André Breton , Nadja

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Chi è lei?” E Nadja senza esitare: “Sono l’anima errante” (A.B.)

Qualche tempo fa camminando nel centro di Bologna tra la gente che andava e veniva, mi ha colpito un volto. Ho l’abitudine di guardare le persone mentre cammino e quel giorno mi ha colpito il viso di una ragazza. Alta, giovanissima, molto bella, un vestito di cotone leggero a fiorellini addosso con una mantellina di lana. Era in compagnia di un ragazzo anche lui giovane, bello, alto. Avevano con loro un cane. Camminavano veloci come andassero ad un appuntamento. Non era il camminare stressato degli adulti, era il correre – da qualche parte – molto importante – dei giovani. Avrei voluto fermare quella ragazza e dirle: parlami di te. Ma purtroppo non faccio queste cose. Continuando per la mia strada mi è venuta in mente la Nadja di Breton. La situazione era la stessa. Ma lui la ragazza che l’aveva affascinato la fermò, ci parlò, la conobbe. E così poté scrivere il capolavoro che è Nadja. Per la mia timidezza mascherata da prudenza ho forse perso l’occasione letteraria della mia vita. La ragazza non mi avrebbe neanche risposto o mi avrebbe mandato a quel paese. Ma questa sarebbe già stata una storia da scrivere. Senza “l’incontro” non è nata nella mia mente nessuna storia.
Nadja fu pubblicato nel 1926, due anni dopo l’incontro fatale di Breton in una strada di Parigi con una donna bellissima e misteriosa “ giovane, vestita molto poveramente…Così fragile che, camminando pare appena poggiare sul terreno. Curiosamente truccata, come qualcuno, che avendo cominciato dagli occhi, non ha avuto il tempo di finire, ma col bordo degli occhi nerissimi per una bionda” (pag.. 55-56). L’interesse del protagonista è un interesse che io definisco fin dall’inizio letterario. La paura di non incontrarla di nuovo gli fa dire: “ Che fare intanto se non la vedo? E se non la vedessi più? Non saprei più” (pag. 77).
Nadja è una donna bellissima ma strana. Esercita un potere di seduzione nei confronti degli uomini, ma nello stesso tempo se ne fa dominare. “ so che le è accaduto nel pieno senso della parola di prendermi per un dio, di credere che fossi il sole” (pag. 94). Ha continue visioni, vere e proprie allucinazioni. Lei vede mani, vede visi che gli altri non vedono. Il protagonista ne è stupito, a volte spaventato, altre ancora annoiato. Quello che lo affascina di lei è il suo insondabile mistero e il fatto che “ Dal primo all’ultimo giorno ho considerato Nadja un genio libero, qualcosa come uno di quegli spiriti dell’aria che certe pratiche di magia consentono di legare momentaneamente a sé ma che è impensabile sottomettere” (pag. 94). Infatti in poco tempo il protagonista si allontana da Nadja, qualcosa nei racconti che lei gli fa continuamente della sua vita lo disgusta. Si tratta di un pugno ricevuto in pieno viso da uno dei suoi amanti. Lui non si capacita del perché lei gli racconti questi odiosi particolari della sua vita passata. “ Piangevo all’idea che avrei dovuto rinunciare a vedere Nadja, no non l’avrei più potuta vedere. Certo non le serbavo rancore per non avermi nascosto ciò che in quel momento mi desolava, anzi gliene ero grato, ma che un giorno fosse potuta arrivare a questo…era qualcosa che non mi sentivo il coraggio di accettare” (pag. 99). Trovo molto bella questa sincerità nel dire che non si trova il coraggio di accettare qualcosa in qualcuno e perciò ci se ne allontana. Corrisponde esattamente a quello che succede o è successo a tutti , forse proprio con le persone più interessanti ma troppo diverse da noi.
E’ un onesto – disonesto uomo il questa storia il protagonista. Vuole sapere chi è quella donna, vuole conoscere il suo mistero, immagina che ci sia un mistero dietro quel viso bellissimo che tutti gli uomini per strada si voltano a guardare. Lui vuole sapere chi è. Come se saperlo fosse un messaggio importante da dare all’intera umanità. In effetto Nadja sente, vede cose che altri non vedono. E’ totalmente immersa nel suo inconscio. Non ha altro. Come dice il protagonista non ha quell’istinto di conservazione delle persone per bene che tutti siamo. “ Io non ho mai sospettato che Nadja potesse perdere o avesse già perduto il favore di quell’istinto di conservazione che induce dopo tutto i mie amici e me, ad esempio a comportarci bene – limitandoci a voltare la testa dall’altra parte al passaggio di una bandiera, a non profittare di qualsiasi occasione per prendercela con chi ci pare, a non concederci il piacere ineguagliabile di commettere qualche bel sacrilegio” (pag. 126).
Nel romanzo Nadja finisce in manicomio. E qui quel “comportarci bene” assume un significato ben preciso. Non fare la sua stessa fine. L’invettiva finale di Breton contro i manicomi non serve a mascherare questa paura: e se capitasse anche a me? Se mi venissero a prendere perché non mi comporto abbastanza bene? A Nadja succede proprio così. “ Sono venuti a dirmi che Nadja è pazza. In seguito a certe stravaganze cui si era abbandonata, pare, nei corridoi del suo albergo, aveva dovuto essere internata nel manicomio di Vaucluse” (pag.121). Il protagonista è preso dai rimorsi. Forse il suo intervento nella vita di Nadja ha favorito lo svilupparsi della sua pazzia, intervento che era stato favorevole allo svilupparsi delle sue idee deliranti. Infatti non osa neanche informarsi su quello che può esserle capitato e si pente di averla incoraggiata a seguire la strada dell’estrema libertà. “E’ dall’inoltrarsi in questa direzione che forse avrei dovuto trattenerla rendendomi conto del pericolo che correva” (pag. 125).
Il protagonista nell’ultima parte di questo romanzo breve e frammentario , si innamorerà di nuovo. E questa volta “davvero”. Non cercherà in questo nuovo amore il perché, il chi sei. In lei tutto è sole, tutto è manifesto. “ Tu non sei un enigma per me”, dice il protagonista, “ Voglio dire che tu mi distogli per sempre dall’enigma” (pag. 139).
Bellissimo frammentario libro questa Nadja di Breton. Che non nasconde nulla, nemmeno la paura della donna troppo libera, nemmeno la paura della pazza e della pazzia. E neanche nasconde quello che gli artisti sempre fanno: rubare la vita degli altri.

