Jim in Italia

jimJames Koller è un uomo alto e allampanato, dalle spalle un po’ curve, una lunga coda di cavallo portata con affascinante disinvoltura, scarpe grosse antiche e una faccia piena di nostalgia degli anni finiti. Jim è un poeta. Per il mondo è anche altre cose ( marito, padre, fondatore del movimento bioregionale e di riviste…). Ma per me è un poeta. Anzi Jim è la poesia. La sua faccia, il suo parlare, il suo camminare, il suo guardarti, la sua malinconia sono poesia vivente. Jim non è diverso dalla sua scrittura, ecco il segreto del vero poeta. Le sue poesie parlano di coyotes, lupi, cervi, vecchi capi indiani, donne dalle ampie gonne, amori troppo presto finiti. Jim ogni due o tre anni viene in Italia a leggere le sue poesie e a salutare vecchi e nuovi amici. Si ferma nelle case, nelle osterie, nelle librerie, si alza e legge. Non mostra alcuna emozione particolare nel farlo. Jim è molto cool a vederlo. Non solo quando legge le sue poesie, ma anche quando parla, quando sta in mezzo alle ragazze piene di curiosità per questo vecchio ragazzo beat, che chissà quante storie ha da raccontare. A Jim piace la grappa italiana. E così quando qualche anno fa è venuto a casa nostra per una serata di sue letture poetiche, e gli abbiamo chiesto: vuoi qualcosa da bere? Lui ha risposto “grappa”. Ci è sembrata una cosa simpatica che la prima cosa che Jim ci ha detto sia stata “grappa”. Lui è così naturale, spontaneo, anche nella sua malinconia. Come l’epoca americana di cui è uno degli ultimi rappresentanti viventi. Tra me e Jim la comunicazione non è così fluida come vorrei per via del mio inglese malandato, ma c’è sempre Giuseppe Moretti a darci una mano per questo. E’ la sua fortuna il mio sgangherato inglese, sennò lo tempesterei di domande sulla beat generation, e vorrei sapere dettagli e aneddoti su Ginsberg, Kerouac, Lenore Kandel, poetessa hippy da me molto amata. Il Italia ilo vero mondo beat, quello hippy, quello dei Diggers di San Francisco, quello del bioregionalismo, del ritorno al villaggio, non sono molto conosciuti. Se ne ha un’idea vaga e stereotipata. Le poesie di Jim rispecchiano quel mondo e per chi non ne sa nulla possono anche spiazzare. Questo perché da noi non siamo abituati alla spontaneità in poesia, al fatto che essa rappresenti ed esalti momenti di vita di una grande intensità pur nella loro semplicità e quotidianità. Da noi resiste ancora l’idea che più la poesia è oscura e meglio è. Non so nulla della vita americana di Jim, non so come sia la sua casa, la sua cucina, il suo armadio. Ma so com’è il bosco dove lui cammina, i falchi che ha visto mille volte, la donna che ha molto amato e che non lo capiva. Me li posso immaginare perché lui nelle sue poesie ne parla. Sono brevi fermo immagini dello scorrere della vita, soprattutto di quella animale. L’ultima volta che Jim è venuto in Italia è stato l’anno scorso per il suo solito tour di readings. E’ venuto anche a leggere le sue poesie alla Locanda Pincelli di Selva Malvezzi.Abbiamo stampato dei volantini per pubblicizzare l’evento. E’ venuta gente da Bologna, ma più che altro c’era la gente del paese quella che i venerdì si raduna in questo locale per ascoltare musica rock dal vivo, mangiare buon cibo della cucina bolognese e bere buoni vini. Jim è stato la star della serata. La star venuta dall’America. Quell’America da molti di noi sognata, immaginata mille volte sui libri di Ginsberg, Kerouac, Ferlinghetti e gli altri meravigliosi frutti di quella generazione.

