Il petalo

Invecchia
come me che invecchio –
lo vedo mutare
sbiancare
impallidire –
in mezzo un fulmine
più scura è la parte viva
come i bordi
che si accartocciano
lo vedo
e ci mette poco –
ci siede dentro un bambino
di plastica gialla
braccia al cielo
a chiedere un aiuto rosa –
il bimbo sparisce
il rosa diventa trasparente
vene senza sangue
linfa che si secca
bordi che si piegano
in così poco tempo –
ieri abbiamo parlato di morte
di come accade
di come anche a noi
si accartocciano i bordi
in così poco tempo

Un giovedì di qualche settimana fa

Spesso si fanno belle chiaccchiere all’Hospice –
non sempre capita
ci dev’essere un pò di gioia in noi perché capiti –
qualche settimana fa si è parlato di giovinezza e vecchiaia –
e A. che ha 50 anni si è meravigliata
che abbiano cominciato a darle del lei
e una signora le ha detto: alla sua età mettevo la minigonna
e io ho detto: che bella la minigonna
e poi ho detto che sono entrata nell’età anziana
e una ragazzina davanti a me
rideva di tutto quello che dicevamo
e poi ho scoperto che ha tre figli –
eravamo in quel momento tutte donne –
a parte me e A. erano madri, figlie di persone
che nelle stanze erano a letto e stavano male –
ma lì nella nostra sala del thé c’era questa atmosfera
che mi faceva bene al cuore –
e prima ero andata a trovare A. nella sua stanza
ed ero contenta di vederlo parlare con un suo amico in visita –
mi ha guardato e chiesto: quali novità?
abbiamo accennato alla lotta dei minatori sardi –
poi lui mi ha detto: stai proprio bene oggi –
sì, gli ho risposto, hai visto mi sono messa anche la collana –
ho visto, ho visto, mi ha detto lui

Kopan 1970

Erano pieni di difetti –
erano arroganti
erano gelosi un dell’altro
lo stesso essere così giovani
era di per sè un difetto –
e poi fumavano gli spinelli
e gli piaceva l’LSD –
si arrabbiavano
ed erano assetati di sesso
lo facevano, gli piaceva
e gli piaceva il buon cibo
e gli piaceva la birra gelata –
eppure ci provarono
ci provarono
a praticare la calma mentale
e a non attaccarsi troppo
ai piaceri dei loro sensi –
ci provarono
ci provarono
ancora e ancora –
quello che si può fare
è solo provarci
ma senza riuscirci mai del tutto
riuscendoci solo un pò
e per qualche piccola volta –
 ma Z. meditò morendo

Ascoltando Kaddish di Giulio Castagnoli al violoncello di Eduardo Dell’Oglio

C’è ancora il lago nero tondo –
una vela bianca in mezzo
ferma
la vela è dritta
ma non sventola non si muove –
non c’è vento è tutto fermo
come cristallizzato
immobile nel tempo
che non scorre che non passa –
la vela bianca rigida e senza vento –
eppure nell’aria c’è una musica di tango
su pedane nere lucide
su cui la luce si specchia in lampi chiari improvvisi

E da sola mi faccio il battesimo

E da sola
mi faccio il battesimo
d’acqua marina di Maremma –
la raccolgo tra le mani
ne riempio la testa
che si bagnino la cute e i capelli
che si rinfreschi la faccia –
è bello fare questo gesto
una purificazione
è un gesto d’antica bellezza
stare lì con l’acqua fino alla cintola
e senza officiante
maestro di riti
farsi da sola questo rito d’acqua marina
così ovvio
che deve essere un’eredità di antiche tribù
che nomadi o guerriere
come gli Achei invincibili
passavano da queste spiagge
prima di salire ad assediare castelli
o depredare villaggi
oppure più pacificamente
prima di una grande festa

dopo poco ho rifatto il gesto
che credevo d’antico genetico rituale
ma questa volta è stato solo bagnarsi la testa
in un pomeriggio di luglio
di mare azzurro e calmo

E Kerouac cercava Dio ovunque

E Kerouac cercava Dio ovunque
nell’alcol che beveva
e nella figlia identica a lui
che si era rifiutato di riconoscere –
lo cercava nella strada
nelle facce, nei corpi, negli autobus
nelle case, nei campi, nelle industrie
e lungo le ferrovie –
la strada fu il suo sentiero
il suo pellegrinaggio senza santuario
la strada era il suo Mandala
c’era lui, c’era Neal che era la vita in sè
e c’era Dio
che Jack non riuscì mai a vedere

A Milano nel 2007 per gli insegnamenti del Dalai Lama

Mi è rimasta questa immagine –
l’albergo, io sola al ristorante
a mangiare qualcosa
quel qualcosa che si mangia in un albergo.
accanto o di fronte a me due monaci tibetani
anziani, lenti, calmi
con loro una ragazza occidentale
magra, capelli lunghi, aria un pò stanca –
loro mangiano carne e riso
lei una minestra di verdura
in una gran scodellona –
c’ha messo un’infinità di tempo a finirla
cucchiaio dopo cucchiaio
lentamente
come se mangiare
non fosse la cosa importante che è –
i monaci tibetani, dei maestri?
la scura bistecca d’animale
la buddista occidentale
il triste minestrone d’albergo –
chi è saggio?
chi non lo è?
e che fare alla fine
di tutto quello che c’è qui in occidente
e lì in oriente?

Quella scala di legno nel bosco

Bisogna stare attenti
si può cadere –
saprai rialzarti?
no, meglio stare molto attenti –
non rischiare
come con la canoa
meglio non rischiare
meglio non rovesciarsi –
saprai risalirci?
e nella mente
saprai avventurarti?
meglio non rischiare
se poi non ritorni? –
ritorni dove?
al punto di prima-
di prima?
quale punto di prima?
allora è meglio non rischiare
abbandonare
l’avventura della mente –
rimanere
nella propria incertezza, incompletezza
nel proprio sicuro niente –
non sono il seme
che se lo porta il vento
qui e là
qui dove si vive e si germoglia
là dove si secca e si muore –
sono la spiga
che sta sempre lì
dove l’hanno messa
fino alla fine –
quale fine?
della vita
quale vita?
quella di tutti
quella della Legge che fa finire le cose –
Sì, c’è una Legge
che fa finire le cose
e non sei tu –
e comunque nella scala di legno
c’è qualcosa
c’è qualcosa
che la fa contemplare
ma non so cosa-
come contemplare il nulla