About Dianella Bardelli

In questo blog sono presenti mie recensioni di romanzi e saggi su vari argomenti, soprattutto sulla letteratura della beat e hippy generation. Scrivo romanzi, spesso ambientati negli anni '70-'80'; e poesie; ne ho pubblicati alcuni : Vicini ma da lontano, I pesci altruisti rinascono bambini, Il Bardo psichedelico di Neal ; è un romanzo sulla vita e la morte di Neal Cassady, l’eroe di Sulla strada. Poi ho di recente pubblicato il romanzo "Verso Kathmandu alla ricerca della felicità", per l'editore Ouverture; ho pubblicato un libretto di poesie: Vado a caccia di sguardi per l'editore Raffaelli. Ho ancora inediti alcuni romanzi, uno sulla vita e la poesia di Lenore Kandel, poetessa hippy americana; un secondo invece è un giallo ambientato nella Bologna operaia e studentesca del '68; un terzo è è sull'eroina negli anni '80 a Milano e un altro ancora sul tema dell'amore non corrisposto. Adoro la letteratura della beat e hippy generation, soprattutto Keroauc, Ginsberg e Lenore Kandel. Scrivo recensioni su http://samgha.me/ e http://cronacheletterarie.com/ mio profilo in Linkedin: http://www.linkedin.com/pub/dianella-bardelli/45/71b/584

La camera – racconto di G.C.

Quando mi riaccompagnano in camera dopo l’intervento, nell’altro letto c’è un signore magro, alto. la pelle del volto ancora scura per il lungo tempo trascorso al sole, così gli avambracci scoperti. non ci salutiamo. Dopo poco gli portano il pranzo che consuma al tavolino della camera, svogliato. Compare la moglie che gli parla prima sottovoce poi alzando la voce a poco a poco gli dice che lui è un uomo cattivo che per farla venire lì non la ha neppure fatta partecipare al funerale del fratello, la voce è lamentevole ma non incerta. Entra un medico che comunica la loro prossima dimissione, tra un’ora. La coppia inizia a preparare la valigetta, l’uomo va in bagno, esce e si infila i pantaloni e si veste di tutto punto, indossa la giacca e mette il cappello, poi si risiede sul letto, non dice una parola. La moglie si copre la testa con un fazzoletto, abbottona la giacca, ” la Irma è già partita, tra un po’ arriva” si siede su una seggiola e ripete la storia del funerale del fratello, poi tacciano entrambi e rimangono immobili, seduti.Trascorre un’ora ed entra un altro medico che consegna il foglio di dimissione , loro non si muovono, la Irma non arriva, sembrano una coppia di migranti messicani, escono nel corridoio e non li vedo più. La camera è mia, spengo tutte le luci.
La mattina dopo mi cambiano camera , dal terzo al secondo piano. Nel letto vicino c’è un omone che saluta al mio buongiorno, è una persona ordinata, molto precisa e silenziosa, quando ci portano il pranzo ci alziamo entrambi, lui sul lato lungo ed io su quello corto del tavolino. Da un sacchetto di stoffa estrae le posate di metallo e si gusta la minestrina in brodo con tanto piacere che gli cedo anche la mia e non dimentica di aggiungere la bustina di formaggio. Il purè deve essere una sua passione, seguito dalla bustina di marmellata, gli cedo la mia che ripone con un sorriso spiegandomi che è stato un autista di autobus di linea ora in pensione. Va in bagno, lava le posate e le ripone, piega il tovagliolo.
La mattina dopo mi cambiano camera, dal secondo al primo piano. La stanza non è occupata e posso regolare la tenda della finestra in modo da riparare gli occhi senza ridurre la luce. Dopo qualche tempo un infermiere accompagna un signore giovane e pesante con un evidente problema ad una gamba che tiene scoperta, gli duole. La dottoressa che mi visita, controllati i vari parametri, dice che può dimettermi e dopo un’ora sono fuori. Spioviggina ed è freddo, Rossella chiama un taxi e ce ne andiamo.
6122019

In autobus

Ore 20 circa autobus viaggio lunghino fino alla macchina e poi a casa –
non sono come loro sull’autobus che si capisce dalle facce assonnate che tornano dal lavoro neanche bello probabilmente
io vengo da “un evento” –

davanti a me seduta una giovane donna carina non stanca non assonnata –
ha un giaccone di lana che vorrei chiederle dove l’ha comprato ma non mi azzardo. Ha un viso vivace che parla anzi evoca i suoi pensieri che non saranno brutti stanchi sfasciati – il suo viso evoca pensieri neutri o carini –
che bel giaccone vorrei dirle dove l’ha comprato? –
ma non mi azzardo.

