Giovedì 22 giugno ricomincia l’ESTATE IN GIARDINO A SPAZIO GERRA con una serata – happening dedicata alla Summer of Love, per celebrarne il 50 anniversario.

ECHOES FROM THE SUMMER OF LOVE | happening night

Giovedì 22 giugno ricomincia l’ESTATE IN GIARDINO A SPAZIO GERRA con una serata – happening dedicata alla Summer of Love, per celebrarne il 50 anniversario.

Dance! “Hippie Hill” ~ Golden Gate Park, San Francisco
1969
ph. Robert Altman

GIOVEDI 22 GIUGNO – 21.30

ECHOES FROM THE SUMMER OF LOVE | Happening

– INGRESSO LIBERO –

Talk di approfondimento con Luciano Guidetti, curatore di Beat2Bit, e Dianella Bardelli, autrice del libro “Il bardo psichedelico di Neal”. Presenta: Mirko Colombo di K-Rock Radiostation

Interventi musicali dal vivo di Elia Baioni + Leonardo Bandini Montecchini

Psychedelic Shack con Alfredo Miti Maturani

Selezione Musicale: Mirko Colombo

Visual: Ombrablu

✿✿✿ in chiusura BATTAGLIA DI BOLLE DI SAPONE! ✿✿✿

La Serata è organizzata in collaborazione con Il pozzo ristorante enoteca

Per l’occasione sarà aperta anche la mostra “Community Era – Echoes from the Summer of Love”

-> L’evento è organizzato nell’ambito di Restate2017, in collaborazione conComune di Reggio nell’Emilia e Palazzo Magnani <-

Per informazioni: [email protected]
0522 585654

Il 22 Giugno alle ore 21,30 parteciperò all’interno dello Spazio Guerra di Reggio Emilia in Piazza XXV Aprile n. 2 ad una discussione sulla Beat generation

Il 22 Giugno alle ore 21,30 parteciperò all’interno dello Spazio Guerra di Reggio Emilia in Piazza XXV Aprile n. 2 ad una discussione sulla Beat generation; l’evento si situa all’interno della mostra sulla beat generation in corso fino al 22 Luglio: (http://www.spaziogerra.it/2017/04/03/community-era-echoes-from-the-summer-of-love/). Parlerò della figura di Neal Cassady a partire dal mio romanzo Il bardo psichedelico di Neal Altri partecipanti all’evento: Luciano Guidetti, curatore di Beat2Beat; Mirko Colombo di K – Rock Radiostation Interventi musicali dal vivo di Elia Baioni e Thomas Alghisi Selezione musicale di Mirko Colombo

Jack Kerouac, Gli scritti teorici: da “Un mondo battuto dal vento” a “Scrivere Bop”

In Italia Jack Kerouac piace più ai semplici lettori che ai critici o agli studiosi di letteratura; inoltre in genere se ne ignora la ricerca teorica sulla scrittura, sullo stile in relazione all’oggetto del proprio scrivere. Questa, al contrario, fu sempre la sua preoccupazione e la sua occupazione primaria, senza la quale, del resto, noi non potremmo parlare di prosa e poesia spontanea come di un qualcosa di codificato, come una possibilità stilistica tra le altre a nostra disposizione. Per esplorare come e quando Kerouac abbia reso sistematica la sua scoperta “casuale” della prosa spontanea, in italiano abbiamo a disposizione due libri: “Un mondo battuto dal vento” e “ Scrivere bop”. Il primo raccoglie buona parte dei taccuini di Jack durante la stesura del suo secondo romanzo, “La città e la metropoli” ( il primo da poco pubblicato è “Il mare è mio fratello”) e di “Sulla strada”. Scrivere Bop invece contiene una serie di saggi sulla prosa spontanea alcuni dei quali, insieme ad altri sullo stesso argomento, negli anni ’60 erano usciti in alcune riveste americane:

The origin of beat generation, Playboy, Giugno 1959
The biginning of Bop, Escapade, Maggio 1959
The beat generation, New York Post, 10 Marzo, 1959
Lamb not lion, Pageant, Febbraio 1958
After me the deluge, Chicago Tribune, 29 Settembre 1969
The last word, my position in the current american literary scene, Escape Giugno 1959
Are writers made or born, New York Post, 22 Ottobre 1962
Aftermath, Yhe philosophy of the beat generation, Esquire, Marzo 1978
Jazz for the beat generationm Hannover Records, 1959
The art of fiction, Paris Review, estate 1968

C’è inoltre da tenere presente tutto il lavoro teorico fatto d Allen Gisberg sul tema della poesia d’improvvisazione, che aveva imparato seguendo i suggerimenti dello stesso Kerouac; una parte di questo lavoro lo ritroviamo in due preziosi libretti: “Facile come respirare” e “Da New York a S. Francisco”. “ Mi ha insegnato tutto quello che so sull’arte dello scrivere…Howl è decisamente influenzato dal metodo di scrittura spontanea di Jack”, scrive Ginsberg in Facile come respirare.

