Un mio articolo su Neal Cassady nella rivista Write and Roll Society

Qui un mio articolo su Neal Cassady e sul perché ho scritto un romanzo su di lui: Il bardo psichedelico di Neal

http://www.writeandrollsociety.com/neal-cassady/

 

Gary Snyder e la wilderness

gary

Gary Snyder (San Francisco 1930 ) è un poeta americano, ma anche un noto saggista e un leader del Movimento Bioregionale americano e internazionale. Il bello di persone come Gary è che non hanno un Io diviso. Pochi ci riescono. Bisogna sapere chi si è, cosa si vuole e con chi farlo. Lui lo sa. Almeno io così credo, anche se non lo conosco personalmente, ma solo dalle sue opere e dai racconti di Giuseppe Moretti che è suo amico e collega nel Movimento Bioregionale.
Gary Snyder è dunque molte cose insieme, buddista, poeta, saggista, marito, padre e leader di un Movimento che esorta a tornare alle piccole comunità territoriali. Tutte queste attività creano in Snyder un equilibrio spirituale che si avverte leggendo le sue opere. Amico di Allen Ginsberg e Jack Kerouac non fece mai parte integrante della beat generation. Ben presto, nel 1956, infatti partì per Il Giappone dove rimase dieci anni a imparare il giapponese in modo da poter leggere i testi buddisti in lingua originale ed essere a contatto con la reale vita in un monastero zen.
Scrive Gary Snyder nel suo “La grana delle cose”,(1) “ Durante i primi due anni del mio soggiorno a Daitoku-ji Sodo, mentre lavoravo nell’orto o aiutavo a stivare la legna o a fare il fuoco per l’acqua del bagno, avevo notato certi piccoli miglioramenti che si potevano introdurre. Alla fine mi decisi a suggerire ai monaci responsabili alcune tecniche per risparmiare tempo e fatica. Per un po’ di tempo si mostrarono tolleranti. Alla fine un bel giorno uno di loro mi prese da parte e disse: noi non vogliamo fare le cose in modo più veloce o migliore, perché non è quello il punto : il punto è che la vita va vissuta tutta intera. Se accelerassimo il lavoro in giardino, il tempo guadagnato lo passeresti a sedere nello zendo e le gambe ti farebbero più male. E’ tutta una sola meditazione. Quello che conta è il giusto equilibrio, e non come fare per risparmiare tempo da una parte o dall’altra” (pag. 54). Questi anni passati a lavorare e faticare oltre che a meditare hanno prodotto frutti preziosi nella mente e nel cuore di Snyder e da lui sono giunti a noi attraverso i suoi libri. Un libro in cui Snyder ci racconta il suo modo di intendere una pratica buddista, fatta di legna da tagliare oltre che di ore di meditazione, è “La pratica del selvatico”(2). In esso Snyder ci dà una definizione teorica semplice del suo buddismo: “ Per essere veramente liberi si devono prendere le condizioni di base per quello che sono – dolorose, impermanenti, aperte, imperfette…Il mondo è natura e a lungo andare è inevitabilmente selvatico, perché il selvatico, come processo ed essenza della natura, è anche un ordine dell’impermanenza” (pag. 17). Nella sua visione dunque il concetto di impermanenza, che è una delle basi del buddismo, è tutt’uno con quello di wilderness. Vediamo come. In un capitolo de “La pratica del selvatico” interamente dedicato a come Snyder intenda il buddismo, dopo averci raccontato brevemente la dura disciplina dei suoi anni giapponesi nei monasteri buddisti, ci mette in guardia sul non intenderlo in senso troppo professionale e rigido. Questo è il rischio che secondo lui corre in buddismo giapponese rimasto così fedele ad una pratica solo monastica. Perché dice Snyder “ Ci sono stati innumerevoli Bodhisattva(3) sconosciuti che non hanno mai avuto un addestramento spirituale e non si sono mai impegnati in una ricerca filosofica. Si sono formati e maturati in mezzo alla confusione, alla sofferenza, alle ingiustizie, promesse e contraddizioni della vita. Sono quelle persone ordinarie, generose, coraggiose, indulgenti, modeste, che hanno un grande cuore e hanno sempre sorretto la famiglia umana” (pagg. 173-174).
Con questa riflessione Snyder ci fa capire che in base alla sua esperienza non esiste un unico sentiero sia esso inteso in senso spirituale o pratico. Per lui c’è sia il sentiero che l’uscire dal sentiero. L’uscire dal sentiero, dalla via conosciuta, dal già sperimentato per Snyder equivale ad addentrarsi alla wilderness, che non è solo quella esterna, la natura selvatica, ma soprattutto quella interiore, il selvatico dentro di noi; quella parte inconscia ma incontenibile che ci muove fuori dalle strade già percorse da noi o da altri. Che ci porta nell’altrove da noi, che a dire di Snyder, è la vera via verso il ritorno a casa, cioè a noi stessi. Il concetto di wilderness è contenuta in varia maniera in tutte le opere di Snyder. Anche in quelle poetiche, soprattutto in quelle poetiche, ambito che maggiormente mi compete e mi appassiona. Un libro molto famoso di Gary Snyder è “L’isola della tartaruga”(4), con il quale nel 1975 lo scrittore vinse il premio Pulitzer per la poesia. Difatti tutta la prima parte contiene solo poesie, la seconda anche delle prose, tutte attinenti al concetto di wilderness esteriore ed interiore. Prima di passare alle poesie contenute in questo libro mi sembra utile sintetizzare brevemente il concetto di wilderness così come viene spiegato da Snyder in questo e in un altro suo libro intitolato “Nel mondo poroso”(5). E’ deprecabile afferma il poeta che la cultura occidentale non abbia fatto suo questo concetto. “Una cultura che rende se stessa aliena dalla sua natura più autentica e profonda – dalla wilderness esterna ( ovvero la natura selvatica, il selvatico e gli ecosistemi autosufficienti e autoregolati), e dell’altra wilderness, quella interiore – è condannata ad un agire distruttivo…” (L’Isola della tartaruga, pag. 196).
Estrapolando qua e là dai due testi di Snyder sopra citati ecco altri concetti attinenti alla wilderness:
La wilderness è energia, energia dei corpi in un processo di auto-organizzazione
La selvaticità è ciò che di essenziale c’è nella natura
le opere umane riflettono questa selvaticità
il linguaggio apre una finestra sul mondo selvatico e ci dà modo di rappresentarlo
c’è un lato selvatico e un lato addomesticato della mente umana. Chi esplora il lato selvatico della mente sono gli scrittori e gli artisti
nel percorso evolutivo il livello più alto non è l’uomo ma un alto grado di diversità biologica
è importante recuperare la parte selvatica dell’uomo

