un bellissimo documentario su Ginsberg, Kerouac, Corso e gli altri della beat generation


 Contiene testimonianze dirette dei protagonisti della beat Generation; è presente anche Timothy Leary che dice cose stravaganti ma di grande interesse. Ci sono filmati dell’epoca davvero inediti sulla scuola di scrittura di Boulder dedicata a Jack Kerouac. Vi compaiono Ginsberg, naturalmente, ma anche Corso, Orlovsky, Waldman, Burroughs, gli studenti che la frequentano. Ci sono letture di poesie in mezzo alla strada, piccole manifestazioni contro la guerra interrotte da poliziotti che hanno la stessa età degli studenti e tutto sommato si comportano in modo gentile, li invitano a spostarsi dal centro della strada o li spostano di peso ma con maniere non violente.
Un mondo a parte quello beat-psichedelico-hippy nelle sue manifestazioni più spontanee, prima che il mercato se ne impossessasse.
Alla scuola di scrittura le lezioni avvengono in luoghi informali, tipo soggiorni con sedie e poltrone sparse qua e là. Gli insegnanti parlano come viene loro di fare lì per lì, in modo del tutto spontaneo, improvvisato, stanno in mezzo agli studenti, non c’è separazione tra gli uni e gli altri. Magnifico, teatrale, Ginsberg quando legge le sue poesie accompagnato dall’harmonium che suona anche bene. Burroughs, come dice Ginsberg nel commento al documentario sembra uno della CIA dai modi di fare calmi e prudenti. Adorante la sempre presente Fernanda Pivano che ascolta scegliendo un angolo della stanza in cui rifugiarsi dalla luce accecante di tanta genialità raccolta tutta insieme davanti a lei.

 

Riccione

Una gran calma, me la ricordo sempre.
Ero piccola, quindici anni, forse diciassette.
Sulla riva del mare mitico di allora di Riccione in un’ora in cui tutti se ne erano andati a pranzo o lo stavano per fare. Ero su un lettino, credo fossero di tela allora. Ero vicino alla riva del mare. Sentivo le ondine frangersi con un suono di risacca, sempre uguale, sempre uguale. Ce l’ho ancora nelle orecchie. Io ero lì che prendevo il sole e senza volerlo, deciderlo, come accade ora ansiosa come sono, spontaneo avvenne che il suono sempre uguale, sempre uguale mi prendesse e mi portasse nel luogo astratto dove quel suono era. Mi catturò e stavo così bene come non sono stata mai più dopo. Sarei stata lì ancora, ancora, per sempre se questo fosse stato umanamente possibile. Ma poi mi chiamarono e dovetti andare via, a casa, a pranzo.Lasciai quello stato calmo, assente, vuoto di vita, problemi, vuoto anche di mente. C’era solo quel suono della risacca così calmo, così caldo, accogliente e c’era qualcosa di altrettanto astratto e mitico che era la mente di quella ragazzina di 15,17 anni.
Ora medito per calmarmi, ma è un’azione. E’ una decisione. Non funziona in maniera così assoluta come quella volta, quell’unica volta sulla riva del giovane mare di Riccione. 

Il tennis come metafora della vita, ovvero: come controllare Il proprio Moloch interiore?

