About Dianella Bardelli

In questo blog sono presenti mie recensioni di romanzi e saggi su vari argomenti, soprattutto sulla letteratura della beat e hippy generation. Scrivo romanzi, spesso ambientati negli anni '70-'80'; e poesie; ne ho pubblicati alcuni : Vicini ma da lontano, I pesci altruisti rinascono bambini, Il Bardo psichedelico di Neal ; è un romanzo sulla vita e la morte di Neal Cassady, l’eroe di Sulla strada. Poi ho di recente pubblicato il romanzo "Verso Kathmandu alla ricerca della felicità", per l'editore Ouverture; ho pubblicato un libretto di poesie: Vado a caccia di sguardi per l'editore Raffaelli. Ho ancora inediti alcuni romanzi, uno sulla vita e la poesia di Lenore Kandel, poetessa hippy americana; un secondo invece è un giallo ambientato nella Bologna operaia e studentesca del '68; un terzo è è sull'eroina negli anni '80 a Milano e un altro ancora sul tema dell'amore non corrisposto. Adoro la letteratura della beat e hippy generation, soprattutto Keroauc, Ginsberg e Lenore Kandel. Scrivo recensioni su http://samgha.me/ e http://cronacheletterarie.com/ mio profilo in Linkedin: http://www.linkedin.com/pub/dianella-bardelli/45/71b/584

Rileggendo Anna Karenina contemporaneamente a La fuga di Tolstoj di Alberto Cavallari: il romanzo degli ultimi giorni di vita del grande scrittore russo

Questa estate ho deciso non solo di leggere ma di rileggere. Quello a cui mi sto dedicando ora è Anna Karenina di Lev Tolstoj. Me lo sto gustando molto più della prima volta. A dire il vero lo sto centellinando perché quando lo avrò finito come ritornare “agli altri normali romanzi del giorno d’oggi”? Allora ho ripreso in mano anche La fuga di Tolstoj di Alberto Cavallari perché la vita del grande scrittore russo, e soprattutto i suoi ultimi giorni di fuga dalla propria famiglia, sono davvero il romanzo più bello che lui ha potuto non scrivere ma vivere. Nel duello Dostoevskij – Tolstoj ho sempre pensato che il primo fosse più affascinante del secondo, che in lui si declinassero più sfaccettature e contraddizioni dell’animo umano. Ma ora che sto rileggendo Anna Karenina mi rendo conto dell’inarrivabilità di Tolstoj nell’indagare e saper trasferire in parole gli stati psicologici, gli improvvisi cambiamenti d’umore dei suoi personaggi. E quindi d’ora in poi non ci sarà più in me questa contrapposizione tra Dostoevskij e Tolstoj. Entrambi sono grandissimi pur nella loro diversità di visione. Rileggendo Anna Karenina mi è venuto spontaneo interrogarmi su quanto di personale ci sia da parte dello scrittore nel personaggio di Lèvin. Nella mia giovanile lettura del romanzo avevo trascurato questo personaggio per farmi unicamente travolgere dalla storia d’amore tra Anna e Vrònskij. Ora invece mi sono resa conto di quanta importanza si dia nel romanzo al personaggio di Lèvin, anche perché in parte la sua vita corrisponde a quella effettivamente vissuta da Tolstoj. Entrambi proprietari terrieri insoddisfatti sia sul piano personale che su quello della conduzione della loro proprietà agricola, invidiano la vita semplice e faticosa dei loro contadini, pur non essendo capaci di rinunciare ai loro privilegi. Tolstoj visse profondamente e dolorosamente questa contraddizione, ne fu lacerato per tutta la sua vita. Si vergognava della sua vita di ricco proprietario e di famoso scrittore nella necessità di mantenere in un lusso che lo disgustava la sua numerosa e insaziabile famiglia. Detestava la vita familiare ed era arrivato dopo decenni di liti e incomprensioni a odiare sua moglie Sofja. Più volte aveva meditato di lasciarla per dedicarsi ad una vita solitaria e frugale.
Il libro di Cavallari racconta come la decisione di lasciare la moglie, la famiglia e la casa dove era nato e cresciuto arrivò per lo scrittore russo a 82 anni nella notte tra il 27 e il 28 Ottobre del 1910. Verso le 3 sentì che Sofja frugava nello studio accanto alla stanza dove lui dormiva tra le carte del suo diario come era solita fare per scoprire i suoi pensieri più segreti. Questa volta però ciò lo riempì di un’insopportabile ripulsa, lo esasperò oltre misura. Si alzò, si vestì e fuggì. Non fu la sua una decisione tra un prima e un dopo. Fu qualcosa che accadde. Fu un’azione da compiere spinto da una forza inarrestabile. Portò con sé il suo medico personale e la figlia prediletta Sàsa.
Il tema della fuga mi affascina particolarmente. Anni fa ci scrissi un romanzo che si intitolava I pesci altruisti rinascono bambini ( titolo dovuto a come finisce il libro ). E’ la storia di una giovane donna che un mattino prende e se ne va di casa, e comincia così la sua seconda vita di vagabonda.
La gente scappa. Un bel giorno lo fa. E se qualcuno le chiedesse perché non saprebbe rispondere. E’ un’esigenza così intima, così profonda da non potersi definire a parole. Alberto Cavallari in La fuga di Tolstoj fa una breve e intensa ricostruzione delle tappe del Tolstoj in fuga dalla sua immensa tenuta di Jasnaja Poljana. Lo scrittore russo è come avesse sempre vissuto una vita non sua in cui la scrittura, l’andare per ore a cavallo ogni giorno e la caccia ne erano le uniche vie di fuga. Fino 82 anni. Ora il dado era definitivamente tratto. In carrozza attraversando boschi e fango, in treno in terza classe vicino al popolo.