Gli appunti sulla prosa spontanea contenuti in “Un mondo battuto dal vento

 In “Un mondo battuto dal vento”, ripercorriamo insieme a Kerouac il sentiero spirituale e letterario ( in lui sempre inscindibili ) che lo trasformò dal narratore tradizionale de “La città e la metropoli”, debitore di Tom Wolfe e William Saroyan, nello scrittore, che, come disse Henry Miller, “ ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa, che essa non potrà più rifarsi una verginità” ( Postfazione scritta nel 1960 a I Sotterranei di Kerouac ).
Martedì 9 Novembre del 1948 Kerouac scrive il primo appunto sul suo taccuino a proposito della nuova scrittura che gli sta nascendo da sola tra le dita che febbrilmente battono i tasti della macchina da scrivere: “ Scritto 6000 parole di Sulla strada, ma in modo grossolano, rapido, sperimentale: voglio vedere fino a che punto può arrivare un uomo. Lo scoprirò presto” ( pag. 228).
Fino a che punto può arrivare un uomo, scrive Jack, non fino che punto può arrivare uno scrittore. E’ evidente a tutti la profonda differenza tra queste due condizioni umane. Si tratta di andare dentro se stessi più profondamente che sia possibile, giù giù dove le parole nascono da sole e lo scrittore non cerca più ma trova. Infatti qualche giorno dopo, Giovedì 16 Novembre, Kerouac scrive: “scritte 700 parole di Sulla strada, vale a dire, continuavano a succedere cose che non volevo accadessero. Ma questo è il modo di scrivere più autentico, no? Incontrollabile, spaventoso e terribile” ( pag. 232). Tutto però si svela e si chiarisce il giorno dopo quando Jack scrive nel taccuino: “Altre 1000 parole più misteriose che si allontanano da me in una trance di scrittura mentre batto a macchina. Ho sempre avuto paura di provare una cosa simile, questa potrebbe essere la volta buona. Potrebbe essere la più grande “rottura” nel mio stile…Questo cambiamento potrebbe condurmi ( così pensa Ginsberg) a quel livello di scrittura che Mark Van Doren (insegnante di Ginsberg alla Columbia University) ,definisce “ facile o impossibile”. L’ho raccontato ad Allen e lui mi ha detto che un simile stile “fluttua leggero sopra l’abisso, come un palloncino, come la realtà”. Fluttuare leggero sopra un abisso è come la vita, quando, senza averlo premeditato, perdiamo i nostri preconcetti nel turbinio e nel pericolo delle cose reali che accadono, e ci riempiamo di un’ improvvisa inaspettata gioia, di un’agitazione rapida transitoria, a volte anonima, a volte in sintonia con il nostro essere. Tutto si incrocia, si lega, si avvolge e si pone al centro di quella conoscenza celestiale provata da chiunque comprenda ciò che vuole fare davvero…. Oggi quello che mi interessa di più è quella mancanza di responsabilità che abbiamo nel bel mezzo di tante azioni specifiche, come fare la spesa, guidare il metrò, leggere, dormire, e perfino fare l’amore. In tale mancanza di responsabilità vedo le bolle di sapone della nostra vita che sembrano fatte di velo lucido che riempie i nostri occhi nei momenti di divertimento entusiasta e persino nei momenti di dolore (pag. 232-233). Ed è alla fine di questo stesso taccuino del 1948 che Kerouac sente il bisogno di ringraziare Dio per il dono di questa nuova scrittura, che in lui, come in tutti gli scrittori della Beat Generation, è tutt’uno con la vita stessa: “Ti ringrazio, o mio Signore, per il lavoro che mi hai dato, il quale fermando gli angeli sulla terra, dedico a te; e lavoro dalla mattina alla sera per Te e creo interi mondi dal caos, dal nulla nel Tuo nome e infondo loro il mio respiro per te…e grazie per la confusione, l’errore e l’orrore della tristezza che si moltiplicano nel Tuo nome.(pag. 241) Quest’ultimo concetto solo apparentemente può apparire oscuro, per Kerouac, e tutta la sua opera successiva a Sulla strada lo dimostra, non lo è affatto. Questo guardare dentro se stessi, questo non programmare quello che si scriverà tra un istante, è un atto pericoloso, in quanto rivelatore di qualcosa di noi che potrebbe non piacerci, che addirittura, a detta di Kerouac ci spaventa, ma che è necessario scrivere. Perché, come scriverà nel taccuino del 1949, “la vita non è abbastanza”, anche se la scrittura è da lì che nasce. E’ tra 1949 e il 1950 che Kerouac riflette più a mente fredda sul suo nuovo modo di scrivere. In un appunto del Novembre di quell’anno scrive a stampatello: “NON SONO LE PAROLE CHE CONTANO, MA L’IMPETO DI VERITA’ CHE SE NE SERVE PER I SUOI SCOPI”. (pag. 322). E nel Febbraio del ’50 entra più nello specifico della stesura di Sulla strada: “ Sulla strada è il mezzo attraverso cui , quale poeta lirico, profeta laico e artista responsabile della mia personalità voglio evocare la melodia indescrivibilmente triste della notte americana. I motivi che mi spingono a farlo non sono mai più profondi della musica stessa”. (pag. 332). Ed è durante quest’anno il primo accostamento che Jack comincia ad intuire più che a sistematizzare tra il jazz e la prosa spontanea. Dopo aver ascoltato Tristano suonare il suo Intuition, scrive“ un pezzo astratto, non ritmato, alla Bartòk, un tizio di colore ha urlato: Suona un po’ di musica!…Io la penso come quest’ultimo. Suona un po’ di musica. Un arte che esprime lo spirito della mente e non quello della vita ( l’idea dell’esistenza mortale sulla terra) è un’arte morta. Questo accade quando una forma d’arte descrive se stessa invece della vita”. ( pag. 338).