pallinaFoto di Dianella Bardelli

Il tennis singolo più di ogni altro sport ci permette di identificarci in chi lo sta giocando. Chi è in campo è com noi: solo. Di fronte ad una difficoltà: vincere. La vittoria gli/ci darà gioia, la sconfitta dolore. Da milenni ci si interroga su come superare la gioia momentanea della vittoria e la profonda ( per alcuni definitiva ) sofferenza della sconfitta. Perché, come dice Pier Paolo Zampieri il tennis ” è solo apparentemente uno sport” (Ubitennis del 30/10/2014 nella sua celebre recensione del libro di Wallace D.F, Il tennis come esperienza religiosa ).
A questo proposito una cosa intelligente l’ha detta recentemente Kelsey, moglie del tennista Kevin Anderson: “I tennisti? Quasi tutti dei perdenti” ( Ubitennis dell’11/08/2015 nell’articolo a cura di Michele Gasperini ). E ha aggiunto a scanso di equivoci ( l’equivoco poteva essere intendere perdenti per sfigati ): ” La maggior parte di loro vengono sconfitti praticamente ogni settimana della loro carriera visto che in ogni torneo c’è un solo vincitore. Solo un giocatore alza il trofeo, mentre il resto dei tennisti deve far fronte alla sconfitta”. Bisogna quindi imparare a superare la frustrazione del non vincere senza perdere l’entusiamo e la volontà di volerlo. Sembra un gioco di parole, e forse lo è, anche. Voler vincere sapendo che molto probabilmente non accadrà. Un pò come voler vivere sapendo che si morirà. Ecco allora un gran parlare di mental training. Ci sono i testi degli specialisti della materia. Ad esempio:
Umberto Longoni, La partita invisibile
Agam Bernardini, Lo zen e l’arte di giocare a tennis
Joseph Correa, Diventare mentalmente resistenti nel tennis utilizzando la meditazione
Federico Di Carlo, Il cervello tennistico
Alberto Castellari, Angelo D’Aprile, Stefano Tamorri, Tennis Training. Allebamento tecnico, fisico, mentale, esercitazioni e programmi. Aspetti biologici.
Timothy Gallwey, Il gioco interiore nel tennis
E poi tutti gli articoli di Pier Paolo Zampieri su ubitennis

