“Questo avviene nei film degli indiani”. Come Umberto Eco spiegò la trama gialla de Il nome della rosa a dei quindicenni dell’Istituto Tecnico Aldini-Valeriani di Bologna

 C’è stato un anno in cui in classe abbiamo letto Il nome della rosa di Umberto Eco. Poi abbiamo visto anche il film per fare un confronto. Ho sempre fatto leggere libri “difficili” ai miei studenti, adolescenti ( spesso come in questo caso solo maschi) di seconda del biennio dell’Istituto Tecnico Industriale Aldini – Valeriani di Bologna, perché per me è stata quella l’età della scoperta di Dostoevskij. A volte leggevamo Delitto e Castigo, altri anni I fratelli Karamazov, altre volte ancora I miserabili di Victor Hugo o i racconti di Cecov, oppure Hemingway e altri scrittori americani. In prima invece leggevamo sempre I promessi Sposi.
Dopo aver letto e discusso in classe Il nome della rosa chiesi ai ragazzi se avrebbero avuto piacere di incontrarne l’autore dato che insegnava nell’Università di Bologna. Però dovete fare tutto da soli, dissi loro, secondo me Eco è più interessato a parlare con voi a tu per tu senza la presenza del vostro professore. Dissero di sì. Così due ragazzi della classe andarono ad aspettare Eco fuori da una delle sue lezioni. Le teneva nella chiesa sconsacrata di San Martino e molte persone, non solo i suoi studenti, andavano ad ascoltarlo. Un paio di volte ci andai anche io. Ricordo che dopo  una di queste lezioni alcuni studenti si avvicinarono ad Eco per salutarlo e lui si rivolse in particolare ad una sua studentessa esortandola a studiare di più. Questo particolare mi fece capire che pur essendo un grande intellettuale e un personaggio pubblico importante Eco era soprattutto un professore. Si preoccupava cioè che i suoi studenti studiassero di più.
I due ragazzi che dovevano chiedere un appuntamento a Eco lo fermarono all’uscita della sua lezione e gli chiesero se era disposto ad incontrare la loro classe per un’ intervista su Il nome della rosa. Eco rispose di sì e diede loro un appuntamento per un pomeriggio nella sua Facoltà. I ragazzi la registrarono e ho ancora la cassetta sonora. Alcuni giorni fa l’ho riascoltata e l’ho trovata di grande interesse.
I ragazzi si disposero su indicazione di Eco intorno ad un tavolo. A questo proposito Eco disse loro: ” Per fortuna che vi ho fatto mettere intorno a un tavolo perché se eravate di fronte eravamo in una situazione televisiva”. Infatti poco prima riflettendo con loro sul perché registrassero l’incontro aveva detto: ” C’è questa paura di non capire cosa dice la voce registrata, è normalissimo spostare nella vita quotidiana la situazione radio-televisiva. E io parlo come fossi Pippo Baudo (i ragazzi qui ridono) della situazione….è la fiducia che mettendo tutto su nastro vi rimane e non vi scappa, mentre nessuno riascolterà più il nastro”. Invece il nastro è stato riascoltato e io dopo tanti anni ne sto scrivendo.
In questo articolo non dò conto di tutte le domande dei ragazzi e di tutte le risposte di Umberto Eco. Sarebbe troppo lungo il farlo. Ho scelto quelle che a me sono sembrate le più significative. Ma in realtà tutta l’intervista è estremamente interessante.
Durante la conversazione Eco dà sempre del lei ai ragazzi e nelle risposte alle loro domande si ha l’impressione che non parli solo a loro ma anche a se stesso. Come se le domande di quei quindicenni fossero per lui un’occasione di interrogarsi e di rispondersi in maniera molto personale sulla propria creatività di scrittore. Lo si capisce da come a volte Eco cerchi le parole ad una ad una per essere il più chiaro possibile.