Cos’è esattamente dunque la pratica del selvatico? Così risponde Snyder ne “Il mondo poroso”: “ Iniziamo riconoscendo il selvatico che è in noi stessi, nel capire come l’immaginazione sia selvatica. Il linguaggio è selvatico…Quel processo profondo che usa i nostri corpi e le nostre menti è il primo livello di un certo tipo di pratica. Se una persona può entrare in contatto con tutto questo e lo apprezza per ciò che è, allora le sue simpatie possono espandersi alla vita e allo spirito che dimora là fuori negli ecosistemi” (pag. 133). La naturale conseguenza di questo discorso sulla wilderness è per Snyder, il Ri-abitare. Come vedere, si chiede Snyder il selvatico? Come fare a sapere chi siamo e dove siamo? Bisogna ri- abitare un luogo, che sia il nostro originario o quello dove abbiamo scelto di vivere. Dobbiamo ricreare delle comunità. A questo proposito in un’intervista contenuta ne “Il mondo poroso” e risalente al 19796, ben prima dell’esistenza delle reti internet, Snyder dice una cosa che mi ha molto impressionato per essere così tanto profetica. Sarà una citazione un po’ lunga, ma a mio avviso, vale la pensa, trascriverla quasi totalmente. “ Ci sono due specie di livelli con i quali tutti noi ci relazioniamo. Uno è la rete, e l’altro è la comunità. Ci sono persone che non hanno una comunità verso la quale relazionarsi, ma solo una rete. La rete è qualcosa come tutti i dentisti negli Stati Uniti hanno un giornale… C’è anche una rete dei poeti. Io corrispondo con poeti americani e altri poeti in altre parti del mondo….Ma c’è anche la comunità, che è la gente del posto dove vivi… Trovo che per il mio lavoro e per la mia crescita spirituale il tipo di vita che si svolge nella comunità sia più preziosa di quella della rete. Perché la rete ti incoraggia a pensare che sei importante, mentre la comunità no” (pag. 29). Come sono vere ancora oggi queste ultime parole. Ognuno di noi le sperimenta ogni giorno.
Quello che sono andata dicendo di Gary Snyder finora si rispecchia fedelmente nelle sue poesie. Come ho detto la sua raccolta poetica più nota è “L’isola della tartaruga. Ma mi fa piacere citare anche Gary Snyder, “Madre orsa”, un piccolo libro di poesie contenute in Lato Selvatico ‘Libraria’, che ha una fantastica copertina di Suzanne De Veuve(7).
Lo stile delle 58 poesie contenute in “L’isola della tartaruga” è antiretorico, disadorno, ispirato alla lingua parlata. E’ un condensato di tutte le esperienze di Gary: artistiche, antropologiche, filosofiche. In certi casi il poeta prende spunto dall’indecifrabilità dei Koan buddisti8,altre volte dal linguaggio degli sciamani nativi americani. Il tono a volte è lirico a volte didattico. I temi sono quelli della vita selvatica, della famiglia, della politica e della società.
Ispirata all’essenzialità dello zen è “Fuori”:

Il silenzio
della natura
dentro.

Il potere dentro
il potere

fuori.

Il percorso è qualsiasi cosa passa – non
fine a se stesso

il fine è
grazia – semplicità –
la cura,
non la salvezza.

Il canto
la prova

la prova del potere dentro
Di tipo descrittivo invece questa, bellissima: La Grana delle cose

( Oggi in barca, remando insieme a Zach e Dan nei pressi di Alcatraz e intorno a Angel Island)

leoni marini e uccelli,
il sole attraverso la nebbia
a intermittenza pulsa e ciondola,
dritto negli occhi, abbagliante.
Foschia solare;
una lunga nave cisterna lentamente galleggia alta e leggera.

La linea nitida e discontinua del mare frangente –
interfaccia di flussi delle maree –
gabbiani si posano sul punto d’incontro
per il pasto;
scivoliamo accanto a scogliere imbiancate.

La grana delle cose.
Sciaborda e sospira,
scivola via.
Alcune poesie de L’isola della tartaruga parlano apertamente e in maniera disinvolta della morte e la descrivono; è la morte degli animali quella che mette in scena Snyder; una per tutte:“ Uno non dovrebbe discutere con un abile cacciatore delle cose proibite del Buddha” ( Hsiang -yen)

Una volpe grigia, femmina, nove libbre e tre once.
Lunga 39 pollici e 5/8 con la coda.
La scuoiamo ( Kai ci ha ricordato di cantare lo Shingyo prima)
pelliccia fredda, grinze; e odore di muschio
insieme al primo puzzo di corpo morto.

Contenuto dello stomaco: un intero scoiattolo ben masticato
più una zampa di lucertola
e, da qualche parte dentro lo scoiattolo,
un pezzo di carta stagnola.

Il segreto.
E il segreto nascosto in profondità in questo.

Come ultima poesia vorrei citare Roccia, poesia d’amore dedicata a Masa, la seconda moglie di Snyder.

Laghetto nevoso granito caldo
ci accampiamo,
nessun pensiero di cercare ancora.
Sonnecchiamo
e abbandoniamo le nostre menti al vento.

