Intervista a Giuseppe Moretti, scrittore, contadino e leader del movimento bioregionale sulla sua amicizia con il poeta americano Gary Snyder

“In compagnia di un’aquila non puoi fare altro che sforzarti a volare alto”

Giuseppe Moretti, è uno scrittore e uno dei fondatori del movimento bioregionale italiano oltre che redattore della rivista Lato Selvatico. E’ amico di Gary Snyder e di altri esponenti americani della rete Bioregionale. Coltiva la sua terra nella valle fluviale del Po.
Gary Snyder è un poeta e scrittore americano, buddista da sempre e leader del movimento bioregionale, è stato amico di Allen Ginsberg e di altri esponenti della beat generation. Vive fin dalla gioventù in una casa della Sierra Nevada in California costruita con l’aiuto di alcuni amici.
E’ autore di un gran numero di raccolte poetiche e saggi, alcuni dei quali sono stati raccolti recentemente in un libro dal titolo “Nel mondo poroso” (http://lascrittura.altervista.org/gary-snyder-nel-mondo-poroso-saggi-e-interviste-su-luogo-mente-e-wilderness-mimesis-edizioni/); molto importanti le sue raccolte poetiche come “La grana delle cose” ( http://www.lankelot.eu/letteratura/snyder-gary-la-grana-delle-cose.html) . Nella serie terrapoesia della rivista Lato Selvatico. È uscito un bellissimo libretto di poesie “Madre Orsa”
( http://www.lankelot.eu/letteratura/snyder-gary-madre-orsa.html)

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1) Gary Snyder come molti esponenti americani della sua generazione è molto lontano dal modo di scrivere e forse anche di pensare che c’ è stato e c’ è in Italia, condividi questa mia opinione? Se sì come spieghi questa profonda differenza?

La scrittura di Snyder, verrà forse ricordata come quella di un autore che più che guardare a est, alla tradizione letteraria europea, ha guardato a ovest. E questo non solo per un dato oggettivo, la costa occidentale degli Stati Uniti si affaccia a occidente, verso Cina, Giappone, Corea, Siberia, ma anche e soprattutto per l’attrazione verso gli aspetti culturali e spirituali di quella parte del mondo, culminati poi nella scelta di Snyder di andare a studiare buddhismo Zen in Giappone, nel 1956. Altro aspetto, di non poco conto, che nel tempo ha dato conferma a Snyder della giustezza di guardare a ovest è stata la nuova definizione di luogo propria del bioregionalismo, una ipotesi che bypassa i confini temporali, politico/legislativi, per adottare quelli che invece seguono l’orografia della terra, gli spartiacque montani, i bacini idrografici, i litorali marini, che, nel caso in questione, disegnano l’orlo del Pacifico settentrionale (il North Pacific Rim). Un orlo, appunto, che abbraccia tutti gli Stati del nord-ovest americano, fino all’Alaska e le isole Aleutine, per poi scendere dall’altro lato toccando le isole Hokkaido, il Giappone, l’isola di Taiwan e il sud della Cina.
Lo sguardo culturale di Snyder verso l’Oriente fa innanzitutto riferimento alla lunga tradizione degli eremiti taoisti (famosa è la sua traduzione dei versi di Han Shan, vissuto tra il 7° e 8° secolo d.C.) e ai dettami del buddhismo Zen. Si potrebbe affermare che la sua poesia e prosa comprenda un mix di saggezza orientale, forti dosi di cultura amerinda e una convinta fede nelle potenzialità della mente originale/selvatica.
Vien da sé, l’evidenza delle differenze con la maggior parte degli autori europei e italiani, limitati all’umanesimo e non oltre gli insegnamenti del mondo classico. Detto questo, comunque, sarebbe errato dire che Snyder non abbia uno sguardo attento verso la cultura e la storia europea, soprattutto per quanto riguarda l’Europa antica, il paleolitico e il neolitico, verso cui ha un interesse particolare, direi quasi riverenziale.
2) Che persona è Gary Snyder? Conosciamo da varie letture la sua biografia, ma com’è lui dal punto di vista interiore?

Per come lo conosco io, Gary Snyder è una persona veramente importante per il momento storico in cui viviamo, sia per le cose che scrive, per la coerenza della sua vita e per la chiarezza e profondità delle sue idee, ma anche perché sa essere una persona semplice, più che accessibile e disponibile, nei limiti, ovviamente, che una persona pubblica come lui può essere. Se poi con lui si hanno degli ideali in comune allora cade ogni formalità e si ‘gioca’ alla pari. Almeno per me è stato così, e questo, a dire il vero, mi ha messo un po’ a disagio (viste le differenze conoscitive abissali), per poi accorgermi che in realtà è stata una grande opportunità di crescita: in compagnia di un’aquila non puoi fare altro che sforzarti a volare alto.
3) Ci parli della sua vita quotidiana e della sua famiglia?

