sente