La prima notte di quiete di Valerio Zurlini

Prima di tutto il cappotto di cammello ( che era del regista ) che Delon porta in un modo tanto anni ’70, tanto gioventù che piano piano disperatamente si sgualcisce. E poi il mare d’inverno, naturalmente. E sempre a prendersi tutta la scena lui, Delon, fascino degli occhi, bocca, mani, busto che si inarca mentre fa l’amore come un affamato che finalmente mangia. Ma poi è tutto il film in ogni suo singolo fotogramma ad essere puro fascino e nostalgia di quel puro fascino che si poteva esprimere solo quando il film è stato girato (1972). L’ho comprato il DVD di questo film anni fa e me lo riguardo a distanza di tempo, neanche tanto tempo, mi coinvolge, parla di me che mi identifico in  Daniele, il personaggio interpretato da Delon, ma anche in Vannina interpretata da Sonia Petrova, nel suo spasmodico bisogno d’amore. Entrambi ne soffrono e se ne disperano. E quando si incontrano si riconoscono perché prima avevano già tutto cercato, provato e definitivamente perduto. Si credevano falliti, persi, ancora vivi ma solo così per caso e senza più voglia di niente. Vannina, giovanissima incontra Daniele a scuola, è una sua allieva; lui ha  trentasette anni e quasi mai per tutto il film si toglie lo stesso cappotto di cammello, lo stesso maglione a collo alto, gli stessi pantaloni, le stesse scarpe che mi sembrano quegli scarponcini scamosciati che si usavano allora sia d’inverno che d’estate.  Lei solo storie di sesso alle spalle, è l’amante di Gerardo, il ricco del posto, lui è un insegnante supplente nel liceo cittadino; a casa ha una compagna, Monica,  la bellissima Lea Massari, nel ruolo ingrato della donna tradita, che però si fa tradire ma non lasciare. Daniele diventa amico della combriccola di giocatori di poker e festaioli del posto di cui fanno parte anche Vannina e Gerardo. Fantastica, struggente e distruggente la scena in cui in una discoteca sulle note di “Domani è un altro giorni si vedrà” cantata da Ornella Vanoni, il professore assiste al lento di Vannina e Gerardo, con lei che gli si struscia, gli si aggrappa guardando Daniele per quasi tutto il tempo. Ma poi i due si mettono insieme e progettano la fuga. Ma il  finale non poteva essere un happy end, avrebbe fatto crollare miseramente a terra l’impianto emotivo del film. Di culto. Passa ogni tanto anche in Tv.

 

 

Larry Sloman, On the road with Bob Dylan -Storia del Rolling Thunder Revue (1975)

