Patrick Modiano, Nel caffè della gioventù perduta

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Prima dei personaggi in questo romanzo ci sono le strade di Parigi. Tante, che si intrecciano, si percorrono sempre a piedi, prevalentemente di notte, prevalentemente da soli a al massimo in coppia. E’ una Parigi un pò alla Breton, antica, novecentesca, non ci sono mai automobili, traffico, semafori, folla. Quando i personaggi la attraversano i caffè sono già chiusi, e per puro caso se ne trova aperto uno. Oltre alle strade infatti anche i caffè la fanno da padrone. Anche gli hotels. Le persone ci vivono stabilmente, ma li cambiano di continuo. Sembrano hotels da poco, le stanze me le immagino squallide, disadorne, piene di polvere. Ma questo nelle pagine de “Nel caffè della gioventù perduta”, romanzo strano ed enigmatico, sembra essere il loro bello, quello che attira abitarci. Gli unici “in più” sono i personaggi del romanzo, raccontati come precari esseri viventi, superflui prima di tutto a se stessi. Percorrono in un certo tempo delle strade e poi dopo anni ci tornano per vedere se sono cambiate. I personaggi, come ad esempio Roland e Louki, attraversano le pagine del romanzo come attraversano le strade di Parigi, cioè per nessun motivo materiale, contingente, pratico. E’ un insieme di vaghe suggestioni quello che fa sì che Roland e Louki si frequentino. Lei è una ragazza che ama passare il tempo nei caffè, soprattutto uno in cui è entrata un giorno, il Condé. Lo fa da sola alle due del pomeriggio come alle due di notte. Si siede sempre allo stesso tavolino e si guarda intorno. Guarda gli altri avventori e col tempo ne diventa amica. Alcuni sono strani tipi come Guy De Vere, una specie di filosofo che riunisce a casa sua alcuni amici, per delle meditazioni a luci spente. E’ in una di queste riunioni che Roland e Louki si conoscono. Di lui si dice poco nel romanzo, se non che è innamorato di Louki e non perde occasione per intrattenersi in sua compagnia. La sera in cui fanno conoscenza lei gli rivela di essere sposata ma di non vivere più con suo marito. Quando quattro anni prima sua madre è morta lei si è dovuta cercare un’occupazione. Il proprietario della ditta dove ha trovato lavoro le chiede di sposarlo. Lei accetta, ma poi una sera non torna più da lui. Roland le chiede: ma perché lo hai sposato? Louki non lo sa, dice solo che lui aveva voglia di avere una moglie.
Ci sono in questo strano e bel romanzo strisce di vita nel tempo che si fa continuamente spazio e viceversa; c’è questo lasciarsi andare alla corrente in un modo che sembra poter accadere solo in questa Parigi, che non è la metropoli dei giorni nostri. E’ una Parigi reale rivisitata con gli occhi dell’immaginazione. Tutto il romanzo è raccontato come fosse un lungo, caotico sogno in cui le persone si perdono e si ritrovano da un momento all’altro e non c’è nessuna spiegazione perché ciò accada. Proprio come nei sogni in cui senza un senso cronologico ci si incontra, si cammina, ci si cerca e ci si perde. E tutto senza uno scopo, senza una vera ragione. La trama del romanzo è labile, quasi inesistente. C’è questa ragazza Louki che incontra persone e senza spiegazioni ad un certo momento le lascia, le lascia per strada, per pigrizia, perché quel giorno non ha voglia di incontrarle e poi diventa troppo doloroso andare a dar loro spiegazioni. E senza spiegazioni lascia anche se stessa.

André Breton , Nadja

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Chi è lei?” E Nadja senza esitare: “Sono l’anima errante” (A.B.)

Qualche tempo fa camminando nel centro di Bologna tra la gente che andava e veniva, mi ha colpito un volto. Ho l’abitudine di guardare le persone mentre cammino e quel giorno mi ha colpito il viso di una ragazza. Alta, giovanissima, molto bella, un vestito di cotone leggero a fiorellini addosso con una mantellina di lana. Era in compagnia di un ragazzo anche lui giovane, bello, alto. Avevano con loro un cane. Camminavano veloci come andassero ad un appuntamento. Non era il camminare stressato degli adulti, era il correre – da qualche parte – molto importante – dei giovani. Avrei voluto fermare quella ragazza e dirle: parlami di te. Ma purtroppo non faccio queste cose. Continuando per la mia strada mi è venuta in mente la Nadja di Breton. La situazione era la stessa. Ma lui la ragazza che l’aveva affascinato la fermò, ci parlò, la conobbe. E così poté scrivere il capolavoro che è Nadja. Per la mia timidezza mascherata da prudenza ho forse perso l’occasione letteraria della mia vita. La ragazza non mi avrebbe neanche risposto o mi avrebbe mandato a quel paese. Ma questa sarebbe già stata una storia da scrivere. Senza “l’incontro” non è nata nella mia mente nessuna storia.
Nadja fu pubblicato nel 1926, due anni dopo l’incontro fatale di Breton in una strada di Parigi con una donna bellissima e misteriosa “ giovane, vestita molto poveramente…Così fragile che, camminando pare appena poggiare sul terreno. Curiosamente truccata, come qualcuno, che avendo cominciato dagli occhi, non ha avuto il tempo di finire, ma col bordo degli occhi nerissimi per una bionda” (pag.. 55-56). L’interesse del protagonista è un interesse che io definisco fin dall’inizio letterario. La paura di non incontrarla di nuovo gli fa dire: “ Che fare intanto se non la vedo? E se non la vedessi più? Non saprei più” (pag. 77).
Nadja è una donna bellissima ma strana. Esercita un potere di seduzione nei confronti degli uomini, ma nello stesso tempo se ne fa dominare. “ so che le è accaduto nel pieno senso della parola di prendermi per un dio, di credere che fossi il sole” (pag. 94). Ha continue visioni, vere e proprie allucinazioni. Lei vede mani, vede visi che gli altri non vedono. Il protagonista ne è stupito, a volte spaventato, altre ancora annoiato. Quello che lo affascina di lei è il suo insondabile mistero e il fatto che “ Dal primo all’ultimo giorno ho considerato Nadja un genio libero, qualcosa come uno di quegli spiriti dell’aria che certe pratiche di magia consentono di legare momentaneamente a sé ma che è impensabile sottomettere” (pag. 94). Infatti in poco tempo il protagonista si allontana da Nadja, qualcosa nei racconti che lei gli fa continuamente della sua vita lo disgusta. Si tratta di un pugno ricevuto in pieno viso da uno dei suoi amanti. Lui non si capacita del perché lei gli racconti questi odiosi particolari della sua vita passata. “ Piangevo all’idea che avrei dovuto rinunciare a vedere Nadja, no non l’avrei più potuta vedere. Certo non le serbavo rancore per non avermi nascosto ciò che in quel momento mi desolava, anzi gliene ero grato, ma che un giorno fosse potuta arrivare a questo…era qualcosa che non mi sentivo il coraggio di accettare” (pag. 99). Trovo molto bella questa sincerità nel dire che non si trova il coraggio di accettare qualcosa in qualcuno e perciò ci se ne allontana. Corrisponde esattamente a quello che succede o è successo a tutti , forse proprio con le persone più interessanti ma troppo diverse da noi.
E’ un onesto – disonesto uomo il questa storia il protagonista. Vuole sapere chi è quella donna, vuole conoscere il suo mistero, immagina che ci sia un mistero dietro quel viso bellissimo che tutti gli uomini per strada si voltano a guardare. Lui vuole sapere chi è. Come se saperlo fosse un messaggio importante da dare all’intera umanità. In effetto Nadja sente, vede cose che altri non vedono. E’ totalmente immersa nel suo inconscio. Non ha altro. Come dice il protagonista non ha quell’istinto di conservazione delle persone per bene che tutti siamo. “ Io non ho mai sospettato che Nadja potesse perdere o avesse già perduto il favore di quell’istinto di conservazione che induce dopo tutto i mie amici e me, ad esempio a comportarci bene – limitandoci a voltare la testa dall’altra parte al passaggio di una bandiera, a non profittare di qualsiasi occasione per prendercela con chi ci pare, a non concederci il piacere ineguagliabile di commettere qualche bel sacrilegio” (pag. 126).
Nel romanzo Nadja finisce in manicomio. E qui quel “comportarci bene” assume un significato ben preciso. Non fare la sua stessa fine. L’invettiva finale di Breton contro i manicomi non serve a mascherare questa paura: e se capitasse anche a me? Se mi venissero a prendere perché non mi comporto abbastanza bene? A Nadja succede proprio così. “ Sono venuti a dirmi che Nadja è pazza. In seguito a certe stravaganze cui si era abbandonata, pare, nei corridoi del suo albergo, aveva dovuto essere internata nel manicomio di Vaucluse” (pag.121). Il protagonista è preso dai rimorsi. Forse il suo intervento nella vita di Nadja ha favorito lo svilupparsi della sua pazzia, intervento che era stato favorevole allo svilupparsi delle sue idee deliranti. Infatti non osa neanche informarsi su quello che può esserle capitato e si pente di averla incoraggiata a seguire la strada dell’estrema libertà. “E’ dall’inoltrarsi in questa direzione che forse avrei dovuto trattenerla rendendomi conto del pericolo che correva” (pag. 125).
Il protagonista nell’ultima parte di questo romanzo breve e frammentario , si innamorerà di nuovo. E questa volta “davvero”. Non cercherà in questo nuovo amore il perché, il chi sei. In lei tutto è sole, tutto è manifesto. “ Tu non sei un enigma per me”, dice il protagonista, “ Voglio dire che tu mi distogli per sempre dall’enigma” (pag. 139).
Bellissimo frammentario libro questa Nadja di Breton. Che non nasconde nulla, nemmeno la paura della donna troppo libera, nemmeno la paura della pazza e della pazzia. E neanche nasconde quello che gli artisti sempre fanno: rubare la vita degli altri.