Io gioco per la doccia

Per un certo periodo sono stata socia di un circolo del tennis.C’era anche una bella piscina. In quel circolo c’ho passato un sacco di tempo, domeniche, estati, serate. Giocavo a tennis, partecipavo ai tornei. Una volta ho sentito dire a uno: io gioco per la doccia. E’ una frase che non so perché mi è sempre rimasta in testa. Ogni tanto penso c’è gente che gioca per la doccia. Nella mia mente negli anni si è trasformata in una specie di stile di vita o filosofia. Un modo di affrontare l’esistenza. Come dire non mi importa di vincere, io gioco per la doccia. Come dire per dopo. Sì, ma dopo cosa? Cioè la doccia per cosa sta in questa specie di filosofia di vita?

Il Mostro al Saraceno, libro umoristico sugli anni ’50 in Emilia di Bruno Sgarzi, Andrea Poli, Luca Ghetti

Che bello il tempo in cui 10.000 persone si radunavano intorno ad un macero della campagna emiliana per ascoltare il muggito di un presunto ” mostro” creato dalla fantasia di alcuni burloni che volevano prendere in giro i loro concittadini! In realtà si trattava di una povera rana un po’ più grande del solito che chissà cosa voleva dire con il suo huuuu…
Ci pensate oggi? Non si radunerebbe nessuno intorno ad un macero ( quei pochi che ancora esistono ), primo perché non crediamo più ai mostri ( ma agli Ufo sì…), secondo perché ce ne staremmo tranquillamente a casa nostra a vedere il video su youtube di un paio di pescatori che con il loro cellulare mostrano le immagine del macero e fanno ascoltare  il presunto muggito del mostro.
Nel 1957, anno in cui è ambientata la storia raccontata da “Il mostro al saraceno”, la gente andava personalmente nei posti, si parlava, ingigantiva le voci che ascoltava in piazza, e soprattutto la gente emiliana viveva  in piccole comunità dove c’era il barbiere, i circoli, le botteghe di ogni genere. Anche io oggi vivo
n una piccola comunità emiliana ma non abbiamo neanche il bar. Tanto basta prendere la macchina…

Bellissima la copertina e le illustrazioni di Luca Ghetti; bellissime le zirudelle in dialetto;
preziosi i documenti dell’epoca contenuti nell’Appendice

La mia intervista sul mio romanzo 1968 con Claudia Culiersi di Ciao Radio di Bologna

Il mio romanzo “1968”
Il romanzo narra la vita quotidiana di una giovane studentessa fuori sede di nome Marina che fa politica attiva in un collettivo studentesco, torna spesso nella sua piccola città di provincia per farsi coccolare dalla famiglia, fa lavoretti per mantenersi, e “per caso” è coinvolta in qualcosa in cui mai avrebbe pensato di trovarsi.

Sesto manifesto degli Imperdonabili. Perché il realismo è l’impossibile di Luca Fassi

tratto da https://www.wildworld.cloud/2019/11/19/sesto-manifesto-degli-imperdonabili-perche-il-realismo-e-limpossibile/

Fotografia a corredo di Michela Bin, per gentile concessione dell’autrice. Nata a Trieste nel 1972, Michela Bin è laureata in archeologia medievale presso l’Università di Trieste; appassionata di fotografia da sempre, ha approfondito le sue conoscenze, tra gli altri, con Graziano Perotti.

