Dalai Lama, Conosci te stesso ( mia recensione )

Adoro i libri piccoli. Intendo quelli che insegnano qualcosa. Anche per i romanzi faccio sempre più fatica ad affrontare un autore di 500 pagine.Non amo ed evito i testi accademici, quelli che prima di arrivare al nocciolo delle questioni devono scrivere pagine e pagine di introduzione all’argomento; come se non fosse possibile parlare di una cosa senza prima parlare di tutte quelle che l’hanno preceduta. “Conosci te stesso” è un piccolo libro che insegna qualcosa e per insegnarci questo qualcosa non fa tutta la storia del buddismo. Parla di quel determinato qualcosa e basta. In genere i maestri di buddismo tibetano fanno così. Stabilito un argomento trattano quello. Senza dover risalire ogni volta alle origini del buddismo.
“Conosci te stesso” tratta il tema della vacuità dei fenomeni, in base alla quale tutto ciò che vive non esiste in virtù di una vita propria intrinsecamente stabilita una volta per tutte. E’ per questo che soffriamo. Perché non accettiamo l’impermanenza di ciò che fa parte della nostra vita. Non accettiamo il mutamento. Una delle cose che mi ha avvicinato al buddismo è l’idea che si possa cambiare, e soprattutto che l’io muore ad ogni istante per rinascere nel momento successivo. Che nulla è dato una volta per tutte e che l’ignoranza si può superare. In una delle prime pagine di questo piccolo volume si dice che “ comprendere il modo in cui esisti realmente e chi sei effettivamente, senza la cappa della falsa immaginazione è lo scopo di questo libro (pag. 35). E’ il tema cruciale del buddismo: l’ignoranza, causa a sua volta di sofferenza e karma negativo. Nel buddismo il termine ignoranza non ha lo stesso significato che ha in Occidente. Non significa infatti non conoscere certe nozioni o conoscenze. Significa non conoscere la realtà in quanto tale, pensare cioè che essa sia qualcosa di esistente di per sé “in virtù della propria natura” (pag. 34). Se riferiamo a noi stessi il concetto buddista di ignoranza possiamo dire che abbiamo di noi stessi un’idea che è frutto della nostra immaginazione. Quale? Che esista un io uguale a se stesso, immutabile e immodificabile. Questo tipo di ignoranza è la causa delle emozioni negative ( rabbia e bramosia ad esempio) che a loro volta sono causa di azioni negative, cioè del nostro karma, che a sua volta causa il ciclo di morte e rinascita. Al concetto buddista di ignoranza il Dalai Lama dedica in questo libro molte pagine. Per poterla eliminare essa infatti va indagata e capita. L’ignoranza si nutre del modo erroneo in cui percepiamo con i nostri sensi il mondo che ci circonda, “ Alle nostre facoltà di vedere, odorare, gustare e toccare, gli oggetti sembrano esistere di per sé…La mente ignorante non interroga le apparenze per decidere se sono corrette; essa accetta semplicemente il fatto che le cose sono come sembrano” (pag. 37). Gli oggetti ci sembrano concreti perché li possiamo vedere, toccare, annusare. La concretezza degli oggetti di per sé va bene, il fatto che li possiamo percepire, si dice nel testo, è un fatto neutro. Ma è quando incominciamo a dividerli in belli e brutti, buoni e cattivi che nasce il problema, quello dell’attaccamento. Dell’esagerare cioè le qualità eccessivamente positive o negative delle cose e delle persone. L’ignoranza in questo caso consiste nel credere che un dato oggetto o persona siano intrinsecamente buoni o cattivi, belli o brutti. La conseguenza di ciò sarà bramosia ( per il bello e buono) e odio ( per il brutto e il cattivo). Questo porterà ad azioni negative, cioè all’accumulo di karma negativo. Come fare allora per superare l’ignoranza? Come possiamo rimuovere gli ostacoli “che si frappongono alla liberazione dall’esistenza ciclica”? Osservando la nostra mente, suggerisce il Dalai Lama, al fine di scoprire come questo errore è stato concepito e come, col sostegno di una simile ignoranza, sorgono altre emozioni distruttive” (pag. 43). Ciò ci condurrà a capire il nostro errore nell’avere esageratamente sopravvalutato le caratteristiche positive o negative di oggetti e persone. Questa riflessione ci porta direttamente ad affrontare la vacuità di tutti i fenomeni. Tutto ciò che esiste esiste in quanto determinato da cause e condizioni. Non esiste quindi “per forza propria”. Questo processo è definito “il sorgere dipendente”. Ogni fenomeno inoltre è composto da parti. Questi due aspetti, sorgere dipendente e parti costituenti i fenomeni, fanno sì che si possa dire che ogni fenomeno è vuoto di esistenza per facoltà propria. E’ questo il concetto di vacuità. Anche l’io è sottoposto a questa legge. Esiste ma se lo cerchiamo nel nostro corpo non lo troviamo come esistente per sostanza propria. Nulla infatti esiste “nel modo in cui appare ai nostri sensi e ai nostri pensieri, fondato concretamente in sé… I fenomeni “sono vuoti di esistenza intrinseca in virtù del fatto che sono sorgere-dipendenti” (pgg. 65-66). Che i fenomeni siano vuoti di esistenza intrinseca non significa che nulla esiste. Cose e persone esistono, la gioia e il dolore esistono, ma non hanno sostanza propria. Essi sorgono dipendenti da cause e condizioni. Quando si intende la vacuità dei fenomeni in questi termini, sostiene nel libro il Dalai Lama, non si cade nel nichilismo. Questo viene colto nella meditazione profonda sulla vacuità; in essa vacuità e coscienza che la percepisce “sono indifferenziabili come acqua messa nell’acqua” (pag. 70). E così si conclude la prima parte del libro. La seconda parte è dedicata alla spiegazione delle varie meditazioni pratiche. Qual è il loro scopo? Metterci nelle condizioni mentali di cogliere fattibilmente quello che è stato spiegato sulla vacuità dei fenomeni. Senza le distrazioni della mente ordinaria infatti è possibile, secondo il Dalai Lama, cogliere la realtà così com’è. Questo stato si raggiunge nel “calmo dimorare”. A questo proposito vengono proposte vari tipi di oggetti di meditazione, può essere il respiro o un’immagine religiosa come quella di Buddha. La realtà è dunque un’illusione? La risposta del Dalai Lama è che tutti i fenomeni sono simili ad un’illusione. Infatti siamo noi l’origine di un autoinganno dovuto al credere all’esistenza intrinseca dei fenomeni.