Mia recensione: Diano Giada, Io sono come Omero, Vita di lawrence Ferelinghetti

 Questo libro è una biografia dettagliatissima della vita di Lawrence Ferlinghetti. E’ stata una vita talmente avventurosa da fare apparire i capitoli di questa biografia un romanzo a puntate. La stessa Diano l’ha definita” una biografia romanzata”. Ogni capitolo corrisponde ad un luogo, luoghi diversi e tanti. A partire dalla ricerca del giovane Lawrence delle sue radici europee. Eccolo dunque partire per la Francia e poi per l’Italia dopo un’infanzia di abbandoni e solitudine. Dopo la 2° Guerra Mondiale va a vivere per alcuni anni a Parigi con una borsa di studio del governo a favore degli ex combattenti. Qui studia pittura, scrive, prepara la tesi di laurea. Nel 1951 è di nuovo in America, si sposa e con la moglie va a vivere a San Francisco. Con la sua famiglia d’origine i rapporti sono sporadici, segnati come sono dall’abbandono della madre di Lawrence e dalla morte del padre. Il ’53 è l’anno della nascita della libreria City Light, seguita subito dopo dalla nascita dell’omonima casa editrice. Nel frattempo per la New Directions pubblica la raccolta poetica A coney island of the mind, un volume che darà un grande successo al suo autore. Il 1955 è l’anno del famoso reading alla Sixth Gallery, dove Allen Ginsberg legge per la prima volta Howl, che insieme ad altre sue poesie sarà pubblicata dopo poco tempo dalla City Light.
A metà degli anni ’60 la vena nomade di Ferlinghetti comincia ad avere il sopravvento su quella sedentaria e familiare. Parte per Londra, ma dopo poco torna nella sua amata Parigi. Da qui inizia un lungo peregrinare: Spagna, Maghreb. Con la famiglia si trasferisce per un periodo in Spagna, in un piccolo villaggio senza luce elettrica e riscaldamento. La moglie e i figli tornano in America e il matrimonio entra in crisi. Lawrence riprende i suoi viaggi, Spoleto e Londra sono le prossime tappe. Poi è la volta di Berlino, poi la Russia, dove vivrà un’esperienza che avrebbe messo a dura prova i nervi di molti di noi. Con un amico decide di raggiungere il Giappone per incontrare Gary Snyder, attraversando in treno la Siberia per imbarcarsi sulla sua punta estrema, Khabarovsk. 10.000 mila chilometri all’andata e 10.000 al ritorno, perché arrivato in quella città si accorse di non avere il visto per il Giappone. Pensava di non averne bisogno in quanto americano.
Nel 1979 è uno dei partecipanti principale del Festival di Castelporziano. Qui Lawrence recita la sua lunga poesia: I vecchi italiano morenti. Ma tutta il libro di Giada Diano è pieno di citazioni poetiche di Ferlinghetti, dalla prima raccolta del 1958 A coney Island of the Mind passando per Endless Life e i Canti Romani a How to Paint Sunlight fino al il lungo poema epico Amercus I
Da How to Paint Sunlight mi piace citare alcuni versi sia da Allen his Istant che da Blind Poet. Nella prima leggiamo:

Allen in questo istante

sedeva accanto a me

su questo letto

solo per un istante

o mezzo istante

era lì

accanto a me

in silenzio

una presenza effimera

ma non fugace…

Nella seconda poesia leggiamo:

Sono un poeta cieco ma non sono Omero

sono il vostro poeta e pittore cieco

pieno di immagini e frasi fantastiche

sto dipingendo il paesaggio della mia anima

e dell’anima dell’umanità…

L’ultimo capitolo del libro di Giada Diano è dedicato ad un viaggio fatto in Italia nel 2007 insieme a Ferlinghetti ( l’ennesimo per lui nel nostro paese ). Dopo aver partecipato a The Beat generation a Poggibonsi (una due giorni di film e reading), il viaggio prosegue per Salerno per un reading insieme a Jack Hirschman, e poi per la casa di Giada a San Lazzaro, un paese in provincia di Reggio Calabria. Dice il testo: “ A San Lazzaro gode del suo anonimato e si rilassa, mentre i giorni scorrono veloci tra lunghe passeggiate al mare, caffè al sole e qualche escursione” (pag. 208). E’ l’unico dettaglio personale che Giada Diano si concede, nonostante l’amicizia e la collaborazione professionale con Ferlinghetti la conducano molto spesso a San Francisco. Questo è un libro che racconta una vita e una sola, e racconta l’amore grande e la dedizione a un poeta e ad un amico a cui viene dedicato lo spazio di tutte le sue 212 pagine.
Giada Diano, è amica di Lawrence Ferlinghetti e traduttrice per Citylight; come racconta nell’introduzione al libro incontrò per caso la poesia di Ferlinghetti nell’adolescenza e ne rimase fulminata. “E’ stato un riconoscimento. Un amore improvviso”, dice la scrittrice. Poi al momento della tesi di Laurea sceglie come argomento la Beat Generation e la poesie di Ferlinghetti. Durante questo lavoro gli scrive molte mail e lui la invita a raggiungerlo a San Francisco. Da quel momento nasce la loro lunga amicizia, di cui questo libro è uno dei frutti. Di lui Giada dice: “ Da subito ho nutrito per lui un affetto incontenibile…”.