Mi è capitato qualcosa di poetico che ha a che fare con Bob Dylan

Mentre sono in auto ascolto Not dark yet – l‘ascolto sempre in auto quando alla radio non dicono cose che mi interessano – mi viene in mente che Dylan, ovvero le sue canzoni, la sua voce mentre canta, anche quando la registrazione non è dal vivo – non ne fanno solo un poeta, ma una specie di sacerdote della poesia ( lui fa bene a dire che i suoi testi hanno senso solo in quanto sono cantati )  che ispira in chi ascolta qualcosa di dolce e malinconico, qualcosa che ha a che vedere con questo strano caldo autunno, le foglie che cadono, i campi arati, noi ancora in maglietta – e così oggi mi sono fermata in uno spiazzo sassoso mentre in auto andavo dalla mia amica a comprare le pere che lei coltiva e ascoltavo Not dark yet – e allora qualcosa di poetico è nato in me, una specie di emozione poetica – quando mi capita dovunque sono devo tirare fuori il mio quadernetto e devo scrivere – questa canzone ha questa cadenza, questo pestato ritmico che ti entra dentro e ti fa sentire in un modo poetico -così ho fermato l’auto in questo spiazzo sassoso e ho buttato giù le parole che Not dark yet mi suggeriva, mi dettava – e avevano le mie parole a che fa con il Tempo, il tempo che passa, che è, era, sarà:
ho professato per anni il Qui e Ora –
ora non più –
c’ è un passato che è sempre presente
Dylan in “Dont look back”
i miei che sono morti
io da giovane
i miei amici da giovani
io e L. quando ci siamo incontrati
e i miei amori di un tempo
io in una foto da bambina
un 19 Agosto a Riccione
vestita da guerriero pellerossa
che suono il tamburo
e come ci credevo!
tutti lì
tutti lì nel mio cuore

Larry Sloman, On the road with Bob Dylan -Storia del Rolling Thunder Revue (1975)

cover

Questo libro sembra su Bob Dylan e il suo Rolling Thunder Revue del 1975, ma in realtà è un’autobiografia della partecipazione del  suo autore, Larry Sloman al tour stesso; è la sua visione di quel tour di sei settimane dall’ottobre al dicembre del ’75, e del suo strambo modo di avervi partecipato. Sì perché per tutto quel tour lui non fa che prendere pesci in faccia da varie persone dello staff di Dylan che gli impediscono continuamente di avvicinarlo, di soggiornare nel suo stesso albergo, di parlare con i suoi musicisti, e questo dopo che per settimane Larry a New York aveva frequentato Dylan nei locali, alle feste, nello studio di registrazione dove lavorava. Ora si ritrova ad essere cacciato dovunque si presenti, e lui sopporta stoicamente, ingoia tutti i rospi, perché ha uno scopo, scrivere articoli per la rivista Rolling Stones e soprattutto un libro su quel tour.
Infatti quella che apparecchia Sloman è la commedia umana di tutto quel mondo composto da una settantina di persone che sta intorno a Dylan per far sì che il tour funzioni alla perfezione. Dylan in realtà compare poco, a parte i concerti, allora come oggi lui si defila, non si fa afferrare, non risponde alle domande. In compenso è l’oggetto dei desideri, dei discorsi, delle discussioni di tutti gli altri. C’è una gerarchia di ruoli e persone molto rigida e organizzata, se sei Joan Baez e Joni Mitchell puoi fare quello che ti pare, altrimenti devi stare agli ordini. Ratso, come viene ben presto soprannominato Sloman, è all’ultimo gradino della gerarchia insieme ad esempio alla groupie Lisa e alla cantante attrice Ronee Blakley, che nonostante abbia partecipato al film di Altman Nashiville, non è granché considerata dalle altre star durante il tour di Dylan.
Sloman ha registrato ogni conversazione avuta e sentita per strada, sui set del film che si gira sul tour, alle cene e colazioni del mattino dei musicisti in cui è riuscito a intrufolarsi; nel libro vengono spesso riportate parola per parola. Conversazioni su cosa? Niente di trascendentale in realtà, su come ha suonato e cantato Dylan nel concerto della sera prima o in quello che sta avvenendo in quel momento, sul cibo, sulla rivista Rolling Stones o sul film che si sta girando.
Ma lo stile del libro non è da resoconto, da articolo per una rivista, lo stile è narrativo, lo stile è da romanzo. E’ il romanzo della partecipazione di Sloman al  tour di Dylan del ’75, ma, come ho detto, Dylan  compare quasi sempre di sfuggita, esce da una stanza e scompare, si fa vedere in un corridoio e sparisce. Ma poi la sera sale sul palco ed è sempre un trionfo, non solo per il pubblico, ma anche per chi, come Ratso lo spettacolo lo vede ogni sera; si esalta tutte le volte, applaude freneticamente e canta le canzoni insieme al pubblico, perché a quanto pare Dylan dà tutto se stesso ogni sera, ogni sera è migliore di quella precedente. Ci sono pagine dedicate a varie persone, ad esempio a Kerouac quando il tour passa da Lowell o a Leonard Cohen, a Sara, moglie di Dylan e a sua madre Beatty, e a Ruby Carter, incarcerato per un delitto che non ha commesso per la liberazione del quale viene fatto un concerto nella prigione dove è rinchiuso. Tutti in questa rappresentazione che fu il Thunder Revue hanno un copione non scritto che recitano alla perfezione. Solo Ratso non lo ha perché essendo un “fuori casta” gode della libertà di essere se stesso. Lui non deve recitare un ruolo, disprezzato com’è da tutti  non ha una carriera da salvaguardare, non è uno sul ring del successo. Lui è quello che guarda l’altrui successo. Nell’essere ostili o sarcastici o sprezzanti nei suoi confronti gli altri appaiono costretti a recitare la loro quotidiana parte, divertendosi il più delle volte, ma vivendo una vita separata e protetta dal mondo reale che li usa e li adora.
Ci sono foto di gruppo su questo tour in cui tutti quelli che vi parteciparono sembrano degli hippies della summer of love di San Francisco. Per l’abbigliamento, la postura, il modo di sorridere. In realtà nel ’75 il vero mondo hippy era finito da un pezzo ed era cominciato il tempo (non ancora finito in fondo) del fare affari con lo stile  hippy. Con questo voglio dire che anche se il Rolling Thunder Revue poteva sembrare a prima vista una grande comune che viaggiava in America a “fare musica”, in realtà a leggere questo libro sembra essere stato un tour ben organizzato di varie star musicali. Al suo interno ci sono le persone importanti, quelli che fanno la guardia alle persone importanti e poi quelli che non sono per niente importanti. Come Ratso appunto. A me lui è molto simpatico, salta e prilla più o meno strafatto dalla mattina alla sera, fa mille telefonate al minuto, rompe le scatole a tutti, mendica interviste, ma sa di essere uno che deve stare al suo posto; come si dice più volte nel libro “lui non è uno di noi”. C’è il noi e il non noi. I “noi” fanno “la cosa Joan Baez”, “la cosa Joni Mitchell”, “la cosa Bob Dylan”. Quest’ultimo sembra sottrarsi più di tutti alla recita dell’essere Dylan. Dovunque si trovi scappa. Se lo cerchi dove ti hanno detto che è, non c’è più. Un po’ come oggi per il Nobel, probabilmente la fortuna di Dylan è fare “la cosa Dylan” solo sul palco.