I saggi contenuti in Scrivere Bop a proposito de la prosa spontanea

“Scrivere Bop” è un insieme di brevi densi saggi scritti tra il 1957 e il 1969 molti dei quali incentrati sull’improvvisazione letteraria, tecnica inventata da Kerouac, come abbiamo visto, nell’unico modo in cui un nuovo stile può nascere, cioè scrivendo. I saggi di questo libretto contengono la teorizzazione di tutto quello che Kerouac stava sperimentando e trovando: una scrittura in cui identificarsi totalmente, che fosse in grado di essere tutt’uno con la storia da raccontare. Il primo testo, intitolato Dottrina e Tecnica della prosa moderna, consiste nel celebre elenco di quelli che Jack definisce qui Punti essenziali. Ginsberg, dopo la sua conversione alla poesia spontanea attaccò questo elenco nella sua stanza di studente della Columbia University a mò di memorandum. Anche in un “semplice” elenco di regole dello scrivere lo stile è quello che fa la differenza. L’originalità dell’espressione e la sua densità di contenuto sono impressionanti. Alcuni esempi: “ Sottomesso a qualsiasi cosa, aperto in ascolto”; “ Scrivi per te stesso nel ricordo e nello stupore”; e soprattutto: “ Lavora nel succoso occhio centrale verso l’esterno, nuotando nel mare del linguaggio”. Si tratta di un elenco di 30 punti facilmente reperibili in internet.
Più strutturato in modo analitico è il secondo saggio sulla prosa spontanea contenuto in Scrivere Bop: Fondamenti della prosa spontanea. Qui Kerouac analizza nei dettagli questo nuovo metodo di scrittura, ne delinea il procedimento, il processo da seguire se ci si vuole sperimentare nell’improvvisazione letteraria. Il discorso non è puramente tecnico, ma si intreccia con osservazioni psicologiche su come l’oggetto della scrittura si ponga davanti alla mente e di come il linguaggio sgorghi da essa in “ un flusso imperturbato di segrete idee verbali”, che si trasferiscono nella scrittura separati da trattini che corrispondono al prendere fiato del musicista jazz. In questo testo Kerouac parla continuamente di mente, di immagini della mente, mai di emozioni, sentimenti; non si tratta infatti di esprimere le emozioni ma le immagini che spontaneamente la mente produce che a loro volta producono le parole. Questo è il meccanismo spiritual – psicologico – letterario messo a punto da Keruoac: “ Mai ripensarci per migliorare o mettere ordine nelle impressioni, perché la scrittura migliore è sempre quella più personale e dolorosa, strappata, estorta alla calda culla protettiva della mente – attingi a te stesso il canto di te stesso, soffia! – Ora! – il tuo metodo è l’unico metodo – buono – o cattivo – sempre onesto ( comico ), spontaneo, interessante per la sua qualità di confessione, perché non di mestiere. Il mestiere è mestiere…Segui approssimativamente un abbozzo, in un movimento a ventaglio sul soggetto, come su una roccia di fiume, così la mente che scorre sul gioiello centrale (facci scorrere la mente una volta sola) dovrà arrivare al fulcro” (pag 15).
Kerouac infatti è convinto che scrivere sia come la prova del fuoco: “ non c’era certo la possibilità di fermarsi a pensarci su, mordicchiare la matita e cancellare qualcosa” ( pag. 19) A questo proposito più avanti nel saggio “Scrittori si nasce o si diventa” afferma che il talento imita il genio…Poiché il talento non è in grado di originare deve imitare, o interpretare…Quello che Rembrandt e Van Gogh videro nella notte non può più essere visto”.
Infine Scrivere Bop contiene interessantissimi saggi sulla nascita della musica Bop e della Beat Generation, di cui varrebbe la pena parlare ma che esulano dall’argomento che mi sono proposta di trattare.
Vi accennerò soltanto. Alcuni sono il tentativo di Kerouac di difendere se stesso e gli altri amici della Beat Generation dall’accusa di teppismo di cui venivano fatti oggetto dalla stampa americana. Addirittura, dice lo scrittore nel testo, “la gente mi chiedeva di spiegare il beat alla televisione…Rispondevo che aspettavo che Dio mi rivelasse il suo volto”. E per spiegarsi meglio Kerouac fa un paragone tra la lost generation e quella beat; afferma che mentre la prima non credeva più in niente la nuova generazione beat “ è convinta che ci sarà una giustificazione a tutto l’orrore della vita”. E più avanti afferma che Beat non è vivere la propria vita fino in fondo, ma amarla. E che mai la parola beat servì a definire giovani delinquenti ma al contrario ragazzi dotati di una spiritualità diversa, che “poveri e felici profetizzavano un nuovo stile per la cultura americana completamente libero da influenze europee diversamente dalla Lost Generation”.( pag. 51)