 

 

 

 

 

Dalai Lama, Il sutra del cuore

 Il Sutra del cuore è il testo più conosciuto e recitato dai praticanti buddisti della tradizione Mahayana. Le scritture Mahayana sono successive a quelle della tradizione Hinayana ( i cui testi contengono la trascrizione dei discorsi sicuramente pronunciati dal Buddha Shakymuni) e rappresentano un’evoluzione notevole dell’insegnamento buddista; infatti al suo interno troviamo testi di filosofi e studiosi come Nagarjuna e Asanga, che rispetto al buddismo originario ( “Il Primo giro della ruota del Dharma) aggiungono insegnamenti nuovi pur mantenendosi fedeli anche a quelli originari.
Mentre i testi Hinayana contengono soprattutto insegnamenti e metodi su come liberarsi dagli attaccamenti e quindi dalla sofferenza, quelli Mahayana si concentrano soprattutto sulla vacuità e sulla compassione. La conoscenza e l’esperienza della vacuità di tutte le cose è la saggezza, mentre la compassione è il metodo. L’ideale di vita è il Bodhisattva, cioè colui che ha come unico scopo liberare gli esseri dalla sofferenza, ma lo può fare perché ha sperimentato la vacuità ed è pieno di compassione per qualunque essere vivente. Il praticante anche se non può diventare un Bodhisattva , perché è una via per lui troppo ardua, può coltivare in sé la Bodhicitta, l’aspirazione cioè all’Illuminazione allo scopo di poter liberare gli altri essere viventi dalla sofferenza.
In sintesi se nel sentiero Hinayana ci si incentra soprattutto sulla rinuncia ( agli attaccamenti a cui si deve la sofferenza), in quello Mahayana si dà molta importanza alla compassione. Ma questo metodo non fa a meno di quello basato sulla rinuncia, essi vanno di pari passo e il primo è il presupposto dell’altro e quindi viene prima, ovvero senza aver rinunciato agli attaccamenti che producono le emozioni negative, che a loro volta sono la fonte della sofferenza, non si può provare la Grande Compassione, cioè quel tipo di compassione verso tutti gli esseri indistintamente. Questa precisazione è importante perché i maestri della tradizione tibetana, ad esempio, insistono molto sul fatto che le due tradizioni sono complementari e vanno accettate entrambe.
Mentre i testi Hinayana sono relativamente vicini all’epoca in cui visse Buddha ( furono scritti a partire dal 340 a.C, mentre prima venivano memorizzati), quelli Mahayana furono composti a partire dall’epoca cristiana.
La tradizione mahayana si diffuse in India, Cina, Tibet, Giappone, Corea, Mongolia, Vietnam. La tradizione Hinayana invece si diffuse Thailandia, Sri Lanka, Birmania, Laos, Cambogia.
Gli studiosi contemporanei non considerano in genere i testi Mahayana come trascrizioni di discorsi attribuibili al Buddha. Li considerano prodotti da autori successivi. Nel suo commento al Sutra del cuore Il Dalai Lama affronta questa questione: “Sebbene la tradizione tibetana attribuisca l’origine degli insegnamenti mahayana allo stesso Buddha, eruditi di altre scuole hanno espresso dubbi al riguardo, così come hanno fatto del resto alcuni studiosi contemporanei” (pagina 43). A questo riguardo vi rimando ai saggi introduttivi di Raniero Gnoli, Claudio Cicuzza e Francesco Sferra contenuti nel volume dei Meridiani Mondadori: La rivelazione del Buddha, volume secondo.
Il Sutra del Cuore inizia così:
“Così una volta udii. Il Beato dimorava a Rajghir, sulla montagna del Picco degli Avvoltoi, assieme a una vasta comunità di monaci e a una vasta comunità di bodhisattva. In quell’occasione il Beato era assorbito in quello stato meditativo sulle varietà dei fenomeni chiamato “percezione profonda”. Contemporaneamente, il bodhisattva Avalokiteshvara stava applicandosi proprio nella pratica della profonda perfezione della saggezza, e vide che perfino i cinque aggregati erano privi di un’intrinseca esistenza. Poi, tramite all’ispirazione del Buddha, il venerabile Shariputra così disse al bodhisattva Avalokiteshvara: “Come deve addestrarsi un nobile figlio o una nobile figlia del lignaggio che desideri impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza?” (pag. 61)
Siamo qui in presenza di Buddha, di un bodhisattva e di un allievo, Shariputra .