La mia newsletter letteraria di Giugno 2018

Buongiorno, questa è la mia newsletter di Giugno.
Contiene i miei testi brevi che ho scritto finora in  questo mese dal titolo: “Quei due”, “Lei si fermò a guardare la luna”, ” Un giorno entrò in classe uno” e “In certi vecchi”:
una mia recensione sulla rivista Cronache letterarie del romanzo  Nadja di André
Breton:
Una mia riflessione sul tennis:

La mia newsletter letteraria di Maggio 2018

La mia newsletter letteraria di Maggio contiene due miei racconti corti; un mio articolo sulla poetessa americana Lenore Kandel; un altro mio articolo su un’intervista che alcuni studenti degli Aldini-Valeriani di Bologna fecero a Umberto Eco.

Ecco i due racconti molto corti, Il primo si intitola “Io gioco per la doccia”, il secondo “Il teatrino”.

Io gioco per la doccia

Il teatrino

Qui il mio articolo  “Oltre e dopo la Summer of love. Un ritratto di Lenore Kandel” su Alphabeta2 dedicato al ’68

https://www.alfabeta2.it/2018/05/13/68-oltre-e-dopo-la-summer-of-love-un-ritratto-di-lenore-kandel/

Qui L’intervista a Umberto Eco: 

“Questo avviene nei film degli indiani”. Come Umberto Eco spiegò la trama gialla de Il nome della rosa a dei quindicenni dell’Istituto Tecnico Aldini-Valeriani di Bologna

Il tennis visto, ovvero immaginato in Blow – up di Michelangelo Antonioni


Siccome il tennis è metafora perfetta di quello di bello e di brutto si incontra nella vita, la scena finale del film di Michelangelo Antonioni Blow-up, in cui due mimi inscenano una “finta” partita di tennis, è la partita di tennis per antonomasia. E’ una scena formidabile, protagonista il vento che mai si ferma, e l’erba che sempre cresce. Di “reale” ci sono loro, vento, erba e un vero campo da tennis in un vero grande prato. C’è un vero pubblico, c’è Thomas, personaggio principale del film, che passeggia proprio lì. E cosa vede e soprattutto cosa capisce?
All’inizio vede due mimi che fanno finta di giocare una partita di tennis. Lo fanno bene, sono mimi, è la loro professione fare finta di mangiare, amare e appunto giocare a tennis. Poi piano piano Thomas si fa prendere da quello che avviene nel campo da tennis e comincia a crederci. Comincia cioè a vedere una vera partita di tennis con non solo i giocatori che corrono e saltano come hanno fatto finora, comincia a vedere nelle loro mani le racchette e le palline. Perché? Ma perché le hanno sempre avute. Era lui che non le vedeva. E finalmente anche per Thomas, giovane fotografo annoiato e ricco della Londra anni ’60, la vita comincia a scorrere nelle sue vene e nel suo cervello. La vita, finalmente. Che è fatta di vento, erba, corse e salti e non di “vere racchette” e “vere palline”. Che scena meravigliosa! Cosa esiste infatti se non solo quello che la mente può/vuole vedere?