Luca Fassi nasce a Marcallo con Casone, in provincia di Milano, nel 1982. Laureato in economia, vive e lavora a Saint Joseph, in Michigan. Con Transeuropa ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, Termomeccaniche, nel 2019.

Gran parte dell’offerta editoriale odierna si fonda sulla reazione del lettore a qualcosa che gli è stato dato sulla base della sua reazione a qualcosa che gli è stato dato sulla base della sua reazione e così via, in una spirale dove la creatività svolge un ruolo sempre più secondario, ci si prendono pochi rischi e si prova ad addomesticare il cosiddetto “consumatore”.

Tanti settori funzionano in questo modo, e il metodo spesso paga, soprattutto quando si parla di pannoloni, tostapane o barrette energetiche.

Ma l’editoria ha reagito malissimo alla cura applicativa delle teorie del marketing consumer-centrico, e ora persino la sedicente élite illuminata si ritrova a lavorare sempre più sulla bottom line, sull’investimento sicuro e sulla riduzione dei costi, provando a rallentare l’inevitabile.

In questo contesto, affrontare il mondo editoriale ha senso soltanto se a guidarci è la passione.

Per questo mi chiedo come mai editori più o meno blasonati si ostinino a congestionare gli scaffali di autori tutti uguali, romanzi di genere con la stessa trama, o peggio, che cavalcano ondate ideologiche che fanno notizia; se la pantomima si riduce a questo, perché non scegliere mercati più redditizi? Gli elettrodomestici, per esempio, sono un mondo meraviglioso dove l’innovazione tecnologica, limitata ma costante, può fornire un certo tipo di rassicurazione evolutiva esistenziale alla quale tanti romanzi che ci spiegano come vivere non arriveranno mai.

Tanti addetti ai lavori nel mondo dell’editoria dovrebbero seguire questo consiglio, anche se il loro successo sarebbe tutt’altro che scontato, le lavatrici non fanno per tutti.

Il cinema ha saputo cambiare pelle: negli ultimi vent’anni il mockumentary e il found footage hanno fatto da ariete alle produzioni indipendenti, insieme alla diminuzione dei costi della post-produzione e dei CGI.

Persino la fantascienza, genere notoriamente bisognoso di investimenti per funzionare, subisce l’attacco del mercato indie: Primer è considerato da buona parte della critica specializzata uno dei film più visionari degli ultimi dieci anni ed è stato prodotto con un budget di settemila dollari… Altro che Interstellar.

Ma per lo meno Nolan fa soldi e ha un pubblico. Per lo meno il trentaquattresimo film sugli Avengers trascina la gente nelle sale. Così come l’ennesima serie uguale a Stranger Things, con il bullo e il quattrocchi con le tettine.

L’editoria non ha nemmeno questa scusa.

E se non c’è cuore e non ci sono soldi, se non c’è sèguito, quel che rimane è quanto viene definito status, ovvero l’anticamera dell’Inferno, l’ultima e più flebile barriera che separa ogni oligarchia dal patibolo.

Come reagire e tornare a fare ricerca? Come introdurre qualcosa di concreto per invertire la tendenza morente?

–Estromissione del discorso economico: qui non ci sono soldi da fare, o per lo meno, non allo stato attuale delle cose e non se si vuole restare liberi. I cineasti indipendenti di solito indebitano le loro famiglie per autoprodurre un sogno, ci guadagnano poco o niente, però vengono premiati ai festival, e migliaia di appassionati in giro per il mondo guardano il loro film più o meno legalmente. Un sottomondo dove non è il denaro a dominare, ma le storie trovano comunque il modo di diffondersi, e l’importante è questo.

-Scomparsa totale: Sparire completamente e lasciare quel che di buono si è riusciti a spremere sulle pagine. Questo è l’unica cosa che conta. A nessuno interessa se abitiamo su una montagna con le capre, se amiamo i nostri figli, se siamo di bell’aspetto, se salviamo le balene o se manifestiamo per una buona causa. Curiamo la nostra anima in silenzio.

