About Dianella Bardelli

In questo blog sono presenti mie recensioni di romanzi e saggi su vari argomenti, soprattutto sulla letteratura della beat e hippy generation. Scrivo romanzi, spesso ambientati negli anni '70-'80'; e poesie; ne ho pubblicati alcuni : Vicini ma da lontano, I pesci altruisti rinascono bambini, Il Bardo psichedelico di Neal ; è un romanzo sulla vita e la morte di Neal Cassady, l’eroe di Sulla strada. Poi ho di recente pubblicato il romanzo "Verso Kathmandu alla ricerca della felicità", per l'editore Ouverture; ho pubblicato un libretto di poesie: Vado a caccia di sguardi per l'editore Raffaelli. Ho ancora inediti alcuni romanzi, uno sulla vita e la poesia di Lenore Kandel, poetessa hippy americana; un secondo invece è un giallo ambientato nella Bologna operaia e studentesca del '68; un terzo è è sull'eroina negli anni '80 a Milano e un altro ancora sul tema dell'amore non corrisposto. Adoro la letteratura della beat e hippy generation, soprattutto Keroauc, Ginsberg e Lenore Kandel. Scrivo recensioni su http://samgha.me/ e http://cronacheletterarie.com/ mio profilo in Linkedin: http://www.linkedin.com/pub/dianella-bardelli/45/71b/584

Perché preferisco Sal Paradise di Kerouac a Holden Caulfield di J. D. Salinger?

Sulla strada e il giovane Holden sono stati pubblicati entrambi negli anni ’50. Ma Holden è prima della rivoluzione-ribellione-viaggio dentro- fuori se stesso. Prima dell’amicizia tra eguali. Che è quello che troviamo in Sulla strada. Holden finisce in ospedale psichiatrico, Sal no. Kerouac va contro la corrente, Jack non sta fermo, rimugina sì come Holden ma intanto lui è la rivoluzione beat. Si parla del ’68, ma per me la vera rivoluzione l’hanno fatta i Kerouac, i Ginsberg e dopo di loro gli psichedelici e gli hippy. Gerneralizzo troppo, ma succede perché scrivo in fretta sotto un impulso improvviso mentre davo l’aspirapolvere in camera e mi è venuto in mente Il giovane Holden e la sua commovente ma insopportabile incapacità di ribellione.

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Improvvisazione sul libro di Eduard Limonov “Libro dell’acqua”

Intanto l’idea stupenda di un libro sull’acqua, in tutte le sue varianti: laghi, fiumi, fontane, saune, pioggia, mari, oceani, e nell’ultimo capitolo anche un uragano. Un’autobiografia romanzata con sotto fondo d’acqua, che idea brillante, e come scorre bene la lettura, l’autore deve avere avuto in testa durante la scrittura di questo testo ( scritto in prigione) le immagini di tutta questa acqua, del suo scorrere, muoversi, agitarsi. E’ un bel libro questo di Limonov, un autore che non conoscevo prima di essermi trovato davanti questo suo romanzo. Adesso ho cominciato a leggere anche Diario di un fallito. Anche questo mi piace e forse ne parlerò nel blog. Ma Libro dell’acqua è molto letterario nella scrittura, è una scrittura ricercata, i tasselli di tutti i luoghi dell’acqua si intersecano tra loro in maniera perfetta, e finito un capitolo ( sono tutti mini romanzi quasi sempre senza un finale) non vedi l’ora di leggerne un altro…

Volevo una fede

Dopo decenni di ateismo ero in crisi, volevo una fede. La cercai di fronte a casa mia nella bella grande chiesa. Uscii dal mio appartamento con le lacrime agli occhi, attraversai la strada, entrai in chiesa, mi asciugai gli occhi e incontrai il sagrestano. C’è il parroco per favore?, gli dissi, dovrei parlargli di una cosa. Lui mi guardò strano e mi indirizzò ad una porta. Bussi e entri, mi disse. Lo feci. In fondo ad una grande stanza c’era un giovane prete intento a leggere. Senza alzarsi si voltò verso di me. Dovrei parlarle, dissi. Lui allora si alzò e mi venne incontro. Sono tanti anni che non vengo più in chiesa, cominciai a dirgli, ma ora dopo il recente divorzio da mio marito sono entrata in crisi, mi sento molto sola, vorrei tornare alla chiesa, venire alla messa, fare la comunione, aggiunsi. Questo colloquio avvenne anni fa e infatti il parroco mi disse: sì alla messa naturalmente può venire ma la comunione se è divorziata non la può fare. Ma perchè?, gli disse mettendomi a piangere. Questa è la regola, non lo sapeva?, disse lui. Uscii dalla stanza e dalla chiesa, tornai a casa a macerarmi per la delusione, per quel “questa è la regola, non lo sapeva?” Passarono i giorni, ci pensai molte volte a quel breve colloquio e alla fine decisi che se per la chiesa non ero degna di ricevere la comunione, la chiesa non avrebbe ricevuto neanche me. Era anni così quelli e chissà quanta gente sarà stata respinta dalle chiese come me quel giorno.

