About Dianella Bardelli

In questo blog sono presenti mie recensioni di romanzi e saggi su vari argomenti, soprattutto sulla letteratura della beat e hippy generation. Scrivo romanzi, spesso ambientati negli anni '70-'80'; e poesie; ne ho pubblicati alcuni : Vicini ma da lontano, I pesci altruisti rinascono bambini, Il Bardo psichedelico di Neal ; è un romanzo sulla vita e la morte di Neal Cassady, l’eroe di Sulla strada. Poi ho di recente pubblicato il romanzo "Verso Kathmandu alla ricerca della felicità", per l'editore Ouverture; ho pubblicato un libretto di poesie: Vado a caccia di sguardi per l'editore Raffaelli. Ho ancora inediti alcuni romanzi, uno sulla vita e la poesia di Lenore Kandel, poetessa hippy americana; un secondo invece è un giallo ambientato nella Bologna operaia e studentesca del '68; un terzo è è sull'eroina negli anni '80 a Milano e un altro ancora sul tema dell'amore non corrisposto. Adoro la letteratura della beat e hippy generation, soprattutto Keroauc, Ginsberg e Lenore Kandel. Scrivo recensioni su http://samgha.me/ e http://cronacheletterarie.com/ mio profilo in Linkedin: http://www.linkedin.com/pub/dianella-bardelli/45/71b/584

Il tennis singolo metafora della vita, ovvero: come controllare Il proprio Moloch interiore?

Il tennis singolo più di ogni altro sport ci permette di identificarci in chi lo sta giocando. Chi è in campo è come noi: solo. Di fronte ad una difficoltà: vincere. La vittoria gli/ci darà gioia, la sconfitta dolore. Da millenni ci si interroga su come superare la gioia momentanea della vittoria e la profonda ( per alcuni definitiva ) sofferenza della sconfitta. Perché, come dice Pier Paolo Zampieri il tennis ” è solo apparentemente uno sport” (Ubitennis del 30/10/2014 nella sua celebre recensione del libro di Wallace D.F, Il tennis come esperienza religiosa ).
La maggior parte dei tennisti vengono sconfitti praticamente ogni settimana della loro carriera visto che in ogni torneo c’è un solo vincitore. Solo un giocatore alza il trofeo, mentre il resto dei tennisti deve far fronte alla sconfitta. Bisogna quindi imparare a superare la frustrazione del non vincere senza perdere l’entusiasmo e la volontà di volerlo. Sembra un gioco di parole, e forse lo è, anche. Voler vincere sapendo che molto probabilmente non accadrà. Un po’ come voler vivere sapendo che si morirà. Ecco allora un gran parlare di mental training. Ci sono i testi degli specialisti della materia. Ad esempio:
Umberto Longoni, La partita invisibile
Agam Bernardini, Lo zen e l’arte di giocare a tennis
Joseph Correa, Diventare mentalmente resistenti nel tennis utilizzando la meditazione
Federico Di Carlo, Il cervello tennistico
Alberto Castellari, Angelo D’Aprile, Stefano Tamorri, Tennis Training. Allebamento tecnico, fisico, mentale, esercitazioni e programmi. Aspetti biologici.
Timothy Gallwey, Il gioco interiore nel tennis
E poi tutti gli articoli di Pier Paolo Zampieri su Ubitennis
A mio modesto parere ci devono essere delle componenti di base in una persona per essere in grado di far fronte nella vita agli insuccessi, cioè un po’ stabili si nasce. Oppure si fa appello a quella che potrei chiamare disperazione attiva. Si sta malissimo ma si reagisce, non si affonda nella frustrazione. Si possono anche compensare le frustrazioni altrove: nella famiglia, negli amori, negli amici.
Il centro di tutta la questione del rapporto tra tennis e emozioni negative dei giocatori/giocatrici in campo è proprio questo: Come nella vita di tutti i giorni, del resto. Perché come dice Allen Ginsberg: ” La mente è come una farfalla che si adagia su una rosa o svolazza su fetidi escrementi”.
Le tecniche di mental training funzionano dove c’è la vera vita, la vera paura, la vera rabbia: sul campo da gioco, quello del tennis e quello della vita fuori, nelle strade, nelle case. Il singolare del tennis professionista porta all’estremo la possibilità di vincere rabbia e paura o di soccombervi. Se saprai controllare le emozioni negative sarai in grado di stabilire strategie, adeguarti a chi hai di fronte, di dirigere l’incontro.

