Dalai Lama, Il sutra del cuore

 Il Sutra del cuore è il testo più conosciuto e recitato dai praticanti buddisti della tradizione Mahayana. Le scritture Mahayana sono successive a quelle della tradizione Hinayana ( i cui testi contengono la trascrizione dei discorsi sicuramente pronunciati dal Buddha Shakymuni) e rappresentano un’evoluzione notevole dell’insegnamento buddista; infatti al suo interno troviamo testi di filosofi e studiosi come Nagarjuna e Asanga, che rispetto al buddismo originario ( “Il Primo giro della ruota del Dharma) aggiungono insegnamenti nuovi pur mantenendosi fedeli anche a quelli originari.
Mentre i testi Hinayana contengono soprattutto insegnamenti e metodi su come liberarsi dagli attaccamenti e quindi dalla sofferenza, quelli Mahayana si concentrano soprattutto sulla vacuità e sulla compassione. La conoscenza e l’esperienza della vacuità di tutte le cose è la saggezza, mentre la compassione è il metodo. L’ideale di vita è il Bodhisattva, cioè colui che ha come unico scopo liberare gli esseri dalla sofferenza, ma lo può fare perché ha sperimentato la vacuità ed è pieno di compassione per qualunque essere vivente. Il praticante anche se non può diventare un Bodhisattva , perché è una via per lui troppo ardua, può coltivare in sé la Bodhicitta, l’aspirazione cioè all’Illuminazione allo scopo di poter liberare gli altri essere viventi dalla sofferenza.
In sintesi se nel sentiero Hinayana ci si incentra soprattutto sulla rinuncia ( agli attaccamenti a cui si deve la sofferenza), in quello Mahayana si dà molta importanza alla compassione. Ma questo metodo non fa a meno di quello basato sulla rinuncia, essi vanno di pari passo e il primo è il presupposto dell’altro e quindi viene prima, ovvero senza aver rinunciato agli attaccamenti che producono le emozioni negative, che a loro volta sono la fonte della sofferenza, non si può provare la Grande Compassione, cioè quel tipo di compassione verso tutti gli esseri indistintamente. Questa precisazione è importante perché i maestri della tradizione tibetana, ad esempio, insistono molto sul fatto che le due tradizioni sono complementari e vanno accettate entrambe.
Mentre i testi Hinayana sono relativamente vicini all’epoca in cui visse Buddha ( furono scritti a partire dal 340 a.C, mentre prima venivano memorizzati), quelli Mahayana furono composti a partire dall’epoca cristiana.
La tradizione mahayana si diffuse in India, Cina, Tibet, Giappone, Corea, Mongolia, Vietnam. La tradizione Hinayana invece si diffuse Thailandia, Sri Lanka, Birmania, Laos, Cambogia.
Gli studiosi contemporanei non considerano in genere i testi Mahayana come trascrizioni di discorsi attribuibili al Buddha. Li considerano prodotti da autori successivi. Nel suo commento al Sutra del cuore Il Dalai Lama affronta questa questione: “Sebbene la tradizione tibetana attribuisca l’origine degli insegnamenti mahayana allo stesso Buddha, eruditi di altre scuole hanno espresso dubbi al riguardo, così come hanno fatto del resto alcuni studiosi contemporanei” (pagina 43). A questo riguardo vi rimando ai saggi introduttivi di Raniero Gnoli, Claudio Cicuzza e Francesco Sferra contenuti nel volume dei Meridiani Mondadori: La rivelazione del Buddha, volume secondo.
Il Sutra del Cuore inizia così:
“Così una volta udii. Il Beato dimorava a Rajghir, sulla montagna del Picco degli Avvoltoi, assieme a una vasta comunità di monaci e a una vasta comunità di bodhisattva. In quell’occasione il Beato era assorbito in quello stato meditativo sulle varietà dei fenomeni chiamato “percezione profonda”. Contemporaneamente, il bodhisattva Avalokiteshvara stava applicandosi proprio nella pratica della profonda perfezione della saggezza, e vide che perfino i cinque aggregati erano privi di un’intrinseca esistenza. Poi, tramite all’ispirazione del Buddha, il venerabile Shariputra così disse al bodhisattva Avalokiteshvara: “Come deve addestrarsi un nobile figlio o una nobile figlia del lignaggio che desideri impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza?” (pag. 61)
Siamo qui in presenza di Buddha, di un bodhisattva e di un allievo, Shariputra .
