Un mio racconto:Tashi

All’uscita, sul marciapiede, alcune persone si attardavano a chiacchierare, ma Valeria non conosceva nessuno di loro e non aveva voglia di inserirsi nel gruppetto, come magari avrebbe fatto in Thailandia, quando dopo gli insegnamenti al tempio tutti gli occidentali presenti si radunavano e schiamazzavano fino al ristorantino dover avrebbero passato la serata.
Qui a Milano i rapporti erano più formali, se ne era accorta Valeria da quando aveva cominciato a viverci; non ci voleva niente alla gente a farti sentire esclusa, e lei, Valeria, quella sera non aveva nessuna voglia di sentirsi esclusa da qualcosa di cui tra l’altro non le importava nulla; così cominciò ad avviarsi verso casa. Avrebbe fatto la strada a piedi invece di prendere l’autobus. Ma quando, dopo un ciao a fior di labbra a cui nessuno del gruppo sul marciapiede aveva risposto, aveva già fatto alcuni passi, sentì una mano posarsi sulla sua spalla. A quel tocco si voltò e vide un ragazzo alto e magro a cui a colpo d’occhio Valeria non seppe dare l’età. Dai lineamenti poteva essere tibetano o indiano, indiano d’America intendo. Ciao, gli disse lei improvvisamente rianimata e diventata perfino allegra, e tutto questo nell’attimo stesso in cui l’aveva guardato dopo che si era voltata al tocco della sua mano sulla sua spalla. Ciao, rispose lui con il sorriso più largo e bello che Valeria avesse visto in vita sua. E allora?, disse lei, e allora rispose lui? E scoppiò in una risata. La prese sotto braccio e si avviarono lungo il marciapiede, un marciapiede qualunque di Milano diventato all’improvviso l’unico marciapiede del mondo. Ti porto al ristorante, disse lui, al ristorante cinese, e scoppiò di nuovo a ridere. Perché ridi?, chiese Valeria, perché i tibetani e i cinesi non è che si amino molto. E allora perché ci andiamo?, chiese lei, dovremo pur mangiare, disse lui. E ancora rise. Lei lo seguiva come se fosse un vecchio amico incontrato al momento giusto, nella situazione giusta, quando ti trovi con persone che non ti piacciono o nella folla, o nell’osteria, o come prima davanti ad un centro buddista dove cerchi disperatamente con gli occhi un viso amico, il viso di un vecchio amico, giusto per sentirti meno solo o se va proprio benissimo giusto per sentirti a casa. Se sentiva a casa camminando accanto a quel ragazzo. Così diverso da tutti gli altri che aveva incontrato negli ultimi tempi nelle osterie o al centro buddista; questo non solo per l’aspetto del viso così diverso per la forma e il colore della pelle, ma anche per una strana e affascinate luce che si irradiava dal colore e dalla forma del suo viso. Un tibetano!, le era capitato un tibetano come viso amico di quel giorno, di quell’ora, di quel momento della sua vita così penoso, doloroso e che sembrava non finire mai. I tibetani sono buoni, devono essere buoni, questo qui che mi porta sotto braccio al ristorante è buono per forza, perché fra tanta gente che c’era lì su quel marciapiede ha scelto di andarsene sotto braccio proprio con la più infelice, la più addolorata, quella che si sente più sola. Così pensava confusamente Valeria, mentre quel tibetano alto e sorridente la faceva volare verso chissà quale magico ristorante dove lei avrebbe ritrovato un po’ di gusto nella vita e forse sarebbe stata anche felice; felice, non sapeva neanche più cosa volesse dire questa parola, almeno nel suo significato ordinario, che diciamocela tutta non è neanche così male, voglio dire il significato ordinario della frase e della realtà “sono felice”; Valeria era già un bel po’ che associava a quella piccola frasetta solo insegnamenti dati dai suoi maestri spirituali o discorsi fatti con Charlotte. Ma il significato comune della frasetta “sono felice” lei non se lo ricordava neanche più. Però adesso a braccetto con quel tibetano tutta luce e sorrisi sì che cominciava a ricordarselo, se lo ricordava benissimo, era quella sensazione magnifica e magica che i maestri catalogano come illusione e che a Valeria però piaceva così tanto ma così tanto che non poteva proprio farne a meno. Soprattutto adesso che ci si era trovata in mezzo senza neanche cercarla quella sensazione magica dell’essere felice nel senso ordinario del termine.