Alcune riflessioni finali

Kerouac era convinto che fosse la “visione” a dettare le parole, a dettare la struttura stessa del discorso, a raccontare la “sua” storia. Questo è un punto cruciale, non condividendo, o almeno non comprendendo il quale, tutta la teoria della prosa e poesia spontanea non sta in piedi. In questo senso la prosa di Jack, facendo appello allo spirito che è in ognuno di noi, diventa prosa religiosa. Citando Buddha scrive: “ devi imparare a rispondere alle domande spontaneamente, senza ricorrere al pensiero discriminante”. E citando il Vangelo di Marco scrive: “ Non preoccupatevi di ciò che direte, ma ciò che a voi sarà ispirato in quel momento, quello direte, perché non siete voi a parlare ma lo Spirito Santo”. ( Scrivere Bop pag. 18). In questo senso la scrittura d’improvvisazione non può essere catalogata semplicemente come “prosa sperimentale”. Kerouac non si considerò mai l’avanguardia di un qualche movimento letterario. Anzi rifuggì sempre da una possibilità del genere.
Nella visione di Kerouac tutti i suoi romanzi erano un unico work in progress senza inizio e senza fine. Un unico racconto di quello che è lo spirito dell’uomo. Non la sua psicologia. I romanzi di Kerouac non sono romanzi psicologici, il loro intento non è quello di spiegare la mente umana bensì di raccontarla. C’è una enorme differenza tra le due intenzioni di scrittura. Dal mito al testo religioso fino alla poesia e al romanzo dei giorni nostri quello che è più interessante, quando accade, è il racconto della spirito che vive nell’uomo, come in ogni altro essere vivente.
“Sulla strada” rappresentò la prima prova che il metodo della prosa spontanea poteva funzionare. Nei romanzi successivi Kerouac si spinse oltre ( soprattutto in “Visione di Cody” e ne “I sotterranei”), mostrando una straordinaria capacità di introspezione, sincerità e generosità che personalmente non ho ritrovato in nessun altro scrittore, ad eccezione del Fenoglio del “Partigiano Johnny”. Anche per questo scrittore il romanzo si poteva scrivere solo a patto di inventare un linguaggio nuovo che gli permettesse di vivere. Non importa come uno scrittore ci riesca, quali strade debba battere, quale buio e confusione mentale debba attraversare. Deve andare oltre se stesso, per trovare l’“altrove” cui tutti noi in fondo tendiamo e cerchiamo. Pochi hanno il coraggio di avventurarsi nel mare tempestoso del proprio spirito. Ginsberg ebbe questo coraggio, seguì gli insegnamenti di Karouac e li applicò alla poesia. Testimoniò per tutta la vita il suo debito verso di lui, a tal punto da fondare in suo onore nel 1947 insieme Anne Waldman la famosa scuola di scrittura creativa Al Naropa Insitute di Boulder: la Jack Kerouac School of Disembodied Poetics ancora in piena attività.