Ci sono inoltre le testimonianze dirette dei giocatori. La più eclatante la troviamo proprio in ubitennis, quello del 03/09/2015, in un articolo dedicato all’addio al tennis di Mardy Fish, a causa dei suoi gravi problemi d’ansia. Possiamo citare anche un’intervista a Boris Becker al Cheltenham Literature Festival apparsa in ubitennis del 05/10/2015 in un articolo a cura di Paolo Valente, in cui afferma che i tennisti avrebbero il diritto di esternare le proprie emozioni come accadeva ai tempi di McEnroe ” che rompeva cinque racchette al giorno e tutti lo amavano”. Oppure quella a Serena Williams ( ma prima della sconfitta da parte della Vinci ) apparsa su ubitennis del 12/07/2015 in cui la tennista fa leva sulla motivazione, e afferma che ” chiunque è in grado di fare tutto ciò che si è messo in testa di fare”.
A mio modesto parere ci devono essere delle componenti di base in una persona per essere in grado di far fronte nella vita agli insuccessi, cioè un pò stabili si nasce. Oppure si fa appello a quella che potrei chiamare disperazione attiva. Si sta malissimo ma si reagisce, non si affonda nella frustrazione. Si possono anche compensare le frustrazioni altrove: nella famiglia, negli amori, negli amici. Nelle persone comunque. Non negli oggetti, case, soldi che si posseggono. Come dice il Dalai Lama ne I Consigli del cuore: “Quando incontro delle persone ricche, di solito dico loro che, secondo l’ insegnamento del Buddha, la ricchezza è un buon segno. È il frutto di un dato merito, la prova che un tempo sono state generose. Ciò nonostante non è sinonimo di felicità. Se lo fosse, più ricco uno è più sarebbe felice…Anche quando pensate di essere veramente felici, se date per
acquisita la felicità, soffrirete doppiamente qualora le circostanze non vi
siano più propizie”.
Dal punto di vista di come impostare nel tennis il lavoro di un mental training molto interessante è l’intervista a Federico Di Carlo in ubitennis del 06/08/2015. Di Carlo ha un approccio non teorico al problema, secondo lui ( a mio parere giustamente ), bisogna rendere automatici in campo alcuni comportamenti mentali atti a rimanere concentrati sul momento presente, sul singolo punto. Un tema questo affrontato magistralmente da Claudio Giuliani in ubitennis del 23/09/2014 in un suo pezzo dall’eloquente titolo ” Il tennis moderno e l’ossessione dell’asciugamano” in cui si dice che “basta un pò di psicologia spicciola per capire che questo ricorrere ossessivamente all’uso dell’asciugamano sia più una necessità mentale che fisica”. E si cita Federer che afferma che ” l’asciugamano è come la coperta di Linus: dà sicurezza e tranquillità. Lo uso per rilassarmi fra un punto e l’altro”. Giuliani aggiunge che ” l’asciugamano consente al tennista di resettare la mente, cancellare il pensiero del punto appena perso e aumentare la concentrazione”.
Il centrodi tutta la questione del rapporto tra tennis e emozioni negative dei giocatori/giocatrici in campo è proprio questo: Come nella vita di tutti i giorni, del resto. Perché come dice Allen Ginsberg: ” La mente è come una farfalla che si adagia su una rosa o svolazza su fetidi escrementi”.
Come eliminare allora nel tennis come nella vita quotidiana quell’offesa, quel rifiuto, quell’errore, come far fronte senza farsene travolgere a quelli che Shakespeare chiama “i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna”? E come sconfiggere i pensieri negativi che Baudelaire definisce ” un popolo di demoni”? E come affrontare la verità di Leopardi: ” Fantasmi sono la gloria e l’onor; diletti e beni mero desio; non ha la vita un frutto, inutile miseria”?
L’estremo oriente da millenni dà le sue risposte. La vita, dice ad esempio il buddismo, è sofferenza ( ci si ammala, si è offesi, si subiscono ingiustizie, si muore…). Ma ci sono gli antidoti. C’è la possibilità di vincere la sofferenza che deriva dalle emozioni negative, nel caso del tennis dovute a paura, stanchezza psicofisica, ansia, squilibri emotivi causati da situazioni extratennistiche. La meditazione di base che ogni scuola buddista propone è la concentrazione univoca su un punto. Nella meditazione formale seduta si usa il respiro. Ma si può utilizzare qualunque oggetto, in qualunque situazione; nel campo da tennis l’asciugamano dopo ogni punto, le dita che stuzzicano le corde della racchetta prima di battere o in attesa della battuta dell’avversario. Qualcuno ha calcolato che in una partita di tennis singolo professionista ci siano più tempi cosiddetti morti che giocati. Dico cosiddetti perché in realtà sono tempi utilizzati a recuperare energia, pensiero positivo, fiducia in se stessi. Assistere ad un incontro di tennis singolo tra professionisti infatto è soprattutto questo: li si osserva, li si scruta per capire quanto siano carichi di positività o al contrario quanto si stiano lasciando andare allo sconforto. I bei colpi, i bei punti saranno frutto soprattutto di questi due stati mentali. E’ più salutare nei momenti di difficoltà spaccare cinque racchette come suggerisce Becker o imparare l’impassibiltà di Djokovic?
Un grande Lama tibetano del passato, Lama Yeshe, risponde così in un suo testo intitolato “Un approccio buddista alla malatia mentale”:
In occidente, alcune persone credono che ci si possa liberare della rabbia esprimendola, e che quindi manifestando la rabbia essa si esaurisca. In effetti, ciò che avviene in questo caso è che quando vi arrabbiate depositate una impronta psichica nella vostra mente, e che in seguito questa impronta mentale fa in modo che andiate in collera nuovamente. L’effetto è proprio l’opposto di quello che si crede. Sembra che la vostra rabbia sia svanita, ma di fatto state semplicemente accumulando una maggiore quantità di rabbia nella vostra mente. L’impronta che la rabbia lascia nella vostra coscienza semplicemente rafforza la vostra tendenza a reagire a determinate situazioni con maggiore rabbia. Secondo la nostra opinione, non permettere che la rabbia si manifesti non significa che la stiate reprimendo, colmandovi di collera inespressa. Anche questo è pericoloso. Dovete investigare la natura più profonda della rabbia, dell’aggressione, dell’ansia o di qualsiasi altra cosa vi disturbi”.
Le tecniche di mental training funzionano dove c’è la vera vita, la vera paura, la vera rabbia: sul campo da gioco, quello del tennis e quello della vita fuori, nelle strade, nelle case. Il singolare del tennis professionista porta all’estremo la possibiltà di vincere rabbia e paura o di soccombervi. Se saprai controllare le emozioni negative sarai in grado di stabilire strategie, adeguarti a chi hai di fronte, di dirigere l’incontro. Spesso mi domando se sia la sola vittoria ( con relativi guadagni ) a gratificare un giocatore/giocatrice di tennis professionista. Oppure l’aver verificato in sè e nel proprio gioco di saper controllare la mente un pò più dell’incontro del giorno o della settimana prima.
Quello che comunque il tennis insegna ai non giocatori è che non c’è alternativa al “gioco”, non c’è “il non gioco”. Anche se ti rintani nel posto più isolato del mondo avrai sempre di fronte te stesso.
Quello che mi ha più impressionato del trionfo di Djokovic su Nadal al recente torneo Atp 500 di Pechino, non è stata solo la perfezione di gioco del primo. Ma il fatto che Djokovic non avesse mai avuto durante l’intero incontro il viso contratto dall’ansia. Anzi, quando aspettava la battuta dell’avversario su di lui aleggiava il lieve sorriso non del predatore ma del samurai diventato saggio.