 

Sul bellissimo libro di Caterina Saviane, Ore perse- Vivere a sedici anni

Ha sedici anni quando scrive questo magnifico libro, diario-romanzo,  pubblicato nel 1978 dalla Feltrinelli. Ha sedici anni. Eppure ogni pagina trasuda di nostalgia, come se quello che vi si racconta fosse avvenuto decenni prima, come se a scriverlo fosse qualcuno che da vecchio parli della sua gioventù. Sedici anni. Eppure è come se chi scrive avesse già tutto vissuto, tutto visto  e tutto creduto, ed ora disilluso e avvilito rivive quei sedici anni con l’amarezza di chi non crede più a niente. Tanto da farle dire ad un certo punto: “Mi sembra di essere una diva del muto”. Sedici anni.
Non è un libro sull’avere sedici anni, è una riflessione adulta, matura, sulla vita in generale, i rapporti-non rapporti tra le persone, la natura, i cani, le vacanze, i viaggi, la solitudine, gli amici. La scrittura mi ha impressionato, sorvegliata, ponderata, profonda nella ricerca di una aderenza perfetta a quel che si vuol dire, prima di tutto a se stessi.
Sedici anni. Io i miei non me li ricordo, nel senso che allora non ero niente.

Recensione del romanzo di Emma Cline, Le ragazze

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Il tema di fondo di questo romanzo è cosa si è disposti a fare, fin dove possiamo spingerci pur di essere notati, apprezzati, considerati, che non è lo stesso che essere amati. É una cosa proprio diversa. C’ è un bisogno più insaziabile dell’amore sembra voler insegnare questo romanzo: essere ritenuti bravi, interessanti, intelligenti, belli, creativi. Essere amati può succedere anche se si è stupidi e brutti, ma l’ essere considerati interessanti e creativi ci fa emergere dalla massa, ci fa accedere alla categoria degli eletti. Evie, la protagonista de “Le ragazze”, ha questa aspirazione, essere notata, uscire dalla massa informe delle sue coetanee, tutte scuola, casa, amiche. La sua vita  è raccontata in vari momenti, che nel corso della narrazione si intrecciano continuamente. All’inizio la troviamo già adulta quando si arrangia facendo la badante per anziani e bambini. Ma quando rimane disoccupata accetta l’ospitalità nella casa di vacanze di un amico. Qui capita il figlio del proprietario con la sua ragazza. La loro arroganza, il loro fiacco modo di vivere le ricordano la sua antica adolescenza vissuta in un piccolo chiuso mondo fatto da una madre divorziata e infelice, un’unica amica che presto si allontana da lei e dalla prospettiva di partire per il collegio. Nessuno nota Evie, la vede, ha un vero interesse per lei. E’ una ragazzina sola che non sa rassegnarsi a rimanere tale costi quel che costi. E così, dopo averle incontrate per caso, si lega alle “ragazze”, giovani sbandate che vivono nel “ranch”, una catapecchia nel cuore della California anni ’60. Russell ne è il dio assoluto, rappresentato nel romanzo come una copia molto simile di Charles Manson e le ragazze sono anche loro simili a quelle della sua cosiddetta “famiglia”, così come simili sono gli omicidi compiuti dal gruppo alla fine del romanzo. Da qui inizia il racconto della vita di Evie adolescente, dei suoi quattordici anni, che sembrano quelli di tante ragazze di allora dall’anima dolorosa, insoddisfatta, fragile. Evie viene plagiata da Suzanne, la leader del gruppo delle ragazze hippy che l’accolgono nel ranch all’inizio per brevi periodi e poi definitivamente. Il completo vuoto mentale è la caratteristica principale degli abitanti del ranch, vuoto ammantato dalle parole altisonanti del loro capo indiscusso Russell, come “amore universale”, “disfarsi del proprio io egoistico”, “vivere il presente”, concetti che ancora oggi infestano i nostri social, riviste, articoli sul benessere mentale, le nostre stesse aspirazioni interiori. La mia impressione è che, al di là dei delitti perpetrati dal gruppo del ranch alla fine del romanzo, un giudizio negativo e liquidatorio sia dato dal romanzo sul movimento hippy americano degli anni ’60 in quanto tale; è un approccio inconsueto a quel periodo, a quel mondo che molti di noi, io per prima, abbiamo idealizzato e tuttora continuiamo a farlo. Il ranch è un’accozzaglia di gente capitata lì per caso e per bisogno, che vive nell’incuria e nella sporcizia, dorme molto, e sennò si droga, e il cui unico collante nella vita è Russell, musicista fallito con scarse doti artistiche, ma con una di quelle personalità ( come il vero Charles Manson) in grado di dominare giovani ragazze bisognose di “essere notate”, guardate, considerate. Come Evie appunto, che si sente onorata di rubare soldi a sua madre o a uno sprovveduto amico per portarli al ranch e nelle tasche di Russell, così come si sente onorata delle sue attenzioni sessuali in qualunque momento lui ne abbia voglia. A lei bastano frasette della serie vieni qui piccola per cadere ai suoi piedi. Che qualcuno mi noti, veda che esisto e valgo qualcosa, sembra chiedere continuamente al mondo Evie. La sua in fondo è la storia di un qualunque innamoramento che si viva come assoluto. Non semplicemente nei confronti di una persona, ma di quello che questa persona rappresenta, un’idea di mondo come dovrebbe essere che noi vediamo personificata in lei, in base alle nostre aspirazioni, bisogni profondi, carenze affettive abissali. Se ci si sente come Evie e si è in un periodo di forti cambiamenti sociali come quelli della California hippy anni ’60, è facile cadere preda dei primi bulli che incontri scambiandoli per i tuoi salvatori. A mio parere il sottotesto di questo romanzo ( al di là dell’ultima parte in cui la strage è raccontata magistralmente) è il bisogno senza fondo che abbiamo dell’altrui consenso; Evie, che ne soffre morbosamente, si fa sedurre dagli abitanti del ranch scambiandoli per i suoi eroi, ma ha la fortuna di scampare dal doversi macchiare della loro furia omicida.
Verso la metà del romanzo le cose cominciano a precipitare per le ragazze del ranch. Prese dalla voglia di fare qualcosa di forte Evie dà in pasto a Suzanne e Donna, un’altra ragazza del gruppo, la casa dei Dotton, quella del suo amico Teddy, a cui tempo prima aveva portato via ben 65 dollari da consegnare a Russell con la scusa che gli avrebbe procurato della droga, ma non sapeva quando. Facendo questo Evie ha la consapevolezza che avrebbe fatto qualunque cosa per compiacere Suzanne, che adora e ammira. Mettono a soqquadro la casa sporcandola per il solo piacere di farlo. Evie sarà l’unica a venire scoperta e per un po’ la madre la spedisce a stare dal padre a Palo Alto. In sua assenza al ranch la situazione cambia, ci si prepara a diventare una setta di violenti, ci si esercita a sparare. Tutto perché Mitch, musicista di una certa fama amico di Russell, non può mantenere la promessa di fargli avere un contratto musicale. Suona e canta troppo male e nessuno vuole produrgli un disco. Diventa così il capro espiatorio contro cui indirizzare l’odio della comunità del ranch verso l’intera società. Girano una gran quantità di anfetamine ma pochissimo cibo, non ci sono più soldi per comprarlo. Ma tutti rimangono, nessuno abbandona il capo. Una notte Russell ordina l’agguato alla villa di Mitch. Un gruppetto tra cui Evie, parte per raggiungerla e ucciderlo. Lei è in auto vicino a Suzanne che strafatta di anfetamina non la degna di uno sguardo. Quando Evie allunga una mano verso la sua ha uno scatto. Fa fermare l’auto e le ordina di scendere. Così Evie si salva. Non partecipa alla carneficina a casa di Mitch. Lui non c’è, ma la sua ex moglie e il figlioletto, il custode della villa e la sua ragazza vengono massacrati.
Evie non dice nulla alla polizia, mantiene il segreto, torna a casa e parte per il collegio. Solo mesi dopo i colpevoli del massacro saranno arrestati.
Questo è un romanzo ben congegnato, la prima persona usata nell’intrecciare i vari momenti della vita di Evie rende la narrazione scorrevole e convincente, ci immedesimiamo facilmente nelle sue traversie interiori che la portano a compiere errori anche gravi, dai quali però ci viene continuamente da assolverla, come se aver avuto maestri falsi e bugiardi sia una cosa che in fondo è capitata e capita a tutti.