Una mia intervista a Luca Pollini su due suoi libri: Restare in Vietnam e Ordine compagni!

Martedì 17 aprile 2018 Luca Pollini ha presentato a Bologna alla Libreria Ubik il suo libro “Ordine compagni!”. Prima di questo evento ho posto all’autore alcune domande su questo testo e sull’altro intitolato “Restare in Vietnam” di cui ho scritto di recente una recensione: http://lascrittura.altervista.org/luca-pollini-restare-vietnam-dalla-parte-del-nemico/
Ecco la registrazione dell’intervista:

 

 

 

“Questo avviene nei film degli indiani”. Come Umberto Eco spiegò la trama gialla de Il nome della rosa a dei quindicenni dell’Istituto Tecnico Aldini-Valeriani di Bologna

 C’è stato un anno in cui in classe abbiamo letto Il nome della rosa di Umberto Eco. Poi abbiamo visto anche il film per fare un confronto. Ho sempre fatto leggere libri “difficili” ai miei studenti, adolescenti ( spesso come in questo caso solo maschi) di seconda del biennio dell’Istituto Tecnico Industriale Aldini – Valeriani di Bologna, perché per me è stata quella l’età della scoperta di Dostoevskij. A volte leggevamo Delitto e Castigo, altri anni I fratelli Karamazov, altre volte ancora I miserabili di Victor Hugo o i racconti di Cecov, oppure Hemingway e altri scrittori americani. In prima invece leggevamo sempre I promessi Sposi.
Dopo aver letto e discusso in classe Il nome della rosa chiesi ai ragazzi se avrebbero avuto piacere di incontrarne l’autore dato che insegnava nell’Università di Bologna. Però dovete fare tutto da soli, dissi loro, secondo me Eco è più interessato a parlare con voi a tu per tu senza la presenza del vostro professore. Dissero di sì. Così due ragazzi della classe andarono ad aspettare Eco fuori da una delle sue lezioni. Le teneva nella chiesa sconsacrata di San Martino e molte persone, non solo i suoi studenti, andavano ad ascoltarlo. Un paio di volte ci andai anche io. Ricordo che dopo  una di queste lezioni alcuni studenti si avvicinarono ad Eco per salutarlo e lui si rivolse in particolare ad una sua studentessa esortandola a studiare di più. Questo particolare mi fece capire che pur essendo un grande intellettuale e un personaggio pubblico importante Eco era soprattutto un professore. Si preoccupava cioè che i suoi studenti studiassero di più.
I due ragazzi che dovevano chiedere un appuntamento a Eco lo fermarono all’uscita della sua lezione e gli chiesero se era disposto ad incontrare la loro classe per un’ intervista su Il nome della rosa. Eco rispose di sì e diede loro un appuntamento per un pomeriggio nella sua Facoltà. I ragazzi la registrarono e ho ancora la cassetta sonora. Alcuni giorni fa l’ho riascoltata e l’ho trovata di grande interesse.
I ragazzi si disposero su indicazione di Eco intorno ad un tavolo. A questo proposito Eco disse loro: ” Per fortuna che vi ho fatto mettere intorno a un tavolo perché se eravate di fronte eravamo in una situazione televisiva”. Infatti poco prima riflettendo con loro sul perché registrassero l’incontro aveva detto: ” C’è questa paura di non capire cosa dice la voce registrata, è normalissimo spostare nella vita quotidiana la situazione radio-televisiva. E io parlo come fossi Pippo Baudo (i ragazzi qui ridono) della situazione….è la fiducia che mettendo tutto su nastro vi rimane e non vi scappa, mentre nessuno riascolterà più il nastro”. Invece il nastro è stato riascoltato e io dopo tanti anni ne sto scrivendo.
In questo articolo non dò conto di tutte le domande dei ragazzi e di tutte le risposte di Umberto Eco. Sarebbe troppo lungo il farlo. Ho scelto quelle che a me sono sembrate le più significative. Ma in realtà tutta l’intervista è estremamente interessante.
Durante la conversazione Eco dà sempre del lei ai ragazzi e nelle risposte alle loro domande si ha l’impressione che non parli solo a loro ma anche a se stesso. Come se le domande di quei quindicenni fossero per lui un’occasione di interrogarsi e di rispondersi in maniera molto personale sulla propria creatività di scrittore. Lo si capisce da come a volte Eco cerchi le parole ad una ad una per essere il più chiaro possibile.