Quando il testo dice: “Il Beato era assorbito in quello stato meditativo sulle varietà dei fenomeni chiamato “percezione profonda”, intende dire che Buddha era nella concentrazione meditativa sulla vacuità ( “cose come esse sono”). il bodhisattva Avalokiteshvara stava compiendo la stessa pratica e vide che tutto ciò che esiste è privo di una esistenza inerente per suo conto (i cinque aggregati sono: elementi materiali, sentimenti, emozioni, percezioni, formazioni mentali, coscienza). Dice a commento di questa prima parte del testo il Dalai Lama: “Come si evince dal testo in questo caso il Buddha non diede un particolare insegnamento, rimase in meditazione…Nondimeno è proprio la concentrazione meditativa del Buddha a ispirare Avalokiteshvara e Shariputra a iniziare questo dialogo” (pag. 80).
Buddha non parla ma con la sua presenza meditativa ispira gli altri a intrattenere un dialogo che mano mano che si va avanti nella lettura diventa un insegnamento. E’ infatti il bodhisattva Avalokiteshvara a dare l’insegnamento, e l’insegnamento riguarda la vacuità di tutte le cose.
Un lungo elenco, molto suggestivo e poetico e un po’ inquietante se si legge per la prima volta, compone la parte centrale di questo Sutra, cioè Avalokiteshvara elenca a Shariputra tutte le cose prive di esistenza intrinseca:
“Shariputra, tutti i fenomeni sono vuoti; sono privi di caratteristiche; non sono nati e non cessano; non sono contaminati e non sono privi di contaminazioni; non diminuiscono e non crescono…nella vacuità non c’è forma, né sensazione, né discriminazione, né fattore di composizione, né coscienza. Non c’è occhio, né orecchio, né naso, né lingua, né corpo, né mente. Non ci sono forme visive, né suoni, né odori, né sapori, né oggetti tangibili,né fenomeni; e neppure il costituente dell’occhio e così via, fino ad includere il costituente della mente e il costituente della coscienza mentale. Non c’è ignoranza, né estinzione dell’ignoranza, fino ad includere anche vecchiaia e morte, ed estinzione della vecchiaia e della morte….” (pag 62).
Qualcuno potrebbe imputare questo Sutra di nichilismo. Lo stesso Dalai Lama ne parla: “ Mentre ci addentriamo in questo procedimento di successive negazioni, potremmo correre il pericolo di arrivare all’errata conclusione che nulla esiste. Ma se intendiamo correttamente il significato di vacuità riusciremo a vedere che le cose non stanno in questo modo” (pag. 87)
E’ bene allora spiegare cosa si intende nella tradizione Mahayana per vacuità. In termini molto semplicistici si intende il fatto che ogni cosa è priva di un’esistenza sua propria immodificabile ed eterna, anche l’io a cui noi siamo così attaccati ne è privo. “Questo non vuol dire che non esiste nulla”, afferma il Dalai Lama, “ma solamente che le cose non possiedono la realtà intrinseca…le cose esistono, ma non intrinsecamente, e l’esistenza può essere compresa solo in termini di origine dipendente…L’esistenza di cose ed eventi non si discute. E’ il modo in cui esistono che deve essere correttamente compreso” (pgg. 115-116). Da notare che “per origine dipendente” il buddismo intende che ogni cosa sorge in base a cause e condizioni. E’ la vacuità a rendere possibile questa legge di causa ed effetto.
Il fatto è che come noi percepiamo le cose non è come realmente sono. La nostra sofferenza deriva da questa errata visione di come le cose realmente sono. “Coltivando una corretta visione della natura del reale”, avverte il Dalai Lama, “ a poco a poco saremo in grado di ridurre il nostro attaccamento all’idea di un’esistenza intrinseca…” ( pag. 118). L’errore da non compiere è quello di ritenere che la vacuità sia una realtà assoluta, essa è l’autentica natura di cose ed eventi. Ma nello stesso tempo riuscire a cogliere la vacuità dei fenomeni, significa coglierne la verità ultima, che sta oltre quella convenzionale delle nostre percezioni.
Infine il testo dice: “Perciò, Shariputra, poiché i bodhisattva non hanno realizzazioni si relazionano e dimorano nella perfezione della saggezza. Non essendoci più oscuramenti nelle loro menti non hanno paura ed essendo andati oltre l’errore, raggiungeranno la fine del nirvana”. La spiegazione di nirvana che dà qui il Dalai Lama è che esso è la stessa natura della mente ripulita da tutte le afflizioni mentali; la mente infatti per il buddismo ha la natura di Buddha, quindi rimuovendo ciò che l’oscura, ovvero afflizioni ed errate formazioni mentali, essa si apre spontaneamente all’Illuminazione.
Alla fine della recitazione di questo Sutra i praticanti pronunciano questo mantra:
“Andato, andato, andato oltre, completamente oltre, il risveglio avvenga ( in sanscrito TAYATHA GATE GATE PARAGATE PARASAMGATE BODHI SVAHA).