 

Neal Cassady & Jack Kerouac Documentary


Sai cosa mi fa impazzire di loro? Che sono sempre  sempre loro stessi, niente maschere ruoli niente saperci fare niente intenzioni…solo essere se stessi, così magnificamente, e Jack che in TV dice che la guerra in Vietnam è un complotto del Vietnam del Sud e del Nord per avere le jeep e Neal che in una libreria lì con Allen per parlare ad un pubblico chiede ma quant’è il compenso? Così agitato lui, così amoroso Allen pendente dalle sue labbra, gambe, faccia, così adorante, ma lì davanti a tutti. Perché per loro davanti a tutti o in privato tra loro due o tre era la stessa cosa e questa è l’unica vera rivoluzione che abbia un senso fare.

Un mio articolo su Neal Cassady nella rivista Write and Roll Society

Qui un mio articolo su Neal Cassady e sul perché ho scritto un romanzo su di lui: Il bardo psichedelico di Neal

http://www.writeandrollsociety.com/neal-cassady/

 

un bellissimo documentario su Ginsberg, Kerouac, Corso e gli altri della beat generation


 Contiene testimonianze dirette dei protagonisti della beat Generation; è presente anche Timothy Leary che dice cose stravaganti ma di grande interesse. Ci sono filmati dell’epoca davvero inediti sulla scuola di scrittura di Boulder dedicata a Jack Kerouac. Vi compaiono Ginsberg, naturalmente, ma anche Corso, Orlovsky, Waldman, Burroughs, gli studenti che la frequentano. Ci sono letture di poesie in mezzo alla strada, piccole manifestazioni contro la guerra interrotte da poliziotti che hanno la stessa età degli studenti e tutto sommato si comportano in modo gentile, li invitano a spostarsi dal centro della strada o li spostano di peso ma con maniere non violente.
Un mondo a parte quello beat-psichedelico-hippy nelle sue manifestazioni più spontanee, prima che il mercato se ne impossessasse.
Alla scuola di scrittura le lezioni avvengono in luoghi informali, tipo soggiorni con sedie e poltrone sparse qua e là. Gli insegnanti parlano come viene loro di fare lì per lì, in modo del tutto spontaneo, improvvisato, stanno in mezzo agli studenti, non c’è separazione tra gli uni e gli altri. Magnifico, teatrale, Ginsberg quando legge le sue poesie accompagnato dall’harmonium che suona anche bene. Burroughs, come dice Ginsberg nel commento al documentario sembra uno della CIA dai modi di fare calmi e prudenti. Adorante la sempre presente Fernanda Pivano che ascolta scegliendo un angolo della stanza in cui rifugiarsi dalla luce accecante di tanta genialità raccolta tutta insieme davanti a lei.

 

Ho chiacchierato con Corrado Ori Tanzi sul mio romanzo Il bardo psichedelico di Neal Cassady

Ho chiacchierato con Corrado Ori Tanzi sul mio romanzo Il bardo psichedelico di Neal Cassady, qui nel suo blog

Neal Cassady ovvero la versione di Dianella

Mi piacciono le persone che vivono molte contraddizioni

Mi piacciono le persone che vivono molte contraddizioni, che sono tante cose e cercano di tenerle insieme tutte e naturalmente non ci riescono, ma come mi  disse tempo fa ( non tanto poi tempo fa ) una persona, l’importante è provarci non riuscirci. Ecco mi piacciono quegli autentici lì, che devono tenere insieme tante facce di sé, tanti aspetti e ambizioni e materialità, sesso e spiritualità. Mi piacciono quelli che ci provano a fare questo e provandoci ci riescono momento  per momento nel senso che ci riescono momentaneamente ma domani non si sa, che un certo giorno prendendo il sole d’aprile nel giardino di casa hanno un attimo, un minuto, un quarto d’ora di equilibrio, pacificazione, gioia. Ecco chi mi piace. Ma non ne conosco. Li conosco solo nei loro libri, nei libri di certi come Kerouac e Ginsberg che loro sì che ci hanno provato. Perché è importante provarci. Non riuscirci. Che poi vuol dire semplicemente che in niente si riesce una volta per tutte, ma sempre sempre bisogna ricominciare ogni giorno a provarci

Intervista a Giuseppe Moretti, scrittore, contadino e leader del movimento bioregionale sulla sua amicizia con il poeta americano Gary Snyder

“In compagnia di un’aquila non puoi fare altro che sforzarti a volare alto”