Quando il testo dice: “Il Beato era assorbito in quello stato meditativo sulle varietà dei fenomeni chiamato “percezione profonda”, intende dire che Buddha era nella concentrazione meditativa sulla vacuità ( “cose come esse sono”). il bodhisattva Avalokiteshvara stava compiendo la stessa pratica e vide che tutto ciò che esiste è privo di una esistenza inerente per suo conto (i cinque aggregati sono: elementi materiali, sentimenti, emozioni, percezioni, formazioni mentali, coscienza). Dice a commento di questa prima parte del testo il Dalai Lama: “Come si evince dal testo in questo caso il Buddha non diede un particolare insegnamento, rimase in meditazione…Nondimeno è proprio la concentrazione meditativa del Buddha a ispirare Avalokiteshvara e Shariputra a iniziare questo dialogo” (pag. 80).
Buddha non parla ma con la sua presenza meditativa ispira gli altri a intrattenere un dialogo che mano mano che si va avanti nella lettura diventa un insegnamento. E’ infatti il bodhisattva Avalokiteshvara a dare l’insegnamento, e l’insegnamento riguarda la vacuità di tutte le cose.
Un lungo elenco, molto suggestivo e poetico e un po’ inquietante se si legge per la prima volta, compone la parte centrale di questo Sutra, cioè Avalokiteshvara elenca a Shariputra tutte le cose prive di esistenza intrinseca:
“Shariputra, tutti i fenomeni sono vuoti; sono privi di caratteristiche; non sono nati e non cessano; non sono contaminati e non sono privi di contaminazioni; non diminuiscono e non crescono…nella vacuità non c’è forma, né sensazione, né discriminazione, né fattore di composizione, né coscienza. Non c’è occhio, né orecchio, né naso, né lingua, né corpo, né mente. Non ci sono forme visive, né suoni, né odori, né sapori, né oggetti tangibili,né fenomeni; e neppure il costituente dell’occhio e così via, fino ad includere il costituente della mente e il costituente della coscienza mentale. Non c’è ignoranza, né estinzione dell’ignoranza, fino ad includere anche vecchiaia e morte, ed estinzione della vecchiaia e della morte….” (pag 62).
Qualcuno potrebbe imputare questo Sutra di nichilismo. Lo stesso Dalai Lama ne parla: “ Mentre ci addentriamo in questo procedimento di successive negazioni, potremmo correre il pericolo di arrivare all’errata conclusione che nulla esiste. Ma se intendiamo correttamente il significato di vacuità riusciremo a vedere che le cose non stanno in questo modo” (pag. 87)
E’ bene allora spiegare cosa si intende nella tradizione Mahayana per vacuità. In termini molto semplicistici si intende il fatto che ogni cosa è priva di un’esistenza sua propria immodificabile ed eterna, anche l’io a cui noi siamo così attaccati ne è privo. “Questo non vuol dire che non esiste nulla”, afferma il Dalai Lama, “ma solamente che le cose non possiedono la realtà intrinseca…le cose esistono, ma non intrinsecamente, e l’esistenza può essere compresa solo in termini di origine dipendente…L’esistenza di cose ed eventi non si discute. E’ il modo in cui esistono che deve essere correttamente compreso” (pgg. 115-116). Da notare che “per origine dipendente” il buddismo intende che ogni cosa sorge in base a cause e condizioni. E’ la vacuità a rendere possibile questa legge di causa ed effetto.
Il fatto è che come noi percepiamo le cose non è come realmente sono. La nostra sofferenza deriva da questa errata visione di come le cose realmente sono. “Coltivando una corretta visione della natura del reale”, avverte il Dalai Lama, “ a poco a poco saremo in grado di ridurre il nostro attaccamento all’idea di un’esistenza intrinseca…” ( pag. 118). L’errore da non compiere è quello di ritenere che la vacuità sia una realtà assoluta, essa è l’autentica natura di cose ed eventi. Ma nello stesso tempo riuscire a cogliere la vacuità dei fenomeni, significa coglierne la verità ultima, che sta oltre quella convenzionale delle nostre percezioni.
Infine il testo dice: “Perciò, Shariputra, poiché i bodhisattva non hanno realizzazioni si relazionano e dimorano nella perfezione della saggezza. Non essendoci più oscuramenti nelle loro menti non hanno paura ed essendo andati oltre l’errore, raggiungeranno la fine del nirvana”. La spiegazione di nirvana che dà qui il Dalai Lama è che esso è la stessa natura della mente ripulita da tutte le afflizioni mentali; la mente infatti per il buddismo ha la natura di Buddha, quindi rimuovendo ciò che l’oscura, ovvero afflizioni ed errate formazioni mentali, essa si apre spontaneamente all’Illuminazione.
Alla fine della recitazione di questo Sutra i praticanti pronunciano questo mantra:
“Andato, andato, andato oltre, completamente oltre, il risveglio avvenga ( in sanscrito TAYATHA GATE GATE PARAGATE PARASAMGATE BODHI SVAHA).