La conchiglia nera

Con una mia amica una volta abbiamo preso un traghetto per la Grecia e poi un autobus e un altro traghetto che ci ha portato ad un’isola. Eravamo ospiti di uno che aveva una casa lì. C’era troppa gente in quella casa, così mi trasferii vicino ad un ristorantino sul mare che affittava tre o quattro tende ai turisti. Stavo lì la notte, poi di giorno andavo con gli altri sulla barchetta del proprietario della casa in qualche spiaggia isolata. Faceva un gran caldo su quelle spiagge rocciose senza un filo d’ombra, così non andavo ogni giorno con loro. A volte rimanevo vicino al ristorantino e alla tenda, oppure stavo sulla spiaggia lì vicino. Conobbi dei milanesi. Un paio di famiglie con figli.
Avevo trovato una conchiglia piccola, nera, a forma di spirale allungata con la quale volevo farmi un orecchino una volta tornata a casa. Un pomeriggio dopo pranzo stavo chiacchierando con uno di questi milanesi e gli feci vedere la conchiglia. Lui la prese in mano, la guardò attentamente e mi disse: questa conchiglia è molto rara, me la tengo io. Ricordo ancora la fitta al cuore che mi prese sentendo queste sue parole e guardandolo in faccia. Lui era grande e grosso e io non avrei potuto impedire quel sopruso, solo apparentemente piccolo. Lui poi me la ridiede la conchiglia, ma il mio amor proprio ne soffrì tanto che me la ricordo ancora quella fitta al cuore. Poi l’ho fatto l’orecchino, mi piaceva, lo portavo sempre. Non ce l’ho più, non ricordo perché.

la mia newsletter letteraria di Agosto 2020

Buonasera, sono Dianella Bardelli, questa è la mia newsletter letteraria di Agosto 2020.
Contiene alcune poesie sul tema “mare”; alcune improvvisazioni di prosa spontanea e dall’archivio di mie recensioni “Godbody” di Theodore Sturgeon per la rivista Cronache letterarie.
Poesie sul tema “mare”:
https://lnkd.in/gESd8Mk
Improvvisazioni di prosa spontanea:
“Scandagliare il cielo”: https://lnkd.in/gakQApn
” Avevo un grande prato”: https://lnkd.in/gPqhgwG
” Poi siamo arrivati noi”: https://lnkd.in/gVXd8gf
Dall’archivio delle mie recensioni vi propongo il magnifico Godbody di Theodore Sturgeon: https://lnkd.in/gqthu9v
Buona lettura
Dianella Bardelli

Poi siamo arrivati noi

Poi siamo arrivati noi –  alberi sono cresciuti e non ci sono più i dinosauri – noi siamo speciali in quanto umani e non ci estingueremo pensiamo sempre noi – sì  perché pare si abbia il pensiero – si abbia il pensiero che dice noi non ci estingueremo – abbiamo questo bisogno di dircelo continuamente come se dircelo continuamente potesse cambiare il destino, l’evoluzione naturale delle cose – abbiamo racconti sulle origini del mondo, forse qualcuno saprà anche scientificamente come sono andate le cose – mi ha sempre fatto impressione l’idea buddista che non c’è nessun inizio e nessuna fine per il cosmo – più che un’idea mi sembra una condanna.

Avevo un grande prato

Avevo un grande prato, vicino abitava una famiglia che stava per traslocare. Inavvertitamente qualcuno di questa famiglia faceva cadere dell’acqua sul mio prato, mi scocciava molto, ma poi pensai va be’ al prato fa bene.
P. S. I sogni così apertamente metaforici rivelano di me stessa un’immagine che non riconosco. Eppure pare che l’ inconscio non menta.