Emmanuel Carrère, L’avversario

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Intanto il titolo, L’avversario. Inizialmente mi sembrava non attinente alla storia di un uomo che nel 1993 uccise moglie, figli e genitori nello stesso giorno, tentando poi di suicidarsi senza riuscirci. Poi a pagina 17 parlando del momento della morte dei suoi genitori per mano del loro stesso figlio, Carrère scrive: ” Avrebbero dovuto vedere Dio e al suo posto avevano visto, sotto le sembianze dell’amato figlio, colui che la Bibbia chiama Satana, l’avversario”. Facendo una ricerca in internet ho saputo che la parola avversario è di origine ebraica e si trova in molte parti dell’Antico e Nuovo Testamento. Questo ha dato tutto un altro significato alla lettura che stavo facendo di questo testo. Come se “lui”, l’angelo disobbediente, fosse il vero protagonista della storia sotto le sembianze di Jean – Claude Romand. Forse perché sono suggestionata da un film Liberami presentato al Festival di Venezia che parla di esorcismi. Diciamo che se fosse vero che il male esiste sotto forma di uno spirito che si impossessa di uno di noi e ci fa soffrire o compiere delitti, guerre, violenze di ogni genere, sarebbe tutto più semplice, perlomeno nel dare un senso, una spiegazione certa a tutto quello che di “male” compiamo verso noi stessi e gli altri.Pur essendo il resoconto fedele di fatti realmente accaduti questo libro non è una biografia, ma una testo che si può definire fiction anche se Carrère in un’intervista afferma di non volerne dare una definizione precisa. Alla domanda come definirebbe i suoi libri? Reportage, biografie…, risponde: «Non lo so, preferisco non dargli un nome. Sono libri, è basta. Non li chiamerei romanzi, perché il romanzo prevede invenzione, ma neanche non-fiction, che mi sembra abbia una connotazione negativa. Adesso si usa dire auto-fiction, considerandolo un genere nuovo. Ma io penso che questa sia una delle più antiche modalità di scrittura, e anche uno dei motivi per cui si scrive. Raccontare la propria esperienza, cosa si è imparato dalla vita, la nostra e quella degli altri”. La storia infatti è raccontata in prima persona dallo stesso Carrère, tutto è vero, fatti, nomi, date, ma c’è sempre lui, Carrère e la sua impossibile domanda: perché una persona normale ad un certo punto diventa un “mostro”? Jean – Claude Romand è un uomo stimato da tutti, padre e marito amorevole ma per diciotto anni ha fatto finta di essere un medico, ha sperperato i soldi che amici e parenti gli avevano affidato affinché li utilizzasse in investimenti sicuri, e infine ha fatto una carneficina delle persone a lui più vicine e amate. E mentre leggiamo anche noi lo vogliamo capire perché lo ha fatto e ci identifichiamo totalmente nella voce narrante in prima persona. Anche noi ogni giorno ci domandiamo perché il male avviene, perché lo compiamo, perché ne siamo vittime e perché ne sono vittime milioni di persone. Se riuscissimo a capirlo capiremmo anche noi stessi. Carrère ne è addirittura ossessionato e per raccogliere materiale e scrivere il libro, un piccolo libro di 161 pagine, ci mette sette anni. Vuole entrare nella mente di Romand, e per farlo deve mettersi alla sua pari, non deve considerarlo come tutti un mostro. In questo libro trapela la posizione dello scrittore-narratore nei confronti di questo assassino, ovvero non lo considera nè diverso nè peggiore di lui. Afferma di vedere in Romand ” Non un uomo che ha fatto qualcosa di terribile, ma un uomo a cui è accaduto qualcosa di terribile, vittima sventurata di forze demoniache” ( pag. 28 ).
Carrère ha affermato di esserci ispirato a Truman Capote di A sangue freddo quando ha cominciato a pensare di scrivere questo libro. Ma poi se ne è distaccato proprio scegliendo di scrivere in prima persona; in un’altra intervista infatti afferma: “Tutte le teorie di Capote sul non fiction novel mi hanno aiutato a trovare questa forma che è molto libera e nella quale mi sento molto a mio agio. E adesso che mi ci fa pensare, se vogliamo penso di poter dire di essermi tirato fuori da quest’ombra così ingombrante. Perché a un certo punto ho dovuto – forse addirittura costretto – passare alla prima persona singolare, cosa che Capote non fa, anzi, al contrario: lui si tira fuori, pretende una grande obiettività – che naturalmente non ha: fa finta di non essere implicato, ma non è vero, è una gran balla.  Io ho scelto – o forse non si è trattato di una scelta, ripeto, quanto di un passaggio obbligato – di entrare in scena, di entrare anche io dentro”.
Tutta la vicenda di Romand comincia con una prima bugia detta in famiglia quando era studente del secondo anno della facoltà di Medicina. Non ha sostenuto un esame e lo ha tenuto nascosto. Da lì, da una prima piccola bugia facilmente rimediabile nascono tutte le altre. Fece finta di sostenere tutti gli esami fino a laurearsi, infine disse di essere stato assunto in un istituto di ricerca a Ginevra. Intanto si sposa, ha due figli. Ogni giorno parte da Ferney-Voltaire e fa finta di recarsi a Ginevra. Invece passa il tempo nei bar di Lione, o nei boschi a passeggiare o in macchina a leggere riviste. Nessuno ha mai dubitato di niente. Neanche del fatto che non avesse dato a sua moglie il numero di telefono del suo ufficio. A casa portava un buon stipendio, per farlo per anni ha attinto al conto in banca dei genitori, del quale aveva una delega. E loro non si meravigliavano vedendo assottigliarsi il loro conto, pensavano che il figlio li avesse investiti altrove. Lo stesso fecero altri parenti.
Dopo qualche anno si innamorò e cominciò a spendere somme ingenti per andare ad incontrare la sua amante in hotels di lusso a Parigi. Poi tra i due la storia d’amore finisce ma lei ha talmente fiducia in lui da affidargli i suoi 900000 franchi affinchè li investisse per farli fruttare. Romand se ne servirà per tirare avanti con l’alto tenore di vita della famiglia. Alla quale, come a tutti gli amici e parenti e alla stessa amante, aveva raccontato di essere malato di cancro. Questo per potersene stare a casa senza dover andare ogni giorno a passare la giornata da qualche parte.
Passano i mesi e verso la fine dell’anno del 1993 Romand capisce che si è alla resa dei conti. I soldi in banca stanno finendo e lui non ha nessuna possibilità di rimpinguarli. Va a Parigi per incontrare un’ultima volta la sua amante; in quella occasione le dà appuntamento per il 9 Gennaio per restituirle tutti i suoi soldi. Al ritorno a casa decide che si ucciderà entro il 9 Gennaio. Ma la sera dell’ultimo dell’anno al ritorno da una cena a casa di amici con moglie e figli Jean – Claude pensa che non può fare loro questo. Lasciarli con il suo suicidio nudi di fronte al mondo con quella orrenda verità sulla sua doppia vita che li avrebbe marchiati per sempre. Da qui in poi l’andamento del racconto di Carrère è quello di un destino che si compie. Romand si comporta come un automa, compra una carabina con relative pallottole e un dissuasore elettrico, ma ancora non dice a se stesso ” per ucciderli”. Li compra come se servissero a qualcos’altro. E poi ci sono le terribili pagine in cui durante il processo a suo carico Romand racconta come ha ucciso la moglie e i figli e subito dopo i suoi genitori. E come dopo aver ingerito del barbiturici abbia dato fuoco alla casa dopo essersi sdraiato sul letto accanto alla moglie morta da parecchie ore. Ma mancandogli il respiro corre alla finestra e la apre. Lo salvano. E’ costretto a confessare tutto.
Nell’ultima parte del libro c’è la descrizione della sua vita in carcere, la perplessità degli psichiatri rispetto al suo comportamento sempre calmo e misurato come se recitasse ancora la parte del Romand medico buon padre di famiglia. E infine c’è il resoconto di alcune parti del processo. E qui la situazione diventa davvero spiazzante per il lettore; si viene a sapere in tribunale che la maestra di uno dei figli di Romand ha intrapreso una relazione con l’assassino, con lettere d’amore e poesie da parte di lui. Ci sono persone dunque che continuano ad avere fiducia in lui anche dopo quello che ha commesso…E anche una volontaria del carcere interrogata dal pubblico ministero dimostra comprensione per l’assassino. Come pure un altro volontario che diventa suo amico e lo va a trovare in carcere ogni settimana. Le ultime pagine del libro a questo proposito sono terribili come i delitti terribili compiuto da Ramond. I due volontari, cattolici ferventi del movimento degli Intercessori, hanno così tanta fede nel ravvedimento di Romand da includerlo tra coloro che si danno il cambio in una catena ininterrotta di preghiere. Carrère ne è scandalizzato, e nelle ultime righe del libro dice: ” Sono sicuro che non stia recitando per ingannare gli altri, mi chiedo se il bugiardo che c’è in lui non lo stia ingannando…non sarà caduto ancora una volta nelle rete dell’avversario?”.
Mi domando allora Satana è dunque non solo Il disobbediente a Dio ma anche Il bugiardo? Disobbedisce mentendo? La bugia è la disobbedienza a Dio per antonomasia?
Romand è ancora una volta la dimostrazione della banalità del male. Lontano eoni dalla grandezza del rimorso di personaggi non reali ma emblematici come un Raskol’nikov di Delitto e castigo o di un Ivan de I fratelli Karamazov. E di un Padre Cristoforo de I Promessi Sposi che si porta dietro per tutta la vita il pane del perdono per non dimenticare il male che ha compiuto.
Carrère afferma in una delle sue varie interviste che se avesse inventato una storia del genere e poi l’avesse proposta al suo editore gliela avrebbe rifiutata in quanto non verosimile. Scrivere questa storia dice a se stesso nell’ultima riga del libro ” non poteva essere che un crimine o una preghiera”.