Il ristorante dove entrarono era squallido, niente di attraente lo caratterizzava, né luci soffuse né cineserie di qualche tipo; era uno stanzone semi vuoto, a parte i tavoli, le sedie e alle pareti due mobili per piatti, posate, bottiglie d’acqua e vino. Una cameriera piccola, vestita di nero, a parte un collettino minuscolo e bianco che sbucava dal collo corto e sottile, venne a prendere l’ordinazione al tavolo d’angolo dove avevano preso posto Valeria e il suo nuovo amico tibetano. “Come ti chiami?”, gli chiese Valeria. “Tashi Tsering”, rispose il ragazzo consultando il menu, un foglietto di carta scritto a mano, diviso in due colonne, una scritta in italiano e una in cinese. “Lo capisci il cinese?”, chiese Valeria. “No”, rispose Tashi, sempre consultando con un interesse che a Valeria sembrava eccessivo il fogliettino con in nomi delle vivande. “Posso scegliere per tutti e due, così facciamo prima?”, aggiunse di nuovo allegro e sorridente. “Va bene”, disse Valeria, “ma in che senso facciamo prima?, hai fretta, devi andare in qualche posto?”. “No”, disse lui, allargando gli occhi e avvicinandosi al viso di Valeria, “No”, aggiunse, “ma ho fame”, e lo disse scandendo la parola fa – me. “Anch’io ho fame”, disse Valeria, “ma non devo fare prima, cos’è ‘sta storia del fare prima, cazzo!”, aggiunse. “Sei mica matta?”, chiese Tashi diventato del tutto serio, con un’espressione nuova su viso che risultò antipaticissima a Valeria. “Oppure sei mica una di quelle femministe spaccapalle? Dimmelo subito che è meglio”. “Non so neanche cosa sono le femministe”, disse Valeria, “dove vivo io non ce ne sono”. “Perché dove vivi?”, chiese il ragazzo tibetano. “In Thailandia”, rispose Valeria. “Allora sei una vera buddista! Un po’ troppo precisina magari e che fa un sacco di domande, perché non ti rilassi, che ci godiamo la cena?”. “Sai com’è”, disse Valeria, “chissà cosa mi aspettavo da questo nostro incontro, magari qualcosa di veramente speciale, magari mi sono detta i tibetani sono un po’ meglio degli occidentali, magari ne esce anche un rapporto, pensa un po’, vero, umano, tenero. E invece siamo già qui a discutere, a non capirci”. “Che vuoi fare, andartene?”, disse lui guardandola fissa negli occhi. Valeria ne rimase abbagliata, aveva occhi talmente profondi, vellutati, belli, che rimase, sperando in cuor suo che almeno non finisse come con Andrea. Almeno questo, pensò, che non finisca come con Andrea, che finisca pure ma non in quel modo maledetto.