Da qui

Da questo divano
letto
poltrona
cucina
lavandino
coperte
da me
dal mio corpo-spirito
si diramano fili così sottili
che spesso si spezzano
e non si ricompongono più –
partono da me
che sto qui
a scrivere
sedere
giocare col cane
pulire la cucina
la camera
Il bagno –
partono da me
da dove sto seduta
sdraiata
in piedi
raggiungono quelle due, tre
meno di tre?
meno di due?
persone
che stanno più in là
che stanno in città
dove capita a volte
anche per caso
che ci si incontri –
sono fili lunghi
dritti, rossi
raggiungono queste tre
due
meno di tre
meno di due
persone
che forse una volta ogni tanto
può capitare che mi pensino
ma io non lo sento mai

E Kerouac cercava Dio ovunque

E Kerouac cercava Dio ovunque
nell’alcol che beveva
e nella figlia identica a lui
che si era rifiutato di riconoscere –
lo cercava nella strada
nelle facce, nei corpi, negli autobus
nelle case, nei campi, nelle industrie
e lungo le ferrovie –
la strada fu il suo sentiero
il suo pellegrinaggio senza santuario
la strada era il suo Mandala
c’era lui, c’era Neal che era la vita in sè
e c’era Dio
che Jack non riuscì mai a vedere

Il Qui e Ora nella scrittura – il buddismo e la letteratura – di Dianella Bardelli

 