Le domande dei ragazzi riguardarono soprattutto la trama gialla e il contesto storico de Il nome della rosa. Uno ad esempio chiese ad Eco perché il romanzo mette in evidenza monaci malvagi trascurando quelli che potrebbero essere i buoni della situazione. La risposta di Eco fu una piccola e intensa lezione su cos’è un romanzo. Fece capire ai ragazzi che in esso l’ambiguità dei personaggi è il sale della storia raccontata e che è impossibile che ci siano tutti i cattivi da una parte e tutti i buoni dall’altra. “Questo avviene nei film degli indiani”, disse. Ma un ragazzo obiettò che trovare tante persone cattive in un monastero cristiano li aveva sorpresi. E qui naturalmente Eco si trovava nel suo elemento, quello di studioso appassionato del Medioevo. Raccontò ai ragazzi che nei monasteri ne succedevano di tutti i colori, ammazzamenti, avvelenamenti. La cattiveria, la quantità di passioni umane che ci sono nel romanzo ” non vi avrebbe colpito in una legione straniera, vi colpisce in un monastero…Se l’uomo è un animale pieno di contraddizioni lo sarà anche se fa il monaco…basta andare a vedere L’Historia calamitatum di Abelardo, deve scappare dal monastero perché i suoi monaci tentano di avvelenarlo”.
La conversazione si spostò poi su cosa avesse ispirato Eco a scrivere questo romanzo. In particolare uno studente chiese se ad ispirarlo potessero essere stati alcuni aspetti de I Promessi Sposi.
“La letteratura è soprattutto racconto di altri libri”, esordì Eco. Da parte sua poi c’era questa profonda conoscenza del Medioevo e la scommessa di ambientare in quel contesto un romanzo, non un saggio di storia. La scommessa era difficile da realizzare perché non si trattava semplicemente di scegliere un ambientazione storica per un romanzo, ma ” c’era la scommessa di non far dire e di non fare succedere niente che non fosse successo”, disse Eco, e aggiunse: “L’ideale era che qualsiasi cosa che un personaggio diceva in qualche modo fosse stata detta nel Medioevo”. Per quanto riguarda un’eventuale influenza de I Promessi Sposi nella stesura de Il nome della rosa, Eco rivelò la sua passione per questo romanzo “che ho letto per la prima volta a 11 anni”. Mostrò agli studenti come nella struttura dei due romanzi si possono fare dei paralleli, entrambi infatti hanno quelli che lui definì “arie e recitativi”, cioè lunghe parti descrittive e storiche e subito dopo scene d’azione.
Uno studente fece accenno alla semiotica, “la materia che lei insegna”, e chiese : “secondo lei al giorno d’oggi è possibile ancora interpretare il mondo come dice Guglielmo come un libro aperto?”. Eco rispose: ” Io sono do quelli che dicono di sì” e parlò a questo proposito di come la società attuale sia ben più “imbottita di segni” rispetto al Medioevo. “Molte volte”, aggiunse, ” non è possibile leggere il mondo come un libro perché non sappiamo più riconoscere i segni significativi perché li vediamo passare tutto il giorno”.
Cambiando direzione alla conversazione uno studente chiese a Eco che funzione aveva ne Il nome della rosa la Biblioteca, se aveva la funzione di nascondere o mostrare. Eco rispose che aveva entrambe queste funzioni, come del resto ce l’hanno ancor oggi i musei e le biblioteche che contengono centinaia di opere meravigliose che nessuno ha ancora visto e forse mai vedrà. Nel Medioevo in più c’era poi una vera censura verso certi libri, ” una grande censura, ma non censura poliziesca, una specie di grande censura automatica”, disse Eco agli studenti. Come sappiamo questo aspetto diventa il centro della trama gialla de Il nome della rosa. ” C’è se volete”, disse Eco, ” l’idea romanzesca del terrore che si può avere di una verità scoperta e fare di tutto per celarla”.
Un altro studente riprese il discorso dei musei che contengono cose meravigliose che nessuno vedrà mai chiedendo “a cosa serve aprirli a tutti se non tutto si potrà vedere?”. Eco fece un lungo discorso su come sia inutile infilarsi nei musei per vedere decine di opere. Disse che dovrebbero essere organizzati in altra maniera, dove tutto si tiene in magazzino e di volta in volta si mostra al pubblico a rotazione. “Il museo così com’è è un luogo feticistico, nasce dalla galleria del borghese, come raccolta di merci…dà all’utente una specie di soddisfazione di prestigio, ho pagato 2000 lire e ho visto 80 chili di Rinascimento, dopo di che non ho capito un tubo”.