Alcune interviste dell’autore qui: http://www.minimaetmoralia.it/wp/?s=carrere

Nel 2002 ne è stato tratto un film http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=982

La prima notte di quiete di Valerio Zurlini

Ho rivisto per l’ennesima volta il film di Valerio Zurlini “La prima notte di quiete”. Lo davano in Tv ad un orario impossibile. Non dormivo, così me lo sono rivisto. Mi sono autocensurata il finale tragico in cui il protagonista muore in un incidente stradale invece di coronare il suo sogno d’amore. Mi piace così tanto questo film del ’72 che anni fa mi sono comprata il dvd. Nel mio immaginario sentimentale fa il paio con “Ultimo tango a Parigi” di Bertolucci, che è dello stesso anno, e che solo apparentemente affronta una trama simile.Ci sono tanti ingredienti dentro “La prima notte di quiete” che me lo fanno adorare. Prima di tutto il mare, quel mare, il mare d’inverno, in una città di mare, Rimini, vuota, spettrale, prima che la gente ci andasse a passare i fine settimana anche fuori stagione. Rimini come era “prima”, prima delle belle strade, delle centinaia di appartamenti, alberghi, agriturismi. Prima della ricchezza, insomma. Una Rimini quella del film triste e meravigliosa, poetica e malinconica. In alcune memorabili inquadrature il mare è inospitale come la città, irraggiungibile, altro, lontano quasi che fosse un oceano invece dell’ Adriatico. Qua e là svetta un palazzo, ma il resto sono strade del centro e viali deserti, strade di periferia in terra battuta vicino alla spiaggia, un night club “L’altro mondo”, appartamenti di ricchi e meno ricchi, ma arredati comunque tutti alla rinfusa, senza quel gusto maniacale di oggi del gradevole, dell’accogliente, senza insomma il ciarpame dei nostri giorni. Prima quindi che al posto del mare e del fare l’amore ci convincessero che è meglio comprare oggetti. Qui invece c’è sempre il mare a farla da protagonista, mosso, selvatico. Come cosa? Come l’amore nel senso della passione improvvisa, non prevista, non voluta. Selvatica appunto. Poi c’è un Alain Delon spettacolare, senza fronzoli e ammiccamenti, senza recitazione, che non fa mai più di quel che deve fare. Essere lì. In una scena dopo l’altra, un’emozione dopo l’altra. Con quel cappotto di cammello che non si leva quasi mai. E quei maglioni slabbrati. E quel viso. Dolore, amore, tenerezza, disperazione. Tutto in una faccia. E c’è lei, la bravissima Sonia Petrova, che faceva la ballerina classica e fu scelta per caso; lei nel film è l’angelo della seduzione, forte della sua debolezza, che la vita non ha sporcato, non può sporcare. In lei tutto è negli occhi. E c’è l’acqua, sempre l’acqua, che o mare o pioggia. Pioggia durante la prima e ultima scena d’amore tra Daniele, il personaggio interpretato da Delon, e Vanina interpretata dalla Petrova. Quando in un non importa dove, fuori pioggia e freddo, dentro due che si sono trovati e un materasso buttato per terra.
Perché si guarda e si riguarda un film visto 10 volte e più e si legge e si rilegge lo stesso libro? E perché succede con film e libri che più lontani dalla nostra quotidianità non potrebbero essere? Forse perché è come guardare lo sconosciuto che è in noi.

P.S. Ho trovato strepitosa la recensione di questo film di Alessandro Baratti:
http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=2383

Alcune strade per Cuba” di Alessandro Zarlatti

“Alcune strade per Cuba” di Alessandro Zarlatti (Ouverture Edizioni, 2013) è un libro raro. Scritto davvero bene. Con cura. Con attenzione. Scrupolo. E pazienza. Sia se si tratta di racconti brevi, sia di racconti lunghi, tutti comunque posseggono un’incredibile capacità di descrizione, che deriva da uno sguardo su strade, persone, locali, animali, dotato di una intensità al limite dell’intollerabile. Come si fa, mi chiedo, a tenere uno sguardo così acuto e partecipe su chi soffre, si ammala, invecchia, è maltrattato, senza mai perdere il controllo sulla propria scrittura, evitando il rischio di esagerare e di cadere nel sentimentalismo?