 

Sul bellissimo libro di Caterina Saviane, Ore perse- Vivere a sedici anni

Ha sedici anni quando scrive questo magnifico libro, diario-romanzo,  pubblicato nel 1978 dalla Feltrinelli. Ha sedici anni. Eppure ogni pagina trasuda di nostalgia, come se quello che vi si racconta fosse avvenuto decenni prima, come se a scriverlo fosse qualcuno che da vecchio parli della sua gioventù. Sedici anni. Eppure è come se chi scrive avesse già tutto vissuto, tutto visto  e tutto creduto, ed ora disilluso e avvilito rivive quei sedici anni con l’amarezza di chi non crede più a niente. Tanto da farle dire ad un certo punto: “Mi sembra di essere una diva del muto”. Sedici anni.
Non è un libro sull’avere sedici anni, è una riflessione adulta, matura, sulla vita in generale, i rapporti-non rapporti tra le persone, la natura, i cani, le vacanze, i viaggi, la solitudine, gli amici. La scrittura mi ha impressionato, sorvegliata, ponderata, profonda nella ricerca di una aderenza perfetta a quel che si vuol dire, prima di tutto a se stessi.
Sedici anni. Io i miei non me li ricordo, nel senso che allora non ero niente.

Recensione del romanzo di Emma Cline, Le ragazze

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Il tema di fondo di questo romanzo è cosa si è disposti a fare, fin dove possiamo spingerci pur di essere notati, apprezzati, considerati, che non è lo stesso che essere amati. É una cosa proprio diversa. C’ è un bisogno più insaziabile dell’amore sembra voler insegnare questo romanzo: essere ritenuti bravi, interessanti, intelligenti, belli, creativi. Essere amati può succedere anche se si è stupidi e brutti, ma l’ essere considerati interessanti e creativi ci fa emergere dalla massa, ci fa accedere alla categoria degli eletti. Evie, la protagonista de “Le ragazze”, ha questa aspirazione, essere notata, uscire dalla massa informe delle sue coetanee, tutte scuola, casa, amiche. La sua vita  è raccontata in vari momenti, che nel corso della narrazione si intrecciano continuamente. All’inizio la troviamo già adulta quando si arrangia facendo la badante per anziani e bambini. Ma quando rimane disoccupata accetta l’ospitalità nella casa di vacanze di un amico. Qui capita il figlio del proprietario con la sua ragazza. La loro arroganza, il loro fiacco modo di vivere le ricordano la sua antica adolescenza vissuta in un piccolo chiuso mondo fatto da una madre divorziata e infelice, un’unica amica che presto si allontana da lei e dalla prospettiva di partire per il collegio. Nessuno nota Evie, la vede, ha un vero interesse per lei. E’ una ragazzina sola che non sa rassegnarsi a rimanere tale costi quel che costi. E così, dopo averle incontrate per caso, si lega alle “ragazze”, giovani sbandate che vivono nel “ranch”, una catapecchia nel cuore della California anni ’60. Russell ne è il dio assoluto, rappresentato nel romanzo come una copia molto simile di Charles Manson e le ragazze sono anche loro simili a quelle della sua cosiddetta “famiglia”, così come simili sono gli omicidi compiuti dal gruppo alla fine del romanzo. Da qui inizia il racconto della vita di Evie adolescente, dei suoi quattordici anni, che sembrano quelli di tante ragazze di allora dall’anima dolorosa, insoddisfatta, fragile. Evie viene plagiata da Suzanne, la leader del gruppo delle ragazze hippy che l’accolgono nel ranch all’inizio per brevi periodi e poi definitivamente. Il completo vuoto mentale è la caratteristica principale degli abitanti del ranch, vuoto ammantato dalle parole altisonanti del loro capo indiscusso Russell, come “amore universale”, “disfarsi del proprio io egoistico”, “vivere il presente”, concetti che ancora oggi infestano i nostri social, riviste, articoli sul benessere mentale, le nostre stesse aspirazioni interiori. La mia impressione è che, al di là dei delitti perpetrati dal gruppo del ranch alla fine del romanzo, un giudizio negativo e liquidatorio sia dato dal romanzo sul movimento hippy americano degli anni ’60 in quanto tale; è un approccio inconsueto a quel periodo, a quel mondo che molti di noi, io per