Sulla roccia, gentilmente inclinati,
il cielo e la pietra,

insegnami ad essere tenero.

Il tocco che quasi non tocca –
l’incrocio fuggevole di sguardi –
passi minuscoli –
che infine ricoprono mondi
dal duro terreno.
Batuffoli di nuvole e nebbie
raccolti nelle pozze blu ardesia
delle piogge estive.

NOTE:
1 Il libro consiste in un’intervista realizzata da Peter Barry Chowka realizzata nel 1977 e pubblicata in “East West Review; è stata ripubblicata nel 1980 in Real Work; prima edizione italiana:1987 da Edizioni Gruppo Abele; l’ultima edizione italiana :edizioni e/o, 1996
2 Gary Snyder, La pratica del selvatico, Fiori Gialli Edizioni, 2010
3 L’ideale del Bodhisattva è specifico al Sentiero del Mahayana. Bodhi significa il risvegliato, sattva significa ‘un essere’. Insieme essi significano una persona risvegliata e che è deputata alla liberazione ed al benessere di ogni essere umano e di tutte le creature (da http://www.centronirvana.it/sent_bodhisattva.htm)
La prima edizione: Turtle Island, New Directions Publishing Corporation , 1974; pubblicato in Italia da Stampa Alternativa, nella Collana Eretica Speciale nel 2004, traduzione di 4 4 4 4 Chiara D’Ottavi, introduzione di Giuseppe Moretti.
5 Gary Snyder, Nel mondo poroso, sottotitolo: Saggi e inteviste su Luogo, Mente e Wilderness, a cura di Giuseppe Moretti, Mimesis Edizioni, collana Eterotopie, 2013; selezione di testi di Gary snyder di varie epoche fatta con il suo permesso, Introduzione di Giuseppe Moretti
6 Intervista del 1979 fatta a Snyder ad un suo vicino, Colin Kowal, apparsa in “Intercettare l’uomo naturale”, tratto da The real work, a New Direction Book, e presente in italiano ne “Il mondo poroso”
7 http://www.sentierobioregionale.org/letture.html

 

 

 

 

 