cover

Questo libro sembra su Bob Dylan e il suo Rolling Thunder Revue del 1975, ma in realtà è un’autobiografia della partecipazione del  suo autore, Larry Sloman al tour stesso; è la sua visione di quel tour di sei settimane dall’ottobre al dicembre del ’75, e del suo strambo modo di avervi partecipato. Sì perché per tutto quel tour lui non fa che prendere pesci in faccia da varie persone dello staff di Dylan che gli impediscono continuamente di avvicinarlo, di soggiornare nel suo stesso albergo, di parlare con i suoi musicisti, e questo dopo che per settimane Larry a New York aveva frequentato Dylan nei locali, alle feste, nello studio di registrazione dove lavorava. Ora si ritrova ad essere cacciato dovunque si presenti, e lui sopporta stoicamente, ingoia tutti i rospi, perché ha uno scopo, scrivere articoli per la rivista Rolling Stones e soprattutto un libro su quel tour.
Infatti quella che apparecchia Sloman è la commedia umana di tutto quel mondo composto da una settantina di persone che sta intorno a Dylan per far sì che il tour funzioni alla perfezione. Dylan in realtà compare poco, a parte i concerti, allora come oggi lui si defila, non si fa afferrare, non risponde alle domande. In compenso è l’oggetto dei desideri, dei discorsi, delle discussioni di tutti gli altri. C’è una gerarchia di ruoli e persone molto rigida e organizzata, se sei Joan Baez e Joni Mitchell puoi fare quello che ti pare, altrimenti devi stare agli ordini. Ratso, come viene ben presto soprannominato Sloman, è all’ultimo gradino della gerarchia insieme ad esempio alla groupie Lisa e alla cantante attrice Ronee Blakley, che nonostante abbia partecipato al film di Altman Nashiville, non è granché considerata dalle altre star durante il tour di Dylan.
Sloman ha registrato ogni conversazione avuta e sentita per strada, sui set del film che si gira sul tour, alle cene e colazioni del mattino dei musicisti in cui è riuscito a intrufolarsi; nel libro vengono spesso riportate parola per parola. Conversazioni su cosa? Niente di trascendentale in realtà, su come ha suonato e cantato Dylan nel concerto della sera prima o in quello che sta avvenendo in quel momento, sul cibo, sulla rivista Rolling Stones o sul film che si sta girando.
Ma lo stile del libro non è da resoconto, da articolo per una rivista, lo stile è narrativo, lo stile è da romanzo. E’ il romanzo della partecipazione di Sloman al  tour di Dylan del ’75, ma, come ho detto, Dylan  compare quasi sempre di sfuggita, esce da una stanza e scompare, si fa vedere in un corridoio e sparisce. Ma poi la sera sale sul palco ed è sempre un trionfo, non solo per il pubblico, ma anche per chi, come Ratso lo spettacolo lo vede ogni sera; si esalta tutte le volte, applaude freneticamente e canta le canzoni insieme al pubblico, perché a quanto pare Dylan dà tutto se stesso ogni sera, ogni sera è migliore di quella precedente. Ci sono pagine dedicate a varie persone, ad esempio a Kerouac quando il tour passa da Lowell o a Leonard Cohen, a Sara, moglie di Dylan e a sua madre Beatty, e a Ruby Carter, incarcerato per un delitto che non ha commesso per la liberazione del quale viene fatto un concerto nella prigione dove è rinchiuso. Tutti in questa rappresentazione che fu il Thunder Revue hanno un copione non scritto che recitano alla perfezione. Solo Ratso non lo ha perché essendo un “fuori casta” gode della libertà di essere se stesso. Lui non deve recitare un ruolo, disprezzato com’è da tutti  non ha una carriera da salvaguardare, non è uno sul ring del successo. Lui è quello che guarda l’altrui successo. Nell’essere ostili o sarcastici o sprezzanti nei suoi confronti gli altri appaiono costretti a recitare la loro quotidiana parte, divertendosi il più delle volte, ma vivendo una vita separata e protetta dal mondo reale che li usa e li adora.
Ci sono foto di gruppo su questo tour in cui tutti quelli che vi parteciparono sembrano degli hippies della summer of love di San Francisco. Per l’abbigliamento, la postura, il modo di sorridere. In realtà nel ’75 il vero mondo hippy era finito da un pezzo ed era cominciato il tempo (non ancora finito in fondo) del fare affari con lo stile  hippy. Con questo voglio dire che anche se il Rolling Thunder Revue poteva sembrare a prima vista una grande comune che viaggiava in America a “fare musica”, in realtà a leggere questo libro sembra essere stato un tour ben organizzato di varie star musicali. Al suo interno ci sono le persone importanti, quelli che fanno la guardia alle persone importanti e poi quelli che non sono per niente importanti. Come Ratso appunto. A me lui è molto simpatico, salta e prilla più o meno strafatto dalla mattina alla sera, fa mille telefonate al minuto, rompe le scatole a tutti, mendica interviste, ma sa di essere uno che deve stare al suo posto; come si dice più volte nel libro “lui non è uno di noi”. C’è il noi e il non noi. I “noi” fanno “la cosa Joan Baez”, “la cosa Joni Mitchell”, “la cosa Bob Dylan”. Quest’ultimo sembra sottrarsi più di tutti alla recita dell’essere Dylan. Dovunque si trovi scappa. Se lo cerchi dove ti hanno detto che è, non c’è più. Un po’ come oggi per il Nobel, probabilmente la fortuna di Dylan è fare “la cosa Dylan” solo sul palco.

