Bill Morgan, Io celebro me stesso. La vita quasi privata di Allen Ginsberg

E’ la più completa ed estesa biografia di Allen Ginsberg che io conosca. Praticamente segue Allen dalla nascita alla morte, regalandoci la sua vita in diretta come se fossimo lì vicino a lui a viverla. Non c’è dettaglio che venga trascurato da parte di Bill Morgan, nomi di persone note e sconosciute che Allen ha incontrato una sola volta o frequentato, studi, lavori fatti per mantenersi sia quando era uno studente della Columbia timido e impacciato nei rapporti con le persone, sia quando con la pubblicazione di Urlo cominciò la sua lunga carriera di star della poesia americana. Una parte importante della biografia è dedicata al lungo, doloroso processo attraverso il quale Allen arriverà ad accettare finalmente e definitivamente la propria omosessualità, e al rapporto conflittuale ma mai interrotto con Peter Orlovsky.
Sul piano poetico assistiamo ai suoi primi tentativi culminati nelle prime improvvisazioni che diedero vita ad Urlo, quando Allen trova la sua vera voce poetica. Viene dato anche ampio spazio al suo darsi da fare per far pubblicare le opere dei suoi amici Kerouac e Burroughs. Nel ’56 quando già Urlo era stato pubblicato dalla City Lights di Ferlinghetti, mentre si trovava a New York Allen visitò tutte le più importanti case editrici e si stupiva amaramente che nessuna di loro capisse il genio di Kerouac e Burroughs. Impressionante in questo senso anche l’opera di networking che Allen intraprese tra i poeti delle due coste e l’infaticabile aiuto che profuse per tutta la sua vita nei confronti di poeti poco conosciuti.
Il 1958 fu l’anno del processo a Urlo per oscenità che rese famoso Ginsberg. Tutti gli chiedevano readings e lui acconsentiva con piacere esaltato dall’idea di essere diventato famoso. Da quell’anno in poi Ginsberg leggerà le sue poesie in tutta l’America e anche in tante altre parti del mondo migliaia di volte. Intanto procedeva con la stesura del poema Kaddish dedicato alla madre morta Naomi; è l’opera più bella di Ginsberg, anche lui la considerava la sua creazione migliore. Il ’61 è l’anno dell’incontro con Fernanda Pivano, la prima a tradurre e far conoscere le opere di Ginsberg in Italia ( e anche di Kerouac ).
Poi ci sono gli innumerevoli viaggi in Europa, Asia, Africa. Importantissimo per Ginsber l’anno passato con Orlovdky in India nel ’62.
Il ’67 è l’anno dell’Human be in di San Francisco, il primo raduno hippy della storia americana. Ginsberg fu uno dei protagonisti della giornata, insieme a Gary Snyder, il poeta e saggista che lo introdurrà al buddismo, disciplina che divenne una costante nella vita di Ginsberg dopo l’incontro con il Lama tibetano Chogyam Trungpa Rinpoche. Nel ’68 morì Neal Cassady, il grande amore giovanile di Allen; con il cuore gonfio di dolore scrisse la bellissima “Elegia per Neal”. Nello stesso anno il poeta mette a frutto i suoi guadagni che sono ormai cospicui comprando una fattoria a Cherry Walley e va a Chicago per partecipare alla marcia durante la Convention nazionale dei democratici, che purtroppo non avvenne pacificamente. Allo scopo di calmare gli animi dei manifestanti e dei poliziotti il 25 Agosto intonò al Lincoln Park il mantra “OM” per sette ore e mezzo, fino a perdere la voce. Questa esperienza lo incoraggerà a fondare insieme a Trungpa l’Università buddista di Bulder, il Naropa Institute. Con lui imparerà a meditare e a improvvisare durante i suoi readings accompagnandosi con l’armonium che aveva comprato in India. Inoltre insieme a lui fonderà nel 1974 una scuola di scrittura dedicata a Jack Keoruac ( morto nel 1969 ) all’interno del Naropa, la Jack Kerouac School of Disembodied Poetic. Per molto tempo Allen vi insegnò scrittura per nove mesi all’anno gratis.
Negli anni ’80 cominciò ad avere seri problemi di salute per il cuore e per il diabete. Ma non cambiò le sue abitudini di vita, insegnamento, readings, viaggi, avventure erotiche, litigi con Peter Orlovsky.
Nel Marzo del ’97 gli fu diagnosticato un cancro al fegato, senza speranza di sopravvivenza. Appena gli fu possibile chiamò tutti i suoi amici al telefono per salutarli. Alle 2,30 del 5 Aprile Allen smise di respirare. Per le successive 24 ore riti buddisti accompagnarono l’uscita di Allen da questo mondo. Vari amici si erano radunato al suo capezzale fin dal giorno precedente e senza toccarlo secondo l’usanza tibetana, si avvicinarono per vedere il suo corpo e porgergli un ultimo saluto.
Conclusioni personali
Leggendo le 600 pagine di questa biografia, che in buona parte è un lunghissimo elenco di centinaia di persone che Ginsberg ha incontrato, con cui ha discusso di poesia e politica, con cui ha fatto sesso e viaggiato, si ha la netta impressione ( io almeno l’ho avuta ) che ogni minuto della sua vita egli l’abbia vissuta in maniera totale e intensa, come se ogni volta quel volto, quella strada d’Italia o dell’India siano state pietre miliari della sua evoluzione di poeta ed essere umano, due condizioni che in Allen coincidevano. Dovunque andasse, con chiunque avesse un rapporto sessuale, Allen ne scriveva perché nulla era più importante di qualcos’altro. E questo per me è bellissimo, è un grande insegnamento di vita. Aver messo in evidenza questo coincidere di poesia e vita, vita giocosa o vita disperata, ecco cosa rende affascinante questa biografia. Naturalmente questo è possibile coglierlo se si conoscono le sue poesie o almeno alcune, prima fra tutte la meravigliosa Kaddish. Per chi come me ama le poesie di Ginsberg la sua vita raccontata da Bill Morgan assume un significato particolare che illumina e spiega quelle poesie.