Tenzin Gyatso , XIV Dalai Lama, ( Taktser, Tibet, 1935)
Dalai lama, Il Sutra del cuore, Sperling & Kupfer Editori, 2003
Prima edizione Essence of the heart Sutra, Wisdom Pumlications, 2002
Sito ufficiale: http://www.dalailama.com/
Differenze tra hinyana e mahayana: http://www.centromandala.org/page/buddhismo/storia.shtml
http://it.wikipedia.org/wiki/Sutra_del_Cuore
http://www.centrolamatzongkhapatv.it/GA003_text.pdf
in
lankelot: http://www.lankelot.eu/buddismo

Dalai Lama, Lezioni italiane
“ Recentemente un monaco cattolico mi ha chiesto il significato di sunyata, e io gli ho prontamente risposto: Non è affare tuo. Per quale motivo? Mi ha domandato sconcertato. La ragione sta nel fatto che la nozione di non sé, la mancanza di esistenza dell’io, avrebbe potuto seriamente interferire con il suo concetto di Dio Creatore” ( Dalai Lama)

Questo libro riassume gli insegnamenti tenuti dal Dalai Lama nel 2007 al Palasharp di Milano nei giorni dal 7 al 9 Dicembre. In questi tre giorni Tenzin Gyatso affrontò vari argomenti che vengono riportati nel libro in forma riassunta e semplificata. Tra questi ricordo I principi della pace e dell’armonia; La religione e il bisogno di pace interiore; il Buddismo da Nalanda alla diffusione in Tibet. Ma l’argomento principale degli insegnamenti del Dalai Lama in questi tre giorni milanesi è stato commentare un libro di Nagarjuna, studioso indiano del II secolo d.C.: Commentario alla mente dell’Illuminazione. Questo libro affronta un tema essenzialmente nel Buddismo: la Vacuità.
Premetto che non sono un’esperta qualificata di nessun aspetto del Buddismo, ma solo una che cerca di praticare alcune meditazioni relative a questa tradizione ( poco e male). Ho una predisposizione verso gli aspetti del “provare le cose” più che teorizzarle; e naturalmente sono ad un livello molto basso nella pratica della meditazione, nel senso che non ho eliminato manco per niente tutte le mie afflizioni mentali; il sentiero esposto nel libro di Nagarjuna si indirizza sul piano pratico a chi ha già eliminato le proprie afflizioni mentali e può accedere non solo intellettualmente il concetto di vacuità.
A proposito de I principi della pace e dell’armonia il Dalai Lama afferma che : “Il modo più intelligente per ottenere la pace è di sicuro quello di svilupparla dentro di sé…Ora la pace interiore da cosa può essere disturbata? Solo da paure, angosce, stati emotivi afflitti”. (pag. 7). Per ottenere questa pace il Dalai Lama usa un definizione molto efficace e che mi è piaciuto molto: disarmo interiore che “ è basata sullo sviluppo di qualità come il buon cuore e la tolleranza, valori professati da tutte le religioni”. (pag. 14). Ne La religione e il bisogno di pace interiore il Dalai Lama afferma che uno dei modi per coltivare la serenità mentale è vivere secondo una fede religiosa. Dopo avere accennato alle varie religioni viene affrontato la nascita del buddismo da un punto di vista filosofico. Tema diffusamente affrontato nel capitolo seguente: il Buddismo da Nalanda alla diffusione in Tibet. Tre sono le dottrine che Buddha insegnò quando iniziò a “fare girare la ruota del Dharma”:
L’esposizione delle Quattro Nobili Verità ( “ la verità del disagio, dukkha, la verità dell’origine di dukkha, la verità della sua cessazione, la verità del Sentiero” (pag. 27).
L’esposizione della Perfezione della Saggezza
L’esposizione della Discriminazione Raffinata
Di questi due argomenti si parla nel Commentario alla mente dell’Illuminazione di Nagarjuna.