-Intolleranza verso la reiterazione di modelli sterili: data l’urgenza del cambiamento richiesto, siamo costretti a giudicare alla stregua di perdite di tempo tutti gli sforzi letterari che si muovono su un solco già tracciato. Non ci interessano buoni libri, servono libri che introducano elementi nuovi, e su questo dobbiamo essere durissimi, specialmente con noi stessi.

-Nuovo realismo: la letteratura non deve essere rappresentazione della realtà, una copia non sarà mai bella quanto l’originale, e noi non vogliamo partire sconfitti. Il nostro cervello elabora gli stimoli esterni in base a quanto gli è utile per rendere agevole l’adempimento delle nostre funzioni vitali: di conseguenza, la realtà ci appare attraverso un’immagine semplificata, come se fosse dipinta su un muro. Chi scrive deve essere in grado di produrre in questo muro fessure attraverso le quali il lettore possa guardare oltre. Un libro deve essere un varco. Non importa se lo sforzo che ci richiede aprire la fessura ci impedisce di guardarci attraverso, scrivere deve essere un atto altruista.

Dobbiamo dare ai lettori abissi che restino con loro per settimane, ingannarli a morte, perseguitarli nei loro incubi con realtà impossibili che di colpo gli appaiono come validissime attribuzioni di significato.

Solo così il romanzo realista tornerà ad assumere il suo carattere di necessità.

La ricostruzione deve ripartire da qui.

*** *** ***

Salpammo da Acciaroli, racconto di G. C.

Salpammo da Acciaroli alle 4 del mattino. Percorremmo il lungo molo con il motore al minimo, quasi timorosi di turbare il silenzio e la notte. Non avevamo mai navigato di notte, noi tre assieme. Ci scambiavamo poche parole a bassa voce, raggiunto il mare aperto, scuro il cielo, scuro il mare. I nostri sguardi vagavano in alto in attesa dell' alba che ci avesse rilevato il tempo che ci aspettava e che ci avrebbe accompagnato alla nostra meta, l'isola di Salina. Presto un sole prepotente fugò le poche nuvole alte, di calore , quindi ci apparvero l'orizzonte, il cielo, il mare, la luce infiniti ed iniziò un sogno.
La mancanza assoluta di vento aveva appiattito la superficie del mare che non aveva onde, ma una superficie continua liscia incredibile, il motore rotolava a mezza forza, attutito, le vele inutili ,ammainate. Eravamo affascinati da questo infinito di una bellezza assoluta, dal calore che un po’ stordiva e che portava le menti a guardare in se stessi. Poche le parole tra di noi, qualche confidenza pacata, un ricordo che emergeva, raccontato raramente. Spesso il cambio,uno di noi in coperta, di vedetta, gli altri
sottocoperta al riparo dalla luce, sole, calore.Impossibile rendere la magia di quel viaggio dove il silenzio era rispetto per gli altrui pensieri.
Alle 17,40 attraccammo a Salina.

Dice che non è ancora buio


Dice che non è ancora buio, ma lo sarà presto – ha una voce dolce a tratti sembra sussurrare – ti dice qualcosa all’orecchio lo dice proprio a te-  sembra una canzone dolce perché Bob canta dolcemente – in realtà no parla di come mi sento io a volte anzi mi sentivo prima di riprendermi l’anima non dice riprendermi la mente dice riprendermi l’anima. NOT DARK YET è un bel dire non è ancora buio baby è ancora giorno ma solo un po’ e lui è solo come ero anche io – ora non più per tutta una serie di ragioni – come si fa a dire del testo di questo brano che non è poesia.

 

NOT DARK YET
da “Time out of mind”

NON ANCORA BUIO
parole e musica Bob Dylan

traduzione di Leonardo Mazzei

Le ombre stanno calando e sono stato qui tutto il giorno
fa troppo caldo per dormire e il tempo corre via
mi sento come se la mia anima fosse diventata d’acciaio
ho ancora delle cicatrici che il sole non ha guarito
non c’e’ neanche abbastanza spazio per essere da qualche parte
non e’ ancora buio, ma lo sarà presto