Scandagliare il cielo

Scandagliare il cielo, cercarvi il Gesù resuscitato in  tanti lo fanno guardano in su e cercano cercano il Gesù resuscitato o cercano una consolazione almeno. Ma siccome non la trovano vanno nella selva nei boschi e allora cercano il bello della natura e se lo fanno piacere. Fanno come con il cielo o con l’abbassare la testa nelle chiese dove congiungono le mani in quell’atto estremo di consolazione ti prego di esistere chiedono al Gesù dei dipinti e delle statue. Il fatto è che non  lo credono possibile e allora si scoraggiano e nei boschi ci vanno solo a camminare.

La mia newsletter letteraria di Luglio 2020

Buona sera, sono Dianella Bardelli, questa è la mia newsletter letteraria di Luglio 2020.
Contiene un’improvvisazione di prosa spontanea; qualche mia breve poesia e la recensione de La Prima notte di quiete di Valerio Zurlini.
L’improvvisazione di prosa: “Improvvisazione su qualcosa – indovina cosa”:
http://lascrittura.altervista.org/improvvisazione-su-qualcosa-indovina-cosa/
Le mie poesie:
“Mi piace la roba vecchia”: https://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/2020/07/06/mi-piace-la-roba-vecchia/; “Quelle tovaglie umide”: https://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/2020/07/16/quelle-tovaglie-umide/;
“L’isola,il maggio francese e un po’ di Nepal” https://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/2020/07/17/lisola-il-maggio-francese-e-la-betulla-e-un-po-di-nepal/.
La mia recensione de “La prima notte di quiete” di Valerio Zurlini:
https://www.cronacheletterarie.com/2020/07/02/la-prima-notte-di-quiete/

Buona lettura
Dianella Bardelli
https://it.linkedin.com/in/dianella-bardelli-58471b45
http://lascrittura.altervista.org/
https://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/
http://solohaiku.altervista.org

Improvvisazione su qualcosa – indovina cosa

tutto quel tempo a seminare – o a non farlo abbastanza – o a non farlo per niente – niente di concreto fattibile bello – niente di scritto maneggevole autentico – fallimento della mente – mente mento mento mente -la mente mente? mentalmente almeno credo cervello inconscio sì ma dove sta? Da quale parte del cervello? – la formica che scappa di fronte al pericolo mi parla di te di me mi parla – altrimenti mi sarebbe indifferente come un tempo – quello in cui non mi importava di niente e di nessuno solo di me stessa centro del mondo – poi c’è stato il tempo dell’altruismo e ora di nuovo questa specie di indifferenza assenza di motivazioni etiche emozionali – perché non programmo la scrittura? perché se la lasci fare la mente detta e organizza in un ordine tutto suo automatico non come faresti tu volontariamente – quando la mente detta tu trascrivi la voce che forse è interiore o forse no è esteriore cantami o diva – i greci lo capisco solo ora avevano capito tutto – c’è una voce che dice e detta-