Qui un resoconto dettagliato di Larry Sloman sul Rolling Thunder Revue n italiano:
http://www.maggiesfarm.it/bs5booklet.htm

Sul bellissimo libro di Caterina Saviane, Ore perse- Vivere a sedici anni

Ha sedici anni quando scrive questo magnifico libro, diario-romanzo,  pubblicato nel 1978 dalla Feltrinelli. Ha sedici anni. Eppure ogni pagina trasuda di nostalgia, come se quello che vi si racconta fosse avvenuto decenni prima, come se a scriverlo fosse qualcuno che da vecchio parli della sua gioventù. Sedici anni. Eppure è come se chi scrive avesse già tutto vissuto, tutto visto  e tutto creduto, ed ora disilluso e avvilito rivive quei sedici anni con l’amarezza di chi non crede più a niente. Tanto da farle dire ad un certo punto: “Mi sembra di essere una diva del muto”. Sedici anni.
Non è un libro sull’avere sedici anni, è una riflessione adulta, matura, sulla vita in generale, i rapporti-non rapporti tra le persone, la natura, i cani, le vacanze, i viaggi, la solitudine, gli amici. La scrittura mi ha impressionato, sorvegliata, ponderata, profonda nella ricerca di una aderenza perfetta a quel che si vuol dire, prima di tutto a se stessi.
Sedici anni. Io i miei non me li ricordo, nel senso che allora non ero niente.

Alcuni discorsi di Dharma di due Lama Tibetani: Lama Yeshe, Lama Zopa Rinpoce, Il potere della saggezza – la scienza interiore del Buddha, Chiara Luce Edizioni, 2006

 

Questo libro contiene i discorsi tenuti da Lama Thubten Yeshe e dal suo discepolo Lama Thubten Zopa Rimpoce, sia durante un loro viaggio negli Stati Uniti nel 1974, che in altri viaggi avvenuti in Svezia e Svizzera nel 1983. Il volume contiene anche un’intervista a Lama Yeshe a proposito dell’Educazione Universale, e una sua lezione tenuta a Kopan nel 1975. Questi due Lama avevano iniziato ad insegnare il buddismo tibetano ad occidentali provenienti da tutto il mondo, in prevalenza giovanissimi hippies, a partire dalla metà degli anni ’60 sulla collina di Kopan, nei pressi di Kathmandu. Il primo corso vero e proprio avvenne nel 1971, seguito da molti altri negli anni seguenti. Ancora oggi il monastero buddista di Kopan è meta di studenti provenienti da tutto il mondo desiderosi di imparate il Dharma. Per quanto riguarda gli insegnamenti tenuti negli Stati Uniti essi avvennero a Nashville, nell’Indiana, a Boulder nel Colorado, a Berkeley in California, alla Columbia University di New York, a Fair Lawn nel New Jersey. Riguardarono gli aspetti principali del sentiero buddista di tradizione tibetana, come ad esempio: “Lo scopo della meditazione”; Alla ricerca delle cause dell’infelicità”; Come sorgono le illusioni”, “I tre aspetti principali del sentiero”; “Integrare il Dharma nella vita”.Lama Yeshe ( morto nel 1983) e Lama Zopa, attualmente a capo dell’organizzazione da loro creata, l’FPMT, ovvero la Fondazione per la preservazione della tradizione Mahayana, furono in grado di rivolgersi ai giovani occidentali che raggiungevano la collina di Kopan, e agli altri che li incontrarono in Occidente, in un linguaggio non tecnico, non esoterico, semplice in fondo, e soprattutto che entrava empaticamente in contatto con le loro menti desiderose di spiritualità.

 Sopratutto Lama Yeshe possedeva un enorme potere carismatico, nel senso più strettamente religioso che possiamo dare a questo termine ( dono di Dio, grazia). Egli fu il primo Maestro Tibetano a comprendere il potenziale spirituale di quei giovani occidentali che in fuga dalle lusinghe materialistiche dell’Occidente, cercavano una vita alternativa che andasse al di là delle droghe che in quel periodo era così facile procurarsi in India e Nepal. Molti divennero suoi discepoli, altri si dedicarono allo studio del tibetano, moltissimi si diedero alla vita monacale, dedicandosi a lungi ritiri sulle montagne del Nepal. Oggi dirigono Centri e Monasteri, insegnano il Buddismo e traducono nelle lingue occidentali testi e insegnamenti dati dai Lama in tibetano.