La risposta è semplice. Si può se si è bravi a scrivere, a narrare senza mai dimenticarsi di quel senso dell’umana solidarietà che deriva dalla nostra comune natura ed essenza spirituale. Alessandro Zarlatti questa essenza l’ha trovata dentro di sé, è la sua grande risorsa, indispensabile per essere un bravo scrittore. C’è la storia straziante del maltrattamento dei cani usati per i combattimenti, e c’è la storia di Sammy, ” che fa il meccanico. Ma dire meccanico è come dire che Leonardo da Vinci faceva il pittore” (pag. 93) e quella di Marcello il giornalista che si era immaginata una Cuba diversa quando è stato mandato lì per un servizio. ” Quando il direttore glielo aveva comunicato era esploso di gioia: Cuba, una settimana, tutto pagato, una pacchia. Ora non si sente più fortunato, si sente solo. Il servizio lo ha già mandato e restano quattro giorni lontani da tutto, di rum da bere, di puttane stupide, di emozioni deboli” (pag. 99). E poi ci sono i locali senza nome dell’Avana vecchia dove “Da un’avanguardia di artistucoli coi capelli arruffati si stava passando, neanche troppo gradualmente, ad una fauna più stanziale di poveracci e nullità che si parcheggiavano su un tavolo qualunque ripetendosi per una gioranata intera la stessa domanda: come cazzo pago quello che mi sto bevendo ?” (pag, 117).

I racconti che mi sono piaciuti di più sono quelli che, a mio modesto parere, potrebbero diventare romanzi.

Mi riferisco ad esempio al primo, intitolato “Stagioni”, in cui ho letto frasi che mi hanno letteralmente lasciata a bocca aperta, come questa: ” E poi osservi la tua mente che costruisce scenari piacevoli per ore e subito dopo resta senza benzina e allora torna la malinconia a spazzare via tutto. E la malinconia è un animale strano. Viene e si impossessa di tutto, anche di quelle che fino a qualche minuto prima erano certezze” (pag. 13). Nel racconto c’è un alternarsi di luoghi e tempi, Roma poi Cuba poi ancora Roma, alla ricerca di quello che si è perso, perché tutto è raccontato come da un tempo successivo ad una sconfitta, un’occasione persa, una dimenticanza. Eppure da questo baratro psicologico più che morale, escono fiori di compassione umana. Come nel bellissimo “Cinque Giorni”, in cui il protagonista ha trovato il modo di tornare a Cuba dopo un fallimentare soggiorno in Italia. É senza un soldo e gli capita la “fortuna” di poter andare a Cuba per qualche giorno, spesato di tutto per cercare e riportare in Italia un farmaco antitumorale per una donna gravemente ammalata. Il narratore è un uomo debole e pigro e non lo nasconde a noi lettori; non vuole fare la lunghissima fila per ritirare questo farmaco che viene distribuito a Cuba gratuitamente. Al posto suo la farà una ragazza malata di tumore che per una manciata di dollari gli darà il farmaco da portare in Italia. Ma la vera storia non è questa, questa è l’esteriorità della storia, quella vera avviene nell’animo del protagonista e della ragazza cubana malata di cancro. E cioè? Il loro umano incontro nonostante tutto, nonostante l’apparente cinismo del protagonista e nonostante l’immensa disuguaglianza economica tra i due. Malgrado tutto questo avverrà tra loro un vero incontro, un incontro d’amore. Anche “Coppie” mi è piaciuto molto, per la leggerezza e la mancanza di moralismo con cui racconta di Ariel,che si prostituisce con i turisti e convince la sua ragazza a fare altrettanto. Un altro racconto che mi ha acchiappato parecchio, perché un po’ conosco quell’ambiente, è intitolato “Una giornata particolare”. Il protagonista vuole cercare un gruppo buddista con cui praticare la meditazione. A Cuba è difficile trovarlo, e di questo non ci meravigliamo; anche qui da noi è difficile trovare il gruppo buddista che faccia al caso nostro, per gli stessi motivi del nostro protagonista; c’è infatti un sacco di gente che si improvvisa maestro di meditazione senza averne i requisiti. Qui la descrizione dei due “monaci” si fa comica: ” C’era qualcosa in loro che me li faceva vedere come due fuggitivi braccati dall’Interpol che non avervano trovato travestimento migliore di quello di due monaci buddhisti” (pag. 181).

Anche “Barracuda”, storia della caccia a questo grande pesce mi è piaciuto e anche “El Nino”…Insomma tutti e quindici i racconti contenuti in “Alcune strade per Cuba” sono belli. Di grande effetto la copertina.

Jack Kerouac, Gli scritti teorici: da “Un mondo battuto dal vento” a “Scrivere Bop”

 In Italia Jack Kerouac piace più ai semplici lettori che ai critici o agli studiosi di letteratura; inoltre in genere se ne ignora la ricerca teorica sulla scrittura, sullo stile in relazione all’oggetto del proprio scrivere. Questa, al contrario, fu sempre la sua preoccupazione e la sua occupazione primaria, senza la quale, del resto, noi non potremmo parlare di prosa e poesia spontanea come di un qualcosa di codificato, come una possibilità stilistica tra le altre a nostra disposizione. Per esplorare come e quando Kerouac abbia reso sistematica la sua scoperta “casuale” della prosa spontanea, in italiano abbiamo a disposizione due libri: “Un mondo battuto dal vento” e “ Scrivere bop”. Il primo raccoglie buona parte dei taccuini di Jack durante la stesura del suo secondo romanzo, “La città e la metropoli” ( il primo da poco pubblicato è “Il mare è mio fratello”) e di “Sulla strada”. Scrivere Bop invece contiene una serie di saggi sulla prosa spontanea alcuni dei quali, insieme ad altri sullo stesso argomento, negli anni ’60 erano usciti in alcune riveste americane:

The origin of beat generation, Playboy, Giugno 1959
The biginning of Bop, Escapade, Maggio 1959
The beat generation, New York Post, 10 Marzo, 1959
Lamb not lion, Pageant, Febbraio 1958
After me the deluge, Chicago Tribune, 29 Settembre 1969
The last word, my position in the current american literary scene, Escape Giugno 1959
Are writers made or born, New York Post, 22 Ottobre 1962
Aftermath, Yhe philosophy of the beat generation, Esquire, Marzo 1978
Jazz for the beat generationm Hannover Records, 1959
The art of fiction, Paris Review, estate 1968

C’è inoltre da tenere presente tutto il lavoro teorico fatto d Allen Gisberg sul tema della poesia d’improvvisazione, che aveva imparato seguendo i suggerimenti dello stesso Kerouac; una parte di questo lavoro lo ritroviamo in due preziosi libretti: “Facile come respirare” e “Da New York a S. Francisco”. “ Mi ha insegnato tutto quello che so sull’arte dello scrivere…Howl è decisamente influenzato dal metodo di scrittura spontanea di Jack”, scrive Ginsberg in Facile come respirare.

 Gli appunti sulla prosa spontanea contenuti in “Un mondo battuto dal vento”