prima, abbiamo idealizzato e tuttora continuiamo a farlo. Il ranch è un’accozzaglia di gente capitata lì per caso e per bisogno, che vive nell’incuria e nella sporcizia, dorme molto, e sennò si droga, e il cui unico collante nella vita è Russell, musicista fallito con scarse doti artistiche, ma con una di quelle personalità ( come il vero Charles Manson) in grado di dominare giovani ragazze bisognose di “essere notate”, guardate, considerate. Come Evie appunto, che si sente onorata di rubare soldi a sua madre o a uno sprovveduto amico per portarli al ranch e nelle tasche di Russell, così come si sente onorata delle sue attenzioni sessuali in qualunque momento lui ne abbia voglia. A lei bastano frasette della serie vieni qui piccola per cadere ai suoi piedi. Che qualcuno mi noti, veda che esisto e valgo qualcosa, sembra chiedere continuamente al mondo Evie. La sua in fondo è la storia di un qualunque innamoramento che si viva come assoluto. Non semplicemente nei confronti di una persona, ma di quello che questa persona rappresenta, un’idea di mondo come dovrebbe essere che noi vediamo personificata in lei, in base alle nostre aspirazioni, bisogni profondi, carenze affettive abissali. Se ci si sente come Evie e si è in un periodo di forti cambiamenti sociali come quelli della California hippy anni ’60, è facile cadere preda dei primi bulli che incontri scambiandoli per i tuoi salvatori. A mio parere il sottotesto di questo romanzo ( al di là dell’ultima parte in cui la strage è raccontata magistralmente) è il bisogno senza fondo che abbiamo dell’altrui consenso; Evie, che ne soffre morbosamente, si fa sedurre dagli abitanti del ranch scambiandoli per i suoi eroi, ma ha la fortuna di scampare dal doversi macchiare della loro furia omicida.
Verso la metà del romanzo le cose cominciano a precipitare per le ragazze del ranch. Prese dalla voglia di fare qualcosa di forte Evie dà in pasto a Suzanne e Donna, un’altra ragazza del gruppo, la casa dei Dotton, quella del suo amico Teddy, a cui tempo prima aveva portato via ben 65 dollari da consegnare a Russell con la scusa che gli avrebbe procurato della droga, ma non sapeva quando. Facendo questo Evie ha la consapevolezza che avrebbe fatto qualunque cosa per compiacere Suzanne, che adora e ammira. Mettono a soqquadro la casa sporcandola per il solo piacere di farlo. Evie sarà l’unica a venire scoperta e per un po’ la madre la spedisce a stare dal padre a Palo Alto. In sua assenza al ranch la situazione cambia, ci si prepara a diventare una setta di violenti, ci si esercita a sparare. Tutto perché Mitch, musicista di una certa fama amico di Russell, non può mantenere la promessa di fargli avere un contratto musicale. Suona e canta troppo male e nessuno vuole produrgli un disco. Diventa così il capro espiatorio contro cui indirizzare l’odio della comunità del ranch verso l’intera società. Girano una gran quantità di anfetamine ma pochissimo cibo, non ci sono più soldi per comprarlo. Ma tutti rimangono, nessuno abbandona il capo. Una notte Russell ordina l’agguato alla villa di Mitch. Un gruppetto tra cui Evie, parte per raggiungerla e ucciderlo. Lei è in auto vicino a Suzanne che strafatta di anfetamina non la degna di uno sguardo. Quando Evie allunga una mano verso la sua ha uno scatto. Fa fermare l’auto e le ordina di scendere. Così Evie si salva. Non partecipa alla carneficina a casa di Mitch. Lui non c’è, ma la sua ex moglie e il figlioletto, il custode della villa e la sua ragazza vengono massacrati.
Evie non dice nulla alla polizia, mantiene il segreto, torna a casa e parte per il collegio. Solo mesi dopo i colpevoli del massacro saranno arrestati.
Questo è un romanzo ben congegnato, la prima persona usata nell’intrecciare i vari momenti della vita di Evie rende la narrazione scorrevole e convincente, ci immedesimiamo facilmente nelle sue traversie interiori che la portano a compiere errori anche gravi, dai quali però ci viene continuamente da assolverla, come se aver avuto maestri falsi e bugiardi sia una cosa che in fondo è capitata e capita a tutti.