 

Tra gli insegnamenti contenuti nel volume vorrei partire con il riassumere e commentare ( con le mie modeste capacità) “Accostarsi alla studio del Dharma”, discorso tenuto da Lama Yeshe al Naropa Institute di Boulder in Colorado nel Luglio del 1974. All’inizio di questo discorso Lama Yeshe mette in guardia dall’avvicinarsi al buddismo con l’unico scopo di collezionare l’ennesimo insegnamento. Le persone sono affascinate dalle parole e “dall’infinita varietà di conoscenze che si possono acquisire…Questa avidità intellettuale dimostra quanto sia radicata quella superstizione che spinge a credere che sia possibile raggiungere la sicurezza, felicità e la liberazione semplicemente accumulando la conoscenza di nozioni e fatti” (pag. 28). Bisogna mettere in pratica quello che si studia. Come? Adottando una disciplina mentale, che significa “ sviluppare una grande consapevolezza di tutte le vostre azioni… Quanto più diventerete consci delle vostre azioni, tanto più svilupperete la saggezza, in altre parole potrete modificare coscientemente il vostro karma” ( pag. 32). E in questa parte del suo discorso Lama Yeshe mostra come quello del karma non sia un concetto difficile, solo perché è espresso con una parola straniera. Mangiare, camminare, dormire è karma, ogni giorno creiamo centinaia di azioni karmiche anche se non ne siamo consapevoli. Imparare a esserne coscienti è la disciplina del controllo della propria mente. Anche gli altri testi contenuti in questo volume ruotano intorno a quella che è la vera natura della mente umana e le illusioni che la oscurano. Infatti l’insegnamento nel buddismo tibetano è sempre lo stesso da centinaia di anni e dipende dal lignaggio a cui appartiene chi lo insegna.