Giuseppe Moretti, è uno scrittore e uno dei fondatori del movimento bioregionale italiano oltre che redattore della rivista Lato Selvatico. E’ amico di Gary Snyder e di altri esponenti americani della rete Bioregionale. Coltiva la sua terra nella valle fluviale del Po.
Gary Snyder è un poeta e scrittore americano, buddista da sempre e leader del movimento bioregionale, è stato amico di Allen Ginsberg e di altri esponenti della beat generation. Vive fin dalla gioventù in una casa della Sierra Nevada in California costruita con l’aiuto di alcuni amici.
E’ autore di un gran numero di raccolte poetiche e saggi, alcuni dei quali sono stati raccolti recentemente in un libro dal titolo “Nel mondo poroso” (http://lascrittura.altervista.org/gary-snyder-nel-mondo-poroso-saggi-e-interviste-su-luogo-mente-e-wilderness-mimesis-edizioni/); molto importanti le sue raccolte poetiche come “La grana delle cose” ( http://www.lankelot.eu/letteratura/snyder-gary-la-grana-delle-cose.html) . Nella serie terrapoesia della rivista Lato Selvatico. È uscito un bellissimo libretto di poesie “Madre Orsa”
( http://www.lankelot.eu/letteratura/snyder-gary-madre-orsa.html)

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1) Gary Snyder come molti esponenti americani della sua generazione è molto lontano dal modo di scrivere e forse anche di pensare che c’ è stato e c’ è in Italia, condividi questa mia opinione? Se sì come spieghi questa profonda differenza?

La scrittura di Snyder, verrà forse ricordata come quella di un autore che più che guardare a est, alla tradizione letteraria europea, ha guardato a ovest. E questo non solo per un dato oggettivo, la costa occidentale degli Stati Uniti si affaccia a occidente, verso Cina, Giappone, Corea, Siberia, ma anche e soprattutto per l’attrazione verso gli aspetti culturali e spirituali di quella parte del mondo, culminati poi nella scelta di Snyder di andare a studiare buddhismo Zen in Giappone, nel 1956. Altro aspetto, di non poco conto, che nel tempo ha dato conferma a Snyder della giustezza di guardare a ovest è stata la nuova definizione di luogo propria del bioregionalismo, una ipotesi che bypassa i confini temporali, politico/legislativi, per adottare quelli che invece seguono l’orografia della terra, gli spartiacque montani, i bacini idrografici, i litorali marini, che, nel caso in questione, disegnano l’orlo del Pacifico settentrionale (il North Pacific Rim). Un orlo, appunto, che abbraccia tutti gli Stati del nord-ovest americano, fino all’Alaska e le isole Aleutine, per poi scendere dall’altro lato toccando le isole Hokkaido, il Giappone, l’isola di Taiwan e il sud della Cina.
Lo sguardo culturale di Snyder verso l’Oriente fa innanzitutto riferimento alla lunga tradizione degli eremiti taoisti (famosa è la sua traduzione dei versi di Han Shan, vissuto tra il 7° e 8° secolo d.C.) e ai dettami del buddhismo Zen. Si potrebbe affermare che la sua poesia e prosa comprenda un mix di saggezza orientale, forti dosi di cultura amerinda e una convinta fede nelle potenzialità della mente originale/selvatica.
Vien da sé, l’evidenza delle differenze con la maggior parte degli autori europei e italiani, limitati all’umanesimo e non oltre gli insegnamenti del mondo classico. Detto questo, comunque, sarebbe errato dire che Snyder non abbia uno sguardo attento verso la cultura e la storia europea, soprattutto per quanto riguarda l’Europa antica, il paleolitico e il neolitico, verso cui ha un interesse particolare, direi quasi riverenziale.
2) Che persona è Gary Snyder? Conosciamo da varie letture la sua biografia, ma com’è lui dal punto di vista interiore?

Per come lo conosco io, Gary Snyder è una persona veramente importante per il momento storico in cui viviamo, sia per le cose che scrive, per la coerenza della sua vita e per la chiarezza e profondità delle sue idee, ma anche perché sa essere una persona semplice, più che accessibile e disponibile, nei limiti, ovviamente, che una persona pubblica come lui può essere. Se poi con lui si hanno degli ideali in comune allora cade ogni formalità e si ‘gioca’ alla pari. Almeno per me è stato così, e questo, a dire il vero, mi ha messo un po’ a disagio (viste le differenze conoscitive abissali), per poi accorgermi che in realtà è stata una grande opportunità di crescita: in compagnia di un’aquila non puoi fare altro che sforzarti a volare alto.
3) Ci parli della sua vita quotidiana e della sua famiglia?