Prendere cappello

Da giovane prendevo subito cappello. Quante fregature per questo, gente che mi piaceva che non mi cercava più, amori finiti perché dopo un po’ di questo modo di fare mi mollavano. A volte rimpiango questo modo di fare. Ero sincera, immediata, ma impulsiva, mi guidava la rabbia o il fastidio. Bastava una parola fuori posto, un tono ironico o peggio sarcastico che prendevo e me ne andavo.
Mi ricordo una di queste volte. Ero una ragazzina, 14,15 anni. Un viaggio di ragazzi e ragazze in pullman con un professore che li organizzava d’estate. Eravamo in Corsica, ad Ajaccio in un campeggio. Dormivamo in alcuni bungalows, la sera stavamo fuori sul prato in gruppi a chiacchierare. Io lì avevo un’amica del cuore, rimasta tale per alcuni anni, poi le nostre strade si sono spontaneamente divise. Qualcuno quella sera mi criticò, non ricordo a che proposito, non eravamo d’accordo su qualcosa. Mi alzai e me ne andai. “A culo ritto”, come si usa dire. Mi ricordo proprio che eravamo in circolo e io mi alzai e me ne andai dicendo vaffanculo. Mi avviai a passo svelto verso il mio bungalow dicendo dentro me stessa: fa che mi richiamino, fa che mi richiamino…Ma sentii la mia amica dire: quando fa così è meglio lasciarla stare. Non era vero! Sempre quando ho fatto così nella vita, sempre quando ho preso cappello ho desiderato che mi richiamassero, mi inseguissero, mi venissero a cercare di nuovo. Non è mai accaduto. Dovevo essere sempre io quella che cercava di riaggiustare le cose, recuperare il rapporto. Assumermi tutte le responsabilità. Poi ho capito che così si perdono le persone, le opportunità, tutti i rapporto utili e inutili. Ho capito che è meglio soprassedere, essere diplomatici, ingoiare anche i rospi.

Sui romanzi e racconti ispirati a persone reali

In una didascalia sotto il titolo di un romanzo che sto leggendo c’è scritta una frase di Stendhal che mi ha fatto riflettere per la sua veridicità: ” Non posso restituire la realtà dei fatti, posso solo presentarne l’ombra”. E’ proprio così, ho pensato; quando ho voluto scrivere romanzi e racconti ispirati a persone realmente esistite mi sono affannata ossessivamente a cercare ogni dettaglio della loro vita, azioni, parole, scelte. Perché le hanno fatte e dette e in quali circostanze. Dov’era quella data persona che stava diventando personaggio?; con chi era? Soffriva? Gioiva? E per cosa?
Volevo restituire la realtà dei fatti, anche se stavo scrivendo un romanzo e non una biografia. Ma ugualmente pensavo di aver bisogno di esperienze reali da cui partire, su cui appoggiarmi.
Invece bisogna andare oltre i fatti, restituire l’immagine che abbiamo di una data persona a cui ci ispiriamo. L’ombra che quei fatti hanno prodotto, il loro fantasma.