A questo proposito il Dalai Lama accenna all’università indiana di Nalanda, che nel tempo antico fu la più grande e importante università buddista. Qui si formarono i più grandi studiosi della filosofia buddista come Nagarjuna. Afferma il Dalai Lama: “ La tradizione spirituale buddista tibetana va rintracciata nella più pura tradizione dell’università di Nalanda”. (pag. 31).
Vorrei puntualizzare a questo proposito che nel 2007 ero presente a questi insegnamenti del Dalai Lama, ma devo confessare che capii molto poco delle spiegazioni dettagliate che del libro di Nagarjuna egli ci diede. Fortunatamente le Lezioni italiane mi sembra semplifichino abbastanza concetti ardui e apparentemente astratti contenuti nel Commentario alla mente dell’Illuminazione.
Il testo tratta di cosa sia la realtà, se essa esiste o no. A questo proposito si dà il significato di Illuminazione: in sanscrito: Bodhi. Questo termine ha due caratteristiche, la prima riguarda l’ eliminazione di tutto ciò che oscura, la seconda riguarda lo sviluppo delle qualità positive dopo che queste oscurazioni sono state eliminate. Insieme questi due aspetti realizzano lo stato del Risveglio. Gli oscuramenti di cui parla Nagarjuna non sono solo le afflizioni mentali come rabbia, angoscia, ecc…L’oscuramento principale, da cui nascono tutti gli altri è non comprendere la natura ultima della realtà. Qui si fa riferimento al secondo e terzo giro della Ruota del Dharma : la mancanza di esistenza intrinseca dei fenomeni e la distinzione tra fenomeni che esistono e quelli che sono solo una elaborazione concettuale. Dice il Dalai Lama: “quando si parla di fenomeni ci si riferisce a quelli transitori, gli aggregati psicofisici sulla base dei quali viene costruito l’io. L’io definito dai proponenti non buddisti è un io separato dagli aggregati continuamente mutevoli”. E aggiunge che per il buddismo “ non può esistere un io dotato di identità propria, unitario e permanente, indipendente o autosufficiente, separato dai fenomeni funzionali, cioè gli aggregati psicofisici sulla base dei quali esiste”. Questo significa forse che l’io non esiste?…L’io esiste, ovviamente, ma la sua è un’esistenza particolare: è un sé che viene colto sulla base degli aggregati…Ora, se osserviamo la nostra mente e analizziamo le nostre percezioni ci sembra che il nostro sé abbia un’esistenza vera, permanente, a prescindere dal mutare del corpo e della mente. Ma questa mente alla quale l’io appare come eterno e indipendente dagli aggregati, è erronea. (pag 46-47).
Questo discorso è veramente quello che distingue il buddismo da altre religioni o sentieri spirituali. Spesso ho sentito e sento tuttora dire dai Lama Tibetani che la meditazione può essere praticata da chiunque, buddisti, cattolici, atei. La meditazione ha lo scopo di allentare la morsa di rabbia, angoscia, ansia e tutte le altre emozioni negative che ci affliggono. Quindi ben venga per tutti. Ma solo un buddista dirà che queste emozioni negative sono causate dallo aggrapparsi e proteggere un io che si crede erroneamente immutabile ed eterno. Quindi nel buddismo non si può parlare di anima.
Il testo di Nagarjuna che il Dalai Lama commenta in queste Lezioni Italiane è la fonte ufficiale del buddismo tibetano così come si è sviluppato in Tibet in epoche remote; l’invasione cinese ha messo in contatto questa filosofia e una gran quantità di Lama tibetani con noi occidentali. Quindi è chiaro che ogni occidentale che si avvicina al buddismo lo farà in base a quello che è stato finora, alla sua occidentalità. Ci sarà chi si sentirà portato verso la filosofia, chi verso le pratiche devozionali e i riti, chi, come me, soprattutto verso la pratica meditativa.