In “Un mondo battuto dal vento”, ripercorriamo insieme a Kerouac il sentiero spirituale e letterario ( in lui sempre inscindibili ) che lo trasformò dal narratore tradizionale de “La città e la metropoli”, debitore di Tom Wolfe e William Saroyan, nello scrittore, che, come disse Henry Miller, “ ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa, che essa non potrà più rifarsi una verginità” ( Postfazione scritta nel 1960 a I Sotterranei di Kerouac ).
Martedì 9 Novembre del 1948 Kerouac scrive il primo appunto sul suo taccuino a proposito della nuova scrittura che gli sta nascendo da sola tra le dita che febbrilmente battono i tasti della macchina da scrivere: “ Scritto 6000 parole di Sulla strada, ma in modo grossolano, rapido, sperimentale: voglio vedere fino a che punto può arrivare un uomo. Lo scoprirò presto” ( pag. 228).
Fino che punto può arrivare un uomo, scrive Jack, non fino che punto può arrivare uno scrittore. E’ evidente a tutti la profonda differenza tra queste due condizioni umane. Si tratta di andare dentro se stessi più profondamente che sia possibile, giù giù dove le parole nascono da sole e lo scrittore non cerca più ma trova. Infatti qualche giorno dopo, Giovedì 16 Novembre, Kerouac scrive: “scritte 700 parole di Sulla strada, vale a dire, continuavano a succedere cose che non volevo accadessero. Ma questo è il modo di scrivere più autentico, no? Incontrollabile, spaventoso e terribile” ( pag. 232). Tutto però si svela e si chiarisce il giorno dopo quando Jack scrive nel taccuino: “Altre 1000 parole più misteriose che si allontanano da me in una trance di scrittura mentre batto a macchina. Ho sempre avuto paura di provare una cosa simile, questa potrebbe essere la volta buona. Potrebbe essere la più grande “rottura” nel mio stile…Questo cambiamento potrebbe condurmi ( così pensa Ginsberg) a quel livello di scrittura cheMark Van Doren (insegnante di Ginsberg alla Columbia University) ,definisce “ facile o impossibile”. L’ho raccontato ad Allen e lui mi ha detto che un simile stile “fluttua leggero sopra l’abisso, come un palloncino, come la realtà” Fluttuare leggero sopra un abisso è come la vita, quando, senza averlo premeditato, perdiamo i nostri preconcetti nel turbinio e nel pericolo delle cose reali che accadono, e ci riempiamo di un’ improvvisa inaspettata gioia, di un’agitazione rapida transitoria, a volte anonima, a volte in sintonia con il nostro essere. Tutto si incrocia, si lega, si avvolge e si pone al centro di quella conoscenza celestiale provata da chiunque comprenda ciò che vuole fare davvero…. Oggi quello che mi interessa di più è quella mancanza di responsabilità che abbiamo nel bel mezzo di tante azioni specifiche, come fare la spesa, guidare il metrò, leggere, dormire, e perfino fare l’amore. In tale mancanza di responsabilità vedo le bolle di sapone della nostra vita che sembrano fatte di velo lucido che riempie i nostri occhi nei momenti di divertimento entusiasta e persino nei momenti di dolore (pag. 232-233). Ed è alla fine di questo stesso taccuino del 1948 che Kerouac sente il bisogno di ringraziare Dio per il dono di questa nuova scrittura, che in lui, come in tutti gli scrittori della Beat Generation, è tutt’uno con la vita stessa: “Ti ringrazio, o mio Signore, per il lavoro che mi hai dato, il quale fermando gli angeli sulla terra, dedico a te; e lavoro dalla mattina alla sera per Te e creo interi mondi dal caos, dal nulla nel Tuo nome e infondo loro il mio respiro per te…e grazie per la confusione, l’errore e l’Orrore della tristezza che si moltiplicano nel Tuo nome.(pag. 241) Quest’ultimo concetto solo apparentemente può apparire oscuro, per Kerouac, e tutta la sua opera successiva a Sulla strada lo dimostra, non lo è affatto. Questo guardare dentro se stessi, questo non programmare quello che si scriverà tra un istante, è un atto pericoloso, in quanto rivelatore di qualcosa di noi che potrebbe non piacerci, che addirittura, a detta di Kerouac ci spaventa, ma che è necessario scrivere. Perché, come scriverà nel taccuino del 1949, “la vita non è abbastanza”, anche se la scrittura è da lì che nasce. E’ tra 1949 e il 1950 che Kerouac riflette più a mente fredda sul suo nuovo modo di scrivere. In un appunto del Novembre di quell’anno scrive a stampatello: “NON SONO LE PAROLE CHE CONTANO, MA L’IMPETO DI VERITA’ CHE SE NE SERVE PER I SUOI SCOPI”. (pag. 322). E nel Febbraio del ’50 entra più nello specifico della stesura di Sulla strada: “ Sulla strada è il mezzo attraverso cui , quale poeta lirico, profeta laico e artista responsabile della mia personalità voglio evocare la melodia indescrivibilmente triste della notte americana. I motivi che mi spingono a farlo non sono mai più profondi della musica stessa”. (pag. 332). Ed è durante quest’anno il primo accostamento che Jack comincia ad intuire più che a sistematizzare tra il jazz e la prosa spontanea. Dopo aver ascoltato Tristano suonare il suo Intuition, scrive“ un pezzo astratto, non ritmato, alla Bartòk, un tizio di colore ha urlato: Suona un po’ di musica!…Io la penso come quest’ultimo. Suona un po’ di musica. Un arte che esprime lo spirito della mente e non quello della vita ( l’idea dell’esistenza mortale sulla terra) è un’arte morta. Questo accade quando una forma d’arte descrive se stessa invece della vita”. ( pag. 338).

 I saggi contenuti in Scrivere Bop a proposito de la prosa spontanea

“Scrivere Bop” è un insieme di brevi densi saggi scritti tra il 1957 e il 1969 molti dei quali incentrati sull’improvvisazione letteraria, tecnica inventata da Kerouac, come abbiamo visto, nell’unico modo in cui un nuovo stile può nascere, cioè scrivendo. I saggi di questo libretto contengono la teorizzazione di tutto quello che Kerouac stava sperimentando e trovando: una scrittura in cui identificarsi totalmente, che fosse in grado di essere tutt’uno con la storia da raccontare. Il primo testo, intitolato Dottrina e Tecnica della prosa moderna, consiste nel celebre elenco di quelli che Jack definisce qui Punti essenziali. Ginsberg, dopo la sua conversione alla poesia spontanea attaccò questo elenco nella sua stanza di studente della Columbia University a mò di memorandum. Anche in un “semplice” elenco di regole dello scrivere lo stile è quello che fa la differenza. L’originalità dell’espressione e la sua densità di contenuto sono impressionanti. Alcuni esempi: “ Sottomesso a qualsiasi cosa, aperto in ascolto”; “ Scrivi per te stesso nel ricordo e nello stupore”; e soprattutto: “ Lavora nel succoso occhio centrale verso l’esterno, nuotando nel mare del linguaggio”. Si tratta di un elenco di 30 punti facilmente reperibili in internet.
Più strutturato in modo analitico è il secondo saggio sulla prosa spontanea contenuto in Scrivere Bop: Fondamenti della prosa spontanea. Qui Kerouac analizza nei dettagli questo nuovo metodo di scrittura, ne delinea il procedimento, il processo da seguire se ci si vuole sperimentare nell’improvvisazione letteraria. Il discorso non è puramente tecnico, ma si intreccia con osservazioni psicologiche su come l’oggetto della scrittura si ponga davanti alla mente e di come il linguaggio sgorghi da essa in “ un flusso imperturbato di segrete idee verbali”, che si trasferiscono nella scrittura separati da trattini che corrispondono al prendere fiato del musicista jazz. In questo testo Kerouac parla continuamente di mente, di immagini della mente, mai di emozioni, sentimenti; non si tratta infatti di esprimere le emozioni ma le immagini che spontaneamente la mente produce che a loro volta producono le parole. Questo è il meccanismo spiritual – psicologico – letterario messo a punto da Keruoac: “ Mai ripensarci per migliorare o mettere ordine nelle impressioni, perché la scrittura migliore è sempre quella più personale e dolorosa, strappata, estorta alla calda culla protettiva della mente – attingi a te stesso il canto di te stesso, soffia! – Ora! – il tuo metodo è l’unico metodo – buono – o cattivo – sempre onesto ( comico ), spontaneo, interessante per la sua qualità di confessione, perché non di mestiere. Il mestiere è mestiere…Segui approssimativamente un abbozzo, in un movimento a ventaglio sul soggetto, come su una roccia di fiume, così la mente che scorre sul gioiello centrale (facci scorrere la mente una volta sola) dovrà arrivare al fulcro” (pag 15).
Kerouac infatti è convinto che scrivere sia come la prova del fuoco: “ non c’era certo la possibilità di fermarsi a pensarci su, mordicchiare la matita e cancellare qualcosa” ( pag. 19) A questo proposito più avanti nel saggio “Scrittori si nasce o si diventa” afferma che il talento imita il genio…Poiché il talento non è in grado di originare deve imitare, o interpretare…Quello che Rembrandt e Van Gogh videro nella notte non può più essere visto”.
Infine Scrivere Bop contiene interessantissimi saggi sulla nascita della musica Bop e della Beat Generation, di cui varrebbe la pena parlare ma che esulano dall’argomento che mi sono proposta di trattare.
Vi accennerò soltanto. Alcuni sono il tentativo di Kerouac di difendere se stesso e gli altri amici della Beat Generation dall’accusa di teppismo di cui venivano fatti oggetto dalla stampa americana. Addirittura, dice lo scrittore nel testo, “la gente mi chiedeva di spiegare il beat alla televisione…Rispondevo che aspettavo che Dio mi rivelasse il suo volto”. E per spiegarsi meglio Kerouac fa un paragone tra la lost generation e quella beat; afferma che mentre la prima non credeva più in niente la nuova generazione beat “ è convinta che ci sarà una giustificazione a tutto l’orrore della vita”. E più avanti afferma che Beat non è vivere la propria vita fino in fondo, ma amarla. E che mai la parola beat servì a definire giovani delinquenti ma al contrario ragazzi dotati di una spiritualità diversa, che “poveri e felici profetizzavano un nuovo stile per la cultura americana completamente libero da influenze europee diversamente dalla Lost Generation”.( pag. 51)