Patti Smith, M Train

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Molto diverso questo libro, il cui genere non si può facilmente definire, dalla precedente autobiografia di Patti Smith Just Kids. Quest’ ultima aveva un ordine sia mentale che cronologico, raccontava la vita epica e rocambolesca di una Patti giovane, coraggiosa fino all’incoscienza e bellissima. Che si scopre cantante senza sapere di esserlo, come per caso. E ha quella voce lì. M Train non ha un ordine, “memoir” lo definisce il sottotitolo in copertina, ma è più un diario intimo o un collage di momenti romanzati della propria vita. Mi ricorda l’André Breton di Nadja e di L’Amour fou dove tutto, incontri, parole, pensieri, avvengono sempre come per caso. Quello stesso andare avanti e indietro dentro se stessi.
Mi ci ritrovo in questo libro di Patti Smith, c’è quest’aria di solitudine, di dopo che tutto è già accaduto, di abitudini di cui non si può più fare a meno in uno spazio ridotto di una grande città come New York. Che si tende a circoscrivere in pochi luoghi vicini a casa, da raggiungere a piedi in pochi passi, dopo essersi alzata, buttata addosso il solito cappotto nero e il solito berretto di lana. E dove si fa colazione sempre alla stessa maniera: caffè, una fetta di pane integrale e un piattino di olio d’oliva. La casa è un rifugio, il piccolo Café Ino al Greenwich Village lo è anche di più. Una quotidianità interrotta dai viaggi, Berlino, Londra, Tokio, Tangeri, dove Patti sembra muoversi con grande disinvoltura, come se lontano da New York ritrovasse la natura nomade e curiosa della propria gioventù. Sono viaggi di lavoro, ma anche per incontrare amici o cimiteri. Sì, ci sono molti cimiteri in questo libro; dove sono sepolti amici o poeti e scrittori molto amati; perché ci va? Per ritrovare qualcosa, qualcosa di loro, di loro che ha a che vedere con lei stessa. E’ un andare a trovarli, come si fa con gli amici in carne ed ossa, e forse è un andare a trovarli più intenso, profondo , intimo, perché è un parlar loro silenzioso, assorto, vero.
E poi c’è lo scrivere, si parla molto anche di questo; “E’ così difficile scrivere sul nulla”, ripete spesso l’autrice. Perché è quello il compito che si è data, scrivere ovunque si trovi, oppure andare apposta in un luogo per scrivere, scrivere e basta, non scrivere una storia che si ha in mente o partendo da una suggestione. Mettersi a sedere ad un tavolino di un bar e scrivere per vedere se si è capaci di “scrivere su nulla”. Spesso Patti si sente inadeguata rispetto a questo. Ma sa che è il suo compito, il compito che si è data. Lo scrivere per lo scrivere. Lo scrivere come atto della mente e della mano. E’ una sfida quasi impossibile, che la porta a molti fallimenti, a sentirsi spesso insoddisfatta, ma se un risultato di questa sfida è questo libro, ne è valsa la pena, perché il libro è molto bello, commovente anche, c’è tanto alludere e non dire o dire poco per far capire molto.
Mi ci ritrovo nella storia di questa donna che sembra sempre sola anche quando non lo è, con un velo di noncuranza verso gli oggetti, i luoghi, anche le persone. A meno che non siano quelli del suo passato. M Train, che sta per Mind’s train, è il tempo della mente, ovvero della vita nel tempo, che non solo scorre, ma si ferma e poi riprende la sua corsa. In questo scorrere di tempo e mente le azioni, le scelte di Patti Smith sembrano più casuali che razionali. Come l’acquisto di una casa a Rochaway Beach, a sud di Long Island, mezza diroccata ma di cui lei si innamora e che pagherà lavorando tutta un’estate tra concerti, readings, conferenze. Un tifone che si abbatte su New York la renderà ancora più precaria, ma sarà ristrutturata e ora è diventata la sua casa. Far rivivere quella casa diventa uno dei suoi compiti. Come far rivivere dentro se stessa tutte le persone della sua vita che non ci sono più a partire da suo marito Fred morto vent’anni prima, per finire ai poeti e scrittori che hanno segnato il suo percorso di persona e artista. Ci sono antichi ricordi che le tornano in mente e che fanno parte integrante del suo presente. Certe mattine, certi cieli, certi autunni, certe strade. C’è tanto passato in questo libro. Con i ricordi l’autrice riempie la sua mente-tempo perché sono stati i migliori della propria vita, le tornano in mente in piccoli locali dove lei siede per ore, giorni, anni, e dove su tavoli d’angolo accanto a tazze di caffè c’è sempre il suo taccuino nero. Infatti alla fine del libro scrive: “ Quello che ho perso e non riesco a trovare lo ricordo. Quello che non riesco a vedere provo a richiamarlo” ( pag. 233).