Le domande dei ragazzi riguardarono soprattutto la trama gialla e il contesto storico de Il nome della rosa. Uno ad esempio chiese ad Eco perché il romanzo mette in evidenza monaci malvagi trascurando quelli che potrebbero essere i buoni della situazione. La risposta di Eco fu una piccola e intensa lezione su cos’è un romanzo. Fece capire ai ragazzi che in esso l’ambiguità dei personaggi è il sale della storia raccontata e che è impossibile che ci siano tutti i cattivi da una parte e tutti i buoni dall’altra. “Questo avviene nei film degli indiani”, disse. Ma un ragazzo obiettò che trovare tante persone cattive in un monastero cristiano li aveva sorpresi. E qui naturalmente Eco si trovava nel suo elemento, quello di studioso appassionato del Medioevo. Raccontò ai ragazzi che nei monasteri ne succedevano di tutti i colori, ammazzamenti, avvelenamenti. La cattiveria, la quantità di passioni umane che ci sono nel romanzo ” non vi avrebbe colpito in una legione straniera, vi colpisce in un monastero…Se l’uomo è un animale pieno di contraddizioni lo sarà anche se fa il monaco…basta andare a vedere L’Historia calamitatum di Abelardo, deve scappare dal monastero perché i suoi monaci tentano di avvelenarlo”.
La conversazione si spostò poi su cosa avesse ispirato Eco a scrivere questo romanzo. In particolare uno studente chiese se ad ispirarlo potessero essere stati alcuni aspetti de I Promessi Sposi.
“La letteratura è soprattutto racconto di altri libri”, esordì Eco. Da parte sua poi c’era questa profonda conoscenza del Medioevo e la scommessa di ambientare in quel contesto un romanzo, non un saggio di storia. La scommessa era difficile da realizzare perché non si trattava semplicemente di scegliere un ambientazione storica per un romanzo, ma ” c’era la scommessa di non far dire e di non fare succedere niente che non fosse successo”, disse Eco, e aggiunse: “L’ideale era che qualsiasi cosa che un personaggio diceva in qualche modo fosse stata detta nel Medioevo”. Per quanto riguarda un’eventuale influenza de I Promessi Sposi nella stesura de Il nome della rosa, Eco rivelò la sua passione per questo romanzo “che ho letto per la prima volta a 11 anni”. Mostrò agli studenti come nella struttura dei due romanzi si possono fare dei paralleli, entrambi infatti hanno quelli che lui definì “arie e recitativi”, cioè lunghe parti descrittive e storiche e subito dopo scene d’azione.
Uno studente fece accenno alla semiotica, “la materia che lei insegna”, e chiese : “secondo lei al giorno d’oggi è possibile ancora interpretare il mondo come dice Guglielmo come un libro aperto?”. Eco rispose: ” Io sono do quelli che dicono di sì” e parlò a questo proposito di come la società attuale sia ben più “imbottita di segni” rispetto al Medioevo. “Molte volte”, aggiunse, ” non è possibile leggere il mondo come un libro perché non sappiamo più riconoscere i segni significativi perché li vediamo passare tutto il giorno”.
Cambiando direzione alla conversazione uno studente chiese a Eco che funzione aveva ne Il nome della rosa la Biblioteca, se aveva la funzione di nascondere o mostrare. Eco rispose che aveva entrambe queste funzioni, come del resto ce l’hanno ancor oggi i musei e le biblioteche che contengono centinaia di opere meravigliose che nessuno ha ancora visto e forse mai vedrà. Nel Medioevo in più c’era poi una vera censura verso certi libri, ” una grande censura, ma non censura poliziesca, una specie di grande censura automatica”, disse Eco agli studenti. Come sappiamo questo aspetto diventa il centro della trama gialla de Il nome della rosa. ” C’è se volete”, disse Eco, ” l’idea romanzesca del terrore che si può avere di una verità scoperta e fare di tutto per celarla”.