La mia recensione de La trasgressione necessaria di Luca Pollini

Molte volte ho pensato di fare in forma scritta una specie di mappa di tutti i cambiamenti che ho fatto nella mia vita. Non parlo della capigliatura o degli abiti. Parlo di visioni, stili di vita, valori, ciò in cui ho creduto e in cui non credo più. Sono state parecchie le cose in cui mi sono buttata e dalle quali poi mi sono tirata fuori, ma non le nominerò perché non è questo l’oggetto di questo testo. Lo è la vita e le scelte varie e diverse di Andrea Valcarenghi che ci sono minuziosamente raccontate da Luca Pollini nel suo libro “La trasgressione necessaria”. Si comincia dal suo giovanile antimilitarismo e si finisce all’adesione al credo di Osho, guru di quelli che un tempo venivano chiamati gli “arancioni”.
Scrivere biografie interessanti è difficile. In genere sono molto noiose soprattutto per via dello stile piatto che spesso le caratterizza. Ma non è questo il caso de “La trasgressione necessaria” di Luca Pollini. In uno stile narrativo viene raccontata, come fosse un romanzo, la biografia dettagliata della vita di Andrea Valcarenghi, allargata al contesto sociale dagli anni ’60 ai giorni nostri.
Luca sa attirare l’attenzione del lettore sul “personaggio” Valcarenghi, dal suo antimilitarismo al suo definitivo abbandono della vita politica a favore di quella spirituale. Oggi Valcarenghi si chiama Swami Deva Majid.
Il libro si può definire diviso in due parti: dal pacifismo alla militanza politica fino alla fondazione della rivista Re nudo la prima parte, e la seconda dai cambiamenti subiti da questa rivista ad oggi.
Le vicissitudini di questa rivista si identificano con quelle di Valcarenghi. Nei primi anni è una delle componenti della militanza rivoluzionaria degli anni ’70. Quelli i temi, quello il linguaggio ( uno delle sue parole d’ordine ricalca quella molto in voga negli anni ’70: “vogliamo tutto e subito”) .
Re nudo organizza vari festival, una cosa del tutto innovativa e sul piano culturale rivoluzionaria, dato che finora erano stati appannaggio della RAI o dei partiti. Quelli rimasti più famosi sono quelli del Parco Lambro del ’74, 75 e ’76 organizzati con l’aiuto di Lotta Continua, Potere Operaio e altri gruppi extra parlamentari. Il festival del ’76, a cui partecipano ben 100.000 persone, segna la fine del sogno politico della controcultura italiana: spaccio di droga, furti organizzati di cibo, contestatori che salgono sul palco durante i concerti. E’ la fine del tentativo di creare un “mondo diverso”.
Valcarenghi lo capisce e se ne va. Dove? In india, come migliaia in quegli anni. E qui comincia la seconda parte di “La trasgressione necessaria”.
Nel ’77 Valcarenghi diventa discepolo di Bhagawan Shree Rajneesh, conosciuto anche come Osho nel suo ashram indiano di Poona. Nell’incontro con il maestro quest’ultimo gli dice: ” Il tuo nome è Swami Deva Majid…Deva significa divino, Majid magia”.
Seguono anni importanti in cui Valcarenghi diventa emissario di Osho in occidente, inoltre ridà vita per molti anni a Re nudo, che, come si dice nel libro di Luca Pollini :” diventa la rivista dell’incontro tra oriente e occidente”.
Ora Valcarenghi si sta impegnando nella creazione de Il villaggio di Re nudo: ” si tratta di realizzare un villaggio basato sul voler essere insieme, ma nello stesso tempo indipendenti e liberi. Il suo nome sarà Soli e insieme.
A questo proposito auguro ogni bene a questo progetto anche se ho delle riserve in proposito, ma parlo solo a titolo personale. Non credo che le comunità si possano fondare, nascono spontaneamente dai bisogni materiali. Vivo in un piccolo paese, fino agli anni’50 in grandi cortili o in mezzo alla campagna c’erano agglomerati di case, erano una comunità, si facevano un sacco di cose insieme, feste, oggetti per il lavoro, perfino giocattoli. Erano così vive che in alcuni di questi cortili ci si faceva La festa dell’Unità. Si andava d’accordo? Non lo so, ma bisognava farlo per sopravvivere. Poi chi ha potuto intorno al ’60 è andato con la famiglia a vivere in città. Senza essere “alternativi” capitava che due famiglie andassero a convivere per dividersi le spese. Magari, anzi sicuramente molti saranno stati amici e si volevano bene. Ma appena è stato possibile ognuno ha affittato o comprato un proprio appartamento. Se parli con queste persone, ma è difficile, sono morte quasi tutte di vecchiaia, ti dicono che allora nei campi si mettevano i bimbi sull’argine e si andava nell’acqua nelle risaie. Ti dicono anche: che bello si beveva tutti da un unico bicchiere, è nostalgia, ma della gioventù.