Il discorso si spostò poi su una frase che il personaggio di Guglielmo rivolge nel romanzo al suo giovane assistente Adso, quando gli dice che non esiste nessun posto in cui Dio avrebbe voluto vivere. Uno studente voleva sapere da Eco se questa era una critica verso la Chiesa. “E’ una frase profondamente cristiana e religiosa questo dire che il mondo è un posto dove la gente è così cattiva che Dio non starebbe a proprio agio”, rispose Eco, aggiungendo che ” Io non sono di quelli che pensano il Medioevo come gli evi bui, oggi c’è Reagan, non è che le cose siano migliorate”. A proposito del personaggio di Guglielmo, che è il detective della storia, uno studente chiese a Eco perché scopre le cose per caso, “per esempio l’indizio per trovare il Finis Africae l’ha trovato per caso nelle scuderie”. Eco non voleva scrivere un romanzo giallo classico, ma semmai ” un romanzo sul romanzo giallo”, per cui il suo detective doveva essere un essere umano come tutti gli altri, non doveva avere chissà quali poteri o essere dotato di chissà quale razionalità. A proposito dei personaggi de Il nome della rosa uno studente chiese in quale Eco si identificasse. Nella sua risposta egli fece capire ai ragazzi che un vero scrittore si deve identificare in tutti i suoi personaggi e che “in tutti l’autore mette qualcosa di sè…altrimenti se ne sceglie solo uno vuol dire che tutti gli altri sono delle marionette che lui ha usato tanto per fare”.
La conversazione proseguì con la richiesta da parte degli studenti di un consiglio su cosa leggere dopo Il nome della rosa. Per rispondere a questa domanda Eco fece una riflessione sulla gioventù di quel periodo. “Siete una generazione che con un brutto termine viene chiamata del riflusso, comunque di un periodo di grande crollo delle ideologie…Un grandissimo libro che racconta un dramma simile è Il rosso e il nero di Stendhal”. I ragazzi non sapevano come si scrivesse questo nome e allora Eco lo scrisse alla lavagna; nella registrazione si sente nitidamente il rumore del gessetto sulla lavagna e si avverte con chiarezza con quanta pressione della mano scrivesse Eco. Questo suono antico e inattuale di una mano che spinge su un gessetto su una lavagna per scrivere il nome di uno scrittore mi ha molto colpito, anzi commosso; mi sembra il reperto sonoro di un passato così remoto. Come anche il dare del lei ai dei ragazzini quindicenni da parte di un personaggio tanto famoso e amato a Bologna, o “perdere” più di un’ora di tempo per parlare con loro. Un altro piccolo dettaglio voglio ricordare a questo proposito. Ad un certo punto dell’intervista qualcuno entrò nell’aula e Eco con voce autorevole disse : “tu non puoi entrare”, e poi con voce molto soave, dolce aggiunse “per limiti di età”. Evidentemente quella conversazione che stava avendo con quei ragazzini era di suo gradimento e non la voleva interrompere per nessun motivo.
L’ultima domanda riguardò il titolo del romanzo. Un ragazzo disse: “tutti dicono che viene fuori da un esametro latino, questa rosa cosa vuole essere? Vuole essere tutto? Vuole essere la cultura che c’è attorno, vuole essere niente?, vuole essere un fiore? Che cos’è?”. “E’ il topos ( ed Eco spiegò cos’è un topos) dell’ubi sunt, del dove sono, tipicamente cristiano medievale, la gloria del mondo non dura, quindi dove sono i grandi principi?, dove sono le grandi città?”… Ma l’autore dell’esametro “lancia questa specie di grido di ottimismo o di realismo nel senso che tutte le cose sì passano ma in fondo è il linguaggio quello che ce le conserva”.
Qui si concluse l’intervista e Eco salutò i ragazzi con un “ecco, arrivederci”, e loro di rimando”ci vediamo”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*