Quando uscirono dal ristorante cinese si mise a piovere e lui disse “ho la macchina qui vicino”. Era una vecchia cinquecento color azzurro chiaro, lucida e pulitissima, e quando la vide Valeria pensò che quel lucido con la pioggia sarebbe andato via e la macchina sarebbe diventata opaca; dentro sembrava un salottino anni ’50; i sedili erano ricoperti di un tessuto tigrato morbido e al tatto decisamente sintetico; tutto il resto era ricoperto da una specie di moquette color viola scuro; sembrava una piccola caverna calda e accogliente dove si potevano anche passare interi pomeriggi a sentirsi al sicuro dal mondo di fuori. Strano questo posto, pensò Valeria, non disse strana questa automobile, disse strano questo posto, perché quello era un posto, era il posto di Tashi Tsering, gli assomigliava talmente tanto, era quasi lui, almeno agli occhi già innamorati di Valeria. Dalla piccola caverna dove si erano rifugiati si sentiva l’acqua scorrere all’esterno su tutti i lati e i finestrini della cinquecento. Era uno scroscio continuo e forte ma per niente fastidioso, che faceva risplendere gli occhi dei due ragazzi e li faceva sentire vivi, eccitati, liquidi come in una foresta tropicale; se avessero voluto parlare le parole sarebbero scivolate tra loro fluenti e semplici come quella pioggia battente, lo sapevano, ne erano sicuri ed è per questo che non ne pronunciavano nessuna di quelle parole, come se le avessero già dette, come se stessero zitti a guardarsi negli occhi dopo aver pronunciato milioni di parole e fiumi di frasi. Si abbracciarono come in un saluto infinito dopo secoli di solitudine, come fratelli separati alla nascita che si ritrovano senza averlo neanche sperato, come discepoli di un maestro che è morto da poco e li ha lasciati soli. Durò a lungo quel loro primo indimenticabile abbraccio ma quando Valeria tornò a guardare davanti a sé la pioggia che ancora cadeva sulla cinquecento, si sentì di nuovo sola.
Lui la portò nel suo appartamento; era spoglio, anonimo ma pulito; si sarebbe detto che Tashi tenesse di più alla sua cinquecento che la sua casa; appena entrati si abbracciarono di nuovo e dopo andarono nella camera da letto. L’amore avvenne senza parole e fu lungo e dolce, affettuoso e intenso, caldo. Rimasero a letto tutto il pomeriggio e verso sera Tashi preparò una semplice cena a base di spaghetti, formaggio e insalata.
A tavola Valeria , così tanto per intavolare una conversazione, disse : “ Sai io credo nella rinascita, nella reincarnazione, in tutte quelle cose lì”. “Ah sì?”, disse lui, “e come mai?” Perché in effetti o si è completamente materialisti oppure se si crede allo spirito”, disse Valeria, “lo spirito è eterno”, aggiunse, “non è materiale. Io non riesco ad essere completamente materialista, non riesco a pensare che la nostra vita sia come quella di una foglia che quando appassisce si disfa, si trasforma in qualcosa d’altro ma di materiale; io penso che dentro di noi ci sia qualcosa di spirituale, che quando moriamo torna nell’universo e poi viene attratto da un altro corpo. Tu cosa ne pensi?” Tashi rimase come stupito e confuso dalla domanda. “Non mi dire che non ne pensi niente”, disse già con tono deluso Valeria. “Ma veramente”, disse lui , “non ci ho mai veramente pensato”. “Ma come sarebbe a dire, un tibetano che non ha mai pensato alla rinascita?”. “No, non ci ho mai pensato, perché ti sembra così strano?, ti fai un viaggio sbagliato su noi tibetani, siamo proprio come voi, materialisti, egoisti, menefreghisti, ecc”. “ E allora che ci facevi al Centro buddista”, chiese Valeria, turbata e delusa. “ Cercavo te”, disse lui sorridendo. Valeria riconobbe il sorriso che tanto l’aveva già affascinata, ma la delusione rimaneva forte e dentro di lei sentì che la storia difficilmente ora sarebbe potuta andare avanti; guardava Taschi, lo trovava affascinante, anzi bellissimo, ma se non c’erano affinità spirituali per cosa si sarebbero dovuti frequentare? Il fascino per l’esotico sarebbe finito presto da parte di entrambi. “ Ma anche se non ci hai mai veramente pensato, potresti pensarci ora, e dirmi cosa ne pensi di quello che ti ho detto”, insistette Valeria. “ Non so che dirti”, disse Tashi imbarazzato, “ Non ho niente da dire su questo argomento, te l’ho detto non ci ho mai pensato”. E la guardò con il suo solito sorriso. Valeria ricambiò lo sguardo, ma i suoi occhi si erano come spenti e li sentiva rigidi e troppo spalancati, come fissi. Sentiva rigida anche la gola e non aveva più voglia di parlare, ma neanche di andarsene. Sparecchiarono la tavola e poi Tashi accese il televisore; tutta la sera guardarono vari programmi, di musica, di politica, di sport. Verso l’una Tashi riaccompagnò Valeria a casa.