Luca Pollini e Andrea Valcarenghi

 

Su Luca Pollini ho scritto altro: http://lascrittura.altervista.org/intervista-a-luca-pollini-sul-suo-nuovo-libro-gianni-sassi-il-provocatore/; http://lascrittura.altervista.org/una-mia-intervista-a-luca-pollini-su-due-suoi-libri-restare-in-vietnam-e-ordine-compagni/; http://lascrittura.altervista.org/luca-pollini-restare-vietnam-dalla-parte-del-nemico/

Qui la sua autobiografia: https://www.retrovisore.net/chi-sono/ 
In cui dice  di rimpiangere Il Parco Lambro..quale dei tre?


Il libro più strampalato e magnifico di Jack Kerouac : Visione di Cody

” Cody è il fratello che ho perduto. Egli è l’arbitro di quello che penso”

Visione di Cody è il libro più strampalato e stupefacente di Jack Kerouac. Più de I sotterranei, che anche lui lo è, ma solo apparentemente. Visione di Cody è stato scritto da Kerouac negli stessi anni di Sulla strada ma dimostra molto di più quanto la scrittura possa rappresentare le imperfezioni della vita, e che per farlo deve essere anche essa imperfetta; e mi fanno ridere quelli a cui piace la scrittura tutta ammodino, l’italiano medio o l’inglese medio ad esempio, quando invece l’unico scrittore vero è quello che riesce ad essere imperfetto, crudelmente e meravigliosamente imperfetto. In Italia mi vengono in mente I Malavoglia o il Partigiano Johnny come opere che hanno cercato, esplorato, trovato una scrittura che combaciasse con la materia trattata.
Visione di Cody è un romanzo fatto a pezzi, nel senso di costruito a pezzi, capitoli vengono chiamati, ma non sempre è possibile collegarli tra loro in senso stretto, bisogna lasciarsi andare alla scrittura e affidarsi alle intenzioni dello scrittore. Ma per farlo bisogna anche amarlo, come succede sempre nella vita.
Cody è uno dei nomi con cui nei suoi romanzi Kerouac chiama Neal Cassady. Chi di noi avrebbe avuto il coraggio di omaggiare così vistosamente, così apertamente l’amore per un suo simile come fa l’autore in questo romanzo? ( nella prefazione Allen Ginsberg scrive: “Jack Karouac non ha scritto questo libro per denaro, lo ha scritto per amore…” pag. 16 ). La beat generation, nei suoi esponenti principali, non è stata altro che lo stare insieme di un gruppo di amici maschi, come ce n’erano dappertutto dal secondo dopoguerra in poi, almeno in Europa e in America. Erano in quattro: Jack, Neal, Allen e William. E la nostra fortuna è che invece di parlare solo di sport, donne o corse di cavalli, hanno per anni e anni parlato di scrittura e come si fa con la scrittura a mostrare la vita, come si fa con la scrittura ad avere esperienza della vita. Per Kerouac se la realtà non ha una sua rappresentazione artistica, non vale neanche la pena di viverla. Scrivere è pensare la vita, cioè darle un senso.
La parte centrale di Visione di Cody consiste nella trascrizione di alcune conversazioni a ruota libera tra Jack e Neal che i due avevano pensato di registrare. Il capitolo si intitola “Frisco, il nastro”. Prima di queste Keroauc racconta le sue peregrinazioni per New York (mostrandoci la sua straordinaria capacità di osservazione dei minimi dettagli della vita quotidiana, senza la quale il suo particolarissimo stile di scrittura non si sarebbe potuto manifestare) e la storia di Neal da quando ragazzino frequentava le sale da biliardo di Denver. La sua era ” una faccia ossuta che sembra essere stata premuta contro sbarre di ferro per quell’aria rocciosa accanita che ha, di sofferenza, perseveranza e, a guardare più da vicino, fiducia in sé…una faccia da tigre” (pag. 84).