Per quel poco che ho potuto vedere, Gary Snyder è un metodico, molto preciso nelle cose che fa, sia che si tratti di scrittura, di ordinare la cucina o di preparare una lettura. La mattina per lui inizia all’alba, breve seduta di meditazione allo Zendo (non lontano da casa), colazione, e poi nella libreria/studio, dove si dedica alla cura dei suoi lavori e interessi letterari. Dopo pranzo cura il podere, riordina gli attrezzi, fa rifornimento di legna, incontra i vicini, riceve persone (di tutti i tipi, giornalisti, scrittori come lui, semplici persone…). Spesso alla sera ha ospiti a cena o è lui che va a cena dagli amici del Ridge (Crinale). Partecipa alla vita della comunità, tenendo letture al locale North Columbia Cultural Center e dando il proprio contributo alle iniziative e alle controversie che investono il comprensorio del bacino idrografico del fiume Yuba. Dopo la scomparsa della quarta moglie, Carole Koda, ora vive da solo, anche se a poca distanza, nella casa che fu di Allen Ginsberg, vive il secondogenito Gen,. Kai, il primogenito, vive in Oregon. Le due figlie di Carole, Mika e Robin, invece vivono, rispettivamente una in Maine e l’altra a Grass Valley, California.
Come tutti per vivere in questo mondo, anche Snyder, fa un discreto uso della tecnologia: computer, auto, motosegna per tagliare legna, viaggi in aereo etc…, ma per tutto il resto sono le ‘vecchie maniere’ a scandire le giornate, prova ne è la veranda di casa (vero ponte fra esterno e interno), così ben fornita di attrezzi e indumenti per la vita all’aperto, a contatto con gli elementi del luogo: impermeabili, cappelli, corde di ogni tipo e misura, racchette da neve, accetta, zaini, guanti, torcia a pile, elmetto antincendio etc.. . Ancora oggi, a ottantacinque anni, si prende cura della casa e del bosco, tagliando legna da ardere, bruciando le ramaglie (con particolare attenzione alla direzione del vento e al grado di umidità nell’aria. Tutta l’area della Sierra è soggetta ad incendi boschivi), curando il piccolo frutteto: perlopiù meli e susine, il piccolo orto: protetto dai cervi con una siepe alta due metri, tenendo in ordine i pannelli solari e i generatori di corrente di riserva, la tubazione antincendio sotterranea, la legnaia e il rustico con gli attrezzi. Quando ha bisogno di una mano si avvale dei vicini o assume qualche giovane del posto.
4) Che ne pensi del suo modo di scrivere poesie?

Non sono un poeta, non scrivo poesie, quindi non saprei darti una risposta tecnica. La mia impressione comunque è che siamo di fronte a una poetica che ha ‘potere’, nel senso che la poesia di Snyder è una poesia che va oltre il semplice poetare. Le idee, i concetti profondi, le intuizioni, le descrizioni che tanto apprezziamo nella sua prosa, sono anche nelle sue poesie, anzi, in molti casi è vero il contrario, prima sono nelle poesie e poi, proprio per esemplificarne i concetti, li articola nei saggi. La poesia per Snyder è una sorta di grimaldello per sondare i misteri del profondo in noi stessi “The silence of nature within / the power within / the power without…”, ma anche un modo per andare ‘oltre’ (sia a livello culturale, che immaginifico), sondare altri mondi/modi, altre possibilità. La poesia come ‘scout’ in avanscoperta, per aprire varchi, delineare percorsi… ‘occhi’ per leggere la realtà più ampia, per vedere le cose che non si vedono “Here in the mind, brother / Turquoise blu…”.
5) Ci descrivi la sua casa e quello che c’ è intorno, è completamente immersa nella natura? Ed è vero che l’ ha costruita da solo con l’ aiuto di alcuni amici?

Sì, la sua casa è all’interno di un’ampia zona di boschi e foreste, composti da pini Ponderosa, cedri, abeti Douglas, querce nere, madrone e manzanita, un arbusto sempreverde, quest’ultimo, dal fusto rosso ruggine, molto diffuso. Come fauna, abbondanti sono i cervi, procioni, volpi grigie, coyote, comuni seppur poco visibili sono l’orso nero e il puma. Tra i volatili, diverse specie di picchi, gufi e falchi. La casa porta il nome di un minuscolo arbusto locale, il kitkitdizze, in lingua nativa Wintun, ed è stata costruita all’antica con materiale locale tra il 1969 e 70 da Snyder stesso, coadiuvato da un folto numero di amici, tra questi molti giovani studenti in architettura, e arti e mestieri. La forma è un mix tra cascina giapponese e dimora indiana, con apertura al centro del tetto per permettere al fumo di fuoriuscire dal focolare in basso (ciò è avvenuto per un certo periodo, poi si è optato definitivamente per la stufa a legna, conservando comunque l’apertura al centro, ora chiusa a vetro). La porta d’ingresso è rivolta a est.
Negli anni a seguire sono stati aggiunti altri edifici funzionali alla casa, una legnaia, un rustico per gli attrezzi, un bagno e lavatoio esterno, un gazebo sotto cui mangiare d’estate e quello che lui chiama il barn (fienile), dove c’è la libreria e l’ufficio. Durante i primi anni la luce in casa veniva fornita da lampade a kerosene, poi negli anni ’80 sono stati installati i pannelli solari che sopperiscono completamente al bisogno energetico della casa. L’acqua viene da una fonte vicina, alimentata dalle nevi perenni della Sierra. C’è anche uno stagno vicino a casa, alimentato soprattutto dalle acque piovane.

