La redazione

Inseguivo un amore, per questo ero andata a Roma. Era un inseguimento disperato. Lo sapevo. Ma l’inseguivo lo stesso. Per la testardaggine di me allora. Non ascoltavo mai il cuore ma solo il mio orgoglio ferito. Non volevo che tutto finisse così. Avrei fatto qualunque cosa perché la storia tra noi continuasse. Quindi chiesi un’aspettativa dal lavoro e andai a Roma. A lavorare presso quel giornale rivoluzionario. Domandai di andarci e mi presero.
La redazione era un luogo lugubre e inospitale. Buio, triste. Si lavorava lì. C’erano i capi, principi inavvicinabili, non osavo rivolgere loro la parola. Si andava in un bar vicino nella pausa pranzo, che ancora non si chiamava così. Loro in gruppo a parlare di grandi cose, io in un angolo a mangiare schifosi panini con la maionese che oggi non sfiorerei neanche con un dito. Si andava lì verso l’una. E loro, i panini, erano lì dalle sette del mattino, magari. Erano tempi oscuri e strani. Nessuna confidenza, nessuna intimità. Questo nelle grandi città. Nelle piccole, come quella da dove venivo io, era diverso. Il parlare, il raccontarsi, il confidarsi, facevano parte del luogo stesso dove la gente si radunava, cioè la piazza. Ma qualcosa stava cambiando anche lì, nelle città di provincia. Ovunque si stava realizzando la fine del sogno, dell’utopia. Avrebbe fatto macerie di se stessa. Stavano per arrivare i micidiali anni ’80.
Ma qualche anno prima io ero lì nella grande metropoli con l’unico scopo di recuperare, salvare un amore. Per farlo lavoravo in quella redazione. C’era sempre gente scura in volto. Si sbaglia a pensare agli anni ’70 come un tempo dell’allegria e dei grandi sorrisi. Si era molto seri, pesanti, aspettavamo una catastrofe e la chiamavamo utopia.