Parlavo prima di amore di Jack per Neal. Sì perché la parola amicizia è troppo debole nel suo caso e non rende l’idea dei sentimenti ed emozioni che Neal trasmetteva a Jack. Era amore nel senso maschile del termine e, come ho detto prima, riguardò tutti e quattro i componenti più importanti e noti della beat generation. Non fu un amore per sempre, litigarono, smisero di vedersi, l’amore finì, e Neal e Jack morirono pure giovani.
Nella trascrizione delle conversazioni (dovute al continuo fumo di marijuana) tra Neal e Jack affiora un po’ di tutto, ricordi, scherzi, confidenze sulle proprie esperienze amorose; e il bello è che sia i ricordi che le confidenze ognuno le sa già, le ha già sentite raccontare, eppure si vuole di nuovo sentirle, c’è questo essere in fondo dei bambini che vogliono sempre sentire la stessa favola perché è troppo bella e risentirla fa rivivere ogni volta piacevoli emozioni. Ad esempio Cody racconta a Jack di quando si trovava a casa di Borroughs in Texas, una casa nel nulla vicino a delle paludi, e Borroughs passava il tempo a drogarsi, ascoltare valzer viennesi, e a leggere romanzi. C’è anche il racconto dei tre giorni passati in quella casa del Texas da Allen Ginsberg, in quel periodo perdutamente innamorato di Neal. Dice Cody: ” eravamo ancora giovani abbastanza per parlare e parlare e parlare dalla mattina alla sera…” (pag. 212). Allen in quei giorni avrebbe voluto dormire con Neal e tentò invano di costruire un letto matrimoniale con due brande militari. Ma Neal di lui non ne voleva più sapere: “non sopportavo più manco mi toccasse…” (pag. 214).
Poi ci sono i ricordi di Jack di quando aveva diciott’anni e viveva con una ragazza a New York senza far niente se non mangiare e fare sesso. E racconta a Cody di come aveva conosciuto tutta la banda dei beat e di quelli che gli giravano attorno. Lui è molto curioso di sapere queste cose e fa domande, vuole sapere da Jack tutti i particolari e il come e il quando per potersi immaginare per l’ennesima volta l’inizio della scena beat. Perché di lì a poco quelle persone sarebbero diventate le sue persone che anche lui ama ed è fiero di conoscere. Parlano anche di persone che li hanno iniziati alla droga, ( “Vicki ci spiega quello che vuol dire essere alti – e la gente la troviamo simpatica – gli vuoi bene alla gente – e per la prima volta Bull e io siamo insieme – vedi – dopo io gli ho sempre voluto bene…” (‘pag. 273), di donne con cui sono stati una volta sola o che hanno molto amato, e anche di come si sono conosciuti loro due. Dice Jack: ” Abbiano cenato insieme quella sera – era d’ottobre- ottobre del ’46…E adesso tu occupi i miei pensieri tutto il tempo!” (pag. 277). L’ultima parte non riguarda più solo le conversazioni tra Jack e Cody. E’ tutta una scrittura spontanea alla maniera nostalgica e triste di Sulla Strada. Immagini, flash di visioni di coppie abbracciate su un autobus o di sere passate a vedere friggere il pesce, o ancora di un bizzarro ragazzo incontrato a New Orleans o di quando gli capitò di assistere ad una scena cinematografica a San Francisco. E infine nelle ultime pagine il perché di questo romanzo. Perché Cody non è una persona agli occhi di Jack, lui è una visione, lui lo vede, lo pensa, lo sente, come un essere mitico: “Era come s’egli fosse uno spirito sovrumano – uno spirito incarnato e inviato su questa terra per confondermi…anche se lo vedevo come un angelo, come un dio, eccetera, lo vedevo anche come un dia-volo, una vecchia strega, perfino come una vecchia puttana, dall’inizio lo vidi così, e ho sempre pensato e ancora penso che lui riesce a leggermi nei pensieri e interromperli apposta affinché io guardi il mondo come lui” (pagine 397 e 400-401).