Nel caso di Lama Yeshe e Lama Zopa essi appartengono al lignaggio del grande studioso Lama Tzong Khapa ( 1357-1419) che fondò la scuola Ghelup a cui appartiene anche il Dalai Lama. Dal momento in cui Lama Yeshe e Lama Zopa cominciarono ad insegnare agli occidentali ( su loro richiesta) è il modo di esporre l’insegnamento che è cambiato non l’insegnamento in sé. Lo dice molto bene Lama Yeshe nel testo contenuto nel volume dal titolo “L’educazione Universale” laddove afferma che “ il buddhismo riguarda l’universo nel suo complesso, e noi tibetani possediamo le istruzioni che svelano la realtà universale. Ma questi insegnamenti devono assumere una nuova forma, devono adottare un nuovo linguaggio, solo così questo patrimonio potrà contribuire al benessere comune di tutta l’umanità” (pag. 248).
Dal punto di vista teorico e filosofico il testo più importante contenuto nel volume è l’esposizione e il commento da parte di Lama Zopa de “ I tre aspetti principali del sentiero composto da Lama Tsong Khapa, testo che fa parte della tradizione degli insegnamenti Lam Rim ( il Sentiero graduale verso l’Illuminazione) . Dice Lama Zopa: “ L’essenza di tutti gli insegnamenti di Dharma si può riunire in tre punti essenziali, solitamente definiti I Tre Aspetti Principali del Sentiero per l’Illuminazione: la mente dotata di autentica rinuncia; la motivazione illuminata di bodhicitta ( ovvero l’aspirazione altruistica di ottenere la piena illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri); e la corretta visione della vacuità ( la natura ultima della realtà, la totale assenza di esistenza inerente e di vera identità di tutti i fenomeni)” ( pag 88). Cos’è l’autentica rinuncia? A cosa dobbiamo rinunciare? Diciamo subito che non si tratta di rinunciare alle cose che ci piacciono della nostra vita, si tratta di rinunciare alla sofferenza e alle sue cause. Sofferenza che non deriva dalle cose che possediamo o dalle cose che ci piacciono, ma dall’attaccamento ad esse, dall’ossessione che abbiamo per esse. “ Il problema non è godere dei nostri beni ma provare dell’attaccamento per essi” (pag. 101). Ma praticare la rinuncia non è sufficiente. “Se vogliamo raggiungere la meta suprema della mente di Buddha, la mente dotata di una completa rinuncia deve possedere bodhicitta, cioè la motivazione di voler ottenere l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri viventi” (pag. 108). La parola chiave è motivazione. Essere altruisti non basta e non conta se non è accompagnato dalla giusta motivazione, quella che aspira al benessere universale. Presupposto di questa motivazione è l’avere già sviluppato dentro di sé la compassione, cioè il desiderio che tutti gli esseri siano liberi dalla loro sofferenza. A sua volta la compassione nasce dall’amore, cioè dal desiderio che tutti gli esseri siano felici. Ma questo a sua volta sarà possibile solo se avremo praticato l’equanimità, che consiste nel considerare tutti nella stessa maniera, senza distinzioni tra amici e nemici. Il terzo sentiero, dopo quello della rinuncia e della mente di bodhicitta è la saggezza della vacuità, ovvero la corretta visione della realtà. “ E’ molto difficile avere una visione chiara della realtà perché la nostra mente è abituata da sempre a percepire le cose in modo distorto” (pag. 122). Per spiegare la vacuità Lama Zopa parte dal concetto buddista di Io, che è molto diverso, anzi antitetico al modo che hanno avuto la religione, la filosofia e la psicologia occidentali di intenderlo. Egli afferma che “ Da tempo senza inizio abbiamo pensato al nostro io come a qualcosa di inerentemente unico, innato e dotato di una esistenza completamente indipendente che sembra non dipendere dal nostro corpo, dalla nostra mente, o da qualsiasi altro fattore”( pag. 122). E continua dicendo che esiste effettivamente un io convenzionale , ma noi lo percepiamo nella maniera sbagliata, ovvero come qualcosa di indipendente e autonomo. Oppure al contrario come qualcosa che è un tutt’uno con il corpo e la mente. Ma se così fosse questo io sarebbe identificabile in qualche parte del nostro corpo, ma così non è. Riflettendo a lungo su questi concetti, afferma Lama Zopa, si arriva facilmente alla conclusione che non può esistere un io indipendente. Più avanti si afferma che esistono due livelli di verità: la verità convenzionale o relativa, e la verità assoluta e definitiva, la vacuità, cioè la percezione diretta del fatto che tutti i fenomeni “sono privi di una reale e indipendente esistenza a sé stante” (pag. 125). Si parla qui di percezione diretta della vacuità, non di quella puramente intellettuale, bensì di quella intuitiva. Non si afferma, continua Lama Zopa, che l’io non esiste, e che non esistono i fenomeni e le persone. Esistono ma in dipendenza del nostro corpo e della nostra mente; esiste un io che vive, compie azioni, che fa parte di un continuum di azioni e reazioni. L’estremismo nichilista, afferma Lama Zopa, è molto pericoloso e può portare a gravi disturbi. Dobbiamo raggiungere uno stato in cui saremmo in grado di distinguere la verità assoluta della vacuità dei fenomeni, e nello stesso tempo apprezzare le gioie della verità relativa.