Mi misi a cercare un’altra religione. La trovai nel buddismo, che, mi è sempre stato detto da chi ne sa, non è una vera religione bensì “un sentiero spirituale”, “una filosofia”. Scopersi in seguito che nei paesi orientali dove il buddismo si è radicato nei secoli passati, è una religione, nel senso in cui anche noi in occidente la intendiamo, divinità di cui si crede, l’esistenza di un clero organizzato e depositario del canone, cerimonie e riti, preghiere. Ma da noi in occidente si usa dire che il buddismo non è una religione, penso per distinguerlo dal cristianesimo, in cui c’è un dio creatore. Questa libertà di pensiero che deriva dal non dover credere, dal non dover avere una fede attira molti occidentali e alcuni anni fa attirò anche me. Transfuga dalla chiesa cattolica che non mi voleva così com’ero, col mio divorzio doloroso sulle spalle cominciai a frequentare centro buddisti, ad ascoltare maestri, a seguire le loro indicazioni sulla meditazione. Mi sembrava di essere arrivata da qualche parte. Di aver trovato un luogo, un posto dove stare, soprattutto dove riposare. Ma lo stesso avevo dubbi. Perché in realtà la filosofia buddista prevede che si creda perlomeno nelle vite passate e in quelle successive, prevede che si creda nelle rinascite. Vedevo persone che non avevano dubbi in proposito, ci credevano fermamente, le invidiavo, io riuscivo solo a dirmi che era una spiegazione del dove si va a finire dopo morti che mi poteva andare bene sul piano teorico, ma non avrei potuto dire che ci credevo fermamente. Una cosa strana che succedeva frequentando persone buddiste era che non legavo con nessuna di esse sul piano personale, non diventavo amica di nessuno, rimanevano tutte semplici conoscenze, qualcosa si frammezzava sempre tra me e loro. Credo fosse quella loro sicurezza, quel loro essersi acriticamente rifugiate in qualcosa di così diverso, alieno quasi dalla nostra cultura occidentale. Sì penso sia stato questo l’ostacolo che non mi ha permesso di avere veri amici nei gruppi buddisti. Più che alla teoria e alla filosofia io ero interessata alla meditazione, mi sembrava aiutarmi nel mio affrontare il mondo, avevo l’impressione che mi tranquillizzasse almeno un po’. E poi subivo il fascino esotico dei maestri, ero catturata dal loro carisma, quello che mi dicevano diventava improvvisamente possibile. I dubbi, le perplessità arrivano dopo, ma non avevo nessuno con cui confrontarmi su queste, ai maestri si facevano domande e loro facevano risposte. Se dubbi e perplessità ti rimanevano era un problema tuo. Medita, ti dicevano, non importa che credi in qualcosa. Però ho sempre incontrato persone che in quel qualcosa ci credevano. Ho sempre pensato di essere l’unica incredula di ogni gruppo buddista che ho frequentato.

Poi è successa una cosa che ha cambiato tutto.