Per quel poco che ho potuto vedere, Gary Snyder è un metodico, molto preciso nelle cose che fa, sia che si tratti di scrittura, di ordinare la cucina o di preparare una lettura. La mattina per lui inizia all’alba, breve seduta di meditazione allo Zendo (non lontano da casa), colazione, e poi nella libreria/studio, dove si dedica alla cura dei suoi lavori e interessi letterari. Dopo pranzo cura il podere, riordina gli attrezzi, fa rifornimento di legna, incontra i vicini, riceve persone (di tutti i tipi, giornalisti, scrittori come lui, semplici persone…). Spesso alla sera ha ospiti a cena o è lui che va a cena dagli amici del Ridge (Crinale). Partecipa alla vita della comunità, tenendo letture al locale North Columbia Cultural Center e dando il proprio contributo alle iniziative e alle controversie che investono il comprensorio del bacino idrografico del fiume Yuba. Dopo la scomparsa della quarta moglie, Carole Koda, ora vive da solo, anche se a poca distanza, nella casa che fu di Allen Ginsberg, vive il secondogenito Gen,. Kai, il primogenito, vive in Oregon. Le due figlie di Carole, Mika e Robin, invece vivono, rispettivamente una in Maine e l’altra a Grass Valley, California.
Come tutti per vivere in questo mondo, anche Snyder, fa un discreto uso della tecnologia: computer, auto, motosegna per tagliare legna, viaggi in aereo etc…, ma per tutto il resto sono le ‘vecchie maniere’ a scandire le giornate, prova ne è la veranda di casa (vero ponte fra esterno e interno), così ben fornita di attrezzi e indumenti per la vita all’aperto, a contatto con gli elementi del luogo: impermeabili, cappelli, corde di ogni tipo e misura, racchette da neve, accetta, zaini, guanti, torcia a pile, elmetto antincendio etc.. . Ancora oggi, a ottantacinque anni, si prende cura della casa e del bosco, tagliando legna da ardere, bruciando le ramaglie (con particolare attenzione alla direzione del vento e al grado di umidità nell’aria. Tutta l’area della Sierra è soggetta ad incendi boschivi), curando il piccolo frutteto: perlopiù meli e susine, il piccolo orto: protetto dai cervi con una siepe alta due metri, tenendo in ordine i pannelli solari e i generatori di corrente di riserva, la tubazione antincendio sotterranea, la legnaia e il rustico con gli attrezzi. Quando ha bisogno di una mano si avvale dei vicini o assume qualche giovane del posto.
4) Che ne pensi del suo modo di scrivere poesie?

Non sono un poeta, non scrivo poesie, quindi non saprei darti una risposta tecnica. La mia impressione comunque è che siamo di fronte a una poetica che ha ‘potere’, nel senso che la poesia di Snyder è una poesia che va oltre il semplice poetare. Le idee, i concetti profondi, le intuizioni, le descrizioni che tanto apprezziamo nella sua prosa, sono anche nelle sue poesie, anzi, in molti casi è vero il contrario, prima sono nelle poesie e poi, proprio per esemplificarne i concetti, li articola nei saggi. La poesia per Snyder è una sorta di grimaldello per sondare i misteri del profondo in noi stessi “The silence of nature within / the power within / the power without…”, ma anche un modo per andare ‘oltre’ (sia a livello culturale, che immaginifico), sondare altri mondi/modi, altre possibilità. La poesia come ‘scout’ in avanscoperta, per aprire varchi, delineare percorsi… ‘occhi’ per leggere la realtà più ampia, per vedere le cose che non si vedono “Here in the mind, brother / Turquoise blu…”.
5) Ci descrivi la sua casa e quello che c’ è intorno, è completamente immersa nella natura? Ed è vero che l’ ha costruita da solo con l’ aiuto di alcuni amici?