Lucio Battisti e la sublime disperazione d’amore

Ci sono romanzi, racconti, poesie e canzoni che colpiscono il cuore e rimangono lì per sempre. Le canzoni contenute nell’album “Emozioni” del 1970, frutto della collaborazione tra Lucio Battisti e Mogol, fanno parte a pieno titolo di questa categoria.C’è stato un tempo in cui un ragazzo e una ragazza si conoscevano ballando un lento.
Vuoi ballare?
Sì, se era carino
No, se era brutto
Se era carino si cominciava così: Come ti chiami? Cosa fai? E basta. Poi si ballava il lento, su Gino Paoli, ad esempio, oppure su Lucio Battisti appunto. Per essere quel tempo lontano dei lenti (anni ’60-’70 ) un periodo puritano e bacchettone, questo fatto che alle feste private, che usavano molto, e nei locali si ballassero i lenti era una gran furbata. C’era questo immediato contatto fisico, fatto di tatto, odorato, vista, ci si abbracciava, insomma, prima ancora di conoscersi. Ed era una cosa considerata normale, del tutto non trasgressiva. Era considerato normale cioè che ci si toccasse prima di conoscersi sul piano mentale. Bello, no? Sì, perché cosa c’è di più intimo tra due estranei che ballare un lento su una canzone d’amore di Lucio Battisti? Tra i due cominciava subito una storia, a volte “solo” un’amicizia, altre iniziava e finiva con quel primo e unico ballo; ma era comunque una storia di corpi, cuori e sentimenti. E questo perché si svolgeva in presenza di quel motore potente che è una canzone d’amore. Naturalmente non tutte le canzoni d’amore hanno questo potere di trapassare corpo e mente ed insediarsi stabilmente nel nostro cuore. Quelle di Lucio Battisti sì. Sono racconti, storie vere e proprie e sono le nostre! E’ quello che ci sta capitando, ci è capitato o ci capiterà. Spesso le canzoni dell’album “Emozioni” sono storie d’amore non ricambiato o frainteso, sono cioè storie dell’amore disperato. E il loro potere evocativo sta nella meravigliosa miscela che si crea tra la musica, le parole e la voce inconfondibilmente coinvolgente e romantica di Lucio Battisti. Prendiamo “ Fiori rosa fiori di pesco”. Prima di tutto c’è questo chiedere all’amata “scusa”. Solo i perdenti e gli incompresi in una storia d’amore chiedono sempre scusa. E subito dopo dice: “Sono venuto qui questa sera, fammi entrare per favore”. A chi non è capitato di chiedere e di implorare…di umiliarsi. Perché umiliarsi per amore è una cosa nobile e bella. Lei, l’amata, ha le mani fredde e trema; che bello, forse mi ama ancora, pensa lui. Ma poi vede l’altro e chiede scusa anche a lui: “ Signore chiedo scusa anche a lei”, dice. Chi non si è mai trovato in una situazione del genere alzi la mano.
Perché “Mi ritorni in mente” non è deliziosamente disperante? Lui e lei ballano insieme. Si capisce subito che la più forte nel rapporto è lei. Lui infatti è quello che ama di più. Dice il testo: “Quella sera ballavi insieme a me/ e ti stringevi a me/ all’improvviso, mi hai chiesto lui chi è/ lui chi è/ un sorriso, e ho visto la mia fine sul tuo viso/ il nostro amor dissolversi nel vento/ ricordo, sono morto in un momento” Le canzoni hanno testi che naturalmente vanno ascoltati insieme alla musica . Ma questi delineano la scena di una storia che ha un prima e un dopo. E la parola più importante che dà il senso alla storia è “All’improvviso”. All’improvviso è il topos di ogni romanzo, racconto, poesia che si rispetti. Perché tutto nel cuore umano avviene “all’improvviso”. Ed infatti basta l’ istante di uno sguardo per passare dall’idillio romantico alla disperazione. Perché lei fa quella domanda così crudele: “lui chi è?” E soprattutto perché la fa proprio a quello a cui è abbracciata? La risposta è semplice. Lei ha così tanto potere da volere che sia il suo innamorato diventato “all’improvviso” il suo ex innamorato, a portarle su un piatto d’argento il suo nuovo amore. Tanto che lui ricordando quell’amore ormai finito dice “ ricordo sono morto in un momento”. La morte nel cuore, chi non l’ha provata? Prima del tradimento, prima dell’essere lasciati. Perché il cuore sa tutto prima, molto prima della ragione, delle spiegazioni, delle parole.
La disperazione d’amore è il tema di tante altre canzoni di Lucio Battisti, basti pensare alle celebri parole contenute in “Emozioni” (che dà il titolo all’album del 1970): “E guidare come un pazzo a fari spenti nella notte/ per vedere/ se poi è così difficile morire. Oppure le parole altrettanto celebri di “Non è Francesca”, in cui il tradimento non viene preso in considerazione tra le cose che possono accadere: “Se c’era un uomo poi,
no, non può essere lei/Francesca non ha mai chiesto di più/chi sta sbagliando son certo sei tu/Francesca non ha mai chiesto di più/
perché/ lei vive per me. Cito infine la più emblematica tra le canzoni di Battisti sulla disperazione d’amore: “Io vivrò” in cui si dice: “Che non si muore per amore/è una gran bella verità/…solo continuerò e dormirò/mi sveglierò, camminerò/lavorerò, qualche cosa farò/qualche cosa farò/ sì, qualche cosa farò/qualche cosa di sicuro io farò/piangerò/sì io piangerò…”
Le canzoni dell’album di Battisti del 1970 le trovate cantate da Lucio Battisti qui:http://www.youtube.com/watch?v=F3NhSTix6rM&index=2&list=PLE6A1EC6093E54079