Fare l’amore mi fa venire fame, disse

Fare l’amore mi fa venire fame, disse dopo essere uscita dalla nostra camera da letto. La casa non era bella, era una casa da studenti, anche se ormai lavoravamo tutti. Lì avevamo vissuto insieme per tutta l’università, e così noi quattro eravamo rimasti in quell’appartamento anche dopo gli studi. Due coppie, neanche tanto affiatate tra loro, ma era troppo comodo economicamente per separarsi e trovare ognuno il proprio appartamento. Una mattina avevo incontrato Franca, una mia ex compagna di studi, c’eravamo abbracciate e poi lei mi aveva chiesto: mi presti la tua camera un pomeriggio? Abito ancora con i miei e lui è sposato. Non sappiamo mai dove andare a fare l’amore. Le avevo detto subito di sì, pur sapendo che Claudio, il mio compagno, poteva anche non essere d’accordo. Stavamo insieme da tanto, e a trent’anni forse ci saremmo dovuti sposare, mettere su una casa normale, smettere di vivere come studenti. Anche Marina e Giulio, l’altra coppia che viveva con noi, avevano la nostra stessa età. Lei faceva l’insegnante precaria, lui lavorava con me in una casa editrice, mentre Claudio era impiegato in comune.
Così la mia amica Franca uscita dalla nostra camera da letto insieme ad un uomo alto e bello disse: dopo fatto l’amore mi viene sempre fame. Lo disse a tutti e quattro noi di casa riuniti in quella domenica pomeriggio nel nostro soggiorno su cui si affacciavano le nostre rispettive camere. Avevamo un solo bagno e la mia amica e il suo bello vi si diressero dopo che lei mi aveva chiesto sotto voce dove fosse. Claudio, Marina e Giulio continuarono a leggere i loro libri, neanche alzarono gli occhi verso i due usciti dalla mia camera da letto. Non era una situazione imbarazzante, nessuno di noi la viveva in quel modo, però non volevamo neanche dare troppo peso alla cosa, cioè al fatto di prestare una nostra camera da letto a due per fare l’amore. Nessuno di noi proferì nè in quel momento né in seguito: però che gente strana, potevano anche andare in un albergo. Invece non abbiamo detto né pensato niente di offensivo o moralistico verso la mia amica e il suo uomo sposato. Quando sono tornati dal bagno ho preparato per tutti thé e biscotti. Lei, la mia amica, ha ripetuto: quando faccio l’amore mi viene sempre fame. Dopo aver consumato la merenda se ne andarono. Più tardi lei mi telefonò, lui guida gli autobus, mi disse, come se questo fosse in qualche modo rilevante, ma non capii per cosa.

Rileggendo Anna Karenina contemporaneamente a La fuga di Tolstoj di Alberto Cavallari: il romanzo degli ultimi giorni di vita del grande scrittore russo

Questa estate ho deciso non solo di leggere ma di rileggere. Quello a cui mi sto dedicando ora è Anna Karenina di Lev Tolstoj. Me lo sto gustando molto più della prima volta. A dire il vero lo sto centellinando perché quando lo avrò finito come ritornare “agli altri normali romanzi del giorno d’oggi”? Allora ho ripreso in mano anche La fuga di Tolstoj di Alberto Cavallari perché la vita del grande scrittore russo, e soprattutto i suoi ultimi giorni di fuga dalla propria famiglia, sono davvero il romanzo più bello che lui ha potuto non scrivere ma vivere. Nel duello Dostoevskij – Tolstoj ho sempre pensato che il primo fosse più affascinante del secondo, che in lui si declinassero più sfaccettature e contraddizioni dell’animo umano. Ma ora che sto rileggendo Anna Karenina mi rendo conto dell’inarrivabilità di Tolstoj nell’indagare e saper trasferire in parole gli stati psicologici, gli improvvisi cambiamenti d’umore dei suoi personaggi. E quindi d’ora in poi non ci sarà più in me questa contrapposizione tra Dostoevskij e Tolstoj. Entrambi sono grandissimi pur nella loro diversità di visione. Rileggendo Anna Karenina mi è venuto spontaneo interrogarmi su quanto di personale ci sia da parte dello scrittore nel personaggio di Lèvin. Nella mia giovanile lettura del romanzo avevo trascurato questo personaggio per farmi unicamente travolgere dalla storia d’amore tra Anna e Vrònskij. Ora invece mi sono resa conto di quanta importanza si dia nel romanzo al personaggio di Lèvin, anche perché in parte la sua vita corrisponde a quella effettivamente vissuta da Tolstoj. Entrambi proprietari terrieri insoddisfatti sia sul piano personale che su quello della conduzione della loro proprietà agricola, invidiano la vita semplice e faticosa dei loro contadini, pur non essendo capaci di rinunciare ai loro privilegi. Tolstoj visse profondamente e dolorosamente questa contraddizione, ne fu lacerato per tutta la sua vita. Si vergognava della sua vita di ricco proprietario e di famoso scrittore nella necessità di mantenere in un lusso che lo disgustava la sua numerosa e insaziabile famiglia. Detestava la vita familiare ed era arrivato dopo decenni di liti e incomprensioni a odiare sua moglie Sofja. Più volte aveva meditato di lasciarla per dedicarsi ad una vita solitaria e frugale.
Il libro di Cavallari racconta come la decisione di lasciare la moglie, la famiglia e la casa dove era nato e cresciuto arrivò per lo scrittore russo a 82 anni nella notte tra il 27 e il 28 Ottobre del 1910. Verso le 3 sentì che Sofja frugava nello studio accanto alla stanza dove lui dormiva tra le carte del suo diario come era solita fare per scoprire i suoi pensieri più segreti. Questa volta però ciò lo riempì di un’insopportabile ripulsa, lo esasperò oltre misura. Si alzò, si vestì e fuggì. Non fu la sua una decisione tra un prima e un dopo. Fu qualcosa che accadde. Fu un’azione da compiere spinto da una forza inarrestabile. Portò con sé il suo medico personale e la figlia prediletta Sàsa.
Il tema della fuga mi affascina particolarmente. Anni fa ci scrissi un romanzo che si intitolava I pesci altruisti rinascono bambini ( titolo dovuto a come finisce il libro ). E’ la storia di una giovane donna che un mattino prende e se ne va di casa, e comincia così la sua seconda vita di vagabonda.
La gente scappa. Un bel giorno lo fa. E se qualcuno le chiedesse perché non saprebbe rispondere. E’ un’esigenza così intima, così profonda da non potersi definire a parole. Alberto Cavallari in La fuga di Tolstoj fa una breve e intensa ricostruzione delle tappe del Tolstoj in fuga dalla sua immensa tenuta di Jasnaja Poljana. Lo scrittore russo è come avesse sempre vissuto una vita non sua in cui la scrittura, l’andare per ore a cavallo ogni giorno e la caccia ne erano le uniche vie di fuga. Fino 82 anni. Ora il dado era definitivamente tratto. In carrozza attraversando boschi e fango, in treno in terza classe vicino al popolo.