Tenzin Gyatso , XIV Dalai Lama, ( Taktser, Tibet, 1935)
Dalai lama, Il Sutra del cuore, Sperling & Kupfer Editori, 2003
Prima edizione Essence of the heart Sutra, Wisdom Pumlications, 2002
Sito ufficiale: http://www.dalailama.com/
Differenze tra hinyana e mahayana: http://www.centromandala.org/page/buddhismo/storia.shtml
http://it.wikipedia.org/wiki/Sutra_del_Cuore
http://www.centrolamatzongkhapatv.it/GA003_text.pdf
in
lankelot: http://www.lankelot.eu/buddismo

Il Qui e Ora nella scrittura

 Scrivere non è denominare le cose, dare loro dei nomi. Scrivere è prendere coscienza delle cose: cose percepite con i sensi, emozioni, ricordi, idee, ispirazioni. Nella Poesia e Prosa Spontanea esperienza e parola coincidono, ovvero si tende a fare in modo che coincidano. Come dire che avere esperienze significa, tramite la scrittura, averne coscienza, averne consapevolezza.
La tecnica della scrittura spontanea inventata da Kerouac è quella che si avvicina maggiormente, nell’ambito letterario, al concetto buddista di consapevolezza e presenza mentale. Al Qui e Ora. Sto in questa situazione (con questo stato d’animo, emozione, ispirazione ) e la scrivo. Non la descrivo o la nomino, ma la scrivo, la racconto, racconto cosa accade a me, qui e ora. Ecco perché bisogna nella scrittura di consapevolezza o spirituale, prendere sempre appunti; bisogna annotare cosa accade ora, che è come dire bisogna esserne consapevoli.
Nel buddismo la consapevolezza di ciò che accade in questo momento ha lo scopo di tenere la mente ferma al momento presente, affinché non fugga nei ricordi o nelle aspettative. Serve anche a tenere lontana la paura, l’ansia, a tenere sotto controllo la mente. La stessa cosa accade nella scrittura, più mi calo in quello che accade, più ne sono consapevole, più il testo è ricco e interessante.
Essere consapevole nel buddismo e nella Poesia e Prosa Spontanea non significa aver razionalizzato una certa emozione o percezione, essere consapevole significa che riconosco ciò che accade, identifico ciò che accade, non lo copro con i pensieri razionalizzanti. Per prendere consapevolezza di ciò che accade bisogna vederlo, riconoscerlo, e questo lo può fare anche la scrittura, quella spontanea, che vede quel che accade e lo scrive senza prima porlo al vaglio del giudizio razionale. In questo senso la scrittura può diventare uno strumento di consapevolezza e presenza mentale.
Ci sono momenti pieni di suggestione, piccole cose, nostre reazioni a qualcosa che colpisce i nostri sensi o il nostro spirito; questi momenti non andrebbero lasciati correre, bisognerebbe scriverne. Sono momenti creativi, nel senso letterale del termine, momenti in cui noi creiamo partendo da questa suggestione, che è un rapporto particolare, intimo , che si crea qualche volta tra noi e un dettaglio del mondo esterno. A questa suggestione dobbiamo dare la nostra voce, che è una voce interiore, che si concretizza in parole, che non descrivono quella suggestione bensì la esprimono. In quel tipo di suggestione è come se le cose entrassero in contatto con noi, ci parlassero nel loro linguaggio muto ( o comunque non verbale, come con la musica). Questo è un contatto spirituale tra noi e il mondo a cui possono corrispondere testi nati non per descrivere ma per esprimere, appunto dare voce.
La poesia e la prosa spontanea, frutto di un’improvvisazione letteraria, si affida al cosiddetto “caso”: volti, atteggiamenti, oggetti, foglie, nuvole, sole, pioggia, uno sguardo, un’ombra, un filo d’erba…., tutto ciò insomma che cade sotto i nostri sensi e la nostra attenzione. È il caso quindi a creare la bellezza di un’opera. C’è un noi stessi nella forma casuale ( spontanea) che non conosciamo: qualcosa si rivela dietro la patina della razionalità: lì comincia l’arte, da lì può nascere una forma artistica; il “caso” è il nostro archivio sconosciuto, misterioso, ma immensamente ricco. Il pittore Francis Bacon chiamava il suo incontro d’artista con il caso “incidente”, lo scrittore André Breton usava i termini di “esca”, “labirinto”, “foresta di indizi”, per James Joyce si trattava di “epifanie”.