Sì, la sua casa è all’interno di un’ampia zona di boschi e foreste, composti da pini Ponderosa, cedri, abeti Douglas, querce nere, madrone e manzanita, un arbusto sempreverde, quest’ultimo, dal fusto rosso ruggine, molto diffuso. Come fauna, abbondanti sono i cervi, procioni, volpi grigie, coyote, comuni seppur poco visibili sono l’orso nero e il puma. Tra i volatili, diverse specie di picchi, gufi e falchi. La casa porta il nome di un minuscolo arbusto locale, il kitkitdizze, in lingua nativa Wintun, ed è stata costruita all’antica con materiale locale tra il 1969 e 70 da Snyder stesso, coadiuvato da un folto numero di amici, tra questi molti giovani studenti in architettura, e arti e mestieri. La forma è un mix tra cascina giapponese e dimora indiana, con apertura al centro del tetto per permettere al fumo di fuoriuscire dal focolare in basso (ciò è avvenuto per un certo periodo, poi si è optato definitivamente per la stufa a legna, conservando comunque l’apertura al centro, ora chiusa a vetro). La porta d’ingresso è rivolta a est.
Negli anni a seguire sono stati aggiunti altri edifici funzionali alla casa, una legnaia, un rustico per gli attrezzi, un bagno e lavatoio esterno, un gazebo sotto cui mangiare d’estate e quello che lui chiama il barn (fienile), dove c’è la libreria e l’ufficio. Durante i primi anni la luce in casa veniva fornita da lampade a kerosene, poi negli anni ’80 sono stati installati i pannelli solari che sopperiscono completamente al bisogno energetico della casa. L’acqua viene da una fonte vicina, alimentata dalle nevi perenni della Sierra. C’è anche uno stagno vicino a casa, alimentato soprattutto dalle acque piovane.

6) Che tipo di comunità c’ è nel posto in cui vive? È riuscito a realizzare lì il suo ideale di vita?

Tutt’attorno alla casa di Snyder c’è il bosco e, a distanza di qualche chilometro, le une dalle altre, le case dei vicini, che compongono la molto attiva e poliedrica comunità del San Juan Ridge, il cui centro e fulcro è il North Columbia Cultural Center. Tra i servizi principali, c’è una scuola elementare, un servizio antincendio volontario, uno spaccio, una piccola clinica, una community farm, che rifornisce le famiglie di prodotti freschi pagati in abbonamento mensile. È tutta gente arrivata dai primi anni settanta in poi, molti oramai sono passati a miglior vita, ma i tanti giovani sembrano fortunatamente mantenere, seppur con aggiustamenti, la direzione dei genitori. Le case, tutte in legno, sono graziose/fantasiose e ben curate. Molti sono artisti, poeti e scrittori, come Snyder, altri hanno avviato piccole imprese di falegnameria, ceramica, edilizia, manutenzione e cura del bosco, piccole farm, attività artistiche, studio di architettura, perfino c’è chi fa lavori di alta tecnologia etc… Oltre a questi nuovi abitanti esistono sul posto anche fattorie di vecchia data, con le quali il rapporto è da sempre discreto.
Dal 1990 la comunità ha istituito il Yuba Watershed Institute, che si occupa della gestione congiunta con l’Ufficio per la gestione del territorio (BLM), della ‘Inimim Forest, un lembo di foresta primaria, fonte e orgoglio della comunità stessa, che così facendo ne ha assicurato la preservazione e l’integrità. Pubblicano un giornale a scadenza annuale “Tree Rings” e altre pubblicazioni www.yubawatershedinstitute.org .

7) Che amicizia c’ è tra voi?

Siamo amici dal 1991, quando ci incontrammo al primo raduno della bioregione Shasta, in California. Credo che la nostra amicizia sia fondata sulla stima reciproca, sulla condivisione di valori e di ideali. Attraverso questa stima ho potuto pubblicare, qui in Italia, diversi libri e articoli suoi, e a portarlo nel nostro paese nel 2004 (anche grazie alla compianta Carole, che desiderava visitare l’Italia), per la presentazione del libro che gli ha valso il Premio Pulitzer nel suo paese, L’Isola della Tartaruga. Il viaggio è poi proseguito andando a visitare L’Uomo dei ghiacci al Museo Archeologico di Bolzano, le Dolomiti ed è terminato lungo le rive del Po.
8) Che rapporto ha avuto Gary con Ginsberg e Kerouac?

Direi un ottimo rapporto, soprattutto con Ginsberg, col quale viaggiò estesamente l’India e successivamente comprarono in partenariato il podere alle pendici della Sierra, che ora è solo di Snyder (avendolo riscattato dall’amico), compresa la casetta che Ginsberg si era costruito per i suoi saltuari ritiri sui monti. L’amicizia con Kerouac è stata invece più breve, quantunque molto intensa, da indurre Kerouac a scrivere il libro cult I Vagabondi del Dharma. Snyder ne ha sempre riconosciuto le capacità letterarie e la sincerità di approccio al buddhismo, ma disconoscendo alcuni particolari del libro sopra citato, che, secondo lui, sono più frutto dell’inventiva di Kerouac che della realtà dei fatti.