Cominciarono a frequentarsi.
Lui lavorava in un negozio di prodotti orientali: vestiti indiani e tibetani; gioielli di poco valore; magliette; pantaloni di cotone e tessuti a mano; talismani; rosari di preghiere. La casa la divideva con un amico italiano, un giramondo che non c’era quasi mai. Però l’affitto lo pagavano in due e così Tashi viveva benino, anche perché non aveva molte esigenze. Non aspirava a possedere oggetti costosi, non frequentava discoteche o pub, andava qualche volta al ristorante, ma sempre in locali molto economici, come quello in cui aveva portato Valeria appena si erano conosciuti. Era iscritto all’Università, alla facoltà di Lettere Moderne che riusciva a pagarsi con una borsa di studio e studiava assiduamente l’inglese. Frequentava il Centro del Buddismo Tibetano perché aveva un’aria familiare, e ci si sentiva un po’ a casa sua; la sua “casa” originaria, quella vera, non l’ aveva mai vista di persona essendo nato in India poco dopo l’occupazione del Tibet da parte della Cina. Al Centro c’erano monaci e laici tibetani che vivevano a Milano e con cui poteva parlare la sua lingua, che non aveva mai smesso di leggere e parlare da quando era venuto da piccolo in Italia con i suoi genitori. Ora loro si erano trasferiti in India, a casa di una sua sorella; preferivano vivere in quella piccola cittadina abitata da tanti profughi tibetani piuttosto che in un paese così totalmente straniero come l’Italia. Così adesso non aveva nessun parente con cui passare il tempo libero e le festività della tradizione tibetana. Aveva vent’anni Tashi, ed era bello, con i capelli lunghi e lisci come quelli di un indiano americano e l’orecchino pendente d’argento; aveva avuto già molte relazioni con ragazze italiane che però, finito il primo momento di fascinazione per l’esotico, lo piantavano senza tanti complimenti, oppure la storia finiva da sola perché comunque Tashi non aveva intenzione di sposarsi. Non che avesse delle riserve a sposare una ragazza italiana, ma non voleva nessun legame troppo stretto. Un giorno avrebbe potuto anche andarsene dall’Italia, andare a vivere a New York, oppure tornate dai suoi e accasarsi con una giovane ragazza tibetana, come sicuramente sperava sua madre. Non aveva nessuna idea precisa rispetto al suo futuro, ci pensava a volte, ma era soprattutto un gioco di sogni ad occhi aperti. Gli piaceva giocare mentalmente con l’una o l’altra possibilità. O buttarsi nel più occidentale dei mondi, oppure rientrare nell’alveo della tradizione.
Valeria voleva sempre parlare con Tashi di buddismo e pretendeva che lui rispondesse a tutti i suoi dubbi e travisamenti riguardo alla filosofia e alla pratica buddista. Ma lui si annoiava a quei discorsi. “ Sarebbe come se io ti interrogassi continuamente sul cristianesimo. Noi tibetani abbiamo le nostre credenze, cerimonie e tradizioni religiose ma non ne siamo ossessionati come voi occidentali. Siete talmente ridicoli, sei talmente ridicola a pensare che io possa rispondere ai tuoi dubbi in fatto di pratica e teoria buddista. Devi andare da un qualche maestro; io non ne so niente di cose religiose, le accetto e basta, fanno parte della mia vita, del mio patrimonio e non ci rinuncerei per nulla al mondo. Ma ho altri interessi, noi tibetani siamo proprio come voi cristiani, abbiamo la nostra religione ma non stiamo a pensarci tutto il giorno. Facciamo la nostra vita, abbiamo i vostri stessi interessi. Io ad esempio, adoro la letteratura americana, se vuoi possiamo discutere di quella. Lì sì che ho un sacco di cose da dire”. Allora che ci sto a fare con un tibetano, pensava Valeria, se con lui mi devo mettere a parlare di Hemingway o Faulkner come con un qualsiasi altro studentello italiano. Non ha senso, si ripeteva continuamente. “ Io pensavo che con te avrei avuto delle belle discussioni sul buddismo”, gli diceva, “ i maestri sono così distanti e si porta loro un così gran rispetto che non mi riesce con loro di parlare un linguaggio diretto. Ma con te sì che potrei”. “ Solo che io non sono interessato all’argomento. E con questo basta”, gli rispondeva Tashi, “ facciamola finita con questi discorsi, mi stufano. Non sei la prima a prendermi per una specie di guru solo perché sono tibetano. Ti prendo mica io per una specie di santa solo perché sei nata cristiana? Possibile che anche il tuo cervello sia così pieno di luoghi comuni su di noi orientali? Tutti gli orientali ai vostri occhi di occidentali devono essere per forza il colmo, il massimo della spiritualità. Te lo dico chiaro e tondo, a me la spiritualità non interessa. Capito?”. “ Ma allora tu non mediti neppure?”, gli chiese una sera Valeria. “ No, ma una qualche volta prego e partecipo ai riti tradizionali”, gli aveva risposto Tashi.