 

 

 

L’improvvisazione di scrittura

L’improvvisazione di scrittura può essere una forma di meditazione di tipo buddista perché narrando il momento presente e fuggente ne rivela la transiorietà intrinseca.  L’improvvisazione non si basa sulle parole come indicatori di cose ed emozioni.  Si basa sull’attimo mentre accade e fugge.  L’accuratezza stilistica invece si basa sull’idea errata che le cose abbiano nomi e realtà certi.  Si basa sull’idea di esistenza intrinseca delle cose ed emozioni.  Invece la gnosi buddista nega, attraverso la vacuità, l’esistenza intrinseca di ogni cosa, compresa la vacuità stessa.  Su tutto ciò che è transitorio il buddismo rivolge uno sguardo compassionevole. Saggezza, ovverò vacuità, e metodo, ovvero compassione, sono i due pilastri del buddismo tibetano.

Improvvisazione su: Un filo sottile di seta blu tra loro c’era ancora; su I’m new here di di Gil Scott Heron( Lenore Kandel da vecchia)

 non so neanche dove sei
da quel giorno ricordi del 1970
mi scrivi mi scrivi ancora di tua nonna perché? ancora…
non ti devi preoccupare non ce l’ho con te
mi dovresti conoscere
tre quattro volte siamo rotolati da quella moto
brutto figlio di puttana che non ti sei fatto niente
dai lo sai che scherzo
che dici che ti ho insegnato qualcosa?
Non ti ho insegnato niente
almeno che tu non intenda le cattive poesie
che scrivevi
dici che non erano cattive?
ok forse qualcuna …
broken your home?
non hai mai avuto un’home che non fosse la mia
o di qualche tua donna
oh Bill stai attento a te ora
che non posso più prendermi cura di te
non posso lo sai come sono ridotta
nella schiena e le gambe e tutto il resto
se soffro? Molto soffro tanto e tu?
ma non lo voglio neanche sapere
mi immagino le tue giornate me le immagino
tutto un andare e farti e bere e scopare
ma da fatti lo sai che non è un bel godere
rimpiangi me? Chi noi insieme?
Ma va là che non ci credo
mama… non sono tua mamma
mi confondi con tua nonna
andiamo bene proprio bene
non ti ho fatto mai da mamma
e poi ora sono io che avrei bisogno
 ma non di te lo sappiamo non di te
per l’amor di dio non di te
amore caro piccolo vecchio uomo
sembri più vecchio dalla voce
sarà il telefono sembri più vecchio
riguardati cazzo non farti più tanto male cazzo
ma sì ci siamo amati e ho fatto la mia fortuna poetica col nostro amore…
no, questo no, parole d’amore no non parlarmi d’amore 
non farlo o cazzo butto giù la cornetta se ci provi…
non fare il romantico
mi racconti sempre la stessa storia you are new here?
Ma è lontano gone, gone cosa la vita?
Bill la vita gone gone? Insieme di nuovo?
non sono più quella di un tempo non cammino mi fanno male le gambe
non ce l’ho con te..se ti amo ancora? oh sì oh sì
l’amore non finisce neanche se morissimo tutti e due
ci sarà sempre qualcuno che canta e parla e scrive di noi
come questa cara D. che batte al computer su di te che canti Gil, che voce… 
Gil Scott Heron ha una voce che quando parla canta.

 

Recensione di: Agaetis Byjun dei Sigur Ros

Ci sono persone per cui “celebro messa”: Lenore Kandel, Allen Ginsberg, Jack Kerouac, la mia ultima scoperta musicale Gil Scott-Heron. Anche il ragazzo nero dagli occhi tristi che sta sempre davanti alla coop e dignitosamente sta lì e se qualcuno gli dà qualcosa lui dice grazie, grazie e ciao, e gli occhi si fanno più tristi, si commuove forse pensando a tutte le volte che non gli hanno dato, non so dove vive, non so dove dorme, che Dio lo benedica. Ascoltando e parlando di Agaetis Byjun dei Sigur Ros io celebro messa per tutti loro. E per l’umanità tutta perché è all’umanità tutta a cui i Sigur Ros si rivolgono.Il brano Svefn-g-englar ( Sonnambuli) oggi mi fa pensare a quel mostro davanti al Giglio,sembra ci sia una campana che chiama e risuona, sembra ci siano scricchiolii e sferragliamenti, e qualcosa che si rompe, si spezza e qualcuno che da dentro il mostro chiama, e qualcuno che dalla riva chiama, anche una donna credo.Starálfur ( Elfo osservatore), è il brano che preferisco, mi commuove nel senso letterale del termine. Mi sembra il corrispettivo di “Celebro me stesso “ di Walt Withman. Anche se il testo non è nemmeno simile alla poesia di Withman è la musica e la voce di Jónsi che mi ci hanno fatto pensare, c’è la stessa solennità, lo stesso stupore spirituale, anzi dire religioso, di fronte a tutto ciò che vive.
Ecco il testo in italiano:

Una notte blu ricopre il cielo,
una notte blu incombe su di me,
la osservo svanire fuori dalla finestra.
Nascondo
le mani sotto le guance,
mentre rifletto sulla mia giornata,
sul mio presente e sul mio passato.
Infilo la mia camicia da notte blu,
e subito mi corico a letto.
Sfioro le soffici lenzuola,
chiudo gli occhi
e nascondo la testa sotto le coperte.
Un piccolo elfo mi osserva,
corre verso di me senza muoversi
dal suo posto – Lui,
Un elfo osservatore.
Apro gli occhi,
li pulisco dalle crosticine,
mi allungo e controllo (in caso non l’avessi già fatto)
che tutto sia tornato a posto e che tutto vada bene,
eppure c’è ancora qualcosa che manca,
qualcosa….come le pareti
Ascolto musica quasi esclusivamente per scrivere. Nel senso che uso le emozioni che la musica crea per scrivere un capitolo di un romanzo in cui ad esempio un personaggio deve commuoversi e allora io uso quella mia commozione e la attribuisco al personaggio. I mie personaggi sentono sempre molto e si commuovono, non scrivo di violenza, sopraffazione, lotta. Così questo disco dei Sigur Ros è perfetto, mi sembra perfino di capire le parole, guarda un po’. Il brano Flugufrelsarinn ( Il salvatore di mosche) mi entra nello stomaco, sta lì, lo riempie, lo nutre, di emozioni belle, quelle di una messa appunto. “ Andè a messa”, diceva il vecchio prete, saggio e conservatore, perfino reazionario. Va bene, padre, ci vado, ci sto andando, ci sto stando, immagino perfino la chiesa e i Sigur Ros che cantano e suonano in quella chiesa che è poi la mia auto dove sto scrivendo, il bagagliaio pieno della spesa. Che bello quando la penna va per conto suo, grazie giovani Sigur Ros, capisco l’entusiasmo di Gianfranco e degli altri di lankelot, ma il rito collettivo del concerto dal vivo non mi tocca più, nutro riti interiori, per farmi perdonare peccati di gioventù. Nutro quel mio spirito rinato finalmente che sento anche con questa mistica fantastica rituale musica.
L’inizio del quinto brano Ny batterí mi fa venire in mente Buddha, e la campagna indiana del suo tempo, ma invece è quasi un brano jazz astratto, rarefatto diafano; che prende corpo piano piano e poi torna indiano, se cade rinasce, c’è il volo della mente, c’è preghiera, c’è riguardo, c’è attenzione all’umanità, alla natura e a tutto ciò che esiste. E poi torna quasi disperato, il volo è stato troppo breve? Buffo è l’inizio del sesto brano Hjartað Hamast un accenno di folk americano che si imbastardisce subito corrosivo eccessivo, maestoso, un pianto mormorato, sospirato. Sto con te viene da dire, vedo le labbra, la bocca che si apre, una bocca vicinissima al microfono dentro cui parla – canta. Qualcosa di triste?, di cui vergognarsi? Pentirsi? Il settimo brano Viðrar Vel Til Loftárása sembra fatto per il fermarsi e bevendo magari un tè guardare fuori dalla finestra l’imbrunire che lento viene e la nebbia che lenta sale. La voce dell’ottavo brano Olsen Olsen precede la musica degli strumenti e dopo gentilmente li accompagna. Il nono brano che dà nome all’album è una chitarra e un piano che insieme vanno in un cammino centellinato insieme alla voce magnifica di Jónsi che qualcosa di dolce sicuramente dice in un soffio di tempo, di ritmo come marciasse per finta o per davvero verso un posto bello che sta in alto, mi sembra di vederlo che guarda verso il cielo, lo guarda e cantandolo lo celebra.La solennità dell’ultimo brano Avalon mi stupisce, è così definitivo, un buio senza riflessi, senza schegge di luce anche fosse lontana, non c’è neanche il ricordo di qualcosa che un tempo è stato chiaro e luminoso, evoca un giudizio di colpa definitivo.
Un album magnifico.

Sigur Ros, Agaetis Byjun 1999, Pias Records
http://it.wikipedia.org/wiki/Sigur_R%C3%B3s http://www.ondarock.it/pietremiliari/sigurros_agaetisbyrjun.htm

sito italiano, dove si trovano le traduzioni dei brani:

http://www.sigurros.it/

 

 