6) Che tipo di comunità c’ è nel posto in cui vive? È riuscito a realizzare lì il suo ideale di vita?

Tutt’attorno alla casa di Snyder c’è il bosco e, a distanza di qualche chilometro, le une dalle altre, le case dei vicini, che compongono la molto attiva e poliedrica comunità del San Juan Ridge, il cui centro e fulcro è il North Columbia Cultural Center. Tra i servizi principali, c’è una scuola elementare, un servizio antincendio volontario, uno spaccio, una piccola clinica, una community farm, che rifornisce le famiglie di prodotti freschi pagati in abbonamento mensile. È tutta gente arrivata dai primi anni settanta in poi, molti oramai sono passati a miglior vita, ma i tanti giovani sembrano fortunatamente mantenere, seppur con aggiustamenti, la direzione dei genitori. Le case, tutte in legno, sono graziose/fantasiose e ben curate. Molti sono artisti, poeti e scrittori, come Snyder, altri hanno avviato piccole imprese di falegnameria, ceramica, edilizia, manutenzione e cura del bosco, piccole farm, attività artistiche, studio di architettura, perfino c’è chi fa lavori di alta tecnologia etc… Oltre a questi nuovi abitanti esistono sul posto anche fattorie di vecchia data, con le quali il rapporto è da sempre discreto.
Dal 1990 la comunità ha istituito il Yuba Watershed Institute, che si occupa della gestione congiunta con l’Ufficio per la gestione del territorio (BLM), della ‘Inimim Forest, un lembo di foresta primaria, fonte e orgoglio della comunità stessa, che così facendo ne ha assicurato la preservazione e l’integrità. Pubblicano un giornale a scadenza annuale “Tree Rings” e altre pubblicazioni www.yubawatershedinstitute.org .

7) Che amicizia c’ è tra voi?

Siamo amici dal 1991, quando ci incontrammo al primo raduno della bioregione Shasta, in California. Credo che la nostra amicizia sia fondata sulla stima reciproca, sulla condivisione di valori e di ideali. Attraverso questa stima ho potuto pubblicare, qui in Italia, diversi libri e articoli suoi, e a portarlo nel nostro paese nel 2004 (anche grazie alla compianta Carole, che desiderava visitare l’Italia), per la presentazione del libro che gli ha valso il Premio Pulitzer nel suo paese, L’Isola della Tartaruga. Il viaggio è poi proseguito andando a visitare L’Uomo dei ghiacci al Museo Archeologico di Bolzano, le Dolomiti ed è terminato lungo le rive del Po.
8) Che rapporto ha avuto Gary con Ginsberg e Kerouac?

Direi un ottimo rapporto, soprattutto con Ginsberg, col quale viaggiò estesamente l’India e successivamente comprarono in partenariato il podere alle pendici della Sierra, che ora è solo di Snyder (avendolo riscattato dall’amico), compresa la casetta che Ginsberg si era costruito per i suoi saltuari ritiri sui monti. L’amicizia con Kerouac è stata invece più breve, quantunque molto intensa, da indurre Kerouac a scrivere il libro cult I Vagabondi del Dharma. Snyder ne ha sempre riconosciuto le capacità letterarie e la sincerità di approccio al buddhismo, ma disconoscendo alcuni particolari del libro sopra citato, che, secondo lui, sono più frutto dell’inventiva di Kerouac che della realtà dei fatti.

L’improvvisazione di scrittura è lo stile della mente

Nella letteratura italiana  c’è l’impero della tradizione. Molti pensano che nella poesia non si siano fatti passi avanti dopo Dante e Petrarca. Secondo loro il poeta è colui che lima i suoi versi, cioè li abbellisce. Questo avviene perché in Italia non si sa improvvisare. Si pensa che in poesia improvvisare non si possa fare. Magari in teatro sì, in poesia no. Quelli che pensano così non sanno che l’improvvisazione poetica è uno stile, fa parte di un canone un bel pò successivo a Dante e Petrarca. Fu inaugurato da Jack Kerouac e Allen Ginsberg negli USA a partire dalla metà degli anni ’40. Jack per primo capì che l’improvvisazione di scrittura è lo stile della mente. E’ il ritmo della mente. Sì, perché l’unione di cuore e pensiero ( la cosiddetta ispirazione ) produce in poesia ( ma anche in prosa ) un ritmo determinato, un andamento molto determinato ma spontaneo, che in qualto tale non si può correggere. Oppure lo si può fare in minima misura e non per abbellire, confezionare meglio il prodotto.