Una sera avevano appena cenato e la tavola era ancora apparecchiata. Lui le chiese: “ Ma non senti il bisogno di trovarti un lavoro, un’occupazione?”. “no”, rispose lei, “ perché dovrei?, ho la mia rendita”. “ Ma non hai ambizioni?”. “ No”, rispose Valeria più stupita che infastidita dalla domanda. “ Si lavora per i soldi, no?”, aveva aggiunto, “ e io di soldi ne ho abbastanza per vivere. Anzi, se vuoi, puoi pure smettere di andare a lavorare al negozio orientale, i soldi che mi arrivano ogni mese possono bastare per tutti e due, e così potresti studiare di più e più tranquillamente, non ti pare?”. Tashi l’aveva ascoltata fissandola con le ciglia aggrottate. Era bellissimo in quel momento, con quella luce orgogliosa negli occhi e i capelli lunghi, neri e lisci che splendevano sotto la luce del piccolo paralume di carta che dal soffitto pendeva sulla tavola della cucina. Valeria lo stava ammirando e ancora una volta si domandava da dove gli venisse tutta quella orgogliosa bellezza. “Non ci penso neanche”, le disse scuotendo la testa e con una smorfia di diniego sulle labbra. “ Non ci facciamo mantenere da nessuno noi tibetani. Lavoro e studio e non starò qui a casa ad aspettare i tuoi soldi per comprarmi un libro o le sigarette. E non mangerò il tuo cibo e non andrò ad una mostra o al cinema aspettando che tu prenda i soldi dal tuo portafoglio”. “ Scusami”, disse Valeria, “ non volevo certo umiliarti. Io me ne frego dei soldi e me ne frego da dove vengono. La gente lavora per i soldi, se i soldi ci sono già perché lavorare?”. “ Non ti capisco”, disse Tashi, “che cazzo te ne fai del buddismo se non sai cosa significhi la dignità e l’indipendenza mentale? Vai a lavorare e guadagnati il pane e devolvi la tua rendita per la causa tibetana. Ci sono tanti profughi in India e in Nepal, anche in altre parti del mondo. Sei giovane, lavora! E dai la tua rendita ai tibetani poveri, visto che li ammiri tanto”. “ Che c’entra…., questo non c’entra”, balbettò Valeria. Ma era imbarazzata. Il suo egoismo, l’eccessiva considerazione che aveva per se stessa non le permetteva assolutamente di agire come le stava suggerendo Tashi. Sì, forse sarebbe anche stato giusto, ma lei quel passo non l’avrebbe compiuto. “ Non sono pronta per una scelta del genere, una scelta così radicale. Nessuno dovrebbe fare azioni per cui non si sente pronto. Se non sbaglio lo dicono anche i maestri”, disse senza guardarlo in faccia. “ Ah sì?, lo dicono anche i maestri?”, e se lo dicono i maestri e ti fa comodo tu obbedisci eh?”, disse con tono sarcastico Tashi. Si accese una sigaretta e buttò in faccia a Valeria il fumo dopo averlo aspirato. Poi rise, allungò il braccio verso di lei e le accarezzò i capelli. “ Altro che buddista”, le disse, “tu sei una bella bimba bionda e viziata. Ma mi piaci e quindi ti prendo come sei”. Si alzò, le si avvicinò e tenendole la testa tra le dita piene di anelli d’argento, la baciò sulla bocca.