Secondo incontro gruppo di lettura a Molinella

Biblioteca Comunale “Severino Ferrari”
GRUPPO di LETTURA

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gruppo lettura

Leggiamo tutti lo stesso libro,

poi ci ritroviamo insieme per scambiare le nostre opinioni, i nostri commenti,

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Mercoledì 9 novembre ore 20,30

presso la biblioteca

Libro prescelto:

L’avversarioEmmanuel Carrère

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conduce l’incontro Dianella Bardelli

Gli incontri successivi avverranno a cadenza mensile

Emmanuel Carrère, L’avversario

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Intanto il titolo, L’avversario. Inizialmente mi sembrava non attinente alla storia di un uomo che nel 1993 uccise moglie, figli e genitori nello stesso giorno, tentando poi di suicidarsi senza riuscirci. Poi a pagina 17 parlando del momento della morte dei suoi genitori per mano del loro stesso figlio, Carrère scrive: ” Avrebbero dovuto vedere Dio e al suo posto avevano visto, sotto le sembianze dell’amato figlio, colui che la Bibbia chiama Satana, l’avversario”. Facendo una ricerca in internet ho saputo che la parola avversario è di origine ebraica e si trova in molte parti dell’Antico e Nuovo Testamento. Questo ha dato tutto un altro significato alla lettura che stavo facendo di questo testo. Come se “lui”, l’angelo disobbediente, fosse il vero protagonista della storia sotto le sembianze di Jean – Claude Romand. Forse perché sono suggestionata da un film Liberami presentato al Festival di Venezia che parla di esorcismi. Diciamo che se fosse vero che il male esiste sotto forma di uno spirito che si impossessa di uno di noi e ci fa soffrire o compiere delitti, guerre, violenze di ogni genere, sarebbe tutto più semplice, perlomeno nel dare un senso, una spiegazione certa a tutto quello che di “male” compiamo verso noi stessi e gli altri.Pur essendo il resoconto fedele di fatti realmente accaduti questo libro non è una biografia, ma una testo che si può definire fiction anche se Carrère in un’intervista afferma di non volerne dare una definizione precisa. Alla domanda come definirebbe i suoi libri? Reportage, biografie…, risponde: «Non lo so, preferisco non dargli un nome. Sono libri, è basta. Non li chiamerei romanzi, perché il romanzo prevede invenzione, ma neanche non-fiction, che mi sembra abbia una connotazione negativa. Adesso si usa dire auto-fiction, considerandolo un genere nuovo. Ma io penso che questa sia una delle più antiche modalità di scrittura, e anche uno dei motivi per cui si scrive. Raccontare la propria esperienza, cosa si è imparato dalla vita, la nostra e quella degli altri”. La storia infatti è raccontata in prima persona dallo stesso Carrère, tutto è vero, fatti, nomi, date, ma c’è sempre lui, Carrère e la sua impossibile domanda: perché una persona normale ad un certo punto diventa un “mostro”? Jean – Claude Romand è un uomo stimato da tutti, padre e marito amorevole ma per diciotto anni ha fatto finta di essere un medico, ha sperperato i soldi che amici e parenti gli avevano affidato affinché li utilizzasse in investimenti sicuri, e infine ha fatto una carneficina delle persone a lui più vicine e amate. E mentre leggiamo anche noi lo vogliamo capire perché lo ha fatto e ci identifichiamo totalmente nella voce narrante in prima persona. Anche noi ogni giorno ci domandiamo perché il male avviene, perché lo compiamo, perché ne siamo vittime e perché ne sono vittime milioni di persone. Se riuscissimo a capirlo capiremmo anche noi stessi. Carrère ne è addirittura ossessionato e per raccogliere materiale e scrivere il libro, un piccolo libro di 161 pagine, ci mette sette anni. Vuole entrare nella mente di Romand, e per farlo deve mettersi alla sua pari, non deve considerarlo come tutti un mostro. In questo libro trapela la posizione dello scrittore-narratore nei confronti di questo assassino, ovvero non lo considera nè diverso nè peggiore di lui. Afferma di vedere in Romand ” Non un uomo che ha fatto qualcosa di terribile, ma un uomo a cui è accaduto qualcosa di terribile, vittima sventurata di forze demoniache” ( pag. 28 ).
Carrère ha affermato di esserci ispirato a Truman Capote di A sangue freddo quando ha cominciato a pensare di scrivere questo libro. Ma poi se ne è distaccato proprio scegliendo di scrivere in prima persona; in un’altra intervista infatti afferma: “Tutte le teorie di Capote sul non fiction novel mi hanno aiutato a trovare questa forma che è molto libera e nella quale mi sento molto a mio agio. E adesso che mi ci fa pensare, se vogliamo penso di poter dire di essermi tirato fuori da quest’ombra così ingombrante. Perché a un certo punto ho dovuto – forse addirittura costretto – passare alla prima persona singolare, cosa che Capote non fa, anzi, al contrario: lui si tira fuori, pretende una grande obiettività – che naturalmente non ha: fa finta di non essere implicato, ma non è vero, è una gran balla.  Io ho scelto – o forse non si è trattato di una scelta, ripeto, quanto di un passaggio obbligato – di entrare in scena, di entrare anche io dentro”.