Recensione del film di Conrad Rooks , Siddhartha

Nel 1953 Conrad Rooks e la sua prima moglie Zina Rachevsky, entrambi giovani belli e ricchi, vivevano a New York, nel Village.Un giorno, racconta Rooks nella interessante intervista contenuta nel dvd, Zina gli portò due libri, uno era On the road di Kerouac, l’altro era . Siddhartha di Herman HesseIl primo non lo colpì molto, ma Siddhartha gli piacque moltissimo. “ Sono impazzito per quel libro”, afferma. Sentiva che quel romanzo parlava non a lui ma di lui. Conrad e Zina abbandonarono New York e per tre anni viaggiarono in Asia; Ceylon,Thailandia,India, furono le loro mete. A Bombay conobbero Sashi Kapoor,uno dei più importanti attori indiani del tempo, che diventerà il protagonista del Film di Rooks tratto da romanzo di H. Hesse. Poi tornarono in America. A metà degli anni ’60 Conrad incontrò per caso a Zurigo, dove era andato a disintossicarsi per l’abuso di droghe, il figlio di Herman Hesse, Heiner. Gli chiese: “ posso fare un film su Siddhartha? Mi aiuteresti con i permessi?”. Lui rispose che lo avrebbe aiutato. Ma solo cinque anni dopo Rooks si recò in India per realizzare il film. Prima, nel 1966, girò un film autobiografico Chappaqua, che è il nome della città vicino a New York dove era cresciuto.Rooks realizzò Siddhartha nel 1972 e vi lavorarono solo attori indiani. Riuscì a vincere la riluttanza del governo indiano a concedere i permessi a girare il film, grazie all’intervento di Indira Gandhi, sua amica personale. Il film fu girato nel Nord dell’India nella città santa di Rhishkesh e nei palazzi e nelle proprietà del Maharajah di Bharatpur.Rooks finanziò di tasca propria gran parte del film, ne fu lo sceneggiatore e il regista. Le musiche che accompagnano tutto il film si devono a compositori e interpreti indiani, le parole dei brani musicali sono tratte da poesie di Tagore.Come direttore della fotografia Rooks si avvalse dello svedese Sven Nykuist, già collaboratore di Bergman. Alla loro intesa nel lavoro si devono l’assoluta perfezione e bellezza delle inquadrature dei paesaggi, delle foreste, dei palazzi e dei fiumi di questa India incontaminata ( perché inaccessibile in quanto proprietà privata).Finito il film, che ebbe un grande successo in India ma non in America, Rooks tornò a New York. Da allora non ha più girato nessun film. Dal 1984 è vissuto per venti anni a Pattaya in Thailandia.E’ morto a New York nel 2008.
La trama del film ripercorre passo passo quella del romanzo di Hesse.Siddhartha, figlio di un Brahmino, lascia gli agi della sua casa per unirsi ai Samana, uomini dediti alla purificazione dei sensi attraverso digiuni e privazioni di ogni genere. Con lui va il fedele amico Govinda.Fin dall’inizio del film lo spettatore viene catapultato in un altro tempo e in un altroluogo, che forse non è quello reale dell’India di 2500 anni fa, è l’India come ce la siamo immaginata leggendo i Sutrao ammirando dipinti antichi. Ci troviamo di fronte a quadri vivi da contemplare. Esempi di pura assoluta bellezza. Il film avanza lento, lunghe scene silenziose, primi piani e canti. E ovunque compare l’acqua, quella che scorre nei fiumi, quella degli stagni e torrenti.Girare in queste locations”, dice Rooksnell’intervista, “ ha dato un sapore speciale al film. Dava la sensazione di come fosse davvero la vita ai tempi di Buddha. Sono molto felice di avere avuto la possibilità di fare questo film e di immortalare quella parte dell’India che stava per scomparire”.Voglio essere libero, voglio essere selvaggio”, dice Siddhartha nel film all’amico Govinda prima di abbandonare la casa paterna.Con i Samana rimane sette anni. Poi capisce che quel digiunare, quel patire pioggia, freddo e dolore, non lo hanno fatto avanzare di un passo sulla strada che porta alla liberazione dall’Io. E insieme a Govinda li abbandona. Si incamminano verso il luogo dove sta insegnando Buddha. Govinda si unisce ai discepoli di questo nuovo maestro, Siddhartha no, non vuole più maestri, vuole trovare da solo la propria strada e così va a congedarsi da Buddha. La scena è una lunga inquadratura su un unico dettaglio. Siddhartha