Un libro imperdibile: Restare in Vietnam di Luca Pollini

Raramente negli ultimi tempi mi ha stupito la lettura di un libro e ancor più raramente ha suscitato in me entusiasmo. Restare in Vietnam di Luca Pollini (Elemento 115 edizioni, 2017, 10 €) mi ha stupito per il lavoro immenso che c’è dietro (cinque anni mi ha detto lo scrittore) per scovare gli ex soldati americani rimasti in Vietnam e poi per scegliere di raccontare solo la storia di Marlin McDade. Mi ha entusiasmato per la scrittura, così aderente alla materia da divenire con essa un tutt’uno. Questo capita agli scrittori più bravi, quelli cioè che non si limitano a raccontare una storia, ma cercano lo stile, l’unico stile per farlo. Ci riescono in pochi, uno per tutti Kerouac. Conoscere Marlin McDade in un bar di Da Nang e farsi raccontare la sua sconvolgente storia deve essere stata per Luca Pollini un’esperienza indimenticabile. Traspare benissimo nel testo, che  lui ha assemblato sotto forma di una storia raccontata in prima persona. Empatia, vicinanza, comprensione sono riservate a quest’uomo che aveva vent’anni quando nel 1969 parte per la guerra in Vietnam. Quello che mi piace della sua storia è che Luca Pollini è riuscito a raccontarla facendo di lui un ragazzo americano come tanti altri in quegli anni di fermento. Lo stesso giorno in cui parte per l’addestramento militare sarebbe dovuto andare con la sua ragazza al concerto di Woodstock. E questo particolare apparentemente irrilevante è invece sintomatico di quei tempi, se eri un ragazzo americano di vent’anni ti poteva capitare di andare ad ammazzare civili in Vietnam oppure a fricchettonare a Woodstock. Quando ormai in America il movimento contro la guerra si sta diffondendo nelle città e nelle università, Marlin McDade vive in un paese sperduto del Kansas dove non c’è niente di interessante o anche solo piacevole da fare, dove l’unica cosa che la gioventù vuole è andarsene ( come avvenne in altre situazioni simili quando migliaia di giovani si riversarono nel ’67 a San Francisco per vivere la summer of love ). Il padre di Marlin, ex militare e a sua volta figlio di militare è convintissimo della giustezza della guerra contro i comunisti vietnamiti e spinge un confuso e disorientato Marlin ad arruolarsi volontario. Da quel momento per tutto il seguito del racconto la sua è una progressiva e terrificante discesa agli inferi. Il primo gradino è il corso di addestramento, dove bisogna urlare ” uccidere senza pietà è lo spirito della baionetta”, e dove  ti insegnano a non avere rispetto per nessuno :”quando ve li troverete davanti capirete che sono come animali”…anche un bambino può lanciare una granata o essere imbottito di dinamite…sono tutti vietcong e non puoi fargli cambiare idea, li puoi solo ammazzare”. Queste raccomandazioni creano nei soldati americani una paura pazzesca che, come dice Marlin, “fa commettere azioni che non puoi immaginare”. Era in vigore il Body count, il conto dei vietnamiti uccisi che serviva a mostrare i successi americani, facilitava la carriera agli ufficiali, e ai soldati faceva avere più cibo, birra, sigarette o due o tre giorni di vacanza in una spiaggia di Saigon. “Uno schifoso torneo proposto a ragazzi di vent’anni a cui danno un premio se fanno fuori la gente”, dice Marlin.