Nel testo “Integrare il Dharma nella vita”, discorso tenuto da Lama Yeshe nell’agosto 1974 nel New Jersey, si pone l’accento sul fatto che “ I Lama parlano soprattutto del presente, di ciò che sta accadendo nella vostra mente proprio in questo momento” (pag. 131). E continua dicendo “ Alcuni possono pensare che il Dharma sia un fenomeno culturale strettamente limitato all’Oriente, ma non è affatto così…La saggezza del Dharma è universale…Come iniziare la giornata con la saggezza del Dharma? Invece di seguire gli istinti del vostro Ego, che vi spinge a soddisfare il bisogno di caffè. svegliatevi con calma, e con attenzione osservate il vostro stato mentale, quindi determinate la motivazione che vi sosterrà per tutto il resto della giornata. Vivere semplicemente per il caffè non ha nessun valore. E’ molto meglio dedicare questa giornata allo sviluppo di bodhicitta” (pag.134). Come si vede da questa prima affermazione di Lama Yeshe praticare il buddismo non è una cosa semplice. E’ un impegno, è un assumersi delle responsabilità non solo verso se stessi, ma soprattutto verso gli altri, e come si dice nel testo appena citato, per tutta la nostra giornata. Come abbiamo visto la bodhicitta non è semplicemente amore e compassione per gli altri è l’aspirazione altruistica di ottenere la piena illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri, quindi si “lavora” non per raggiungere l’Illuminazione per noi stessi ma perché solo così potremmo essere di beneficio agli altri. Lama Yeshe era famoso perché non raccontava storie antiche tibetane per spiegare con esempi la pratica buddista. Gli esempi li traeva dall’esperienza dei suoi studenti occidentali. In questo testo per spiegare cosa siano la realtà convenzionale e quella ultima fa l’esempio dei bianchi e dei neri in America ( ricordiamoci che siamo negli anni ’70). Egli afferma che quando un bianco e un nero sono uno di fronte all’altro è come se non si vedessero. “ Il bianco proietta una minacciosa immagine nera sull’altro, e il nero fa lo stesso. E prosegue dicendo: “ Ciò che fa la differenza non è cosa vedono ma come lo vedono” (pag. 139). Liberarsi della falsa visione della realtà, frutto delle proprie illusioni, non è una cosa da “brave persone”, perché liberarsi dalle illusioni e vedere la realtà così com’è e il presupposto per essere felici. A questo proposito nel testo si dice: “Potreste pensare: Il lama parla molto, ma sono solo congetture, prive di fondamenti pratici” ( pag. 140). A questa possibile obiezione Lama Yeshe risponde come sempre dicono di fare i Lama tibetani, e cioè invita a mettere alla prova gli insegnamenti sperimentando di persone se sono validi o no. Un ultimo testo contenuto nel volume Il potere della saggezza a cui vorrei solo accennare perché è piuttosto lungo è “Vita, Morte e Stato Intermedio”, insegnamento tenuto da Lama Yeshe in Svizzera nel 1983. E’ un testo bellissimo e andrebbe citato parola per parole, anche perché Lama Yeshe non esponeva gli insegnamenti semplicemente così come li aveva appresi, era come se intuisse quello di cui le persone che lo stavano ascoltando avessero bisogno, e questo senza addolcire o annacquare le difficoltà contenute nell’insegnamento stesso. Questo perché non erano cose che lui aveva solo studiato, lui le aveva vissute, lui parlava per esperienza personale. Purtroppo non l’ho conosciuto di persona perché mi sono avvicinata al buddismo tibetano da pochi anni, ma ho letto i suoi libri e soprattutto visto i video che lo mostrano durante gli insegnamenti. Corrispondono a quello che mi hanno detto tutti coloro che lo hanno conosciuto. Quelli almeno che ho contattato personalmente dato che sto cercando di scrivere un romanzo ispirato ai primi giovanissimi studenti di Lama Yeshe a Kopan negli anni ’70. Tutti, che fossero italiani, americani, canadesi o tedeschi, mi hanno detto la stessa cosa: “era come se vedesse dentro di me, ci amava e aveva un senso dell’umorismo grandissimo”. Forse questi tre aspetti non sono di moda in un maestro qualificato, ma personalmente non sono contrario alla devozione, se praticata in misura ragionevole.