Una ragazza

In un film che ho visto in TV c’era un’attrice di una bellezza disarmante, conscia e nello stesso tempo incurante del fascino che emanava. Mi ha ricordato una ragazza, doveva essere un sabato pomeriggio a scuola, doveva essere il periodo in cui frequentavo il serale e si andava a scuola anche il sabato pomeriggio. C’è la luce che entra dalle vetrate, non il buio e il neon che mi metteva tanta tristezza. C’era questa ragazza, era nuova, era la prima volta che entrava in classe, la prima e l’ultima perché poi non è più tornata. Anche lei aveva quella bellezza luminosa, quel fascino di capelli un po’ scomposti, lunghi, appena ondulati e gli occhi, pelle del viso, delle braccia così seducenti. In me fecero questo effetto appena la vidi seduta a uno dei banchi quando entrai in classe. Provai un’immediata attrazione verso di lei, un desiderio dolce di conoscerla, parlarle, sapere di lei, farmi raccontare la sua storia. Durante l’intervallo lei venne da me per farmi vedere il testo che aveva scritto, era impacciata come una che sa di non saper fare una cosa. Mi piacque quella sua fragilità, mi affascinava, era un tutt’uno con il suo aspetto fisico. Chissà se era un’arma, una strategia che lei metteva in atto per sedurre. A me sedusse, ma dopo quel sabato pomeriggio non la vidi più. Mi pentii di non aver fatto in modo di conoscerla, le avrei potuto parlare, invece non le diedi neanche retta quando mi fece vedere il il suo testo. Avrei potuto chiederle da dove veniva, dove abitava, perché aveva scelto quel tipo di scuola. Ma non lo feci.

La cappella di Rothko

Cappella nera non c’è compiacimento non c’è vista udito odorato, non c’è bellezza consolazione buoni sentimenti c’è un’immagine nera o vuota che è la stessa cosa, nera o vuota nera e vuota. Trinità come una divinità davvero una divinità reale una divinità di natale da amare proprio ora proprio ora. Trinità finalmente rimasta sola invisibile come è sempre quando non è natale. Una panca per il viandante solo, sconsolato, disperato ma che ancora cerca spera anela vuole. Di fronte quello che vede sempre niente di ammirevole consolante niente di visibile reale immaginato. Niente sembianza che nasconda solo questo nero blu luminoso da guardare per vedere per vedersi non sono porte non danno accesso non portano da qualche parte non celano il divino non sono il tabernacolo ma sono tre. il pavimento rosa è una nuvola su cui galleggiamo tutti pericolosamente ma anche tranquillamente un’ombra sola il resto è luce

Una volta ho lavorato in un’osteria per vedere com’è

Allora stavo con un uomo che aveva un’osteria. Ci lasciavamo spesso, litigavamo; ci lasciavamo, ci riprendevamo. Alla fine poi ci lasciammo davvero. Comunque una volta che eravamo lasciati perché lui si era messo con un’altra, gli dissi: almeno trovami un passatempo per la sera, mi sento sola. Allora lui disse ad una sua amica che aveva un’osteria di prendermi a darle una mano dalle nove della sera in poi. Durò solo una settimana, poi mi stufai e non ci andai più. Fu un’esperienza interessante. L’osteria per quella donna era “il suo posto”. Di comando. Di potere. Me lo sono sudato, ci sguazzo e ci guadagno tutti i soldi che riesco a guadagnarci, sembrava continuamente far capire con il suo modo di fare. Si chiamava Rita, era bassina di statura ma con un viso carino e un bel personale. Faceva la sua figura anche per il modo deciso, imperativo di parlare. Io non avevo mai lavorato in un locale ma ero molto curiosa di farlo. Me la cavai fin dalla prima sera. Bisognava apparecchiare e poi sparecchiare portando via tonnellate di gusci di arachidi e semi di zucca, montagne di piatti di salmone e burro con pane tostato, altre montagne di tagliatelle al ragù, oltre a bottiglie di birra e vino, bicchieri di tutti i tipi, per acqua, vino, liquori. Parte del tempo lo passavo accanto a Rita dietro il bancone dove lei mi istruiva sul da farsi e intanto si versava un po’ di vino per tirarsi su e portare avanti la serata. Comincia anche io a versarmene un goccio ogni tanto, magari mentre lavavo i bicchieri. Poi andavo avanti e indietro dalla cucina che era piccola e per niente di livello professionale. Tutto si faceva su una cucina economica normalissima e su un tavolo di formica. Poi c’era un tavolo più piccolo per l’affettatrice dei salumi. Per preparare le portate di salmone si sprecava un sacco di burro, anche per preparare i tagliolini al salmone, ma allora le osterie non erano ancora attrezzate come ristoranti e tutto era un po’ raffazzonato. Ma almeno nell’osteria di Rita di soldi se ne facevano, anzi ne faceva lei a palate. L’ultima sera stavo lavando dei bicchieri dietro il bancone. Uno che stava lì davanti e mi guardava disse: da come lavi i bicchieri si capisce che sei timida e insicura e che stai male per qualcosa. Io non risposi niente.