Ma in ogni caso prima o poi non si potrà non prescindere da questa concezione filosofica della vacuità, cioè della non esistenza di un io stabile, indipendente dagli aspetti psicofisici di una persona. Per questo il Dalai Lama avverte sempre gli occidentali di interessarsi al buddismo ma di non convertirsi ad esso. Lo dice anche nelle Lezioni italiane: “ Di base suggerisco alle persone che provengono da differenti tradizioni religiose di mantenere la propria fede…Per esempio in passato una mia conoscente europea di origine polacca, membro della Società teosofica divenne buddista. Al momento della morte cadde in confusione perché le si presentò alla mente, in modo molto intenso, il concetto di Dio Creatore. Si era cioè evidenziata in quel momento la presenza di una confusione interiore latente”. (pag. 132).
Un altro concetto molto importante affrontato dal Dalai Lama in questo libro è quello della Legge di causa ed effetto. Per ogni risultato ci deve essere una causa, che è ciò che promuove un risultato. Mi viene in mente ad esempio la nostra volontà di raggiungere un determinato obiettivo nella nostra vita. Ma questa causa non basta per ottenere un risultato, sono necessarie le condizioni che “ sono ciò lo formano, lo modellano”. (pag. 62). Questo risultato a sua volta diventerà la causa di ulteriori risultati e così via. La legge di causa ed effetto dà luogo al karma. Ciò che ci spinge a compiere un certo atto, che il buddismo chiama motivazione, sarà a sua volta la causa per un risultato futuro. “ La legge di causa ed effetto è ciò che governa il sorgere dei fenomeni, quindi la possiamo comprendere come una legge naturale, qualcosa che governa il divenire, l’esistere delle cose. Ciò è dovuto al fatto che c’è una causa karmica. Questa causa o impronta karmica viene stabilita nella mente da una motivazione” (pag.63). Questa motivazione può essere positiva o negativa. La motivazione negativa è causata dall’ignoranza, che dà origine al samsara
(il ciclo infinito di vita, morte e rinascita.)
(pag. 63). E più avanti il ragionamento si conclude così: “Questo è il senso del vuoto, della mancanza o vacuità di un’esistenza indipendente e intrinseca dei fenomeni. Il fatto che i fenomeni sorgono per via di un altro elemento indica che sono vuoti di un’esistenza intrinseca. (pag. 69).
Il riconoscimento da parte nostra della legge di causa ed effetto porta a compiere atti positivi che danno luogo, sono cause di esperienze di felicità; nella visione buddista questo darà origine a rinascite in cui si vivranno esperienze positive. Per ottenere questo è necessario assumere una moralità. Il Dalai Lama elenca le azioni negative da abbandonare, come rubare, mentire, calunniare, avere brama, ecc. Ma questo non è l’unico metodo per evitare la sofferenza; c’è anche quello relativo alla meditazione. Con la concentrazione e stabilizzazione meditativa si evita la sofferenza del cambiamento, cioè l’alternarsi di esperienze piacevoli e spiacevoli. Ottenute queste realizzazioni la mente sarà completamente purificata da quelli che il buddismo chiama oscuramenti. Manifesterà allora spontaneamente la propria natura originaria, “la sua natura primordiale è immacolata e libera da ostacoli” (pag. 86). Dice il Dalai Lama: “Nagarjuna spiega come, capendo il sorgere dipendente, si sviluppi comprensione verso la sofferenza degli esseri e si cerchi quindi il modo di promuovere la loro liberazione. (pag.88).
Un’ultima annotazione: il libro contiene in Appendice il testo completo delle 112 stanze di cui è composto il Commentario alla mente dell’Illuminazione di Nagarjuna. Un’utile e vasto Glossario completano l’opera.