Un altro studente riprese il discorso dei musei che contengono cose meravigliose che nessuno vedrà mai chiedendo “a cosa serve aprirli a tutti se non tutto si potrà vedere?”. Eco fece un lungo discorso su come sia inutile infilarsi nei musei per vedere decine di opere. Disse che dovrebbero essere organizzati in altra maniera, dove tutto si tiene in magazzino e di volta in volta si mostra al pubblico a rotazione. “Il museo così com’è è un luogo feticistico, nasce dalla galleria del borghese, come raccolta di merci…dà all’utente una specie di soddisfazione di prestigio, ho pagato 2000 lire e ho visto 80 chili di Rinascimento, dopo di che non ho capito un tubo”.
Il discorso si spostò poi su una frase che il personaggio di Guglielmo rivolge nel romanzo al suo giovane assistente Adso, quando gli dice che non esiste nessun posto in cui Dio avrebbe voluto vivere. Uno studente voleva sapere da Eco se questa era una critica verso la Chiesa. “E’ una frase profondamente cristiana e religiosa questo dire che il mondo è un posto dove la gente è così cattiva che Dio non starebbe a proprio agio”, rispose Eco, aggiungendo che ” Io non sono di quelli che pensano il Medioevo come gli evi bui, oggi c’è Reagan, non è che le cose siano migliorate”. A proposito del personaggio di Guglielmo, che è il detective della storia, uno studente chiese a Eco perché scopre le cose per caso, “per esempio l’indizio per trovare il Finis Africae l’ha trovato per caso nelle scuderie”. Eco non voleva scrivere un romanzo giallo classico, ma semmai ” un romanzo sul romanzo giallo”, per cui il suo detective doveva essere un essere umano come tutti gli altri, non doveva avere chissà quali poteri o essere dotato di chissà quale razionalità. A proposito dei personaggi de Il nome della rosa uno studente chiese in quale Eco si identificasse. Nella sua risposta egli fece capire ai ragazzi che un vero scrittore si deve identificare in tutti i suoi personaggi e che “in tutti l’autore mette qualcosa di sè…altrimenti se ne sceglie solo uno vuol dire che tutti gli altri sono delle marionette che lui ha usato tanto per fare”.
La conversazione proseguì con la richiesta da parte degli studenti di un consiglio su cosa leggere dopo Il nome della rosa. Per rispondere a questa domanda Eco fece una riflessione sulla gioventù di quel periodo. “Siete una generazione che con un brutto termine viene chiamata del riflusso, comunque di un periodo di grande crollo delle ideologie…Un grandissimo libro che racconta un dramma simile è Il rosso e il nero di Stendhal”. I ragazzi non sapevano come si scrivesse questo nome e allora Eco lo scrisse alla lavagna; nella registrazione si sente nitidamente il rumore del gessetto sulla lavagna e si avverte con chiarezza con quanta pressione della mano scrivesse Eco. Questo suono antico e inattuale di una mano che spinge su un gessetto su una lavagna per scrivere il nome di uno scrittore mi ha molto colpito, anzi commosso; mi sembra il reperto sonoro di un passato così remoto. Come anche il dare del lei ai dei ragazzini quindicenni da parte di un personaggio tanto famoso e amato a Bologna, o “perdere” più di un’ora di tempo per parlare con loro. Un altro piccolo dettaglio voglio ricordare a questo proposito. Ad un certo punto dell’intervista qualcuno entrò nell’aula e Eco con voce autorevole disse : “tu non puoi entrare”, e poi con voce molto soave, dolce aggiunse “per limiti di età”. Evidentemente quella conversazione che stava avendo con quei ragazzini era di suo gradimento e non la voleva interrompere per nessun motivo.
L’ultima domanda riguardò il titolo del romanzo. Un ragazzo disse: “tutti dicono che viene fuori da un esametro latino, questa rosa cosa vuole essere? Vuole essere tutto? Vuole essere la cultura che c’è attorno, vuole essere niente?, vuole essere un fiore? Che cos’è?”. “E’ il topos ( ed Eco spiegò cos’è un topos) dell’ubi sunt, del dove sono, tipicamente cristiano medievale, la gloria del mondo non dura, quindi dove sono i grandi principi?, dove sono le grandi città?”… Ma l’autore dell’esametro “lancia questa specie di grido di ottimismo o di realismo nel senso che tutte le cose sì passano ma in fondo è il linguaggio quello che ce le conserva”.
Qui si concluse l’intervista e Eco salutò i ragazzi con un “ecco, arrivederci”, e loro di rimando”ci vediamo”.