 Alcune riflessioni finali

Kerouac era convinto che fosse la “visione” a dettare le parole, a dettare la struttura stessa del discorso, a raccontare la “sua” storia. Questo è un punto cruciale, non condividendo, o almeno non comprendendo il quale, tutta la teoria della prosa e poesia spontanea non sta in piedi. In questo senso la prosa di Jack, facendo appello allo spirito che è in ognuno di noi, diventa prosa religiosa. Citando Buddha scrive: “ devi imparare a rispondere alle domande spontaneamente, senza ricorrere al pensiero discriminante”. E citando il Vangelo di Marco scrive: “ Non preoccupatevi di ciò che direte, ma ciò che a voi sarà ispirato in quel momento, quello direte, perché non siete voi a parlare ma lo Spirito Santo”. ( Scrivere Bop pag. 18). In questo senso la scrittura d’improvvisazione non può essere catalogata semplicemente come “prosa sperimentale”. Kerouac non si considerò mai l’avanguardia di un qualche movimento letterario. Anzi rifuggì sempre da una possibilità del genere.
Nella visione di Kerouac tutti i suoi romanzi erano un unico work in progress senza inizio e senza fine. Un unico racconto di quello che è lo spirito dell’uomo. Non la sua psicologia. I romanzi di Kerouac non sono romanzi psicologici, il loro intento non è quello di spiegare la mente umana bensì di raccontarla. C’è una enorme differenza tra le due intenzioni di scrittura. Dal mito al testo religioso fino alla poesia e al romanzo dei giorni nostri quello che è più interessante, quando accade, è il racconto della spirito che vive nell’uomo, come in ogni altro essere vivente.
“Sulla strada” rappresentò la prima prova che il metodo della prosa spontanea poteva funzionare. Nei romanzi successivi Kerouac si spinse oltre ( soprattutto in “Visione di Cody” e ne “I sotterranei”), mostrando una straordinaria capacità di introspezione, sincerità e generosità che personalmente non ho ritrovato in nessun altro scrittore, ad eccezione del Fenoglio del “Partigiano Johnny”. Anche per questo scrittore il romanzo si poteva scrivere solo a patto di inventare un linguaggio nuovo che gli permettesse di vivere. Non importa come uno scrittore ci riesca, quali strade debba battere, quale buio e confusione mentale debba attraversare. Deve andare oltre se stesso, per trovare l’“altrove” cui tutti noi in fondo tendiamo e cerchiamo. Pochi hanno il coraggio di avventurarsi nel mare tempestoso del proprio spirito. Ginsberg ebbe questo coraggio, seguì gli insegnamenti di Karouac e li applicò alla poesia. Testimoniò per tutta la vita il suo debito verso di lui, a tal punto da fondare in suo onore nel 1947 insieme Anne Waldman la famosa scuola di scrittura creativa Al Naropa Insitute di Boulder: la Jack Kerouac School of Disembodied Poetics ancora in piena attività.

 Comparso già in http://samgha.wordpress.com/2012/09/10/jack-kerouac-gli-scritti-teorici-da-un-mondo-battuto-dal-vento-a-scrivere-bop/

 

Scrivere Zen di Natalie Goldberg

“Ecco cos’è creare la nostra pazzia. Il baratro tra l’amore sviscerato che nutriamo per il mondo quando ci sediamo a scriverne,e il disinteresse che proviamo verso esso nella nostra vita quotidiana. Hemingway scrive della sovrumana pazienza di Santiago il pescatore, ma non appena ha smesso di scrivere maltratta la moglie e beve fino ad abbruttirsi. Dobbiamo cominciare a riavvicinare questi due mondi. L’arte è un atto di non aggressione. Quest’arte noi dobbiamo viverla nella nostra esistenza quotidiana” ( N. G.)Scrivere Zen è il primo libro sulla scrittura creativa che ho avuto tra le mani molti anni fa. Ha un’impostazione simile a quella teorizzata da Jack Kerouac in Scrivere Bop, verso la quale ho un debito di ammirazione e riconoscenza. Kerouac non fu solo un maestro di se stesso e di Ginsberg, che imparò da lui a scrivere le poesie per cui è divenuto celebre, ma lo è stato per un sacco di altra gente, come me ad esempio. Natalie però rispetto a Kerouac ha una più solida e meglio meditata impostazione buddista.Scrivere Zen è un libro molto conosciuto, copiato, praticato. E’ un libro utile, uno dei pochi libri sulla scrittura creativa che servano a qualcosa. E’ anche molto vicino, come ho detto, alla scrittura spontanea che a me piace tanto e che non significa scrivere quel che capita, ma scrivere in presenza mentale, in consapevolezza di quel che accade dentro e fuori di me adesso.Scrivere zen è un libro semplice, un libro facile. Non dà regole su come si scrive,neanche troppi suggerimenti. Presenta invece delle situazioni su cui si può scrivere. Pur non essendo un eserciziario quindi cerca di mettere chi lo legge nelle condizioni di scrivere.Natalie Golberg è una scrittrice americana e un’insegnante di scrittura creativa. Infatti da anni guida un gran numero di corsi di scrittura un po’ dappertutto negli Stati Uniti. Dal libro sembra di capire che farlo le piaccia molto, perché come dice a pagina 14 “ Quando insegno ad un corso per principianti, sono contenta. Devo tornare indietro e rimettermi nella testa del principiante, tornare a pensare e sentire come quando ho cominciato scrivere. …In realtà ogni volta che ci mettiamo a scrivere, ci chiediamo come sia stato possibile riuscirci in precedenza. Ogni volta è un nuovo viaggio senza mappe”.E’ da questo libro che ho imparato gli esercizi a tempo. E anche ad improvvisare in maniera sistematica, cioè secondo un metodo. Come dice Natalie a pagina 18: tenere la mano in movimento; non cancellare; non preoccupatevi dell’ortografia, della punteggiatura e della grammatica; perdete il controllo; non pensate, non fatevi invischiare dalla logica; puntate alla giugulare. “ Se scrivendo viene fuori qualcosa che vi fa paura o vi fa sentire esposti, tuffatevici dentro. Probabilmente è carico di energia” (pag. 18).Natalie ha una grande fiducia nei confronti della libertà e creatività della mente umana. In questo senso scrittura e pratica meditativa si equivalgono, infatti nel libro viene data più importanza al processo della scrittura che al risultato. “Nello scrivere, quando si è veramente assorbiti, , non ci sono più colui che scrive, la carta, la penna, i pensieri. C’è solo la scrittura che crea se stessa; tutto il resto è scomparso” ( pag.22).E’ il qui e ora. E’ lui ad essere poetico, sempre. E’ l’attimo passeggero, impermanente. E che ha il sapore della vacuità. In questo senso “ Non esiste separazione tra la scrittura, la vita e la mente” (pag. 42). C’è anche qualche consiglio tecnico nel libro, sui dettagli, sul leggere molto, lo scrivere molto, sull’essere precisi, sul dimostrare invece di dichiarare. Insieme ad un certo numero di esercizi è la parte meno interessante del libro. L’aspetto più affascinante è l’idea espressa in molte parti, che essendo ogni momento, attimo, minuto della nostra vita sempre mutevole, c’è sempre qualcosa da dire, se ce ne convinciamo. Se cioè abbandoniamo l’idea di noi stessi come qualcosa un di fisso, permanente e immutabile e del mondo come qualcosa di altrettanto stabile e identico a se stesso. I piccoli e grandi mutamenti dentro e fuori di noi sono l’oggetto della scrittura. Se accettiamo questa impermanenza e mutabilità della nostra realtà psichica, nulla ci è impossibile nell’ambito dello scrivere. Se vuoi scrivere un romanzo, scrivilo, sostiene la Goldberg. Imparerai a farlo scrivendolo. Imparerai le tue regole, la tua sintassi, imparerai a rispecchiarti nella tua scrittura e la tua scrittura imparerà a rispecchiarsi in te, in questo gioco divertente dell’identificazione di soggetto e oggetto, di perdita di quella dualità ( io/tu; noi/loro; bello/ brutto…) che ci domina e ci rovina la vita. In questo senso allora la scrittura può diventare uno strumento di crescita, di evoluzione spirituale. Diventa anche uno strumento del coraggio di vivere ( che quasi nessuno di noi ha ) pienamente qualunque momento e situazione. Si veda a questo riguardo il capitolo: “Suscitare compassione”, che parla così concretamente del perdersi, del disperarsi, e della possibilità del ritrovarsi tramite la scrittura. Perché la scrittura, soprattutto quella d’improvvisazione ci mette immediatamente in contatto con quello che c’è ora, ristabilendo una relazione tra me e il mondo e non più tra me e la mia paranoia. “ Se per scrivere prendiamo le mosse dalla nostra sofferenza, alla fine nascerà in noi la compassione per le nostre vite cieche e meschine. Dall’abbattimento nascerà una nuova certezza per il cemento che calpestiamo, per l’erba secca che fruscia sotto la sferza del vento. Potremo toccare cose che una volte ritenevamo brutte, e vederne i particolari irripetibili, la vernice che si stacca a scaglie, il grigio delle ombre – semplicemente per quel che sono, né un bene né un male, ma parte della vita che ci circonda” ( pag.110).