La mia newsletter letteraria di Giugno 2018

Buongiorno, questa è la mia newsletter di Giugno.
Contiene i miei testi brevi che ho scritto finora in  questo mese dal titolo: “Quei due”, “Lei si fermò a guardare la luna”, ” Un giorno entrò in classe uno” e “In certi vecchi”:
una mia recensione sulla rivista Cronache letterarie del romanzo  Nadja di André
Breton:
Una mia riflessione sul tennis:

La mia newsletter letteraria di Maggio 2018

La mia newsletter letteraria di Maggio contiene due miei racconti corti; un mio articolo sulla poetessa americana Lenore Kandel; un altro mio articolo su un’intervista che alcuni studenti degli Aldini-Valeriani di Bologna fecero a Umberto Eco.

Ecco i due racconti molto corti, Il primo si intitola “Io gioco per la doccia”, il secondo “Il teatrino”.

Io gioco per la doccia

Il teatrino

Qui il mio articolo  “Oltre e dopo la Summer of love. Un ritratto di Lenore Kandel” su Alphabeta2 dedicato al ’68

https://www.alfabeta2.it/2018/05/13/68-oltre-e-dopo-la-summer-of-love-un-ritratto-di-lenore-kandel/

Qui L’intervista a Umberto Eco: 

“Questo avviene nei film degli indiani”. Come Umberto Eco spiegò la trama gialla de Il nome della rosa a dei quindicenni dell’Istituto Tecnico Aldini-Valeriani di Bologna

Il tennis visto, ovvero immaginato in Blow – up di Michelangelo Antonioni


Siccome il tennis è metafora perfetta di quello di bello e di brutto si incontra nella vita, la scena finale del film di Michelangelo Antonioni Blow-up, in cui due mimi inscenano una “finta” partita di tennis, è la partita di tennis per antonomasia. E’ una scena formidabile, protagonista il vento che mai si ferma, e l’erba che sempre cresce. Di “reale” ci sono loro, vento, erba e un vero campo da tennis in un vero grande prato. C’è un vero pubblico, c’è Thomas, personaggio principale del film, che passeggia proprio lì. E cosa vede e soprattutto cosa capisce?
All’inizio vede due mimi che fanno finta di giocare una partita di tennis. Lo fanno bene, sono mimi, è la loro professione fare finta di mangiare, amare e appunto giocare a tennis. Poi piano piano Thomas si fa prendere da quello che avviene nel campo da tennis e comincia a crederci. Comincia cioè a vedere una vera partita di tennis con non solo i giocatori che corrono e saltano come hanno fatto finora, comincia a vedere nelle loro mani le racchette e le palline. Perché? Ma perché le hanno sempre avute. Era lui che non le vedeva. E finalmente anche per Thomas, giovane fotografo annoiato e ricco della Londra anni ’60, la vita comincia a scorrere nelle sue vene e nel suo cervello. La vita, finalmente. Che è fatta di vento, erba, corse e salti e non di “vere racchette” e “vere palline”. Che scena meravigliosa! Cosa esiste infatti se non solo quello che la mente può/vuole vedere?