Disappointed by society young people are fleeing to the wilderness

Quello che mi piace di questo breve filmato è che si ripete e si ripete e non ti fa vedere dove arriva questo ragazzo e da dove scappa e perché. E’ questo il suo fascino, che lo guardi, lo guardi questo ragazzo che ripete all’infinito il suo correre fuggitivo e anche se sai che la storia non prosegue ma solo si ripete, perché questo deve essere stato il volere di chi ha creato il filmato, ti aspetti lo stesso che continui perché ti piacciono gli inizi e le fini e le storie lasciate a metà come questa non ti piacciono. Ma che vuoi vedere dunque la casetta nel bosco dove lui arriva dopo aver tanto corso? O la donna da cui scappa perché lo vuole imbrigliare, legare, magari sposare? O vuoi vedere che arriva al dirupo e ci si butta dentro? Finiscila tu la storia…ma la storia vera è questa. E’ tutta lì. E’ l’uomo che corre. La storia è questa.

Prendere cappello

Da giovane prendevo subito cappello. Quante fregature per questo, gente che mi piaceva che non mi cercava più, amori finiti perché dopo un po’ di questo modo di fare mi mollavano. A volte rimpiango questo modo di fare. Ero sincera, immediata, ma impulsiva, mi guidava la rabbia o il fastidio. Bastava una parola fuori posto, un tono ironico o peggio sarcastico che prendevo e me ne andavo.
Mi ricordo una di queste volte. Ero una ragazzina, 14,15 anni. Un viaggio di ragazzi e ragazze in pullman con un professore che li organizzava d’estate. Eravamo in Corsica, ad Ajaccio in un campeggio. Dormivamo in alcuni bungalows, la sera stavamo fuori sul prato in gruppi a chiacchierare. Io lì avevo un’amica del cuore, rimasta tale per alcuni anni, poi le nostre strade si sono spontaneamente divise. Qualcuno quella sera mi criticò, non ricordo a che proposito, non eravamo d’accordo su qualcosa. Mi alzai e me ne andai. “A culo ritto”, come si usa dire. Mi ricordo proprio che eravamo in circolo e io mi alzai e me ne andai dicendo vaffanculo. Mi avviai a passo svelto verso il mio bungalow dicendo dentro me stessa: fa che mi richiamino, fa che mi richiamino…Ma sentii la mia amica dire: quando fa così è meglio lasciarla stare. Non era vero! Sempre quando ho fatto così nella vita, sempre quando ho preso cappello ho desiderato che mi richiamassero, mi inseguissero, mi venissero a cercare di nuovo. Non è mai accaduto. Dovevo essere sempre io quella che cercava di riaggiustare le cose, recuperare il rapporto. Assumermi tutte le responsabilità. Poi ho capito che così si perdono le persone, le opportunità, tutti i rapporto utili e inutili. Ho capito che è meglio soprassedere, essere diplomatici, ingoiare anche i rospi.