Fare l’amore mi fa venire fame, disse

Fare l’amore mi fa venire fame, disse dopo essere uscita dalla nostra camera da letto. La casa non era bella, era una casa da studenti, anche se ormai lavoravamo tutti. Lì avevamo vissuto insieme per tutta l’università, e così noi quattro eravamo rimasti in quell’appartamento anche dopo gli studi. Due coppie, neanche tanto affiatate tra loro, ma era troppo comodo economicamente per separarsi e trovare ognuno il proprio appartamento. Una mattina avevo incontrato Franca, una mia ex compagna di studi, c’eravamo abbracciate e poi lei mi aveva chiesto: mi presti la tua camera un pomeriggio? Abito ancora con i miei e lui è sposato. Non sappiamo mai dove andare a fare l’amore. Le avevo detto subito di sì, pur sapendo che Claudio, il mio compagno, poteva anche non essere d’accordo. Stavamo insieme da tanto, e a trent’anni forse ci saremmo dovuti sposare, mettere su una casa normale, smettere di vivere come studenti. Anche Marina e Giulio, l’altra coppia che viveva con noi, avevano la nostra stessa età. Lei faceva l’insegnante precaria, lui lavorava con me in una casa editrice, mentre Claudio era impiegato in comune.
Così la mia amica Franca uscita dalla nostra camera da letto insieme ad un uomo alto e bello disse: dopo fatto l’amore mi viene sempre fame. Lo disse a tutti e quattro noi di casa riuniti in quella domenica pomeriggio nel nostro soggiorno su cui si affacciavano le nostre rispettive camere. Avevamo un solo bagno e la mia amica e il suo bello vi si diressero dopo che lei mi aveva chiesto sotto voce dove fosse. Claudio, Marina e Giulio continuarono a leggere i loro libri, neanche alzarono gli occhi verso i due usciti dalla mia camera da letto. Non era una situazione imbarazzante, nessuno di noi la viveva in quel modo, però non volevamo neanche dare troppo peso alla cosa, cioè al fatto di prestare una nostra camera da letto a due per fare l’amore. Nessuno di noi proferì nè in quel momento né in seguito: però che gente strana, potevano anche andare in un albergo. Invece non abbiamo detto né pensato niente di offensivo o moralistico verso la mia amica e il suo uomo sposato. Quando sono tornati dal bagno ho preparato per tutti thé e biscotti. Lei, la mia amica, ha ripetuto: quando faccio l’amore mi viene sempre fame. Dopo aver consumato la merenda se ne andarono. Più tardi lei mi telefonò, lui guida gli autobus, mi disse, come se questo fosse in qualche modo rilevante, ma non capii per cosa.

Rileggendo Anna Karenina contemporaneamente a La fuga di Tolstoj di Alberto Cavallari: il romanzo degli ultimi giorni di vita del grande scrittore russo

Questa estate ho deciso non solo di leggere ma di rileggere. Quello a cui mi sto dedicando ora è Anna Karenina di Lev Tolstoj. Me lo sto gustando molto più della prima volta. A dire il vero lo sto centellinando perché quando lo avrò finito come ritornare “agli altri normali romanzi del giorno d’oggi”? Allora ho ripreso in mano anche La fuga di Tolstoj di Alberto Cavallari perché la vita del grande scrittore russo, e soprattutto i suoi ultimi giorni di fuga dalla propria famiglia, sono davvero il romanzo più bello che lui ha potuto non scrivere ma vivere. Nel duello Dostoevskij – Tolstoj ho sempre pensato che il primo fosse più affascinante del secondo, che in lui si declinassero più sfaccettature e contraddizioni dell’animo umano. Ma ora che sto rileggendo Anna Karenina mi rendo conto dell’inarrivabilità di Tolstoj nell’indagare e saper trasferire in parole gli stati psicologici, gli improvvisi cambiamenti d’umore dei suoi personaggi. E quindi d’ora in poi non ci sarà più in me questa contrapposizione tra Dostoevskij e Tolstoj. Entrambi sono grandissimi pur nella loro diversità di visione. Rileggendo Anna Karenina mi è venuto spontaneo interrogarmi su quanto di personale ci sia da parte dello scrittore nel personaggio di Lèvin. Nella mia giovanile lettura del romanzo avevo trascurato questo personaggio per farmi unicamente travolgere dalla storia d’amore tra Anna e Vrònskij. Ora invece mi sono resa conto di quanta importanza si dia nel romanzo al personaggio di Lèvin, anche perché in parte la sua vita corrisponde a quella effettivamente vissuta da Tolstoj. Entrambi proprietari terrieri insoddisfatti sia sul piano personale che su quello della conduzione della loro proprietà agricola, invidiano la vita semplice e faticosa dei loro contadini, pur non essendo capaci di rinunciare ai loro privilegi. Tolstoj visse profondamente e dolorosamente questa contraddizione, ne fu lacerato per tutta la sua vita. Si vergognava della sua vita di ricco proprietario e di famoso scrittore nella necessità di mantenere in un lusso che lo disgustava la sua numerosa e insaziabile famiglia. Detestava la vita familiare ed era arrivato dopo decenni di liti e incomprensioni a odiare sua moglie Sofja. Più volte aveva meditato di lasciarla per dedicarsi ad una vita solitaria e frugale.
Il libro di Cavallari racconta come la decisione di lasciare la moglie, la famiglia e la casa dove era nato e cresciuto arrivò per lo scrittore russo a 82 anni nella notte tra il 27 e il 28 Ottobre del 1910. Verso le 3 sentì che Sofja frugava nello studio accanto alla stanza dove lui dormiva tra le carte del suo diario come era solita fare per scoprire i suoi pensieri più segreti. Questa volta però ciò lo riempì di un’insopportabile ripulsa, lo esasperò oltre misura. Si alzò, si vestì e fuggì. Non fu la sua una decisione tra un prima e un dopo. Fu qualcosa che accadde. Fu un’azione da compiere spinto da una forza inarrestabile. Portò con sé il suo medico personale e la figlia prediletta Sàsa.
Il tema della fuga mi affascina particolarmente. Anni fa ci scrissi un romanzo che si intitolava I pesci altruisti rinascono bambini ( titolo dovuto a come finisce il libro ). E’ la storia di una giovane donna che un mattino prende e se ne va di casa, e comincia così la sua seconda vita di vagabonda.
La gente scappa. Un bel giorno lo fa. E se qualcuno le chiedesse perché non saprebbe rispondere. E’ un’esigenza così intima, così profonda da non potersi definire a parole. Alberto Cavallari in La fuga di Tolstoj fa una breve e intensa ricostruzione delle tappe del Tolstoj in fuga dalla sua immensa tenuta di Jasnaja Poljana. Lo scrittore russo è come avesse sempre vissuto una vita non sua in cui la scrittura, l’andare per ore a cavallo ogni giorno e la caccia ne erano le uniche vie di fuga. Fino 82 anni. Ora il dado era definitivamente tratto. In carrozza attraversando boschi e fango, in treno in terza classe vicino al popolo.