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

James Koller, il poeta del mondo naturale

James Koller

Ci sono persone che condensano in se stesse epoche intere; con i loro scritti e le loro apparizioni pubbliche testimoniano e tramandano eventi diventati tradizioni, poesie diventate poetiche, storie diventate letteratura.Una di queste persone è James Koller, ( Oak Park ( Illinois) 1936 ), poeta, esponente del Bioregionalismo , fotografo, editore.Da giovane partecipò alla Beat Generation e in seguito ai movimenti nati nella San Francisco degli anni ’60. Diventato amico di Franco Beltrametti con lui girò gli Stati Uniti e l’Europa. Nel 1964 fonda la rivista Coyote’s Journal e la casa editrice Coyote Books, attualmente attive. Oggi vive nel Maine e spesso viene in Italia per dei Readings. E’ spostato e ha sei figli. Jame Koller è un uomo alto e allampanato, dalle spalle un po’ curve, una lunga coda di cavallo portata con affascinante disinvoltura, scarpe grosse antiche e una faccia piena di nostalgia degli anni finiti. Jim è un poeta. Per il mondo è anche altre cose ( marito, padre, fondatore del movimento bioregionale e di riviste…). Ma per me è soprattutto un poeta. Anzi Jim è la poesia. La sua faccia, il suo parlare, il suo camminare, il suo guardarti, la sua malinconia sono poesia vivente. Jim non è diverso dalla sua scrittura, ecco il segreto del vero poeta. Le sue poesie parlano di coyotes, lupi, cervi, vecchi capi indiani, donne dalle ampie gonne, amori troppo presto finiti.Jim quando viene in Italia a leggere le sue poesie e a salutare vecchi e nuovi amici si ferma nelle case, nelle osterie, nelle librerie, si alza e legge. Non mostra alcuna emozione particolare nel farlo. Jim è molto cool a vederlo. Non solo quando legge le sue poesie, ma anche quando parla, quando sta in mezzo alle ragazze piene di curiosità per questo vecchio ragazzo beat, che chissà quante storie ha da raccontare. Molte delle poesie di Jim sono tradotte e pubblicate in “Terrapoesia”, collana poetica della rivista Lato Selvatico. Le poesie di Koller si inseriscono nella tradizione naturalistica della poesia americana (di cui un altro importante rappresentante è Gary Snyder) che pone al centro della propria ispirazione dettagli, aspetti piccoli e grandi della vita animale e naturale, così come si presentano “ nel mondo reale”. Un mondo reale, concreto, di vita e di morte, ma spiritualizzato. In una intervista di qualche anno fa Koller ha infatti affermato “Credo che tutto ciò che esiste abbia uno spirito e che questi spiriti rimangano anche mentre noi cambiamo le nostre forme”. E’ un mondo reso sacro dall’attenzione quello di James, pratica mentale che ferma il tempo: “ Prendo tempo/ prendo tempo/esamino tutto/ la siepe, l’orlo del bosco/esamino tutto/ attentamente”. La possibilità di recuperare la nostra natura originaria James Koller l’affida quindi al suo sguardo poetico su falchi, cervi, boschi, fiumi, monti, volpi.. Nella raccolta “Canto del Falco della coda rossa e altre poesie” scrive:
Parla a tutti quelli che ne hanno bisogno/quelli venuti prima di te/quelli ancora con te adesso/quelli che passano, porta il messaggio/parla alle aquile, parla ai corvi/parla al vento, parla al fulmine/parla ai monti, parla agli alberi/parla ai fiumi, parla alla pioggia/sotto & sopra & attorno/Questo è dove tutto comincia…”
Ancora più legati alla tradizione popolare americana sono i testi raccolti in “Lo spettacolo delle ossa” ( The bone show).
Solo un esempio:
Coyote:

Ritorno sempre -/rinasco, rinasco./Come il Cielo Azzurro./So quello che mi precede/quello che segue e quello che verrà./So tutto, chiedetemi./Tutto succederà./Tutto al momento giusto./Tutto come è previsto./Guardate come faccio io….”
Ma ci sono poesie anche di argomento personale, legate alla passione amorosa. Nella raccolta “Cenere e Brace”troviamo il tema dell’abbandono:
Quando ho visto l’abito bianco appeso/ho visto lei in quell’abito, l’ho visto aderire/alla sua vita lunga e snella, allargandosi sui fianchi./L’ho portato a casa e glielo ho dato./Non ha voluto provarselo mentre la guardavo./E’ rimasto sulla macchina da cucire per giorni,/per settimane piegato nella cesta dei rammendi./Quando mi ha detto di prendere il largo/ha buttato l’abito in un sacco marrone/per beneficenza”
Il motivo amoroso lo troviamo anche qui:
…Lei si è mossa sul letto/nella luce lunare./Le curve del suo corpo/erano lì, luce e ombra/sul lenzuolo scuro./Ho tracciato l’ombra/con la punta delle mie dita./Lei descriveva le onde/che tornano indietro/più larghe e rimangono/anche quando sono andate…”
James Koller, dopo l’esaurirsi dell’energia creativa della beat generation, è approdato al movimento bioregionale, diffusosi a partire dagli anni ’70 negli Stati Uniti, e presente anche in Italia intorno alla rivista Lato Selvatico e al suo animatore Giuseppe Moretti.
In un’intervista Koller alla domanda Che cos’è il movimento bioregionale, risponde:
Un’isola ha un perimetro chiaramente definito. Ciò che accade sull’isola, a proposito della struttura dell’ambiente e in termini di economia e dinamica della popolazione, fa parte di modelli biogeografici. I famosi ecosistemi,i cui perimetri sono meno chiaramente definiti su un più vasto gruppo di terreni contigui, sono analogamente regioni con modelli biogeografici. Si deve pensare a tali regioni come a delle bioregioni. Il movimento bioregionale iniziò negli U.S.A negli anni ’70 quando i componenti di gruppi ecologicamente consapevoli, specialmente coloro che sentivano di essere parte di una “società alternativa”, si risistemarono nelle abitazioni o nelle aree nuove, cercando di ridefinire e di capire ex novo il concetto di “regione” in termini di ecologia e del “vivere in maniera giusta” in quelle aree prescelte. Uno studio della progressione culturale umana e delle usanze in questi luoghi aiutò a chiarire i modelli biogeografici e quei cambiamenti positivi o negativi che si erano effettuati o che erano stati resi possibili con ogni nuovo tentativo”.
Non so nulla della vita americana di Jim, non so come sia la sua casa, la sua cucina, il suo armadio. Ma so com’è il bosco dove lui cammina, i falchi che ha visto mille volte, la donna che ha molto amato e che non lo capiva. Me li posso immaginare perché lui nelle sue poesie ne parla. Rispecchiano quel mondo e per chi non ne sa nulla possono anche spiazzare. Questo perché da noi non siamo abituati alla spontaneità in poesia, al fatto che essa rappresenti ed esalti momenti di vita di una grande intensità pur nella loro semplicità e quotidianità. Da noi resiste ancora l’idea che più la poesia è oscura e meglio è.L’ultima volta che Jim è venuto in Italia è stato l’anno scorso per il suo solito tour di readings. E’ venuto anche a leggere le sue poesie alla Locanda Pincelli di Selva Malvezzi vicino a Bologna. Abbiamo stampato dei volantini per pubblicizzare l’evento. E’ venuta gente da Bologna, ma più che altro c’era la gente del paese, quella che i venerdì si raduna in questo locale per ascoltare musica rock dal vivo, mangiare buon cibo della cucina bolognese e bere buoni vini. Jim è stato la star della serata. La star venuta dall’America. Quell’America da molti di noi sognata, immaginata mille volte sui libri di Ginsberg, Kerouac, Ferlinghetti e gli altri meravigliosi frutti di quella generazione.