dona un fiore rosso a Buddha, una rosa all’apparenza. Non è in boccio ma neppure sul punto di sfiorire. E’ nel momento ineffabile e breve della sua massima bellezza. Buddha riceve il fiore. Di lui non si vede che un tratto della tonaca, il braccio nudo e la mano che prende il fiore. La macchina da presa si ferma sul quel braccio ambrato e quella mano che nello stesso tempo rimane aperta ma tiene il fiore. Tiene ma non afferra, non stringe, non possiede. La mano è aperta ma tiene ugualmente il fiore. Senza stringerlo. Senza afferrarlo. Nel linguaggio buddista si direbbe senza attaccamento. Non si nega al fiore, non vi rinuncia, ma la mano che lo tiene sembra già pronta a lasciarlo andare. A mio parere, nella sua semplicità, è una delle scene più intense del film. Che comunque è per tutti i suoi 85 minuti guidato spiritualmente ed esteticamente ( in questo caso i due termini coincidono) dalla sapienza e dalla sensibilità di Sven Nykuist e Conrad Rooks. In questo senso è un film perfetto. Naturalmente appartiene ad un genere che deve piacere. Ma è veramente bella questa India mitica in cui si viaggia a piedi, si vive nelle foreste, si chiede e si ottiene cibo se si ha fame, ci si immerge e si attraversano fiumi azzurri, puliti e limpidi. Un mondo dell’immaginazione, un’India della fantasia, ma non è sempre così nell’arte? “Giri la realtà”, dice Rooks nell’intervista, “ ma la fai apparire irreale”.Dopo la separazione da Govinda il passo di Siddhartha è ora spedito, sul suo viso l’espressione a volte seria a volte corrucciata si è trasformata in un sorriso che è lo specchio della sua ritrovata gioia di vivere. Incontra un barcaiolo che lo trasporta di là da un grande fiume, figura cruciale che ritroveremo verso la fine del romanzo. Ma Siddhartha non indugia a parlare con lui, si dirige verso una città, che noi nel film vedremo solo sotto forma di giardini e splendidi palazzi. Qui incontra Kamala che gli insegnerà l’arte dell’amore. “Sarai il mio maestro”, le dice, “ il mio guru”. La storia tra Siddhartha e Kamala ha una strana simmetria con quella reale tra Conrad Rooks e la sua prima moglie Zina Rachevsky; anche lei come Kamala si è convertita al buddismo e morirà tragicamente; Kamala morsa da un serpente, Zina durante un suo ritiro in un remoto monastero di epatite o per aver mangiato per errore una pianta velenosa.Siddhartha diventa un ricco mercante, ma l’insoddisfazione si fa di nuovo strada nella sua mente. Sente che la vera vita gli sfugge. Diventa scontroso, scorbutico, cattivo. Beve e perde al gioco, tratta male i servitori. Arriva ad avere il disgusto di sé e delle ricchezze di cui è circondato. “ Per quale motivo ho gettato al vento la mia libertà?”, si chiede angosciato. Abbandona Kamala incinta di suo figlio e ritorna dal barcaiolo che lo accoglie nella sua capanna. Chiede di diventare il suo aiutante e il barcaiolo accetta. Dice Rooks nell’intervista: “ Il suo guru è il barcaiolo. Il barcaiolo è chiaramente il Buddha stesso. Il fiume è il fiume della vita”. Siddhartha non pensa, non discute, non dibatte più. Trasporta la gente da una riva all’altra del fiume. E’ l’elogio della vita frugale e tranquilla.
Dopo molti anni Siddhartha ritrova Kamala e suo figlio diventato ormai un adolescente. Ma Kamala muore e suo figlio prende a odiarlo, tanto da abbandonarlo. Siddhartha in un primo momento si dispera, è la legge del contrappasso, ha fatto soffrire e lui stesso soffre. Ma poi ritrova la sua pace attraverso quello che il fiume ogni giorno ha da insegnargli.
In questa ultima parte del film vorrei sottolineare quanto toccante e esteticamente perfetto sia rappresentato il funerale di Kamala. Su una piccola isola poco distante dalla riva del fiume un tramonto rosso velocemente scompare ingoiato dal buio della notte. Solo la pira del corpo della donna la illuminerà a lungo. Alla fine del film Siddhartha e Govinda si ritrovano. “ Un uomo non è mai solo santo o solo peccatore”, dice all’amico ritrovato, “ il Buddha si trova nel ladro e nella prostituta. Dio è ovunque….Ecco perché non credo ai maestri. Il fiume è il miglior maestro”.