Tornando a “Vita, Morte e Stato Intermedio”. C’è una grande differenza tra la concezione della morte in occidente e la concezione della morte nel buddismo tibetano; la differenza più grande, a mio parere, non sta tanto nel fatto che in occidente si pensa che non ci sia niente dopo la morte oppure se si è cristiani che ci sarà una vita, ma in un luogo “altro” rispetto al nostro, quando invece nel buddismo si crede nelle infinite rinascite. A mio parere la differenza più grande è che per il buddismo la morte non consiste nella cessazione del respiro. Dice Lama Yeshe nel testo. “ I dottori occidentali credono che quando avete smesso di respirare siete morti, pronti per la cella frigorifera! Secondo il buddhismo anche se la persona non respira è ancora viva e sta sperimentando le cosiddette quattro visioni: la visione bianca, la visione rossa, la visione nera e la visione di chiara luce” (pag. 210). Dopo inizia il bardo in cui accadono cose simili a quelle che sperimentiamo durante lo stato di sonno: “Proprio come nel sogno, quando il corpo riposa addormentato, la bramosia del desiderio opera allo stesso modo. Ed è così potente che anche quando il corpo è freddo e la circolazione dell’aria e del sangue è cessata, interiormente continua a funzionare, insieme agli altri veleni psichici…” (pag. 236). Ma poche righe dopo assicura i suoi ascoltatori dicendo che questo a loro non capiterà: “ Non dovere preoccuparvi delle difficoltà della morte. Non dovere preoccuparvi perché dentro di voi avete tutti un certo grado di amore e benevolenza” (pag. 237
Biografie di Lama Yeshe e Lama Zopa:
Lama Thubten Yeshe, il cui nome è conosciuto e pubblicato in Italia come Lama Yesce, nacque in Tibet. All’età di sei anni entrò nell’Università Monastica di Sera Je, a Lhasa, capitale del Tibet. Studiò nel monastero fino al 1959, quando l’invasione cinese del Tibet lo obbligò a fuggire in India.Lama Yeshe continuò a studiare e meditare in India fino al 1967, quando, con il suo principale discepolo, Lama Thubten Zopa Rinpoce, decise di recarsi in Nepal, dove, due anni dopo, fondò il monastero di Kopan, vicino a Kathmandu.Nel 1974 i due lama iniziarono a fare viaggi di insegnamento in Occidente, in seguito ai quali si formò una rete mondiale di centri di insegnamento e meditazione di buddhismo, l’FPMT internazionale.Nel 1984, dopo dieci anni di insegnamenti mahayana e dopo aver ispirato alla ricerca interiore e alla pratica del buddhismo molti occidentali, Lama Yeshe lasciò il corpo, all’età di quarantanove anni. Nel 1985 nacque in Spagna, da genitori spagnoli, Ösel Hita Torres, che Sua Santità il XIV Dalai Lama identificò quale reincarnazione di Lama Yeshe, nel 1986.
Lama Zopa Rinpoce è nato a Thami, in Nepal, e a tre anni è stato riconosciuto come la reincarnazione dello yogi Kunsang Yeshe, il lama di Lawdo, dell’etnia scerpa e del lignaggio buddhista Nyingma. All’età di dieci anni, durante un viaggio con lo zio, volle fermarsi in Tibet a studiare e meditare nel monastero di Domo Ghesce Rinpoce, vicino a Pagri, dove rimase fino a quando l’occupazione cinese del Tibet non l’obbligò a mettersi in salvo nel Buthan. Lama Zopa Rinpoce, in seguito, raggiunse il campo profughi di Buxa Duar, nel Bengala occidentale (India), dove incontrò Lama Yeshe, che divenne il suo Maestro principale. I due lama si recarono in Nepal nel 1967, e nei successivi due anni fondarono i monasteri di Kopan e di Lawdo. Nel 1971, Lama Zopa Rinpoce guidò il primo dei suoi corsi-ritiro sul lam-rim (il sentiero graduale mahayana), che si rinnovano annualmente a Kopan. Nel 1974, insieme a Lama Yeshe, Rinpoce iniziò a insegnare in varie parti del mondo e a fondare centri di buddhadharma. Quando Lama Yeshe lasciò il corpo nel 1984, Rinpocedivenne direttore spirituale della FPMT invitato da S.S. il Dalai Lama.
(Da http://www.iltk.org/it/istituto/lignaggio-e-maestri/i-fondatori#yeshe )

Questa recensione è già apparsa in http://samgha.wordpress.com/
siti utili:
http://www.lamayeshe.com/ ( l’archivio ufficiale)
http://biglovelamayeshe.wordpress.com/ ( biografia a puntate)
http://www.iltk.org Il centro a Pomaia ( Pisa)

 Le foto presenti in questo articolo provengono dall’archivio LamaYeshe: http://www.lamayeshe.com/

 

 

 

Kopan 1970

Erano pieni di difetti –
erano arroganti
erano gelosi un dell’altro
lo stesso essere così giovani
era di per sè un difetto –
e poi fumavano gli spinelli
e gli piaceva l’LSD –
si arrabbiavano
ed erano assetati di sesso
lo facevano, gli piaceva
e gli piaceva il buon cibo
e gli piaceva la birra gelata –
eppure ci provarono
ci provarono
a praticare la calma mentale
e a non attaccarsi troppo
ai piaceri dei loro sensi –
ci provarono
ci provarono
ancora e ancora –
quello che si può fare
è solo provarci
ma senza riuscirci mai del tutto
riuscendoci solo un pò
e per qualche piccola volta –
 ma Z. meditò morendo