Tutta la vicenda di Romand comincia con una prima bugia detta in famiglia quando era studente del secondo anno della facoltà di Medicina. Non ha sostenuto un esame e lo ha tenuto nascosto. Da lì, da una prima piccola bugia facilmente rimediabile nascono tutte le altre. Fece finta di sostenere tutti gli esami fino a laurearsi, infine disse di essere stato assunto in un istituto di ricerca a Ginevra. Intanto si sposa, ha due figli. Ogni giorno parte da Ferney-Voltaire e fa finta di recarsi a Ginevra. Invece passa il tempo nei bar di Lione, o nei boschi a passeggiare o in macchina a leggere riviste. Nessuno ha mai dubitato di niente. Neanche del fatto che non avesse dato a sua moglie il numero di telefono del suo ufficio. A casa portava un buon stipendio, per farlo per anni ha attinto al conto in banca dei genitori, del quale aveva una delega. E loro non si meravigliavano vedendo assottigliarsi il loro conto, pensavano che il figlio li avesse investiti altrove. Lo stesso fecero altri parenti.
Dopo qualche anno si innamorò e cominciò a spendere somme ingenti per andare ad incontrare la sua amante in hotels di lusso a Parigi. Poi tra i due la storia d’amore finisce ma lei ha talmente fiducia in lui da affidargli i suoi 900000 franchi affinchè li investisse per farli fruttare. Romand se ne servirà per tirare avanti con l’alto tenore di vita della famiglia. Alla quale, come a tutti gli amici e parenti e alla stessa amante, aveva raccontato di essere malato di cancro. Questo per potersene stare a casa senza dover andare ogni giorno a passare la giornata da qualche parte.
Passano i mesi e verso la fine dell’anno del 1993 Romand capisce che si è alla resa dei conti. I soldi in banca stanno finendo e lui non ha nessuna possibilità di rimpinguarli. Va a Parigi per incontrare un’ultima volta la sua amante; in quella occasione le dà appuntamento per il 9 Gennaio per restituirle tutti i suoi soldi. Al ritorno a casa decide che si ucciderà entro il 9 Gennaio. Ma la sera dell’ultimo dell’anno al ritorno da una cena a casa di amici con moglie e figli Jean – Claude pensa che non può fare loro questo. Lasciarli con il suo suicidio nudi di fronte al mondo con quella orrenda verità sulla sua doppia vita che li avrebbe marchiati per sempre. Da qui in poi l’andamento del racconto di Carrère è quello di un destino che si compie. Romand si comporta come un automa, compra una carabina con relative pallottole e un dissuasore elettrico, ma ancora non dice a se stesso ” per ucciderli”. Li compra come se servissero a qualcos’altro. E poi ci sono le terribili pagine in cui durante il processo a suo carico Romand racconta come ha ucciso la moglie e i figli e subito dopo i suoi genitori. E come dopo aver ingerito del barbiturici abbia dato fuoco alla casa dopo essersi sdraiato sul letto accanto alla moglie morta da parecchie ore. Ma mancandogli il respiro corre alla finestra e la apre. Lo salvano. E’ costretto a confessare tutto.
Nell’ultima parte del libro c’è la descrizione della sua vita in carcere, la perplessità degli psichiatri rispetto al suo comportamento sempre calmo e misurato come se recitasse ancora la parte del Romand medico buon padre di famiglia. E infine c’è il resoconto di alcune parti del processo. E qui la situazione diventa davvero spiazzante per il lettore; si viene a sapere in tribunale che la maestra di uno dei figli di Romand ha intrapreso una relazione con l’assassino, con lettere d’amore e poesie da parte di lui. Ci sono persone dunque che continuano ad avere fiducia in lui anche dopo quello che ha commesso…E anche una volontaria del carcere interrogata dal pubblico ministero dimostra comprensione per l’assassino. Come pure un altro volontario che diventa suo amico e lo va a trovare in carcere ogni settimana. Le ultime pagine del libro a questo proposito sono terribili come i delitti terribili compiuto da Ramond. I due volontari, cattolici ferventi del movimento degli Intercessori, hanno così tanta fede nel ravvedimento di Romand da includerlo tra coloro che si danno il cambio in una catena ininterrotta di preghiere. Carrère ne è scandalizzato, e nelle ultime righe del libro dice: ” Sono sicuro che non stia recitando per ingannare gli altri, mi chiedo se il bugiardo che c’è in lui non lo stia ingannando…non sarà caduto ancora una volta nelle rete dell’avversario?”.
Mi domando allora Satana è dunque non solo Il disobbediente a Dio ma anche Il bugiardo? Disobbedisce mentendo? La bugia è la disobbedienza a Dio per antonomasia?
Romand è ancora una volta la dimostrazione della banalità del male. Lontano eoni dalla grandezza del rimorso di personaggi non reali ma emblematici come un Raskol’nikov di Delitto e castigo o di un Ivan de I fratelli Karamazov. E di un Padre Cristoforo de I Promessi Sposi che si porta dietro per tutta la vita il pane del perdono per non dimenticare il male che ha compiuto.
Carrère afferma in una delle sue varie interviste che se avesse inventato una storia del genere e poi l’avesse proposta al suo editore gliela avrebbe rifiutata in quanto non verosimile. Scrivere questa storia dice a se stesso nell’ultima riga del libro ” non poteva essere che un crimine o una preghiera”.