Il Qui e Ora nella scrittura
il buddismo e la letteratura

di Dianella Bardelli

Scrivere non è denominare le cose, dare loro dei nomi. Scrivere è prendere coscienza delle cose: cose percepite con i sensi, emozioni, ricordi, idee, ispirazioni. Nella Poesia e Prosa Spontanea esperienza e parola coincidono, ovvero si tende a fare in modo che coincidano. Come dire che avere esperienze significa, tramite la scrittura, averne coscienza, averne consapevolezza.
La tecnica della scrittura spontanea inventata da Kerouac è quella che si avvicina maggiormente, nell’ambito letterario, al concetto buddista di consapevolezza e presenza mentale. Al Qui e Ora. Sto in questa situazione (con questo stato d’animo, emozione, ispirazione ) e la scrivo. Non la descrivo o la nomino, ma la scrivo, la racconto, racconto cosa accade a me, qui e ora. Ecco perché bisogna nella scrittura di consapevolezza o spirituale, prendere sempre appunti; bisogna annotare cosa accade ora, che è come dire bisogna esserne consapevoli.
Nel buddismo la consapevolezza di ciò che accade in questo momento ha lo scopo di tenere la mente ferma al momento presente, affinché non fugga nei ricordi o nelle aspettative. Serve anche a tenere lontana la paura, l’ansia, a tenere sotto controllo la mente. La stessa cosa accade nella scrittura, più mi calo in quello che accade, più ne sono consapevole, più il testo è ricco e interessante.
Essere consapevole nel buddismo e nella Poesia e Prosa Spontanea non significa aver razionalizzato una certa emozione o percezione, essere consapevole significa che riconosco ciò che accade, identifico ciò che accade, non lo copro con i pensieri razionalizzanti. Per prendere consapevolezza di ciò che accade bisogna vederlo, riconoscerlo, e questo lo può fare anche la scrittura, quella spontanea, che vede quel che accade e lo scrive senza prima porlo al vaglio del giudizio razionale. In questo senso la scrittura può diventare uno strumento di consapevolezza e presenza mentale.
Ci sono momenti pieni di suggestione, piccole cose, nostre reazioni a qualcosa che colpisce i nostri sensi o il nostro spirito; questi momenti non andrebbero lasciati correre, bisognerebbe scriverne. Sono momenti creativi, nel senso letterale del termine, momenti in cui noi creiamo partendo da questa suggestione, che è un rapporto particolare, intimo , che si crea qualche volta tra noi e un dettaglio del mondo esterno. A questa suggestione dobbiamo dare la nostra voce, che è una voce interiore, che si concretizza in parole, che non descrivono quella suggestione bensì la esprimono. In quel tipo di suggestione è come se le cose entrassero in contatto con noi, ci parlassero nel loro linguaggio muto ( o comunque non verbale, come con la musica). Questo è un contatto spirituale tra noi e il mondo a cui possono corrispondere testi nati non per descrivere ma per esprimere, appunto dare voce.
La poesia e la prosa spontanea, frutto di un’improvvisazione letteraria, si affida al cosiddetto “caso”: volti, atteggiamenti, oggetti, foglie, nuvole, sole, pioggia, uno sguardo, un’ombra, un filo d’erba…., tutto ciò insomma che cade sotto i nostri sensi e la nostra attenzione. È il caso quindi a creare la bellezza di un’opera. C’è un noi stessi nella forma casuale ( spontanea) che non conosciamo: qualcosa si rivela dietro la patina della razionalità: lì comincia l’arte, da lì può nascere una forma artistica; il “caso” è il nostro archivio sconosciuto, misterioso, ma immensamente ricco. Il pittore Francis Bacon chiamava il suo incontro d’artista con il caso “incidente”, lo scrittore André Breton usava i termini di “esca”, “labirinto”, “foresta di indizi”, per James Joyce si trattava di “epifanie”.

Meditazione e scrittura
la meditazione cos’è? E’ sedersi con se stessi, stare con se stessi e comprendersi” Thich Nhat Hanh”

Nella meditazione noi guardiamo dentro noi stessi, guardiamo i nostri pensieri, le nostre emozioni e sensazioni. Se non siamo distratti li possiamo vedere nitidamente. E ne possiamo scrivere, possiamo improvvisare un testo, una poesia, una prosa su quello che c’è in noi in questo momento; in tal modo possiamo conoscere meglio noi stessi.
La meditazione si basa essenzialmente sulla situazione di questo preciso istante, qui e ora, e significa lavorare con questa situazione, questo presente stato mentale. Non dobbiamo forzarci nella pratica della meditazione, ma solo lasciare essere quello che c’è nella mente, sentire il flusso dell’energia senza cercare di sottometterlo, allora si diventa più aperti; quel che più conta è che il mio cuore sia aperto, in questa maniera studiamo noi stessi e impariamo a conoscere la natura della nostra mente. Questo vale anche per la scrittura, soprattutto per il il metodo della poesia e prosa spontanea inventato da Jack Kerouac e fatto proprio dal suo amico Allen Ginsberg; secondo questo metodo dobbiamo operare come nella meditazione: “ il punto principale di ogni pratica spirituale è uscire dalla burocrazia dell’Io. Ciò significa uscire dal costante desiderio dell’Io di una versione più alta, più spirituale, più trascendente della conoscenza, della religione, della virtù…” ( Chogyam Trungpa ).
Anche nella scrittura dobbiamo abbandonare ogni conoscenza precedente, ogni nostra aspirazione estetica, poetica, ogni nostra concezione della letteratura, ogni nostro modello o ideale artistico, per essere semplicemente con quello che c’è in questo momento e scriverlo. Kerouac definisce questo atteggiamento: “confessare tutto a tutti”, Ginsberg chiama la poesia frutto di questo atteggiamento: “poesia da me a te”.
Nella mia esperienza personale vi sono alcuni concetti e insegnamenti del buddismo che valgono anche nelle improvvisazioni di poesia e prosa spontanea: quello di attenzione, di presenza mentale, di introspezione.