APPROFONDIMENTI IN RETE
Sito ufficiale: http://www.dalailama.com/
Sito che riassume gli insegnamenti del Dalai Lama nei tre giorni a Milano;
riporta inoltre i viaggi e gli insegnamenti del Dalai Lama in varie parti del mondo in italiano: http://www.sangye.it/wordpress2/?cat=8
in Lankelot: http://www.lankelot.eu/buddismo

Per il 72° Compleanno di S.S. Il Dalai Lama
 
L’immagino
di lato a me seduto,
una gamba sull’altra
la veste gialla e rossa mossa dal vento-
lì all’ombra
L’immagino guardarsi attorno
direi compiaciuto del bel giardino fiorito,
della farfalla rossa-marrone
 che Gli vola intorno,
del prato,
del posto così pianeggiante,
indovinando pensieri – dubbi
egocentrismi inutili – puerili preoccupazioni-
sorride come solo Lui sorride,
accenna anzi un ridere sottile
 che tutti tutto abbraccia,
su questo prato straniero,
in questa piccola parte d’universo-
Lui il perdente vittorioso.
Senza parole,
senza sguardi d’intesa
si vive così, vicini di cuore-
qualunque cosa potrei dire e chiedere
sarebbe inutile-
viversi accanto, questo sì.
Adesso S’accomoda la tonaca,
il busto in avanti
la sedia di tela lo segue,
ben puntellato sui piedi paralleli;
osserva qualcosa
di lontano o di vicino
di interessante-
volgo lo sguardo anch’io
a cercar di vedere quello che Lui vede-
ma per me è il solito paesaggio
di siepi e case
e l’albero grande
così ogni giorno più lontano.
Lui con la mano sottile, ambrata
accenna a qualcosa verso l’alto-
Il cielo? Il vento?
O l’aereo che invisibile passa
E romba lontano?
Oltre, sempre più oltre
Mi par di capire
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Con devozione e infinita ammirazione
Dianella Bardelli (Ljuba)
( Tenzing Ciodron)