Alcune interviste dell’autore qui: http://www.minimaetmoralia.it/wp/?s=carrere

Nel 2002 ne è stato tratto un film http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=982

La prima notte di quiete di Valerio Zurlini

Ho rivisto per l’ennesima volta il film di Valerio Zurlini “La prima notte di quiete”. Lo davano in Tv ad un orario impossibile. Non dormivo, così me lo sono rivisto. Mi sono autocensurata il finale tragico in cui il protagonista muore in un incidente stradale invece di coronare il suo sogno d’amore. Mi piace così tanto questo film del ’72 che anni fa mi sono comprata il dvd. Nel mio immaginario sentimentale fa il paio con “Ultimo tango a Parigi” di Bertolucci, che è dello stesso anno, e che solo apparentemente affronta una trama simile.Ci sono tanti ingredienti dentro “La prima notte di quiete” che me lo fanno adorare. Prima di tutto il mare, quel mare, il mare d’inverno, in una città di mare, Rimini, vuota, spettrale, prima che la gente ci andasse a passare i fine settimana anche fuori stagione. Rimini come era “prima”, prima delle belle strade, delle centinaia di appartamenti, alberghi, agriturismi. Prima della ricchezza, insomma. Una Rimini quella del film triste e meravigliosa, poetica e malinconica. In alcune memorabili inquadrature il mare è inospitale come la città, irraggiungibile, altro, lontano quasi che fosse un oceano invece dell’ Adriatico. Qua e là svetta un palazzo, ma il resto sono strade del centro e viali deserti, strade di periferia in terra battuta vicino alla spiaggia, un night club “L’altro mondo”, appartamenti di ricchi e meno ricchi, ma arredati comunque tutti alla rinfusa, senza quel gusto maniacale di oggi del gradevole, dell’accogliente, senza insomma il ciarpame dei nostri giorni. Prima quindi che al posto del mare e del fare l’amore ci convincessero che è meglio comprare oggetti. Qui invece c’è sempre il mare a farla da protagonista, mosso, selvatico. Come cosa? Come l’amore nel senso della passione improvvisa, non prevista, non voluta. Selvatica appunto. Poi c’è un Alain Delon spettacolare, senza fronzoli e ammiccamenti, senza recitazione, che non fa mai più di quel che deve fare. Essere lì. In una scena dopo l’altra, un’emozione dopo l’altra. Con quel cappotto di cammello che non si leva quasi mai. E quei maglioni slabbrati. E quel viso. Dolore, amore, tenerezza, disperazione. Tutto in una faccia. E c’è lei, la bravissima Sonia Petrova, che faceva la ballerina classica e fu scelta per caso; lei nel film è l’angelo della seduzione, forte della sua debolezza, che la vita non ha sporcato, non può sporcare. In lei tutto è negli occhi. E c’è l’acqua, sempre l’acqua, che o mare o pioggia. Pioggia durante la prima e ultima scena d’amore tra Daniele, il personaggio interpretato da Delon, e Vanina interpretata dalla Petrova. Quando in un non importa dove, fuori pioggia e freddo, dentro due che si sono trovati e un materasso buttato per terra.
Perché si guarda e si riguarda un film visto 10 volte e più e si legge e si rilegge lo stesso libro? E perché succede con film e libri che più lontani dalla nostra quotidianità non potrebbero essere? Forse perché è come guardare lo sconosciuto che è in noi.

P.S. Ho trovato strepitosa la recensione di questo film di Alessandro Baratti:
http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=2383