 La pratica dell’attenzione e della presenza mentale

 Presenza mentale è ricordarsi di ritornare al momento presente; essere in grado di entrare in contatto con noi stessi: ogni volta che nasce una formazione mentale possiamo praticare il puro riconoscimento: ogni oggetto delle nostre percezioni è un segno, un’immagine della nostra mente, non esistono percezioni separate dall’oggetto percepito: il soggetto della conoscenza non può esistere separato dall’oggetto della conoscenza: vedere è vedere qualcosa, essere in collera è essere in collera per qualcosa; possono essere oggetti mentali una montagna, una rosa, la luna piena, la persona che ci sta di fronte. Noi crediamo che queste cose esistano fuori di noi, come entità separate, invece questi oggetti della percezione sono noi stessi. Proprio come la vegetazione è sensibile alla luce, così le formazioni mentali sono sensibili alla presenza mentale. Questo avviene anche nella scrittura: non perderti nel passato, non perderti nel futuro, scrivi la mente qui e ora. Si tratta di porre l’ attenzione all’oggetto di cui si scrive, di porre la mente sull’oggetto di cui si scrive, proprio come si fa nella meditazione, quando si osserva la mente e si registra quello che succede in essa: pensieri, sensazioni, emozioni.

 La pratica dell’introspezione

 L’introspezione si impara, ovvero, guardo bene in faccia, con coraggio, eroicamente dentro di me e quel che vedo scrivo: guardo in faccia il nemico e facendo così diventa amico. Si scrive quello che passa dentro di noi, nella nostra mente qui e ora: non come dovrebbe essere, ma come è. Nell’introspezione è la domanda che porta alla risposta; nessuno ci può aiutare in questo, dobbiamo farlo da soli, si è soli in questo, è la via ardua: la risposta arriva dalla domanda perché per il buddismo la mente se non è offuscata dalla afflizione ha una capacità cognitiva, può conoscere. Tramite la meditazione possiamo facilmente comprendere la verità di tutto ciò, come con la scrittura: per trovare le parole bisogna guardare meglio: “ Qualcosa di quello che senti troverà la sua forma”; “ Non fermarti per pensare alle parole ma per mettere meglio a fuoco il disegno complessivo” ( Kerouac). La stessa cosa dicono i maestri buddisti: guarda meglio: la meditazione rivela ogni cosa presente nella vostra mente, tutta la vostra spazzatura, e tutte le cose positive; tutto è percepibile attraverso la meditazione: essere consapevoli, attenti, in presenza mentale. La vera natura della mente è conoscenza e saggezza.
Bisogna essere l’ oracolo di se stessi, interrogarsi, ascoltarsi, come se dentro di noi albergasse un oracolo; sono le voci di una divinità nascosta che si rivela e parla solo se interrogata, proprio come dice Kerouac ne I Fondamenti della Prosa Spontanea: “Sottomesso a qualsiasi cosa, aperto, in ascolto”; “Sii il folle santo muto della mente”; “Le inesprimibili visioni dell’individuo”; “Il gioiello centrale d’interesse è l’occhio dentro l’occhio”; “Credi nel sacro profilo della mente”.
La psicologia buddista elenca sei afflizioni fondamentali che producono frustrazione e disturbano la pace della mente: l’attaccamento, l’ira, l’ignoranza, l’orgoglio, il dubbio e l’influenza delle opinioni distorte. Questi non sono fenomeni esterni, ma mentali. Senza un’indagine della propria mente e lo sviluppo della conoscenza introspettiva, anche se parliamo di afflizioni, non ne sappiamo niente.