Natalie Goldberg, Scrivere Zen, Ubaldini editore, 1987
http://en.wikipedia.org/wiki/Natalie_Goldberg
Sito ufficiale:
www.nataliegoldberg.com

Recensione del film Chappaqua di Conrad Rooks


E’ un viaggio. I Fugs suonano. LSD scritto con zollette bianche. Danze, maschere. Giovani donne ridono. Un uomo cammina. Sono ricordi sovrapposti lungo un viaggio in aereo non si sa per dove. Ricordi di locali, LSD, Peyote. Una donna molto bella vestita di bianco. E’ un film bellissimo, una specie di documentario su se stesso, sulla propria mente (malata), musica bellissima. E’ la storia della propria dipendenza da alcool e droghe. Il protagonista arriva in una città. Si chiama Russel. Viene portato via in macchina da un autista. E’ una continua allucinazione. E’ un film bellissimo. Ma non chiedetemi perché. Ma è un film bellissimo. Tutto fa molta pena. Russel non vuole uscire dall’auto. E’ costretto a farlo. Entra in una clinica per disintossicarsi. Russel piange. Gli viene fatta una iniezione, poi scappa. E’ un film un po’ scemo ma bellissimo, non so perché. Poi Russel va a finire in una bara durante una cerimonia in cui i fedeli entrano in trance. Ma lui si risveglia nella clinica. Parla con uno psicologo. Dice che vuole andare a Chappaqua. Si vede la festa di paese di Chappaqua. Lui è un bambino. Si vedono danze indiane. Tutto è molto drammatico e lirico. Belle visioni. Il peyote. Cominciò tutto con quello per Russel. Il peyote gli ha dato “fantastiche visioni”. Inca e una donna bellissima. Un cervo. “Qui dentro ho visto un cerchio d’oro” (nella testa). Ravi Shankar suona il sitar. Oh il 1966 anno mitico!. Anno hippy. “Poi sono entrato nella visione”. Ma lo psicologo vuole la logica. E’ un film totalmente autobiografico. “Che logica potevo avere a 18 anni?”. A 18 anni entra in un cinema. Poi Russel di nuovo nella clinica. Allucinazioni. Allucinazioni di Russel. E’ la storia della sua dipendenza dalle droghe. Ma detta così è banale. In realtà il film è fatto di immagini e visioni bellissime. Liriche e drammatiche. Poi le allucinazioni diventano un incubo. Russel diventa Dracula. Si ritorna poi nella clinica. Verso la seconda metà il film perde di mordente. Langue. In giochetti visivi abbastanza inutili e noiosi. Russel scappa e va a Parigi. Entra in un bar. Beve. Ma in questa parte il film si perde. Non morde e non stupisce più. Neanche emoziona. Poi riprende quota. Russel è sempre più ubriaco. Ogni tanto compare William Burroughs. E poi di nuovo musica e danza indiana. Strade dell’India sporche e povere. Russel vaga lì e nella sequenza successiva è a Parigi. Lui è ubriaco. Entra in un locale jazz. Ha lo sguardo assente, perso. Continua a bere. Comincia a ballare. Nella sequenza successiva è nella clinica dove lui balla con un’infermiera. E poi è di nuovo nel locale jazz. Poi compare un maestro indiano su un prato e poi di nuovo Russel nel locale jazz. Subito dopo siamo di nuovo in India dove lui impara la meditazione e poi è di nuovo nel locale jazz. Russel è a terra privo di sensi. Poi musica balinese e India. India antica. E lui è lì sopra un cammello e va. Fuma hashish insieme a dei santoni. E poi di nuovo nella clinica balla e fuma con lo psicologo. Poi una danza sfrenata di una bellissima donna. Poi di nuovo nel letto della clinica e urla. Poi scappa. Poi è di nuovo nel letto. Poi balla il twist. Penso: è così la mente. Salta da una cosa all’altra. Da un pensiero all’altro. Da un’emozione ad un’altra. Poi Russel è in un locale dove tutti ballano. Poi di nuovo in clinica. E’ completamente pazzo, dice lo psicologo. Il film è arbitrario e logico insieme. Poi compare una roulette. Russel è un giocatore alla roulette. Poi i giocatori si passano una siringa e si iniettano una droga. Poi di nuovo ballo sfrenato della donna bellissima. Che ora fa l’amore con Russel. Freneticamente. Poi lui è di nuovo nel letto della clinica. Poi toccata e fuga di Bach. Fischio di un treno. E poi Russel cade a terra morto. Santoni indiani. Poi Russel che balla con una donna in un bosco. Ancora un po’ d’India. Poi Russel è di nuovo nella clinica. Poi lascia la clinica come se fosse guarito. Ma poi riflesso in un vetro ricompare vicino ad una infermiera. Infine fugge in elicottero. “Addio!”, grida dall’elicottero. Bel film? Sì, bel film. (auto – film, film su se stesso). Insomma fugge ma ricompare sempre lì dov’è. Nell’intervista che accompagna il dvd Rooks dice che salvò una donna dal carcere. Era una spacciatrice. Parla della sua vita beat. Parla di Robert Frank. Dice che si identifica in Jack Kerouac. E’ “cattivo” con i beat. Dice che la vera rivoluzione è quella hippy.

Conrad Rooks regista americano (Chappaqua 1934-Pattaya 2008)
data di uscita: 1966
Nazionalità: USA
Lingua inglese, sottotitoli Italiano
Colore: bianco e nero
Durata 82 minuti
Fotografia: Robert Frank
Musica Ravi Shankar,Philip Glass, The Fugs, Donovan
Leone d’argento alla 31° mostra di Venezia del 1966
Interpreti:
Doctor Benoit: Jean-Louis Barrault
Russel Harwick: Conrad Rooks (protagonista)
Opium Jones: William S. Burroughs
Messiah: Allen Ginsberg
Sun God: Ravi Shankar
Water Woman: Paula Prichett
Peyote Eater: Ornette Coleman
Guru: Swami Satchidananda
The Prophet: Moondog
The Fugs: Ed Sanders
Distribuzione: Medusa H.E.
Luogi delle riprese:
Manhattan, New York City, New York, USA
Stonehenge, Salisbury Plain, Wiltshire, England, UK
Orly Airport, Orly, Val-de-Marne, Francia
Chappaqua Indian reservation, Chappaqua, New York, USA
New York City, New York, USA
Paris, Francia
Chappaqua è la città ndi origine di Conrad Rooks
Sito del film: http://winklerfilm.com/chappaqua_detail.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Chappaqua