La mia newsletter letteraria di Giugno 2018

Buongiorno, questa è la mia newsletter di Giugno.
Contiene i miei testi brevi che ho scritto finora in  questo mese dal titolo: “Quei due”, “Lei si fermò a guardare la luna”, ” Un giorno entrò in classe uno” e “In certi vecchi”:
una mia recensione sulla rivista Cronache letterarie del romanzo  Nadja di André
Breton:
Una mia riflessione sul tennis:

La mia newsletter letteraria di Maggio 2018

La mia newsletter letteraria di Maggio contiene due miei racconti corti; un mio articolo sulla poetessa americana Lenore Kandel; un altro mio articolo su un’intervista che alcuni studenti degli Aldini-Valeriani di Bologna fecero a Umberto Eco.

Ecco i due racconti molto corti, Il primo si intitola “Io gioco per la doccia”, il secondo “Il teatrino”.

Io gioco per la doccia

Il teatrino

Qui il mio articolo  “Oltre e dopo la Summer of love. Un ritratto di Lenore Kandel” su Alphabeta2 dedicato al ’68

https://www.alfabeta2.it/2018/05/13/68-oltre-e-dopo-la-summer-of-love-un-ritratto-di-lenore-kandel/

Qui L’intervista a Umberto Eco: 

“Questo avviene nei film degli indiani”. Come Umberto Eco spiegò la trama gialla de Il nome della rosa a dei quindicenni dell’Istituto Tecnico Aldini-Valeriani di Bologna

Il tennis visto, ovvero immaginato in Blow – up di Michelangelo Antonioni


Siccome il tennis è metafora perfetta di quello di bello e di brutto si incontra nella vita, la scena finale del film di Michelangelo Antonioni Blow-up, in cui due mimi inscenano una “finta” partita di tennis, è la partita di tennis per antonomasia. E’ una scena formidabile, protagonista il vento che mai si ferma, e l’erba che sempre cresce. Di “reale” ci sono loro, vento, erba e un vero campo da tennis in un vero grande prato. C’è un vero pubblico, c’è Thomas, personaggio principale del film, che passeggia proprio lì. E cosa vede e soprattutto cosa capisce?
All’inizio vede due mimi che fanno finta di giocare una partita di tennis. Lo fanno bene, sono mimi, è la loro professione fare finta di mangiare, amare e appunto giocare a tennis. Poi piano piano Thomas si fa prendere da quello che avviene nel campo da tennis e comincia a crederci. Comincia cioè a vedere una vera partita di tennis con non solo i giocatori che corrono e saltano come hanno fatto finora, comincia a vedere nelle loro mani le racchette e le palline. Perché? Ma perché le hanno sempre avute. Era lui che non le vedeva. E finalmente anche per Thomas, giovane fotografo annoiato e ricco della Londra anni ’60, la vita comincia a scorrere nelle sue vene e nel suo cervello. La vita, finalmente. Che è fatta di vento, erba, corse e salti e non di “vere racchette” e “vere palline”. Che scena meravigliosa! Cosa esiste infatti se non solo quello che la mente può/vuole vedere?