Far parlare direttamente Marlin è stato fondamentale per aggiungere qualcosa di nuovo su questa guerra. Di libri sul Vietnam e sulle atrocità perpetrate dalle truppe americane se ne sono scritti tantissimi. E sono stati girati anche molti film. Ma vi posso assicurare che se credete di saperne già abbastanza di quella guerra vi sbagliate. Vi manca questo libro per poterlo affermare. Non sono film magnifici come Apocalyspe Now o Il Cacciatore a raccontare come sono andate davvero le cose. Un conto è lo spettacolo della guerra, un conto la sua realtà. Leggere Restare in Vietnam  è stato per me come avere  davanti, seduto al tavolo della mia cucina, Marlin McDade che parla del Vietnam. Il suo personale Vietnam:  “preferisco raccontare quello che ho provato e sentito”, dice nel libro. Efficace in questo senso è
 l’uso della prima persona, ma anche il modo colloquiale, quasi dimesso, con cui atrocità perpetrate sui vietnamiti sono raccontate da Marlin.
Alla fine del ’70 tornato a casa una prima volta per la morte della sorella Susan, scopre che la sua ragazza Eleonore è diventata una fervente pacifista e sta con un altro. Non solo, scopre anche che quello che hanno passato e stanno passando in Vietnam i ragazzi americani non interessa a nessuno, anzi sono odiati da tutti. Perciò nell’Aprile del ’72 torna in Vietnam. Nelle basi americane si comincia a respirare aria di smobilitazione, i soldati non sono più disposti a morire per una guerra che sta per finire, per combattere si riempiono di eroina, disertano o uccidono gli ufficiali pur di non andare in battaglia. Infine in un attacco vietcong nella base americana di Saigon Marlin viene gravemente ferito. Dopo le cure ricevute all’ospedale americano, per la riabilitazione viene mandato in uno vietnamita e qui farà un incontro che gli cambia per sempre la vita. Però nel frattempo è costretto a rientrare in America. Lascia un paese “con dieci anni di bombe, milioni di morti e feriti, milioni di dollari spesi inutilmente, dove ci sono 900 mila orfani, 200 mila invalidi, un milione di vedove, dove la terra coltivata è bruciata e avvelenata”.
Anche in America Marlin avrà un incontro che gli cambia la vita. Il suo principale nell’officina meccanica dove trova lavoro un giorno vedendolo afflitto e triste gli dice: “Marlin devi affrontare i tuoi fantasmi. Secondo me dovresti tornare là”.
Tutta la storia di Marlin è raccontata alla luce della sua scelta fatta dopo la fine della guerra del Vietnam. Quella di ritornare là per restarci e provare a rimediare al male che lui personalmente ha fatto e ha visto fare. Si occupa ancora oggi per varie associazioni dello sminamento di intere aree abitate, che causano ancora migliaia di morti e feriti e della bonifica della terra dall’agente chimico orange, un defoliante usato dagi americani durante la guerra. Marlin sembra aver ritrovato un pò di pace vivendo in Vietnam, ma “quando vengo a sapere di qualcuno che salta in aria per una mina”, afferma, ” beh mi sento di averlo ucciso io”.

E in ultimo qualcosa sull’autore di questo libro. Luca Pollini all’attività di giornalista unisce quella di saggista e autore. Ha pubblicato, tra gli altri: I Settanta, gli anni che cambiarono l’Italia; Gli Ottanta, l’Italia tra evasione e illusione; Hippie, la rivoluzione mancata; Musica leggera; Anni di piombo; Amore e rivolta a tempo di rock;  Ribelli in discoteca; Immortali: storia e gloria di oggetti leggendari. Ha debuttato a teatro col reading Hippie, a volte ritornano. Collabora con mensili e quotidiani, si occupa di storia contemporanea, cura un sito (www.retrovisore.net ).
(Editing a questo articolo di M.C.D.)

Qui una mia intervista all’autore in occasione della presentazione di un altro suo libro dal titolo “Ordine compagni” di recente a Bologna alla libreria Ubik: