Dalai Lama, Lezioni italiane
“ Recentemente un monaco cattolico mi ha chiesto il significato di sunyata, e io gli ho prontamente risposto: Non è affare tuo. Per quale motivo? Mi ha domandato sconcertato. La ragione sta nel fatto che la nozione di non sé, la mancanza di esistenza dell’io, avrebbe potuto seriamente interferire con il suo concetto di Dio Creatore” ( Dalai Lama)

Questo libro riassume gli insegnamenti tenuti dal Dalai Lama nel 2007 al Palasharp di Milano nei giorni dal 7 al 9 Dicembre. In questi tre giorni Tenzin Gyatso affrontò vari argomenti che vengono riportati nel libro in forma riassunta e semplificata. Tra questi ricordo I principi della pace e dell’armonia; La religione e il bisogno di pace interiore; il Buddismo da Nalanda alla diffusione in Tibet. Ma l’argomento principale degli insegnamenti del Dalai Lama in questi tre giorni milanesi è stato commentare un libro di Nagarjuna, studioso indiano del II secolo d.C.: Commentario alla mente dell’Illuminazione. Questo libro affronta un tema essenzialmente nel Buddismo: la Vacuità.
Premetto che non sono un’esperta qualificata di nessun aspetto del Buddismo, ma solo una che cerca di praticare alcune meditazioni relative a questa tradizione ( poco e male). Ho una predisposizione verso gli aspetti del “provare le cose” più che teorizzarle; e naturalmente sono ad un livello molto basso nella pratica della meditazione, nel senso che non ho eliminato manco per niente tutte le mie afflizioni mentali; il sentiero esposto nel libro di Nagarjuna si indirizza sul piano pratico a chi ha già eliminato le proprie afflizioni mentali e può accedere non solo intellettualmente il concetto di vacuità.
A proposito de I principi della pace e dell’armonia il Dalai Lama afferma che : “Il modo più intelligente per ottenere la pace è di sicuro quello di svilupparla dentro di sé…Ora la pace interiore da cosa può essere disturbata? Solo da paure, angosce, stati emotivi afflitti”. (pag. 7). Per ottenere questa pace il Dalai Lama usa un definizione molto efficace e che mi è piaciuto molto: disarmo interiore che “ è basata sullo sviluppo di qualità come il buon cuore e la tolleranza, valori professati da tutte le religioni”. (pag. 14). Ne La religione e il bisogno di pace interiore il Dalai Lama afferma che uno dei modi per coltivare la serenità mentale è vivere secondo una fede religiosa. Dopo avere accennato alle varie religioni viene affrontato la nascita del buddismo da un punto di vista filosofico. Tema diffusamente affrontato nel capitolo seguente: il Buddismo da Nalanda alla diffusione in Tibet. Tre sono le dottrine che Buddha insegnò quando iniziò a “fare girare la ruota del Dharma”:
L’esposizione delle Quattro Nobili Verità ( “ la verità del disagio, dukkha, la verità dell’origine di dukkha, la verità della sua cessazione, la verità del Sentiero” (pag. 27).
L’esposizione della Perfezione della Saggezza
L’esposizione della Discriminazione Raffinata
Di questi due argomenti si parla nel Commentario alla mente dell’Illuminazione di Nagarjuna.
A questo proposito il Dalai Lama accenna all’università indiana di Nalanda, che nel tempo antico fu la più grande e importante università buddista. Qui si formarono i più grandi studiosi della filosofia buddista come Nagarjuna. Afferma il Dalai Lama: “ La tradizione spirituale buddista tibetana va rintracciata nella più pura tradizione dell’università di Nalanda”. (pag. 31).
Vorrei puntualizzare a questo proposito che nel 2007 ero presente a questi insegnamenti del Dalai Lama, ma devo confessare che capii molto poco delle spiegazioni dettagliate che del libro di Nagarjuna egli ci diede. Fortunatamente le Lezioni italiane mi sembra semplifichino abbastanza concetti ardui e apparentemente astratti contenuti nel Commentario alla mente dell’Illuminazione.
Il testo tratta di cosa sia la realtà, se essa esiste o no. A questo proposito si dà il significato di Illuminazione: in sanscrito: Bodhi. Questo termine ha due caratteristiche, la prima riguarda l’ eliminazione di tutto ciò che oscura, la seconda riguarda lo sviluppo delle qualità positive dopo che queste oscurazioni sono state eliminate. Insieme questi due aspetti realizzano lo stato del Risveglio. Gli oscuramenti di cui parla Nagarjuna non sono solo le afflizioni mentali come rabbia, angoscia, ecc…L’oscuramento principale, da cui nascono tutti gli altri è non comprendere la natura ultima della realtà. Qui si fa riferimento al secondo e terzo giro della Ruota del Dharma : la mancanza di esistenza intrinseca dei fenomeni e la distinzione tra fenomeni che esistono e quelli che sono solo una elaborazione concettuale. Dice il Dalai Lama: “quando si parla di fenomeni ci si riferisce a quelli transitori, gli aggregati psicofisici sulla base dei quali viene costruito l’io. L’io definito dai proponenti non buddisti è un io separato dagli aggregati continuamente mutevoli”. E aggiunge che per il buddismo “ non può esistere un io dotato di identità propria, unitario e permanente, indipendente o autosufficiente, separato dai fenomeni funzionali, cioè gli aggregati psicofisici sulla base dei quali esiste”. Questo significa forse che l’io non esiste?…L’io esiste, ovviamente, ma la sua è un’esistenza particolare: è un sé che viene colto sulla base degli aggregati…Ora, se osserviamo la nostra mente e analizziamo le nostre percezioni ci sembra che il nostro sé abbia un’esistenza vera, permanente, a prescindere dal mutare del corpo e della mente. Ma questa mente alla quale l’io appare come eterno e indipendente dagli aggregati, è erronea. (pag 46-47).
Questo discorso è veramente quello che distingue il buddismo da altre religioni o sentieri spirituali. Spesso ho sentito e sento tuttora dire dai Lama Tibetani che la meditazione può essere praticata da chiunque, buddisti, cattolici, atei. La meditazione ha lo scopo di allentare la morsa di rabbia, angoscia, ansia e tutte le altre emozioni negative che ci affliggono. Quindi ben venga per tutti. Ma solo un buddista dirà che queste emozioni negative sono causate dallo aggrapparsi e proteggere un io che si crede erroneamente immutabile ed eterno. Quindi nel buddismo non si può parlare di anima.
Il testo di Nagarjuna che il Dalai Lama commenta in queste Lezioni Italiane è la fonte ufficiale del buddismo tibetano così come si è sviluppato in Tibet in epoche remote; l’invasione cinese ha messo in contatto questa filosofia e una gran quantità di Lama tibetani con noi occidentali. Quindi è chiaro che ogni occidentale che si avvicina al buddismo lo farà in base a quello che è stato finora, alla sua occidentalità. Ci sarà chi si sentirà portato verso la filosofia, chi verso le pratiche devozionali e i riti, chi, come me, soprattutto verso la pratica meditativa.
Ma in ogni caso prima o poi non si potrà non prescindere da questa concezione filosofica della vacuità, cioè della non esistenza di un io stabile, indipendente dagli aspetti psicofisici di una persona. Per questo il Dalai Lama avverte sempre gli occidentali di interessarsi al buddismo ma di non convertirsi ad esso. Lo dice anche nelle Lezioni italiane: “ Di base suggerisco alle persone che provengono da differenti tradizioni religiose di mantenere la propria fede…Per esempio in passato una mia conoscente europea di origine polacca, membro della Società teosofica divenne buddista. Al momento della morte cadde in confusione perché le si presentò alla mente, in modo molto intenso, il concetto di Dio Creatore. Si era cioè evidenziata in quel momento la presenza di una confusione interiore latente”. (pag. 132).
Un altro concetto molto importante affrontato dal Dalai Lama in questo libro è quello della Legge di causa ed effetto. Per ogni risultato ci deve essere una causa, che è ciò che promuove un risultato. Mi viene in mente ad esempio la nostra volontà di raggiungere un determinato obiettivo nella nostra vita. Ma questa causa non basta per ottenere un risultato, sono necessarie le condizioni che “ sono ciò lo formano, lo modellano”. (pag. 62). Questo risultato a sua volta diventerà la causa di ulteriori risultati e così via. La legge di causa ed effetto dà luogo al karma. Ciò che ci spinge a compiere un certo atto, che il buddismo chiama motivazione, sarà a sua volta la causa per un risultato futuro. “ La legge di causa ed effetto è ciò che governa il sorgere dei fenomeni, quindi la possiamo comprendere come una legge naturale, qualcosa che governa il divenire, l’esistere delle cose. Ciò è dovuto al fatto che c’è una causa karmica. Questa causa o impronta karmica viene stabilita nella mente da una motivazione” (pag.63). Questa motivazione può essere positiva o negativa. La motivazione negativa è causata dall’ignoranza, che dà origine al samsara
(il ciclo infinito di vita, morte e rinascita.)
(pag. 63). E più avanti il ragionamento si conclude così: “Questo è il senso del vuoto, della mancanza o vacuità di un’esistenza indipendente e intrinseca dei fenomeni. Il fatto che i fenomeni sorgono per via di un altro elemento indica che sono vuoti di un’esistenza intrinseca. (pag. 69).
Il riconoscimento da parte nostra della legge di causa ed effetto porta a compiere atti positivi che danno luogo, sono cause di esperienze di felicità; nella visione buddista questo darà origine a rinascite in cui si vivranno esperienze positive. Per ottenere questo è necessario assumere una moralità. Il Dalai Lama elenca le azioni negative da abbandonare, come rubare, mentire, calunniare, avere brama, ecc. Ma questo non è l’unico metodo per evitare la sofferenza; c’è anche quello relativo alla meditazione. Con la concentrazione e stabilizzazione meditativa si evita la sofferenza del cambiamento, cioè l’alternarsi di esperienze piacevoli e spiacevoli. Ottenute queste realizzazioni la mente sarà completamente purificata da quelli che il buddismo chiama oscuramenti. Manifesterà allora spontaneamente la propria natura originaria, “la sua natura primordiale è immacolata e libera da ostacoli” (pag. 86). Dice il Dalai Lama: “Nagarjuna spiega come, capendo il sorgere dipendente, si sviluppi comprensione verso la sofferenza degli esseri e si cerchi quindi il modo di promuovere la loro liberazione. (pag.88).
Un’ultima annotazione: il libro contiene in Appendice il testo completo delle 112 stanze di cui è composto il Commentario alla mente dell’Illuminazione di Nagarjuna. Un’utile e vasto Glossario completano l’opera.

APPROFONDIMENTI IN RETE
Sito ufficiale: http://www.dalailama.com/
Sito che riassume gli insegnamenti del Dalai Lama nei tre giorni a Milano;
riporta inoltre i viaggi e gli insegnamenti del Dalai Lama in varie parti del mondo in italiano: http://www.sangye.it/wordpress2/?cat=8
in Lankelot: http://www.lankelot.eu/buddismo

Gianfranco Franchi, L’arte del Piano B
“Il Piano B è uno stato mentale” ( G.F.)

Questo libro è sia un’autobiografia che un trattato su quelli che nel buddismo vengono chiamati “mezzi abili”, che consistono nella capacità di attuare strategie utili a raggiungere uno scopo ( in sanscrito upaya) e che lo stesso Gianfranco riferendosi al Piano B definisce un’arte. Ed quella di chi capisce qual è il momento di cambiare: “ mentre tu ti stavi rovinando la vita strutturando nuovi piani di sopravvivenza…stava già cercando la via di fuga”.
Quando dico che è un’autobiografia mi riferisco al fatto che le varie applicazioni che Gianfranco illustra a proposito della necessità dei Piano B, sembrano riferirsi alla sua esperienza e interessi personali. Quindi non tutti si riconosceranno in queste applicazioni, che sono ad esempio la famiglia, la cucina, la vacanza. Ognuno evidentemente ha le sue. Io ho le mie, ma voglio essere fedele al “comandamento” di segretezza che suggerisce l’autore nel libro e non le dirò. La necessità della segretezza è uno dei capitoli iniziali del libro e fa parte dei “Princìpi del piano B”. “ Naturalmente uno dei punti di forza di ogni Piano B è la sua segretezza. ..La segretezza garantisce l’invisibilità. La segretezza assicura l’imprevedibilità. La segretezza aumenta il suo fascino. La segretezza è sexy. C’è poco da fare”. (pag. 30).
Anche nel mio caso, come in quelle trattate nel libro, le applicazioni del mio Piano B, hanno a che vedere con la morte di vecchie abitudini e paure (che il buddismo chiama afflizioni mentali, causa di azioni negative , il karma) con la conseguente aspirazione a cambiare rotta a creare Piani B . Per questo il libro mi è piaciuto. “So” di cosa parla, al di là degli esempi, applicazioni e princìpi. Conosco quella condizione umana che li richiede urgentemente. E sono pure d’accordo con l’idea espressa nel libro, che avere un piano B è un modo per imparare ad avere fiducia in se stessi: “L’uomo del piano B tiene a mente, da una vita, un’antica massima di Appio Claudio Cieco riferita a Sallustio: Faber est suae quisque fortunae: ciascuno è artefice del suo destino”. ( pag. 20). Condivido questa massima ma la completo con l’idea, buddista ma poi anche molto occidentale, che le cose accadono per cause e condizioni. C’è la mia determinazione, ma il mio Piano B deve essere un Piano che funziona di suo, ovvero devono esserci tutta una serie di condizioni favorevoli che io non controllo, che io non decido. Perché tutto e legato a tutto, tutto è interdipendente, e noi siamo legati agli uni agli altri e i nostri Piani si realizzano se manteniamo una grande apertura verso il mondo. Lo dice molto bene Gianfranco nel suo libro: “ L’uomo del Piano B ha tre grandi talenti. Sa ascoltare. Sa osservare. Sa memorizzare le cose” ( pag. 13). Ma la cosa più importante che Gianfranco deve aver imparato negli ultimi tempi e che è sia testo che sotto testo di questo libro ( molto sotto testo, secondo me) è che l’uomo del Piano B sa, vuole, gli piace il cambiamento. Cambiamento non nel senso oggi qui domani là, cambiamento della propria mente, del proprio punto di vista, visuale su se stesso e il mondo.
Lo si nota in tutto il libro, ad esempio in maniera esplicita in quel bel dialogo, ben fatto da un punto di vista narrativo, tra lui e uno dei suoi maestri. Gianfranco gli racconta le sue delusioni, il suo scoraggiamento: “ Ma hai un tetto, in ogni caso”.” E non ci piove”. Nel senso che il tetto tiene?” Bofonchio. “Anche”. “ E poi hai da mangiare…” “ Vero”….”Ma non sei felice. Non sei felice lo stesso. Non ti basta”. E gli suggerisce di tornare a lavorare con le mani” ( pagg 22-23).
Quel “Non ti basta”, mi ha fatto sobbalzare. Ma è quello che dicono sempre i Lama Buddisti! Fanno l’elenco di tutto quello che possediamo qui in occidente, macchine, cibo, vestiti, mariti, fidanzati. E poi chiedono Basta? E poi ridono.
Anche Gianfranco l’ha capito cosa voleva suggerirgli quel suo maestro: “ era molto semplicemente di diventare un illuminato” ( pag. 23). Dice proprio così, diventare un illuminato…; qualche riga dopo specifica cosa intende: una libertà che aiuta l’anima a crescere” ( pag. 23). E ancora: “Un vero uomo del Pino B è intriso di spiritualità” (pag. 42). E mi piace molto il suo modo di “credere”. L’uomo del Piano B crede nell’anima per istinto, “perché sa di averne una, è la sua coscienza” ( pag. 42). Intendere anima con coscienza è molto, molto buddista, il buddismo parla di coscienza, che è mutevole, cambia sempre ed quella che rinasce.
Per attuare un Piano B Gianfranco suggerisce delle regole e delle fasi, e questa è la parte del libro che ho definito all’inizio un trattato: “ Documentazione, progettazione, sperimentazione, attuazione…Le buone idee possono venire a tutti. Ma la capacità di realizzare le idee è un talento di pochi”. ( pag. 25).
La parola trattato che ho appena usato mi suggerisce di dire due parole sullo stile con cui questo libro è stato scritto. Le parti che ho preferito sono quelle in cui lo stile è spontaneo,quelle in cui le pagine sono scritte con il cuore E’ quello che io intendo per prosa spontanea. Non semplicemente scrivere di getto. E’ scrivere con il cuore. Il cuore detta, la mano scrive. E’ uno stile letterario e l’ha inventato Kerouac. Molte parti del libro di Gianfranco sono scritte così. Ad esempio l’ultima che mi piaciuta tantissima. Già avevo cominciato a dubitare della fattibilità del mio Piano B, quando Gianfranco tira fuori il coniglio dal cilindro: il Piano C! Che bello che è il Piano C!
Dice qualcosa Gianfranco di cosa può capitare a chi si innamora troppo del suo Piano B che assomiglia molto al “veleno dell’attaccamento” di cui parla il buddismo. Anche del buddismo che è stato il proprio Piano B della vita. Ci si attacca al Buddismo, si diventa settari e ridicoli. Dice Gianfranco: “ Il piano C significa questo…essere pronti a rinunciare alle proprie sicurezze, alle proprie convinzioni”.( pag. 139). Con il Piano C ci si diverte a sbagliare: “ L’uomo del Piano C… ha capito che a volte, nella vita, è il caso di sbagliare. Sbagliare diventa fondamentale. .. l’uomo del Piano C ha qualcosa di particolarmente bello, romantico e coinvolgente. E’ vivo. ( pag. 140).

APPROFONDIMENTI IN RETE
Piano B edizioni: http://www.pianobedizioni.com/
In Lankelot
Franchi in Lanhelot http://www.lankelot.eu/autori/franchi
http://www.lankelot.eu/letteratura/franchi-gianfranco-larte-del-piano-b-un-libro-strategico.html

Burroughs William, Kerouac Jack, E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche
“ Bé, così gli ho detto: “ Vuoi morire?” e lui ha detto: “ Sì”. Ha fatto un paio di battute e ha cercato di abbracciarmi. Avevo ancora in mano l’accetta, così l’ho colpito in fronte. E’ caduto. Era morto. Ora dammi quei cento dollari. Devo andarmene da questo Paese”
“ Sai cosa ti è successo, Phil? Al ti ha aggredito. Ha cercato di stuprarti. Hai perso la testa. Non ci hai visto più. Lo hai colpito. E’ barcollato all’indietro ed è caduto dal tetto. Trovati un bravo avvocato, nel giro di due anni sei fuori” ( W. B.).

Innanzitutto il titolo: non c’entra niente con il romanzo, non ci sono ippopotami in questa storia. Burroughs e Kerouac sentirono questa frase alla radio a proposito della notizia di uno circo andato a fuoco. Piacque loro e così la utilizzarono come battuta nelle prime pagine del romanzo e poi come titolo di questo loro primissima opera letteraria, rimasta inedita e sconosciuta fino al 2008 e presentata al pubblico italiano quest’anno.

Cosa fa di un romanzo un bel romanzo? Non lo so. So solo che a leggerne certi hai come l’impressione che si siano scritti da soli, e a leggerne altri vedi subito lo scrittore e la sua fatica. Vedi la bravura, ma vedi la fatica. Apprezzo entrambi, invidio e adoro i primi.
“E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche” appartiene, naturalmente al primo tipo, dato chi ne sono gli autori. Ma la beat generation era ancora di là da venire, siamo tra il 1944 e il ’45 e Kerouac e Burroughs sono solo dei giovani sbandati del Village di New York. Il testo è un fedele resoconto di come viveva un gruppo di ragazze e ragazzi tra i sedici e i trent’anni in questo quartiere in quegli anni. Quattro sono i personaggi principali: Phillip Tourian ( nella realtà Lucien Carr); Allen Ramsay ( nella realtà Dave Kammerer) e gli stessi Keroauc e Burroughs che nel romanzo si chiamano rispettivamente Mike Ryko e Will Dennison.
L’intento originario di Kerouac e Burroughs era raccontare la loro versione del delitto compiuto da Lucien Carr ai danni di Dave Kammerer innamorato di lui fino all’adorazione. C’era anche la volontà di usare questa storia per fare un po’ di soldi con un thriller a sfondo sessuale, ma una volta terminato il libro nessuno editore volle pubblicarlo, e così è rimasto per sessant’anni in un baule fino al ritrovamento da parte degli eredi di Burroughs.
Ma mentre i due si alternavano a scrivere un capitolo a testa, la cosa deve essergli scappata di mano, perché i protagonisti non sono solo il diciottenne Phillip e il trentatreenne Dave, ma tutti e quattro i protagonisti, le loro ragazze, le strade di New York, i locali e ristoranti dove passano il loro tempo, le loro stanze, le loro menti. Le loro menti soprattutto, il loro modo istintivo e spontaneo di pensare, emozionarsi e vivere. E di essere legati d’amicizia tra loro. Tanto da muoversi per la città sempre in gruppo, come se il divertimento in fondo fosse solo quello, stare insieme. Il bello è che non sono affatto simili tra loro, e non condividono le idee gli uni degli altri, come dice a volte Dennison di alcuni di loro: mi fanno venire il voltastomaco. Ad esempio: “Phillip era seduto di fronte a Barbara e ogni tanto allungava il collo e lei gli carezzava i capelli. Mi davano il voltastomaco” ( pag. 132).
Le ragazze poi detestano i ragazzi perché se ne vanno sempre in giro senza di loro, non lavorano e non hanno mai un soldo in tasca. Ma nessuno lascia nessuno. Si usano anche a vicenda senza scrupolo e senza rimorso, come fosse cosa normale tra chi si ama. Quando si è molto amati non capita forse di usare spudoratamente chi ci ama?
E’ quello fa Phillip nei confronti di Allen che lo ama, come ho detto, fino all’adorazione . “Durante il film Al continuava ad allungare il collo per guardare Phillip e a un certo punto è andato a sedersi nella fila accanto dove poteva osservare il profilo di Phillip senza ostacoli” (pag. 89).
Il loro è un rapporto morboso e anche un po’ sadico. “ Phil ha spinto la paprika verso Al dicendo a voce alta: Dai, Allen, vediamo se riesci a mangiare un cucchiaio di questa roba. Keats ci è riuscito…Così Al si è ficcato tutta la paprika in bocca e l’ha tenuta lì…Tieni, ha detto Phillip, bevici insieme un po’ d’acqua. Così è ancora peggio. Così Al ha bevuto l’acqua mentre lacrime copiose gli solcavano la faccia e diceva Ouu! E poi sorrideva a Phillip…continuava a dire Ouu! E a sorridere a Phillip, come un idiota che brucia sul rogo e sorride e scuote la testa e dice ai suoi aguzzini: Urca ragazzi se scotta! (pag. 98).
La loro relazione si concluderà tragicamente, come nella vita reale, con l’uccisione di Al da parte di Phillip.
Uno degli aspetti interessanti del romanzo è che non ricalca come i fatti furono manipolati nella realtà per rendere meno pesante la condanna di Phillip in tribunale. I suoi avvocati fecero di tutto per rappresentarlo come la vittima, colpevole era l’ucciso che aveva molestato sessualmente il ragazzo costringendolo a difendersi ferendolo mortalmente con il suo coltellino da boy scout.
L’interessante nel modo in cui viene raccontata la vicenda nel libro è che la finzione è in grado di sfidare la realtà per svelarne la falsità. La finzione è più vera della realtà.
Nella realtà i fatti possono essere manipolati, la finzione li svela, nel senso letterale di togliere loro il velo dell’ipocrisia e della manipolazione a favore di qualcuno contro qualcun altro. Da come viene raccontato il delitto nelle ultime pagine del romanzo Phillip uccide Allen semplicemente per sbarazzarsene. Mike gli chiede:” Così ieri sera ti sei sbarazzato del vecchio. Dov’è?”. “Nello spiazzo di un magazzino”. “Morto?”.” Ovvio”. “ Bene bene”, ho detto, e lui mi ha guardato di traverso, sorridendo (pag.143).
Comunque sia il rapporto tra Allen e Phillip che si snoda nel romanzo è intrigante non poco. Avvince il lettore e lo tiene attaccato alla storia “per vedere come va a finire tra loro”. L’adorazione del primo nei confronti del secondo fa tenerezza e simpatia, il cinismo del secondo nel far finta di volersi continuamente sbarazzare di lui, quando invece lo usa per ricevere favori e soldi, lo capiamo. Lo conosciamo.
E poi, come dicevo prima, c’è la vita di un gruppo di giovanissimi ragazzi, hippies ante litteram , un po’ malinconici rispetto a quelli della summer of love di vent’anni dopo, ma come loro refrattari a regole, autorità e leggi, e già dediti ad una libertà sessuale inimmaginabile nell’Italia di quegli anni, che bevono molto alcol, fanno vita di strada, non si integrano, vivono alla giornata. Ma non hanno un sogno, non elaborano un’utopia, degli ideali, o un sentiero spirituale, come avverrà molto più tardi ai giovani di San Francisco. Una decina di anni dopo diventeranno degli scrittori, diventeranno la beat generation, impareranno a scrivere gli uni dagli altri, saranno comunque, come dimostra anche questo romanzo, un piccolo gruppo letterario dal talento immenso.
Alcuni dettagli dello stile: nonostante il romanzo sia scritto a quattro mani non ho notato differenze di rilievo tra i capitoli scritti da Kerouac e quelli scritti da Burrounghs; lo stile è piatto, monotono, ma non noioso e questo è un vero miracolo;la storia non “cresce” per sfociare nel delitto come i veri thriller. Non c’è un crescendo di tensione tra Phillip e Allen tale da rendere il delitto in qualche modo spiegabile. Il delitto semplicemente accade. “ Ho scolato il Calvert e di punto in bianco ho visto Phillip che fissava il vuoto mentre due lacrime gli solcavano la faccia. Ero imbarazzatissimo, non l’avevo mai visto piangere. Volevo mettergli la mano sulla spalla e alla fine gliel’ho messa. “C’è un tempo per ogni cosa” ho detto “c’è un tempo anche per uccidere. Saroyan” (pag.145).

APPROFONDIMENTI IN RETE
http://www.adelphi.it/libro/9788845925894  
http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-06-16/quando-kerouac-burroughs-stavano-160256.shtml?uuid=AatMUNgD  
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=36555&sez=HOME_SPETTACOLO  

Copertina del mio libro di poesie
Vado a caccia di sguardi


 Novembre

Vado a caccia di sguardi,
d’ombre lunghe, di rami spogli
di come stanno sull’albero le foglie
o ammucchiate nei fossi
come morti di guerra.
Rumor di ghiaia umida
odor di lepri al fucile sfuggite.
La luce è così rossa
in questo pieno mattino.
La strada sale su cespugli a pennacchi
un po’ sbiaditi, gialli.
Più in alto un ramo pende
a testa in giù spezzato.
Dondola lento,
e agganciato si tiene all’amico più forte-
come in torre sta un nido
tra le cime rossastre.
Come salirci
e star lì a guardare?

 

copertina del mio romanzo Vicini ma da lontano
copertina vicini ma da lontano

 ” La solitudine è guardare le cose, è guardare la cenere del
camino, il suo grigio pallore, la sua leggerezza volatile, il
              suo essere stata, ma quando?, qualcos’altro, legna, naturalmente.
Guardarla bruciare nella semioscurità, oltre il
tramonto, guardarla lentamente bruciare e diventare
continuamente qualcos’altro, non fa in tempo ad essere
qualcosa che è già qualcos’altro; legna che pian piano,
ma quanto piano?, si infiamma, prima un po’ e poi completamente,
e dopo è fuoco splendente, che fa luce alla
stanza e ci puoi leggere senza altri lumi, e poi scurisce e
divien tizzone ardente, buono per cucinare la carne se ce
n’hai, buono per osservarlo, ancor meglio di prima,
quand’era legna infiammata che va velocemente, non lo
segui il processo, oh no, non lo segui, troppo veloce il
fuoco agisce, non lo puoi seguire lentamente il fuoco nel
camino, ma i tizzoni sì, i tizzoni si spengon piano piano,
rossi, grigi, neri, segui tutto il cangiante arcobaleno,
caldo, acceso, incandescente. Allora davvero basta guardare
e puoi, se vuoi, seguire il lento consumarsi dei tizzoni
grandi, poi sempre più piccini, rossi, poi grigi, e
dopo neri. Lo stesso nella stanza, prima era chiara, allegra,
sfacciata come un sole, poi piano piano l’unico vivo
cominci a sentirti tu, il fuoco amico non c’è più, non è
più la tua compagnia.; l’ombre son così nere più passa il
tempo, e quasi hai un po’ paura. E quando è tutto buio
sai che nel camino i tizzoni ci metteranno tutta la notte
a spegnersi e diventar cenere, ma tu sei stanco, non hai
più voglia di sta lì a guardare. Raggiungi il tuo giaciglio
nell’angolo più nero e aspetti di diventar senza pensieri,
vuoto sterile asettico quasi un fantasma, così puoi anche
dormire. Dormi, dormi cullato dagli alberi là fuori intorno
alla tua casa, alla tua tana, cappella, tempio solitario.”                                                                                       

copertina pesci
Questa è la prima pagina del mio romanzo:
I pesci altruisti rinascono bambini

 

 

Introduzione: come nasce una storia

Se la giornalaia, oggi 18/2/2007 fosse stata aperta, se non

fossi tornata subito indietro pensando devo andare a M.,

devo prendere la macchina per andare a prendere i giornali,

se non avessi pensato non prendo con me il cane perché voglio

far presto e perché fa ancora troppo freddo, casomai lo

porto a fare un giro dopo mangiato, non avrei pensato: ho

freddo alle mani toccando i 9 euro che ho in tasca, e se non

mi avesse cominciato a far male il ginocchio sinistro non

avrei pensato ecco l’inizio del nuovo romanzo: “Ho freddo

alle mani e ho in tasca 9 euro”.

Così un po’ di storia c’è già:

1. lei, che si chiama Katia, col pastrano che ha addosso stamattina,

i guanti grigi di lana che non scaldano, va via, si

chiude la porta di casa alle spalle e prende una strada, la solita

che fa ogni giorno in macchina per andare al lavoro,

prende quella strada con 9 euro in tasca e va;

2. fa freddo;

3. cammina un’ora. Si ferma, riposa;

4. cammina un’altra ora: in un bar cappuccio e pasta. Chiede

se hanno bisogno di una cameriera, dicono no. Cammina

lungo un argine, abbandona la strada. In una casa c’è una

vecchia. Ha bisogno di un aiuto? Sì. Vitto e alloggio e 300

euro al mese. Ok. 

Immagini della mente

I pensieri
sono pezzi azzurri
di materia –
gesso colorato
a pezzi friabili –
pezzi piccoli
rettangolari,
in certe parti si staccano –
pezzetti, briciole
briciole di pensieri,
 a voler essere filosofici
( diciamola tutta,
a volte il poeta
aggiunge un pò di estetica poetica
un pò di “poesia”
che nell’improvvisazione
della mente non c’è)
i pensieri
i pensieri
sono pezzi
di cose senza contenuto
non hanno un significato
stanno lì
nel buio della mente