I capelli a spazzola


Nelle ragazze mi sono sempre piaciuti i capelli a spazzola. Ma non li ho mai portati. Mi ricordo un vecchio film americano in bianco e nero, c’era lei in un appartamento tipo New York, gente con pochi soldi. La casa è tutta dove si entra e c’è il solito tavolo quadrato di legno e una vecchia poltrona in un angolo e in un altro angolo la doccia con la tela di plastica e c’è questa lei, forse la donna di qualche piccolo boss, che esce da questa doccia e si strofina questi suoi capelli castani cortissimi un po’ più che a spazzola, se li strofina con un asciugamano e sono già belli e asciutti e intanto parla con qualcuno, un uomo vestito con l’impermeabile e il cappello come è sempre in questi magnifici vecchi film americani e lei è graziosa, non bella, non vistosa. Graziosa. Ma i capelli così non li ho mai portati, in questo modo così comodo, quando fai la doccia ci puoi stare sempre sotto anche con i capelli tanto si asciugano subito, basta strofinarli con un asciugamano senza bisogno di fon. Ma non li ho mai portati così, ma avrei voluto, anche adesso vorrei. Per la comodità. Un sacco di cose che avrei voluto fare alla fine non le ho fatte. E non le faccio neanche adesso.

Raccontino sulla magia

Una volta uno mi mollò dicendomi: è finita la magia. Per anni ho pensato che era stato un vero stronzo. Prima mi corteggi come piace a me, complimenti, regalini, estasi di fronte alla mia blusa di velluto bordeaux col cappuccio e la guarnizione nera e poi dopo sei mesi ti presenti e mi dici la magia è finita. Invece aveva ragione. E’ così che succede, non solo nell’amore, ma nelle cose di cui vai pazzo e poi all’improvviso ti stufano. Tutto anche a me cambia all’improvviso. Cioè si accumulano tanti piccoli fastidi, difetti, a cui prima non davi peso e poi ecco, all’improvviso quella persona, quello scrittore, quel quadro all’improvviso non ti piacciono più. E’ finita la magia.

 

 

Una ragazza

In un film che ho visto in TV c’era un’attrice di una bellezza disarmante, conscia e nello stesso tempo incurante del fascino che emanava. Mi ha ricordato una ragazza, doveva essere un sabato pomeriggio a scuola, doveva essere il periodo in cui frequentavo il serale e si andava a scuola anche il sabato pomeriggio. C’è la luce che entra dalle vetrate, non il buio e il neon che mi metteva tanta tristezza. C’era questa ragazza, era nuova, era la prima volta che entrava in classe, la prima e l’ultima perché poi non è più tornata. Anche lei aveva quella bellezza luminosa, quel fascino di capelli un po’ scomposti, lunghi, appena ondulati e gli occhi, pelle del viso, delle braccia così seducenti. In me fecero questo effetto appena la vidi seduta a uno dei banchi quando entrai in classe. Provai un’immediata attrazione verso di lei, un desiderio dolce di conoscerla, parlarle, sapere di lei, farmi raccontare la sua storia. Durante l’intervallo lei venne da me per farmi vedere il testo che aveva scritto, era impacciata come una che sa di non saper fare una cosa. Mi piacque quella sua fragilità, mi affascinava, era un tutt’uno con il suo aspetto fisico. Chissà se era un’arma, una strategia che lei metteva in atto per sedurre. A me sedusse, ma dopo quel sabato pomeriggio non la vidi più. Mi pentii di non aver fatto in modo di conoscerla, le avrei potuto parlare, invece non le diedi neanche retta quando mi fece vedere il il suo testo. Avrei potuto chiederle da dove veniva, dove abitava, perché aveva scelto quel tipo di scuola. Ma non lo feci.