 La pratica della scrittura come strumento di meditazione

Nella mia esperienza di scrittura e di meditazione ho verificato che questi due momenti possono mutuarsi a vicenda, essere utili l’un l’altro; ho notato che la meditazione, proprio per la sua capacità di far spazio dentro di noi, favorisce la creatività nella scrittura, e la scrittura, a sua volta, può essere un modo efficace per realizzare attenzione, presenza mentale e introspezione: la poesia e prosa spontanea sono state pensate da Kerouac e Ginsberg proprio come strumenti della mente, per mettere a nudo la propria mente a sé e agli altri

  Il buddismo e la letteratura occidentale:le quattro Nobili Verità

 Il buddismo personalmente mi ha dato una nuova chiave di lettura e interpretazione della realtà. Questo vale anche per la letteratura e la scrittura che sono il mio interesse principale e che pratico quotidianamente.
Uno degli insegnamenti più importanti del buddismo e che accomuna tutte le tradizioni e scuole buddiste è il discorso di Buddha sulle Quattro Nobili Verità. La prima Nobile Verità è la sofferenza: esiste la sofferenza; con essa dobbiamo entrare in contatto, e la scrittura può essere un modo per farlo; la seconda Nobile Verità è l’origine della sofferenza; l’origine del dolore si identifica con l’attaccamento, che trova appagamento ora qua ora là; la terza Nobile Verità è la cessazione della sofferenza; è il completo abbandono e rifiuto di questo attaccamento; la quarta Nobile Verità è il sentiero spirituale che conduce alla cessazione del dolore.
Quello di cui mi sono resa conto, a proposito di questo insegnamento di Buddha, è che tutti gli scrittori e poeti occidentali hanno affrontato la prima Nobile Verità nelle loro opere; ma che solo quelli con una spiccata vocazione spirituale nella loro scrittura hanno fatto intravedere una via d’uscita dalla sofferenza umana; due per tutti tra i più grandi: Manzoni Dostoevskij.

Spiritualità e scrittura in alcuni autori americani

 Facendo proprio l’insegnamento di Walt Whitman (1818-1892) scrittori e poeti della cosiddetta Beat Generation come Jack Kerouac, Allen Ginsberg e Gregory Corso, hanno liberato la letteratura da ogni estetismo, da ogni scopo letterario, accademico. Il loro unico fine è rivelarsi onestamente nel momento presente attraverso la poesia. Le loro opere hanno sempre una caratteristica spirituale, sono inni alla propria personale vita interiore e vengono offerti come fossero fiori e frutta ad una merenda tra amici che si vogliono bene.
A questo proposito in un’intervista Allen Ginsberg disse: la parte più difficile è superare la tendenza alla censura; alcuni pensieri sembrano troppo imbarazzanti, crudi, nudi, irrilevanti, impacciati, personali, rivelatori, dannosi per la propria identità, troppo strani, individualistici. Quando si comincia a scrivere sorgono tutta una serie di immagini, di pensieri, di pensieri che non ci piacciono , e quella è la parte più importante. Le parti che ti imbarazzano di solito sono quelle più poeticamente interessanti, più nude e crude, più impacciate, più strane ed eccentriche al tempo stesso, più rappresentative, più universali …… . In altri termini significa smettere di essere un poeta, lasciar perdere l’idea di essere un profeta con onore e dignità, la gloria della poesia, e accontentarsi del fango della propria mente. Poi quello che succede è che dopo una settimana si tira fuori quello che si è scritto e gli si dà un’occhiata: Così non appare più imbarazzante, sembra quasi divertente. Il sangue si è asciugato, in un certo senso. Bisogna proprio decidere di scrivere per se stessi, solo per se stessi, senza voler far colpo su se stessi o sugli altri, solo buttare giù ciò che comunica il proprio sé.

questo testo come prima pubblicazione è uscito nel sito di Samgha: http://samgha.wordpress.com