 Regia di Conrad Rooks (Kansas City 1934-New York 2008)
Sceneggiatura Conrad Rooks
Tratto dal romanzo di Herman Hesse Siddhartha
Direttore della fotografia Sven Nykuist
Art Director Malcolm Golding
Camera Operator Tony Forsberg
Costumi Bhanu
Musica originale di Hemant Kumar
Interpreti principali: Siddhartha: Sashi Kapoor; Kamala: Simi Garewal; Govinda: Romesh Sharma; il barcaiolo Vasudeva: Zul Vellani
Produzione Originale Conrad Rooks USA 1973
Winkler Film 1996
Dvd Medusa Home Entertainment 2010
durata 85 minuti
Contenuto extra 30 minuti di intervista al regista
sito ufficiale del film
 in rete
http://www.austinfilm.org/page.aspx?pid=1191

 

Recensione di Marco Mancassola, Il ventisettesimo anno

 Non sopporto la scrittura di chi guardandosi l’ombelico vede solo l’ombelico e di conseguenza è solo questo che vede anche il lettore.Adoro, al contrario,la scrittura di chi pur parlando “solo” di sé parla anche di me, di te. Di Marte. La scrittura di chi pur parlando “solo” di sé fa un atto creativo in cui a parlare è il mondo. A chi dorme, a chi sta sveglio, o cammina per strada, o fa l’amore o muore. Questo effetto pieno di stupore me lo ha procurato la scrittura di Marco Mancassola nei due racconti contenuti in questo piccolo libro.
Di lui non ho ancora letto altro. E’ una mia nuova scoperta, fatta sfogliando l’ultimo numero della rivista Rollingstone, a cui Marco collabora con interessantissimi articoli.
Questo piccolo – grande libro mi è piaciuto fin dalle prime righe, cosa per me strana perché a me non piace quasi niente di quello che mi passa tra le mani in quanto a libri di narrativa italiana. Li sfoglio, leggo la prima pagina e li metto subito via.Nel mio modo di intendere lo scrivere Il ventisettesimo anno è scritto bene, non nel senso stupidamente accademico – scolastico – dotto, ma nel senso di una scrittura dietro cui si vede una mente che vive e sente e soffre qui e ora. E soprattutto una mente così viva da riuscire a scriverlo. In questo senso la scrittura di Marco è una scrittura improvvisata nel significato lato e anche accurato del termine. Ovvero una scrittura che non nasconde chi scrive, ma anzi lo rivela. E’ una rivelazione. La vita che rivela se stessa.
I due racconti sono preceduti da un capitolo introduttivo, che è un discorso meraviglioso sul rapporto tra realtà e immaginazione. In cui i due termini si scambiano continuamente i ruoli. E’ più vera la realtà o l’immaginazione? Per chi scrive la risposta è semplice. Tutto è immaginazione. E infatti il protagonista del primo racconto che dà il titolo al libro, ha una tale immaginazione da confonderla con la realtà di ciò che personalmente vive. Nel dramma di un fratello morto sperimenta che tutto in lui è reale e non reale contemporaneamente, e quindi vive in una specie di allucinazione continua. E non sa più chi ha vissuto cosa. “ …fu allora, a pochi minuti dalle nove di sera di quel giorno di Novembre, che riconobbi per la prima volta in me, come un organo che finora ignoravo di avere (forse un organo piccolo e inservibile, oppure un altro che non si era mai infiammato, né aveva provocato prurito o dolore), la traccia di un doppio ricordo. Oh, naturalmente uno solo poteva essere vero, necessario. Eppure anche l’altro aveva la nitidezza, il peso, la persistenza ( come una scheggia nella pelle) di un ricordo e non di un sogno…” (pag.11).
Il secondo racconto contenuto nel libro si intitola“ Dove è finita la realtà”. Solo apparentemente parla ancora di morte, dolore e perdita. Ci sono due amici in un pub e uno racconta all’altro una storia davvero incredibile, tanto da fargli dire alla fine: “ Spero tu abbia creduto a questa storia, perché è vera fino all’ultima, disperata virgola. Il problema, sospirò, è che nessuno crede più a nessuno” (pag. 69). E questo è il centro esistenziale e universale di questo racconto. Infatti il suo tema sta tutto non nella storia drammatica che il primo racconta al secondo, ma nel modo in cui l’altro la vive. Mentre l’amico racconta finge di ascoltarlo con partecipazione e interesse, quando invece la sua unica preoccupazione è procurarsi continuamente altra birra. Non gli importa nulla della storia che sta ascoltando, ma gioca lo stesso il suo ruolo di “buon ascoltatore”, dissimulando la sua indifferenza con appropriate osservazioni, espressioni di stupore, domande fatte al momento giusto. Una scena drammatica e ironica al tempo stesso. A me ha evocato le tante situazioni da bettola descritte da Dostoevskji. Si ha l’impressione non di trovarsi in un moderno pub italiano degli anni ’90, ma in una bettola pietroburghese di fine ‘800. La storia ha quel sapore, quell’atmosfera, quella crudezza. Anche la confusione mentale, l’impressione di vivere più vite del protagonista del primo racconto ha certe caratteristiche che si possono ritrovare nei personaggi maschili del grande scrittore russo. Non so se Marco Mancassola sia consapevole di questa un po’ più che vaga somiglianza. Da parte mia averla constata e messa in luce in questa recensione è un complimento.
http://www.marcomancassola.com/
http://www.lankelot.eu/letteratura/mancassola-marco-la-vita-erotica-dei-superuomini.html
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