Qui un resoconto dettagliato di Larry Sloman sul Rolling Thunder Revue n italiano:
http://www.maggiesfarm.it/bs5booklet.htm

Lhasa De Sela, Lhasa

 Lhasa De Sela, Lhasa
“I got caught in a storm,
Carried away Selka
I got turned turned around
I got caucht in a storm,
that’s what happened to me”

Avete mai scelto qualcosa da leggere, da vedere o ascoltare solo per il suo titolo? Con i libri a me è capitato, con la musica non ancora fino a ieri mattina. Alla Biblioteca Sala Borsa di Bologna ho notato un cd, sopra c’era scritto solo Lhasa, sul retro titoli di vari brani in inglese. Ho deciso di prenderlo a prestito perché il titolo evocava in me qualcosa per cui ho molta simpatia e solidarietà, cioè il popolo tibetano. Forse sono brani ispirati a quel popolo, ho pensato, oppure al Tibet e la sua capitale.
Tornando a casa e ascoltando il cd in auto ho capito che si trattava di tutt’altro. Lhasa De Sela è una cantautrice americana e questo è il suo ultimo e purtroppo definitivo album. A casa ho fatto subito una ricerca in internet su di lei perché i brani ad un primo ascolto mi erano sembrati stupendi. E così ho scoperto che questa artista è morta il 1° Gennaio del 2010 di cancro al seno a soli 37 anni e che questo album lo ha registrato durante la sua malattia.
Prima di parlare dei brani musicali mi preme raccontare qualcosa della vita di questa bellissima e bravissima cantante.
Figlia di due artisti hippies, Lhasa ha passato l’infanzia viaggiando per gli Stati Uniti e il Messico con i suoi fratelli e sorelle su uno scuola bus adattato a casa viaggiante. A 11 anni si stabilisce con la madre a San Francisco, dove inizia a prendere lezioni di canto; più tardi si stabiliranno a Montreal, in Canada. Qui insieme al chitarrista Yves Desroisier si esibisce nei bar della città con un repertorio folk. Il duo produrrà, nel 1997, il disco d’esordio La LLorona, interamente cantato in spagnolo. Il disco ha un grande successo,ma due anni dopo Lhasa decide di lasciare tutto e raggiunge le sorelle col loro piccolo circo Pocheros in Borgogna. Poco dopo si stabilisce a Marsiglia dove inizia a scrivere i brani per il suo secondo album The Living Road, che vedrà la luce una volta rientrata a Montreal nel 2003. Sei anni dopo, nel 2009 esce Lhasa.
Come dicevo i brani di questo album sono stupendi. Sapendo che furono composti durante la malattia che la porterà alla morte assumono all’ascolto un sapore del tutto particolare, come pure accade a leggere i testi presenti nel libretto incluso nel cd.
Sono canzoni d’amore, di riflessione filosofica sulla vita, sul suo trascorrere, sul suo passare; prendiamo ad esempio I’M going in:

WHEN MY LIFETIME HAD JUST ENDED
AND MY DEATH HAD JUST BEGUN
I TOLD YOU I’D NEVER LEAVE YOU
BUT I KNEW THIS DAY WOULD COME
GIVE ME BLOOD FOR MY BLOOD WEDDING
I AM READY TO BE BORN
I FEEL NEW
AS IF THIS BODY WERE THE FIRST I’D EVER WORN

NEED STRAW FOR THE STRAW FIRE
I NEED HARD EARTH FOR THE PLOW
DON’T ASK ME TO RECONSIDER
I AM READY TO GO NOW

I’M GOING IN I’M GOING IN
THIS IS HOW IT STARTS
I CAN SEE IN SO FAR
BUT AFTERWARDS WE ALWAYS FORGET
WHO WE ARE…

Come non interpretare questi versi come una riflessione sulla morte, la propria morte? E sulla possibilità di una rinascita?
Come pure nella bellissimaRising in cui l’autrice comincia a staccarsi da terra, a volare, ad allontanarsi dalla vita quando è ancora in vita, presa da questa tempesta che la trasporta in un altrove lontano

I GOT CAUGHT IN A STORM
CARRIED AWAY
I GOT TURNED TURNED AROUND
I GOT CAUGHT IN A STORM
THAT’S WHAT HAPPENED TO ME
SO I DIDN’T CALL
AND YOU DIDN’T SEE ME FOR A WHILE
I WAS RISING UP
HITTING THE GROUND
AND BREAKING AND BREAKING
I WAS CAUGHT IN A STORM
THINGS WERE FLYING AROUND
DOORS WERE SLAMMING AND WINDOWS WERE BREAKING…

O quella in cui racconta di un sogno fatto: A fish on land:
I HAD A DREAM LAST NIGHT
A FISH ON LAND
GASPING FOR BREATH
JUST LAUGHED

AND SANG THIS SONG
IS LIFE LIKE THIS FOR EVERYONE
IS LIFE LIKE THIS FOR EVERYONE
I PICKED HIM UP
HE HAD A HUMAN FACE
I CARRIED HIM
TO WHERE THE WATER WAS
A GREY AND STILL AND DUSTY THING
A GREY AND STILL AND DUSTY THING
I DROPPED HIM IN
AND HE COULD BREATHE AGAIN
AND THEN HE GREW
AND HE BECAME A MAN
I KNEW THAT I WOULD MARRY HIM
I KNEW THAT I WOULD MARRY HIM…

Forse il pesce che non può respirare, che boccheggia è proprio lei, Lhasa e l’acqua che lo può salvare è la vita che la sta abbandonando.
Sono testi questi che anche volessero alludere, come io penso, alla propria morte sono pieni di vita, come pure la voce forte e dolce della stessa Lhasa che sto ascoltando mentre scrivo; una voce calma in contrasto a volte col testo che come in Rising racconta una visione che calma proprio non è; c’è una certa noncuranza nel canto, certo anche molta malinconia e forse stanchezza. In questo come in altri brani nella voce di Lasha c’è un’intensità, una temperanza e nello stesso tempo una densità e controllo, ma anche distacco dal testo come riguardasse non se stessa ma qualcun altro . La sua è una voce a volte quasi maschile, che si fa a momenti profonda e intima ma che non concede nulla al sentimentalismo. C’è solo intensità, rigore, autenticità e bravura allo stato puro.
Forse io ‘ho messa giù un po’ sul sentimentale e melodrammatico in questa recensione. Ma sono stata invasa da questa voce e da questo corpo che “ non c’è più”, per tutto un pomeriggio. E lo sarò ancora a lungo. Anche Lhasa De Sela andrà a far parte del mio altare della memoria.
Colpisce come un pugno nello stomaco e nella mente, ma non fa male, la foto di Lhasa che compare a tutta pagina nel suo sito ufficiale. Emblematica, misteriosa ed evidente nello stesso tempo, nel suo significato metaforico. La vita che c’è e non c’è, che c’è e si nasconde per scomparire. Per Lhasa, che ha centinaia di foto nel web in cui compare bellissima e affascinante, è stata scelta questa foto. Tutta vestita di nero, come in lutto per se stessa, il viso completamente coperto dai capelli al vento, che si volta come a guardare la strada percorsa e per lei finita, lungo uno spoglio sentiero di campagna.
E allora mi chiedo:quanto ama la vita chi sa di morire?

http://lhasadesela.com/( sito ufficiale )
http://it.wikipedia.org/wiki/Lhasa_de_Sela