Il mio senso di umanità è andato giù nello scarico
dietro ogni cosa bella c’e’ stato un qualche tipo di dolore
lei mi ha scritto una lettera e la ha scritta con tale dolcezza
ha messo sulla carta quello che aveva in mente
non vedo proprio perché avrei dovuto preoccuparmene
non e’ ancora buio, ma lo sarà presto

Sono stato a Londra e sono stato nella vivace Parigi
ho seguito il fiume e sono arrivato al mare
sono stato nel fondo di un mondo pieno di menzogne
e non ho cercato niente negli occhi di nessuno
a volte il mio fardello sembra più pesante di quanto possa sopportare
non e’ ancora buio, ma lo sarà presto

Sono nato qui e qui morirò, contro il mio volere
so che sembra che mi stia muovendo ma sono sempre fermo
ogni nervo del mio corpo e’ così nudo e intorpidito
non riesco neanche a ricordare da cosa scappavo quando sono venuto qui
non si sente neanche il mormorio di una preghiera
non e’ ancora buio, ma lo sarà presto.

NOT DARK YET
words and music Bob Dylan

Shadows are falling and I’ve been here all day
It’s too hot to sleep time is running away
Feel like my soul has turned into steel
I’ve still got the scars that the sun didn’t heal
There’s not even room enough to be anywhere
It’s not dark yet, but it’s getting there

Well my sense of humanity has gone down the drain
Behind every beautiful thing there’s been some kind of pain
She wrote me a letter and she wrote it so kind
She put down in writing what was in her mind
I just don’t see why I should even care
It’s not dark yet, but it’s getting there

Well, I’ve been to London and I’ve been to gay Paree
I’ve followed the river and I got to the sea
I’ve been down on the bottom of a world full of lies
I ain’t looking for nothing in anyone’s eyes
Sometimes my burden seems more than I can bear
It’s not dark yet, but it’s getting there

I was born here and I’ll die here against my will
I know it looks like I’m movin’, but I’m standing still
Every nerve in my body is so vacant and numb
I can’t even remember what it was I came here to get away from
Don’t even hear a murmur of a prayer
It’s not dark yet, but it’s getting there.

Testo e traduzione della canzone tratti da: 

Guardo la fiamma, racconto di G.C.

Guardo le fiamme nel caminetto che poco a poco divengono sipario di se stesse, si aprono in una scena senza sfondo, nella quale iniziano a comparire figure distinte e non, quelle della fantasia,
un drappello di cavalieri irrompe ad un galoppo disperato, scompaiono.
Una fila di bambini, mano nella mano, tenuti in fila da un nastro rosso, allegri e chiacchierini, persi nel loro mondo, una maestra davanti a trascinare il primo, una maestra dietro a sospingere l’ultimo.
Sfreccia una automobile rossa sportiva, quella che avrei comprato ogni volta, dopo.
Crolla il sipario e la scena è immensa, la mia libertà interiore, mai rinunciata, si unisce in un unico insieme.
Mi sdraio, il viso nel muschio e le braccia allargate ,le dita racchiuse a stringere la terra. Sono io, nel tutto.Il bianco Lagazuoi sopra di me è una pugnalata di bellezza nel petto che dolcemente si stempera in amore.
Le fiamme languono, qualche lingua si alza ancora dal braciere dove nero cerbone e rosso inferno lottano per sopraffarsi.
Il caminetto è spento.

Notte insonne- racconto di G.C.

Notte insonne, desiderio di caffè , di qualche grammo di tabacco. Per farsi amico il tempo che scorre solo con i suoi scatti terribili, va ignorato o, meglio, goduto. Difficile.
Le parole di notte sono più amichevoli, me le ritrovo intorno che sussurrano , che vogliono farsi ascoltare e spinte a formare una frase, poi un periodo.
Io mi faccio corteggiare e le guardo di sottecchi, ma ora preparo il caffè che, in una tazza grande farà  presto a raffreddare, ma lo berrò ugualmente, tra le volute di fumo della pipa che ho finalmente acceso.
Prendo un fascio di parole che saltellano, ridono, suonano e tintinnano, rimbalzano, cantano, dipingono, scherzo con loro, dipingo un quadro di parole.
Mi fascio di parole.